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giornalino associazione diversabili penisola sorrentina della dott.rosa de martino

GIORNALINO ASSOCIAZIONE DIVERSABILI PENISOLA SORRENTINA DELLA DOTT. ROSA DE MARTINO La vasca da bagno per persone con difficoltà motorie: la soluzione per un bagno sereno

22 Dicembre 2020, 19:03pm

Pubblicato da Miki Pappacoda

Vasca con porta SERENA - Bagnosereno.it

INSERITO DA MIKI PAPPACODA Il bagno è un momento dedicato all’igiene intima che va vissuto piacevolmente e con rilassatezza, ma per le persone disabili o per gli anziani con capacità motorie ridotte non è così se non si dispone di una doccia o una vasca adeguata. Le cause delle effettive difficoltà oggettive sono dovute all’entrata e all’uscita dalla vasca, oltre che all’impossibilità di sedersi autonomamente, il che rende molto difficile riuscire a lavarsi in autonomia e in tranquillità.

Vasche con sportello bagno disabili e anziani: offerta, prezzi Linea OceanoIl problema del bagno per chi ha difficoltà motorie Il problema del bagno per i disabili e le persone anziane con difficoltà motorie è spesso dovuto alla progettazione del bagno stesso, in cui per lo più si installano docce invece che vasche. Le vasche per disabili e anziani sono più compatte e sicure, si adattano agli spazi a disposizione e permettono un accesso facilitato proprio a chi si muove sulla sedia a rotelle. È importante rendere la casa e, in particolare il bagno, agevole per la persona che presenta difficoltà di movimento, evitando che provi un senso di inadeguatezza. Per fare ciò bisogna rimuovere tutte le eventuali barriere architettoniche all’interno della propria abitazione e nel bagno, in modo da rendere gli ambienti accessibili e fruibili per tutti. Le soluzioni sul mercato In commercio sono disponibili diverse tipologie di vasche pensate per i disabili e le persone con ridotte capacità motorie, prima di sceglierne una bisogna valutare la situazione del singolo individuo, in modo da capire quali sono le reali capacità di movimento. Tra gli ostacoli che incontrano le persone con difficoltà motorie, in particolare ci sono l’entrata e l’uscita dalla vasca da bagno e la seduta stabile e sicura. La soluzione a questi due problemi si trova nella scelta di vasche da bagno per disabili con sportello e di vasche da bagno motorizzate. Vasche da bagno con sportello Le vasche con sportello sono la soluzione perfetta per disabili e anziani, in quanto permettono un accesso sicuro alla vasca grazie anche al fondo antiscivolo di cui sono dotate. L’apertura è esterna per evitare che si crei ingombro e per lasciare libero il passaggio anche per entrare eventualmente con la carrozzella.

Vasca con porta SERENA - Bagnosereno.itLa persona può aiutarsi con le maniglie posizionate ai bordi e all’interno della vasca, per sollevarsi e sedersi su una sedia progettata con un’inclinatura che impedisce lo scivolamento del corpo in avanti. Questo tipo di vasche per disabili può essere personalizzata per dimensioni, design e optional, con il risultato di avere a disposizione una vasca sicura e adeguata alle proprie esigenze. Vasche con seduta motorizzata Le vasche da bagno motorizzate (vedi per esempio https://www.vaschedocce.it/vasche-da-bagno-motorizzate/)sono dotate di sedile motorizzato che si alza e si abbassa all’interno della vasca stessa, per permettere di spostarsi in fondo o alzarsi senza alcuna fatica. Questo tipo di vasca per disabili e anziani è particolarmente indicata quando la persona necessità di un aiuto importante per passare da una posizione all’altra. Anche in questo caso, la seduta motorizzata è comoda, sicura e ha un fondo antiscivolo. La vasca può essere personalizzata per adattarsi alle dimensioni del bagno e alle specifiche richieste. Area Press

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GIORNALINO ASSOCIAZIONE DIVERSABILI PENISOLA SORRENTINA DELLA DOTT. ROSA DE MARTINO Grande Progetto Vesuvio, al via la riqualificazione del sentiero 11, "La pineta di Terzigno"

22 Dicembre 2020, 18:59pm

Pubblicato da Miki Pappacoda

Grande Progetto Vesuvio, al via la riqualificazione del sentiero 11, "La  pineta di Terzigno"INSERITO DA MIKI PAPPACODA Proseguono le attività previste nel Masterplan del “Grande progetto Vesuvio”. Dopo l’inaugurazione del sentiero n° 7 “Il Vallone della Profica” avvenuta il 18 novembre 2019 e quella del sentiero numero 9 “Il fiume di Lava” avvenuta il 2 marzo , questa mattina sono partiti i lavori di riqualificazione del sentiero n.11 “La pineta di Terzigno”. Il piano, finanziato per 813mila euro, prevede, tra le altre cose, 2913.90 metri quadrati di pedana in legno, 3576 metri di staccionata in legno con doppio corrimano. Le opere che si andranno a realizzare a Terzigno rappresentano uno degli interventi più importanti del Grande Progetto Vesuvio.Il progetto avviato, ha l’obiettivo di realizzare un sentiero che presenti una fruibilità idonea anche alle persone che presentano ridotte capacità motorie e visive. A tal proposito, è stato previsto il ripristino dell’originario percorso attraverso il rifacimento di una pedana in legno, oltre alla riqualificazione ed integrazione di opere in ingegneria naturalistica finalizzate alla delimitazione del tracciato, alla stabilizzazione dei versanti e alla regimentazione delle acque meteoriche. Verrà inoltre posizionata una cartellonistica informativa, convertita anche in caratteri braille e mappe tattili, oltre ad un sistema di segnalazione elettronico di individuazione del tracciato, al fine di agevolare l’escursione dei soggetti ipovedenti. Al fine di rendere accessibile il sentiero, l’intervento in oggetto, ha individuato una zona a parcheggio lungo la strada S. Emblema, ex via Vecchia Campitelli, con dei posti auto in linea, dedicando quelli più prossimi all’ingresso, alla sosta esclusiva per persone con disabilità. A tal fine, le soluzioni progettuali proposte sono conformi alle indicazioni dell’ANDI (Associazione Nazionale Disabili Italiani), della UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti) e del FIABA (Fondo Italiano Abbattimento Barriere Architettoniche). "A circa due anni dalla presentazione del Masterplan - dichiara il Presidente dell’Ente Parco nazionale del Vesuvio Agostino Casillo - andiamo a realizzare il terzo progetto completando in tempi record il primo lotto di interventi. Non è stato facile, data la pesantezza della burocrazia a cui si è aggiunta anche la crisi pandemica che ha rallentato tutto, ma sono orgoglioso poiché stiamo dando prova di essere un’amministrazione efficiente e che ha una strategia chiara di rilancio per il territorio. Abbiamo previsto nella gara d’appalto anche la manutenzione così da garantire la durata e la funzionalità del sentiero nel tempo".

La Repubblica

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GIORNALINO ASSOCIAZIONE DIVERSABILI PENISOLA SORRENTINA DELLA DOTT. ROSA DE MARTINO Mappati" 42 siti. Chiuso il lavoro per il piano anti-barrie

22 Dicembre 2020, 18:43pm

Pubblicato da Miki Pappacoda

inserito da Michele Pappacoda CORDENONS. Quarantadue percorsi pedonali analizzati sul posto per un totale di 50 chilometri, 18 gli edifici pubblici (dal municipio alle scuole) del territorio comunale, 7 le strutture sportive, 31 le aree verdi, 22 i parcheggi e 5 le piazze. Sono i “luoghi” di Cordenons mappati in due anni di lavoro alla ricerca delle barriere architettoniche a quella che è la autonoma mobilità di soggetti fragili, perché anziani o perché con disabilità. Gli elaborati di questo studio effettuato sul campo ai fini della redazione del Peba, il Piano di eliminazione delle barriere architettoniche, sono stati consegnati in questi giorni all’amministrazione comunale. «Ora seguirà l’esame della documentazione – dice l’assessore ai Lavori pubblici, Giuseppe Netto – che porterà a stilare assieme al professionista incaricato un programma di interventi futuri volti alla eliminazione delle criticità (con quantificazione degli oneri economici). Il Peba sarà poi portato all’approvazione del Consiglio comunale». L’iter non si è quindi ancora concluso del tutto, ma secondo Netto si è a buon punto. Per trasformare Cordenons in una città libera da barriere architettoniche, l’amministrazione stima interventi per milioni di euro realizzabili in non meno di una decina di anni. Lo studio, costato 15 mila euro, è stato condotto da un professionista esterno, Clelia Mungiguerra, con un incarico affidato dal Comune ad ottobre del 2018. Attesa già per la prima metà di quest’anno, la consegna della documentazione ha subito dei ritardi dovuti alle restrizioni di movimento legate alla pandemia che ha rallentato il lavoro sul campo. «Quando si vedrà la mole di lavoro svolta – commenta l’assessore – si capirà meglio il tempo che si è reso necessario per produrlo. Dopo di che il consigliere Gianni Ghiani (Pd) spiegherà a tutti quello che intendeva dire in consiglio comunale quando affermava “che ci vuole a fare un Peba!”». Durante il percorso, l’amministrazione ha cercato anche, seppur con scarso risultato, di dare una connotazione “partecipata” allo studio attraverso un questionario per la cittadinanza in cui segnalare criticità su percorsi pedonali, edifici pubblici, parcheggi, l’accessibilità di altri luoghi aperti al pubblico e i trasporti pubblici. «C’era anche un accordo con le associazioni che si occupano di disabilità – precisa inoltre l’assessore – per effettuare insieme dei sopralluoghi, ma anche in questo caso le restrizioni anti-Covid nei mesi scorsi ci hanno portato a dover rinunciare». Quello che si è appena concluso è un lavoro certosino consistente nella ricognizione degli “ostacoli” e pericoli per la mobilità presenti sul territorio cordenonese – su strade e edifici pubblici – che è stato fatto a tappeto ed in modo critico lungo le direttrici principali e maggiormente frequentate. (mi.bi.) Messaggero Veneto del 21/12/2020

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GIORNALINO ASSOCIAZIONE DIVERSABILI PENISOLA SORRENTINA DELLA DOTT. ROSA DE MARTINO Barriere architettoniche: ok al piano di eliminazione. “Traguardo storico”

18 Dicembre 2020, 09:13am

Pubblicato da Miki Pappacoda

Il consiglio approva il piano di eliminazione delle barriere architettoniche

INSERITO DA MIKI PAPPACODA FRANCAVILLA FONTANA. La seduta del Consiglio Comunale di martedì 15 dicembre 2020 sarà ricordata nella storia della Città di Francavilla Fontana soprattutto per l’adozione del piano per l’eliminazione delle barriere architettoniche. “Finalmente vede la luce, dopo due anni di intenso lavoro, il piano per l’eliminazione delle barriere architettoniche – dichiara il sindaco Antonello Denuzzo – abbiamo cominciato a lavorarci a pochi mesi dal nostro insediamento, il primo provvedimento della giunta è datato 30 ottobre 2018, perché il Peba è molto più che un atto amministrativo di urbanistica, è l’idea di una città che si mette in discussione e si apre definitivamente all’inclusione, all’accessibilità realmente democratica. È il simbolo di una comunità che decide di abbattere qualsiasi forma di barriera. Il Peba è il primo passo di un lungo cammino che cambierà profondamente, insieme al piano urbanistico generale e al piano urbano della mobilità sostenibile, il volto della città. Si tratta di un risultato reso possibile grazie al lavoro portato avanti dall’area urbanistica guidata dall’assessore Nicola Lonoce, e all’impegno dell’assessore ai diritti civili Sergio Tatarano. Il Peba, la cui adozione è obbligatoria per legge dal 1986, fissa i criteri da adottare nella progettazione degli spazi pubblici e nella riqualificazione di quelli esistenti. Si tratta di un ripensamento dei beni collettivi che devono essere funzionali anche e soprattutto alle esigenze delle persone con mobilità ridotta, con disabilità sensoriale e cognitiva. Le linee di intervento sono state condivise con le associazioni delle persone con disabilità, sono quindi il frutto di un percorso condiviso. “Il Peba, che si aggiunge temporalmente all'elezione della garante, è un traguardo che non faccio fatica a definire storico per la sua portata non solo simbolica ma anche concreta e pratica che avrà una ricaduta enorme sulla città, in termini di maggiori diritti, di fruibilità e persino di attrattività – dichiara l’assessore ai diritti civili Sergio Tatarano – Finalmente siamo un Comune all'avanguardia, per l'esattezza il primo Comune che realizza il piano seguendo le linee guida regionali e saremo dunque nelle condizioni di programmare soluzioni in grado di rendere accessibile la nostra città a chiunque, senza essere costretti ad interventi estemporanei.” 

Brindisi Report 

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GIORNALINO ASSOCIAZIONE DIVERSABILI PENISOLA SORRENTINA DELLA DOTT. ROSA DE MARTINO Disabilità, cresce la rete delle sale blu: 332 le stazioni attive

17 Dicembre 2020, 09:09am

Pubblicato da Miki Pappacoda

Ferrovie italiane, Rfi: “In Sicilia aumentano le stazioni del circuito sala  blu per i disabili”

INSERITO DA MIKI PAPPACODA ROMA. Salgono a 332 le stazioni attive con i servizi per le persone a mobilità ridotta. Dal 13 dicembre il servizio di assistenza gratuito raggiunge altre 9 stazioni. "Una rete sempre più estesa quella del Gruppo FS, che garantisce una capillare accessibilità al viaggio e un'attenzione alle esigenze delle persone con disabilità": lo sottolinea in un approfondimento FS News, il giornale di Ferrovie dello Stato Italiane. Le nuove stazioni sono: Chatillon Saint Vincent, Pont Saint Martin, Tarvisio Boscoverde, Codogno, Mirandola, Montecatini Terme-Monsummano, Venafro, Ostuni e Potenza Superiore. "Rete Ferroviaria Italiana, società del Gruppo FS Italiane, è sempre più vicina alle persone con disabilità e a ridotta mobilità che viaggiano in treno - si legge - e utilizzano le stazioni, con il servizio di assistenza delle Sale Blu fornisce a richiesta l'ausilio di operatori che assisteranno nella fase di salita o discesa dal treno e nei percorsi dell'area della stazione". "L'emergenza sanitaria - spiega Ferrovie dello Stato - ha inevitabilmente inciso sulle operazioni di ampliamento del circuito, basti pensare che tra le stazioni coinvolte rientra Codogno, cittadina che tanto ha rappresentato nel drammatico periodo del lockdown. A causa delle attuali limitazioni legate all'epidemia da Covid-19, i tempi di preavviso per la prenotazione del servizio equivalgono attualmente a 24ore di anticipo, mentre a regime in questi 9 impianti l'anticipo scenderà a 12ore". REDATTORE SOCIALE

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GIORNALINO ASSOCIAZIONE DIVERSABILI PENISOLA SORRENTINA DELLA DOTT.ROSA DE MARTINO La mindfulness riduce le conseguenze dell’emicrania

16 Dicembre 2020, 10:12am

Pubblicato da Miki Pappacoda

GIORNALINO ASSOCIAZIONE DIVERSABILI PENISOLA SORRENTINA DELLA DOTT.ROSA DE MARTINO La mindfulness riduce le conseguenze dell’emicrania

INSERITO DA MORENA MOTTA La riduzione dello stress attraverso lo yoga e le tecniche basate sulla consapevolezza può migliorare, nei pazienti con emicrania cronica, la disabilità, il dolore lancinante e la depressione. È quanto evidenzia uno studio clinico pubblicato da JAMA Internal Medicine. La ricerca è stata coordinata da Rebecca Erwin Wells, professore associato di neurologia alla Wake Forset School of Medicine di Winston-Salem (USA).
 
I ricercatori americani hanno preso in considerazione 89 adulti che soffrivano di emicrania con attacchi dalle quattro alle 20 volte al mese. I pazienti hanno ricevuto una formazione attraverso la Mindfulness Based Stress Reduction (MBSR) o un’educazione sul mal di testa, due ore a settimana per otto settimane. Ai partecipanti venivano anche dati file audio per esercitarsi a casa, incoraggiandoli aa ascoltarli per 30 minuti ogni giorno.
 
Alla dodicesima settimana di follow-up, i ricercatori hanno visto che non c’era alcuna differenza significativa tra i gruppi nella riduzione del mal di testa. Con la MBSR, infatti, la riduzione media dei giorni di emicrania era di 1,6, mentre nel gruppo che riceveva solo un’educazione sul mal di testa era 2.

Tuttavia, i ricercatori hanno trovato una differenza significativa tra i gruppi a 36 settimane a livello di disabilità, con 5,9 punti di differenza tra i due gruppi, dolore lancinante, con una differenza di 5,8 punti, depressione, con una differenza di 1,6 punti, e qualità di vita correlata all’emicrania, con una differenza di 5,1.
 
“La riduzione dello stress basata sulla consapevolezza è un metodo che sfrutta la meditazione e lo yoga”, ha spiegato Wells, secondo la quale la consapevolezza può insegnare ai pazienti nuovi modi di gestire lo stress, il più comune fattore scatenante dell’emicrania, oltre che dare loro una possibilità di cambiare il modo in cui percepiscono il dolore associato all’emicrania.
 
FONTE QUOTIDIANOSANITA.IT (originale da JAMA Internal Medicine)
di Lisa Rapaport (Versione italiana Quotidiano Sanità/Popular Science)

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GIORNALINO ASSOCIAZIONE DIVERSABILI PENISOLA SORRENTINA DELLA DOTT. ROSA DE MARTINO C’è anche un valore economico, se tutte le persone partecipano alla vita sociale

15 Dicembre 2020, 08:27am

Pubblicato da Miki Pappacoda

C'è anche un valore economico, se tutte le persone partecipano alla vita  sociale | Superando.it

INSERITO DA MIKI PAPPACODA Ovvero, in altre parole, “l’accessibilità non è solo un costo”, così come avevamo titolato a suo tempo la presentazione del libro “Il valore dell’accessibilità. Una prospettiva economico-aziendale”, pubblicato da Alex Almici, Alberto Arenghi e Renato Camodeca. Il volume, che punta quindi a superare la collocazione “di nicchia” del tema riguardante l’accessibilità agli spazi, ai beni e ai servizi, spesso ancora vissuta soltanto come un costo, sarà al centro di una presentazione in modalità virtuale, in programma per il 17 dicembre a cura dell’Università di Brescia BRESCIA. «L’accessibilità agli spazi, ai beni e ai servizi è tuttora vista come un “tema di nicchia” che riguarda una minoranza della società: le persone con disabilità. Tale sentire comune è anche dovuto al fatto che l’accessibilità sia vissuta soltanto come un costo. Il presente lavoro, al contrario, mostra che l’accessibilità può costituire un valore, in alcuni casi anche con contenuti economici». Era stato presentato così, anche sulle nostre pagine, il saggio Il valore dell’accessibilità. Una prospettiva economico-aziendale, pubblicato alla fine dello scorso anno da Alex Almici, Alberto Arenghi e Renato Camodeca (FrancoAngeli Editore). E tuttavia, non sono state certo molte le opportunità di presentare questo importante studio, in un anno come questo, contraddistinto da mille precarietà. Merita dunque piena visibilità l’incontro ad esso dedicato, promosso dall’Università di Brescia e previsto in modalità virtuale per il pomeriggio di giovedì 17 dicembre (ore 17). Tutti e tre gli Autori, infatti, gravitano nell’àmbito accademico bresciano: Alex Almici è dottore commercialista, docente a contratto di Strategy Analysis presso l’Università lombarda, nella quale svolge la propria attività di ricerca all’interno del Dipartimento di Economia e Management. Alberto Arenghi, ingegnere civile edile, è docente associato di Architettura e nell’Università di Brescia dirige il Laboratorio Interdipartimentale Brixia Accessibility Lab. Accessibilità al Patrimonio Culturale&Benessere, oltre ad essere delegato del Rettore per la Disabilità e impegnato da molti anni nella ricerca sui temi dell’accessibilità. Infine, sempre all’Università di Brescia il dottore commercialista Renato Camodeca è docente associato di Economia Aziendale, oltreché membro del citato Laboratorio Interdipartimentale Brixia Accessibility Lab. Accessibilità al Patrimonio Culturale&Benessere, svolgendo la propria attività di ricerca presso il Dipartimento di Economia e Management. Dopo il saluto introduttivo di Maurizio Tira, rettore dell’Università di Brescia, con la moderazione del giornalista Simone Fanti, interverranno innanzitutto i tre Autori del libro, dando successivamente vita a un dibattito cui parteciperanno Consuelo Battistelli, Diversity Engagement Partner di IBM Italia, Cristina Bellingeri, disability manager del Comune di Genova, Guido Migliaccio, docente all’Università del Sannio e Riccardo Zanardelli, Digital Business Development Manager dell’Azienda Beretta. Le conclusioni saranno affidate ad Elio Borgonovi, docente all’Università Bocconi di Milano. Partendo da un’analisi preliminare del concetto di accessibilità e delle relative leggi nazionali e internazionali, Il valore dell’accessibilità si muove poi nell’identificare gli attori aziendali – e nello specifico le imprese e la pubblica amministrazione – prevalentemente coinvolti nel processo di miglioramento delle condizioni di accessibilità agli spazi, ai beni e ai servizi. Nella parte conclusiva, infine, ci si focalizza sull’indagine delle modalità e degli àmbiti rilevanti ai fini dell’analisi del valore economico riferibile alle scelte aziendali dirette a favorire la partecipazione di tutte le persone alla vita sociale. (S.B.) Il videocollegamento della presentazione del libro Il valore dell’accessibilità. Una prospettiva economico-aziendale, in programma per il 17 dicembre (ore 17), sarà raggiungibile a questo o a questo link.

 

SUPERANDO

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GIORNALINO ASSOCIAZIONE DIVERSABILI PENISOLA SORRENTINA DELLA DOTT. ROSA DE MARTINO Inclusione scolastica: bisogna tornare a pensare con la mente e con il cuore

11 Dicembre 2020, 11:25am

Pubblicato da Miki Pappacoda

INSERITO DA MIKI PAPPACODA «Credo sia ora di interrompere il continuare a dover sottostare a rigidi protocolli – scrive Giovanni Maffullo -: il docente deve saper guardare in faccia l’alunno e decidere il da farsi per valorizzare chi ha di fronte, per far fiorire ciò che è racchiuso in ogni studente, ad esempio la passione per la conoscenza. Ma per fare ciò è assolutamente necessario guardare, osservare e ascoltare l’alunno, a maggior ragione se è una persona con disabilità o se in generale ha dei Bisogni Educativi Speciali: è solo così che l’insegnante potrà assumere la duplice veste di educatore e di ricercatore» Ho letto con estremo piacere l’articolo di Donatella Morra, pubblicato da «Superando.it» con il titolo Come sta andando veramente la scuola per gli alunni e le alunne con disabilità?, condividendone sia le proposte (rilevazione diretta con i protagonisti: studenti e famiglie), sia il fatto che perdura il problema storico della mancanza di insegnanti con la specializzazione necessaria, nonché «insegnanti di sostegno con una formazione degna di questo nome». Proprio a proposito della formazione dei docenti, recentemente, sempre in «Superando.it», Salvatore Nocera, riprendendo un articolo da me scritto, aveva evidenziato l’annosa esigenza della formazione dei docenti su cui, checché se ne dica, non solo si investono risorse esigue, ma non si agisce neppure modificando l’attuale modalità di formazione iniziale dei docenti della scuola secondaria, che è decisamente di scarso livello (se ne legga nel mio contributo In una “scuola-parcheggio” si restringe l’“area di sosta” della disabilità). Inutile dirlo, nell’agenda politica dei governanti c’è solo la dichiarata pandemia, ma nell’àmbito della scuola vi è una conclamata urgenza di formazione pedagogica del personale docente, che ha perso di vista il tutto. Troppo spesso, oggi, la maggior parte dei colleghi curricolari vedono davanti a loro solo una classe, ovvero un insieme di alunni con cui operare, al fine di far loro acquisire le agognate competenze. Tornerò successivamente su questo punto, ora, invece, vorrei tentare un volo pindarico in area pedagogica. Nelle scuole si sente parlare di educazione, si odono voci che evidenziano che per operare occorre essere pedagogicamente preparati ovvero «pedagogicamente parlando servirebbe…». Ebbene, al di là di tali enunciazioni, credo che occorra rilanciare il binomio scuola e pedagogia, che vanno insieme rivalorizzati nella loro essenza etimologica e nella loro prassi, ciò che richiede un’azione sinergica, al fine di poter rilanciare progetti di inclusione degni di essere chiamati tali, innanzitutto quelli rivolti ai nostri studenti con disabilità. Personalmente osservo che da un lato molti insegnanti pensano che sia poco proficuo affrontare le esigenze prettamente educative connesse con la crescita dell’alunno (ci deve pensare la famiglia), dall’altro si tende a clinicizzare il tutto, a far scivolare le istanze del singolo verso lo psicologo, che potrà dedicare a ciò un tempo e uno spazio specifico. Sono tristemente poco persuaso che questa sia la strada. Non nego che vi sia una certa fragilità psichica adolescenziale che si va diffondendo, ma mi chiedo: chi dovrebbe fortificare i nostri giovani? Chi dovrebbe concorrere e accompagnarli nella crescita, ponendo loro problemi reali, ovvero mettendoli alla prova? La scuola, con le sue variegate attività didattiche, ma soprattutto educative, deve fare sperimentare in vivo, con prove di realtà, situazioni a tutti i suoi studenti, altrimenti di fronte alle prove che la vita porrà loro di fronte, come agiranno? Ci si rifugerà nel web, purché si tratti di un virtualmente corretto? Non mi dilungo sui pericoli dell’utilizzo precoce di tutta la neo-tecnologia, ma desidero qui evidenziare che le energie vitali nei nostri studenti, anche in coloro che vengono etichettati come “studenti BES (Bisogni Educativi Speciali)” (altro inquadramento clinico-nosografico che fa sì che si cada nel dover tutelare ad ogni costo, anziché sostenere i talenti che ognuno possiede), sono ben presenti, ma troppo spesso noi adulti le mortifichiamo e forse loro le investono nel digitale, ove trovano uno spazio che li accoglie, innanzitutto come consumatori del loro prezioso tempo. La tendenza alla delega pedagogica si sta cronicizzando in seno alla nostra società: la famiglia dà mandato alla scuola – ma in realtà non si fida -, la scuola scarica agli esperti e gli esperti esterni, previa elaborazione di uno specifico progetto a carico della scuola, attuano il loro intervento mirato, ma circoscritto e le esigenze, da quelle personali a quelle connesse con il clima della classe, restano insolute. Nel frattempo, in seno al Consiglio di Classe, investito dal problema, gli adulti presenti scuotono le spalle dicendo: «Abbiamo fatto di tutto» (l’enunciare ciò fa sì che ognuno ci creda autoassolvendosi, per buona pace delle criticità che permangono). In altre circostanze si ha fretta di dare una risposta. Spesso è utilissimo lasciar sedimentare, fare e porsi domande, anziché cercare risposte nell’immediato (ne ho scritto su queste stesse pagine, in Ma il “tutto è subito” è funzionale all’inclusione?). La crescita di chicchessia vuole tempo ed è indispensabile testimoniare costantemente fiducia (spessissimo la vera domanda sottesa nei pre- e negli adolescenti è la seguente: «Hai fiducia in me?») e dare al tempo, – che scorre -, la possibilità di “agire”. Anziché avanzare affrettate proposte e risposte sui generis, non potrebbe essere utile saper aspettare il tempo della maturazione intrinseca della persona-studente? Nel frattempo si monitorerebbe la situazione e si incoraggerebbe l’alunno a credere in se stesso. Costantemente mi chiedo del perché i miei colleghi adulti rifuggano alla seguente semplice domanda: «Come vogliamo accompagnare la crescita dello studente in termini educativi?». Tale imbarazzante quesito, essenziale allorquando dobbiamo accingerci a stilare un PEI (Piano Educativo Individualizzato), viene semplicemente ignorato. E invece sarebbe essenziale proselo, quel quesito, se vogliamo programmare un itinerario formativo, da percorrere in modo funzionale insieme allo studente con disabilità e alla sua famiglia. La tendenza alla deresponsabilizzazione personale dilaga e imperversa il desiderio di delegare, tant’è che i colleghi mi dicono: «Sei tu l’esperto, pensaci tu». Se emerge un problema in seno alla classe, si tende a mandare l’alunno dallo psicologo, così come in passato allo studente si diceva, qualora non stesse bene, di andare dal medico. Sigh! Avere a che fare con giovani adolescenti pare essere più un’esigenza tecnico-professionale che un’istanza educativa e formativa, alla stregua dell’affermare in seno al Consiglio di Classe: «Pensaci tu, Giovanni, sei tu l’esperto di disabilità!» (Sia ben chiaro che da questo momento in poi, in seno al Consiglio di Classe inizia un vero e proprio bailamme quantomeno sul chi fa cosa…). Quindi in aula, e oggi a distanza con la DDI (Didattica Digitale Integrata), ci si prodiga per fare acquisire competenze tecnico-disciplinari e ci si dimentica di chiedersi: «Chi si deve occupare della crescita integrale della persona?». Siamo ancora alla parcellizzazione degli interventi offerti dai vari esperti? E dire che una buona azione pedagogica potrebbe potenzialmente prevenire sia il disagio sia rispondere ai Bisogni Educativi Speciali. Se tale azione educativa concertata non la si realizza nelle aule e fra le mure domestiche, dove va attuata? Si parla di emergenza e povertà educativa, ma cosa si fa per sostenere il diffondersi dell’importanza di un neopensiero educante al servizio delle nuove generazioni? Si è spostata l’azione pedagogica, che faceva il buon maestro e il team dei docenti, verso la mera sottoscrizione procedurale del patto di corresponsabilità scuola-famiglie, che altro non è che un’enunciazione di regole standardizzate da rispettare. Ciò ha per caso inciso sul modo di costruire un clima sereno e collaborativo in seno alla classe? Assolutamente no, tutt’altro. L’avere regolamentato con una serie infinita di procedure ha di fatto sia deresponsabilizzato il singolo docente, sia circoscritto la sua azione pedagogica: l’alibi è dato dall’avere già firmato un patto scritto, come se ciò corrispondesse in modo inequivocabile all’assunzione di responsabilità soggettiva. Ho già scritto, per latro, dell’importanza del dover co-costruire con la classe il patto pedagogico. Credo sia ora di interrompere il continuare a dover sottostare a rigidi protocolli, alla cui applicazione ogni Dirigente Scolastico tiene molto; occorre uscire dal limbo rassicurante della procedura e assumersi il rischio di operare con i ragazzi in un’area di confine, in quella zona ibrida ove è possibile agire con il nostro pieno spirito umano: e qui sottolineo che talvolta il Dirigente Scolastico stabilisce regole valide per altri, ma in deroga per se stesso; la stessa cosa vale per il docente, il quale impone agli alunni regole che valgono per tutta la classe, eccezion fatta che per il docente stesso. Ciò afferisce a una cultura del potere che a tutt’oggi si respira nella quotidianità scolastica. Anche i protocolli, così preziosi nell’area della Sanità, si devono adattare ai singoli malati-ricoverati e l’insegnante, al pari del medico, deve operare secondo scienza e coscienza. Infatti, il medico, a fronte di una precisa situazione patologica, deve seguire un protocollo terapeutico, ma, al contempo, valutare clinicamente anche l’effetto della terapia con quel ben preciso paziente. Orbene, il docente deve saper guardare in faccia l’alunno e decidere il da farsi per valorizzare chi ha di fronte, per far fiorire ciò che è racchiuso in ogni studente, ad esempio la passione per la conoscenza. Per fare ciò è assolutamente necessario guardare, osservare e ascoltare l’alunno, a maggior ragione se ha dei Bisogni Educativi Speciali: è solo in questo modo che l’insegnante potrà assumere la duplice veste di educatore e ricercatore. Non è facile, ma grazie alla responsabilità dell’educatore e allo sguardo positivo del ricercatore, nonché all’agire sinergico, essenziale nell’area pedagogica, si potranno ottenere risultati tangibili. Bisogna tornare a pensare con la mente e con il cuore: la passione, al pari del desiderio, è un affare di cuore e l’affascinare ed essere affascinati da un prof è pure un affare di cuore. Mi chiedo dunque: come stiamo facendo vivere la componente emotiva, durante le ore di lezione didattica, ai nostri alunni? Vi è una risonanza emotiva? Si stanno provando delle vibrazioni oppure tutto è sotto il controllo del lume della ragione, complice il distanziamento e il PC? Nella scuola del PECUP (Profilo Educativo, Culturale e Professionale) e delle Competenze in Uscita, ciò che serve è il prodotto e la performance misurabile; i progressi contano relativamente. Ma se nego ciò, come faccio a valutare uno studente con disabilità che segue un PEI e a maggior ragione se trattasi di un PEI Differenziato? Una collega di italiano di lungo corso, a fronte del mio argomentare («Scusa, ma l’alunna è una persona solare, sorridente, desiderosa di fare, di aiutare i suoi compagni e lo fa bene, è disponibile nel collaborare con noi adulti nelle più variegate attività didattiche. A me pare semplicemente encomiabile il suo comportamento e ciò che sa concretamente fare. Come pensi possiamo premiarla?»), mi risponde laconicamente: «Ma Giovanni, oggi sono importanti le competenze» e io di rimando: «Appunto, proprio questo volevo sostenere. La nostra alunna ha dimostrato di essere in possesso di evidenti doti, chiare competenze emotivo-relazionali e di comunicazione sociale, come possiamo riconoscergliele?». E lei: «Macché riconoscimenti, servono competenze disciplinari». Sono basito… Come insegnante specializzato non mi sono mai limitato a fare il facilitatore degli apprendimenti (lo dovrebbe essere in primis il docente curricolare) del “mio” alunno disabile, ho espletato costantemente il ruolo di coach, di educatore e di orientatore, nonché di ricercatore. Le precarie condizioni di questi tempi e le palesi lacerazioni che stanno attraversando l’inclusione scolastica non mi fanno demordere nel dare il buon esempio che dovrebbe essere la prima qualità del nostro essere docenti e formatori. La passione emotiva non serve più? E come pensiamo allora di poter far vivere ai nostri alunni, in veste di cittadini, l’importante tematica dell’educazione civica? Con un bel progetto interdisciplinare avente un mero carattere tecnico? E come riusciremo ad affrontare tematiche quali fake news, sexting, netiquette, ovvero la grossa tematica dell’educazione digitale, se non ricordiamo ai nostri studenti che si agisce coniugando mente e cuore? E concludo con le parole di uno studente adolescente appartenente allo spettro dell’autismo allorquando, rivolgendomi a lui, alla presenza di un altro collega di sostegno, gli dissi: «Luca, è dura la vita?», e lui, facendo trascorrere cinque preziosi secondi, mi rispose: «Sì, è dura, prof. Giovanni», e inspirando profondamente aggiunse: «Ma è bella». È da allora che mi chiedo quotidianamente: «Come posso concorrere a rendere bella la vita dei miei alunni?». Vibrando emotivamente con loro. FONTE SULPANARO.NET

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GIORNALINO ASSOCIAZIONE DIVERSABILI PENISOLA SORRENTINA DELLA DOTT. ROSA DE MARTINO Non vedente esce di casa e viene travolto da un monopattino

5 Dicembre 2020, 11:25am

Pubblicato da Miki Pappacoda

Mariano Comense, ragazzo di 17 anni sul monopattino elettrico investito da  un'auto: è grave

INSERITO DA MICHELE PAPPACODA Non vedente esce di casa e viene travolto da un monopattino FIRENZE. “Sono uscito di casa e un monopattino mi è venuto addosso. Per fortuna l’istinto mi ha portato a fare un passo indietro, altrimenti sarei stato travolto. L’investitore mi ha buttato a terra il bastone ed è fuggito via. Purtroppo in quel momento non c’era nessuno”. È il racconto di Giulio Paternò, non vedente. “Per fortuna non ho subito gravi conseguenze, solo un leggero choc. Voglio però raccontare la mia disavventura per porre l’accento sulla pericolosità di certi mezzi, che si sentono padroni pure dei marciapiedi. Occorre una regolamentazione, prima che qualcuno si faccia male sul serio”. Il piccolo incidente, come riporta una nota dell'Unione ciechi di Firenze, è successo sabato scorso, alle 10, in via Monteverdi. “Stavo uscendo di casa, col bastone in avanti, come sempre. All’improvviso, un gran botto”, racconta Paternò. “Quanto accaduto pone ancora una volta all’attenzione il tema di questi mezzi ecologici, che dovrebbero essere regolamentati”, afferma Niccolò Zeppi, presidente UICI Firenze. Proprio la prossima settimana l’UICI avrà un incontro in Comune sul tema della mobilità. “Ci vogliono maggiori controlli e poi bisogna pensare ad un sistema di tracciabilità di questi mezzi. Non sarebbe male anche l’obbligo di assicurazione, così magari eviteremmo fughe a gambe levate da parte dei responsabili dei sinistri - continua Zeppi - Noi capiamo la necessità di utilizzare mezzi alternativi, ma questo non deve certo andare a scapito della sicurezza, in particolare degli utenti più deboli quali siamo noi. Quante volte, sui marciapiedi, veniamo urtati dalle biciclette… Con l’arrivo dei monopattini, poi, che sfrecciano a velocità elevata, il problema si è acuito enormemente”. L’UICI della capitale ha anche lanciato una petizione su change.org in cui i monopattini vengono definiti “mine vaganti”. L’Unione chiede un sistema di rumore artificiale Avas (Audible vehicle alert system) in modo che il mezzo in movimento venga sempre e comunque segnalato, ma anche una chiara identificazione dei luoghi in cui lasciare questi mezzi, che altrimenti vengono abbandonati in modo indiscriminato, e l’adozione di un sistema Gps che regoli automaticamente la velocità del mezzo a 6 km orari, allorché gli stessi transitino nei centri storici o in zone particolarmente affollate. “Non dimentichiamoci che a Firenze sta anche per sbarcare una flotta di monopattini elettrici a noleggio - ricorda Zeppi - Benissimo la mobilità sostenibile, ma facciamo anche in modo che nessun pedone si faccia del male”. 055 Firenze del 03/12/2020

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GIORNALINO ASSOCIAZIONE DIVERSABILI PENISOLA SORRENTINA DELLA DOTT. ROSA DE MARTINO La Cina ha 8 milioni di non vedenti, ma solo 200 cani guida:

5 Dicembre 2020, 10:45am

Pubblicato da Miki Pappacoda

inserito da Michele Pappacoda La Cina ha 8 milioni di non vedenti, ma solo 200 cani guida: e c’è una ragione Infinity News del 03/12/2020 La Cina conta 8 milioni di persone non vedenti, ma solo 200 cani guida. Le città popolose, i percorsi non adattati, le poche scuole di formazione e la stessa popolazione sono ostacoli all’esistenza di questi compagni a quattro zampe (e veri aiutanti). Ma la scarsità di cani guida è ancora più nota se si considera il gran numero di persone che potrebbero beneficiare del loro aiuto. L’Associazione cinese dei ciechi stima che la popolazione non vedente sia di oltre 17 milioni. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), otto milioni di cinesi sono completamente ciechi. Camminare per le città cinesi può essere un compito complicato per loro, tanto da scoraggiarli dall’uscire di casa. Strade con diversi percorsi, numerose strisce pedonali e tunnel fanno sentire ai non vedenti una “paura costante” di spostarsi nelle città. A Pechino, ad esempio, non tutti gli attraversamenti pedonali hanno segnali stradali udibili per i non vedenti e, anche quando sono installate strutture di accessibilità, a volte non servono al loro scopo. La cattiva manutenzione delle strade è un altro pericolo, con diverse coperture igienico-sanitarie da sottrarre per essere poi vendute come rottame. Qualche ostacolo di troppo In Cina ci sono anche pochissime scuole di addestramento per cani guida. Fondato nel 2006, il centro di addestramento per cani guida di Dalian è stato il primo del suo genere nel Paese, ma strutture simili esistevano già in tutto il mondo. In effetti, la prima scuola di cani guida al mondo è stata fondata durante la Prima Guerra Mondiale in Germania. Attualmente, questo centro ha 100 cani in diverse fasi di addestramento. Gli animali – principalmente Golden Retriever e Labrador, per la loro natura amichevole – vengono inviati in famiglie affidatarie per un anno per imparare a convivere con gli umani, prima di tornare al centro per un altro anno di formazione professionale. È un processo lungo e rigoroso. La mancanza di fondi è un ostacolo importante per le scuole di cani guida cinesi. In quanto organizzazione senza scopo di lucro, il centro di Dalian fornisce gratuitamente cani guida ai richiedenti, ma ogni animale costa circa 200.000 yuan (30.353 dollari) per l’addestramento. Un altro ostacolo è la popolazione stessa, anche se negli ultimi anni ha mostrato maggiore apertura. I cani sono ammessi su tassametro, autobus e treni, soprattutto nelle città di alto livello come Pechino, Shanghai e Shenzhen. Tuttavia, ci sono città cinesi che hanno ancora molta strada da fare. Ci sono anche molti hotel che ancora non accettano cani guida che viaggiano in aereo e questi animali possono essere un vero incubo burocratico. Anche se il cane ha un permesso di lavoro valido e un certificato di vaccinazione appropriato, molte compagnie aeree richiedono un certificato sanitario separato, spesso difficile da ottenere. di Federica Vitale

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