Overblog Tutti i blog Blog migliori Lifestyle
Segui questo blog Administration + Create my blog
MENU
Giornale Vettica di Amalfi Online Velasca Vimercate News nel Mondo www.mikivettica.over-blog.it

giornalino associazione diversabili penisola sorrentina della dott.rosa de martino

GIORNALINO ASSOCIAZIONE DIVERSABILI PENISOLA SORRENTINA DELLA DOTT.ROSA DE MARTINO Una risposta flessibile ai bisogni di assistenza

23 Gennaio 2017, 11:30am

Pubblicato da Giornale Vettica di Amalfi Online www.mikivettica.net

INSERITO DA MICHELE PAPPACODA Si tratta del Progetto “Badando”, modello di intervento innovativo attuato nel Bolognese da ASC InSieme (Azienda Speciale per la gestione di servizi sociali dell’Unione Comuni Valli del Reno Lavino e Samoggia), nato appunto come esempio di risposta flessibile, che cerca di conciliare i bisogni di assistenza espressi dalle famiglie moderne – sempre più gravate da molteplici e simultanee responsabilità di cura – quelli di qualificazione dei servizi propri dell’Ente Pubblico e quelli di garanzia, continuità e tutela del lavoro richiesti dai caregiver familiari. Vediamo in che cosa consiste

Ombre bianche di persona con disabilità e di assistente che la spinge

Non esiste un dato ufficiale su quanti siano oggi i caregiver familiari (assistenti di cura familiari) presenti in Italia. Soltanto un’indagine dell’ISTAT nel 2011 aveva fornito informazioni precise, contandone circa 3 milioni e 300.000, per lo più donne in età compresa tra 45 e 55 anni, che spesso svolgono anche un lavoro fuori casa, pur avendo, nel 60% dei casi, abbandonato la propria attività, per dedicarsi a tempo pieno (in media 7 ore al giorno di assistenza diretta e 11 ore di sorveglianza) alla cura del familiare non più autonomo. Ma esistono anche tanti caregiver anziani, loro stessi malati, e caregiver molto giovani (tra i 15 e 16 anni) costretti a conciliare scuola e cura, che spesso gestiscono da soli il carico assistenziale con un altissimo rischio di isolamento emotivo e sociale.
È difficile effettuare stime altrettanto realistiche per il caregiving professionale svolto dalle assistenti familiari (o badanti) a causa di variabili (come il lavoro nero) impossibili da osservare. Nel 2011, sempre secondo i dati dell’ISTAT, erano un milione e 600.000, impegnate in 2 milioni e 412.000 famiglie italiane.
Questo quadro, in termini economici, rappresenta un valore incommensurabile come risorsa nel sistema di welfare. I conti pubblici, infatti, traggono un indubbio vantaggio da questa mole di lavoro non retribuito o pagato direttamente dai privati; le famiglie e i singoli, però, ne subiscono pesanti conseguenze, in forma di impoverimento (non solo economico), ma anche di salute, di stress e di perdita di opportunità non solo lavorative.

Sin dalla sua costituzione, nel 2010, ASC InSieme – Azienda Speciale per la gestione di servizi sociali dell’Unione Comuni Valli del Reno Lavino e Samoggia, in provincia di Bologna – ha sempre dedicato particolare attenzione alle politiche per la non autosufficienza, se è vero che dei circa 15 milioni di euro di bilancio dell’Azienda, oltre un quarto – senza considerare i costi del personale dipendente – viene impiegato per servizi rivolti alla popolazione anziana e alle persone con disabilità.
In particolare, i servizi, progetti e interventi destinati alle persone anziane sono orientati, da un lato, a favorire la prevenzione della condizione di non autosufficienza, dall’altro, a garantire la domiciliarità oppure, ove impossibile, il ricovero in strutture adeguate, nella logica di costruire un sistema in grado di rispondere adeguatamente all’invecchiamento della popolazione.
Chiaramente, però, il problema non è la persona anziana in quanto tale, bensì la criticità che emerge quando il peggioramento dello stato di salute comporta il passaggio dalla condizione di autonomia a quella di non autosufficienza. Ed è in questa fase che è fondamentale potersi orientare all’interno della rete dei servizi.

Con nove Sportelli Sociali per il primo accesso, dislocati sull’intero Distretto del Reno, Lavino e Samoggia, e otto assistenti sociali impegnate esclusivamente nell’area anziani, ASC InSieme rappresenta il riferimento principale delle famiglie in difficoltà, rispetto alle quali sta radicalmente cambiando il ruolo stesso dell’assistente sociale che, accanto alle competenze valutative, deve sviluppare sempre più quelle di case manager, figura in grado, cioè, di predisporre un progetto di aiuto personalizzato, che integri l’offerta di servizi pubblici tradizionali con quella di possibili risposte innovative.
Una di queste risposte, elaborate dall’Azienda nel 2011, è il progetto denominato Badando, modello di intervento innovativo, che ha riscontrato significativi apprezzamenti non solo in altri territori, ma anche da parte della Regione Emilia Romagna.
Badando nasce come esempio di risposta flessibile che cerca di conciliare i bisogni di assistenza espressi dalle famiglie moderne (sempre più gravate da molteplici e simultanee responsabilità di cura), quelli di qualificazione dei servizi propri dell’Ente Pubblico, quelli di garanzia, continuità e tutela del lavoro richiesti dalle assistenti familiari.
Nella sua prima versione, il progetto rispondeva al bisogno delle famiglie di trovare un supporto al lavoro di cura nei confronti dell’anziano non autosufficiente, fornendo loro un servizio di assistenza nelle operazioni di stipula del contratto con la “badante”, attraverso il convenzionamento con alcune società di servizi (CAAF). Dopo poco tempo, però, Badando si è evoluto, per poter rispondere alla necessità delle famiglie di reperire una badante per brevi periodi e includendo la possibilità di fruire di “pacchetti” di assistenza per il tramite di agenzie interinali.

Le azioni previste si possono così riassumere: realizzazione di  percorsi formativi e creazione di un albo delle assistenti familiari; aiuto alle famiglie nella scelta della badante; individuazione di più associazioni di categoria che possano seguire l’utente nell’attivazione e gestione del rapporto di lavoro; monitoraggio del lavoro e dell’assistenza prestata; pacchetti di assistenza per brevi periodi resi da badanti tramite agenzie di lavoro interinali selezionate; supporto alle assistenti familiari attraverso uno sportello dedicato.
Nella sua ultima versione, Badando 3.0, avviato nel settembre dello scorso anno, ha allargato lo sguardo anche al sostegno al caregiver familiare, riconoscendogli una competenza che merita supporto e formazione al pari di quella riservata ai caregiver professionali.

Nel suo complesso, dunque, il progetto, oggi, favorisce la domiciliarità degli anziani, aumenta la qualificazione del lavoro di cura delle assistenti familiari private, mette a sistema l’assistenza familiare privata, integrandola nei servizi comunali e facilitando l’emersione del lavoro nero delle “badanti”, sostiene il caregiving familiare. Tutti risultati, questi, che derivano dalla capacità del progetto di coniugare risorse del sistema pubblico con quelle dell’out of pocket [“spese di tasca propria”, N.d.R.] delle famiglie, in una rete di collaborazioni tra pubblico, privato e famiglie stesse.

Cira Solimene dirige ASC InSieme; Michele Peri ne è vicedirettore e responsabile dell’Area Anziani e Disabilità.

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: segreteria@ascinsieme.it.

Oggi ti narro di me
Sempre nell’àmbito dei vari eventi in favore dei caregiver, promossi da ASC InSieme, è certamente degno di nota quello di domani, giovedì 19 gennaio (ore 16.30-19), presso la Casa della Conoscenza di Casalecchio di Reno (Bologna), intitolato Oggi ti narro di me. Esperienze e testimonianze di chi vive l’Alzheimer.
Si tratterà di un confronto informale e partecipato, voluto per introdurre i partecipanti alla comprensione del valore della narrazione, quale strumento di costruzione ed elaborazione del percorso assistenziale. Dal canto loro, i professionisti che interverranno potranno trasmettere nozioni, consigli e informazioni utili ai caregiver familiari, mentre questi ultimi, raccontando le loro storie, potranno condividere problemi ed eventuali soluzioni, aiutando il sistema ad erogare interventi sempre più efficaci.
Moderato da Cira Solimene, che dirige l’Azienda ASC InSieme, l’incontro sarà aperto dalla sessione intitolata Scrivere per Ri-vivere, centrata sul tema della narrazione come opportunità di elaborazione della malattia. È prevista in tal senso un’intervista a Sara Briani, autrice del libro Libera di volare, a cura di Federica Trenti e Ilaria Turrini, con la lettura di alcuni brani del libro stesso.
Successivamente è in programma Parliamo dell’Alzheimer (L’esordio della malattia e la diagnosi, l’inversione del ruolo con la figura parentale: da figlio/a a genitore e la prosecuzione del cammino), con la partecipazione, insieme alla citata Sara Briani, di Marie Christine Melon e Laura Annella, psicologhe della Cooperativa CADIAI di Bologna e Marisa Mattioli, coordinatrice dell’Area Anziani di ASC InSieme.
Concluderà la giornata uno spazio aperto di ascolto di cui saranno protagonisti i/le caregiver. (S.B.)

di Cira Solimene e Michele Peri SUPERANDO

Leggi i commenti

GIORNALINO ASSOCIAZIONE DIVERSABILI PENISOLA SORRENTINA DELLA DOTT. ROSA DE MARTINO INPS: I nuovi importi per pensioni, assegni ed indennità 2017

21 Gennaio 2017, 14:25pm

Pubblicato da Giornale Vettica di Amalfi Online www.mikivettica.net

GIORNALINO ASSOCIAZIONE DIVERSABILI PENISOLA SORRENTINA DELLA DOTT. ROSA DE MARTINO INPS: I nuovi importi per pensioni, assegni ed indennità 2017

INSERITO DA MORENA MOTTA Ogni anno l’INPS ricalcola, in base all’inflazione ed il costo della vita, gli importi per le pensioni, gli assegni e le indennità che vengono erogati agli invalidi civili, non vedenti e disabili uditivi. Come si può vedere dalla tabella, questi cambiamenti per il 2017 sono praticamente nulli. Questo perché il Ministro dell’economia e della finanza insieme al Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, ha determinato nello 0,0% l’incremento automatico da attribuire alle pensioni e ai limiti di reddito sia per 2016 che, per il momento, per il 2017. Le indennità vengono invece aumentate dell’1,37%.

FONTE di Simone Basten FONDAZIONE SERONO

Leggi i commenti

GIORNALINO ASSOCIAZIONE DIVERSABILI PENISOLA SORRENTINA DELLA DOTT. ROSA DE MARTINO Campania, ecco i primi 42 comuni che avranno le giostrine per disabili

21 Gennaio 2017, 14:18pm

Pubblicato da Giornale Vettica di Amalfi Online www.mikivettica.net

GIORNALINO ASSOCIAZIONE DIVERSABILI PENISOLA SORRENTINA DELLA DOTT. ROSA DE MARTINO Campania, ecco i primi 42 comuni che avranno le giostrine per disabili

INSERITO DA MICHELE PAPPACODA Ecco i primi 42 comuni che avranno le giostrine per disabili. Cl Psi DV. Una conquista di civiltà. Al lavoro per finanziare tutte le domande dichiarate ammissibili. “Nel prossimo burc saranno pubblicati gli elenchi dei comuni che hanno richiesto il contributo per l’installazione di giostrine per disabili e, nelle prossime settimane, 42, tra ville comunali e aree verdi, potranno essere vissute a pieno anche dai bambini che hanno problemi e non possono usare le giostrine tradizionali”.

A darne notizia il presidente del gruppo consiliare Campania libera, Psi e Davvero Verdi, Francesco Emilio Borrelli, che ha chiesto e ottenuto di inserire nelle finanziarie approvate nel 2015 e nel 2016 “un contributo ai Comuni per permettere l’installazione delle giostrine per disabili”.

“E’ una conquista di civiltà che mette la Campania all’avanguardia in Italia perché sono davvero pochi i comuni che sono sensibili al tema delle giostrine per disabili e la nostra regione sarà la prima ad avere tanti aree gioco attrezzate anche per i bambini disabili” ha concluso Borrelli aggiungendo che “siamo già al lavoro affinché vengano finanziati anche i Comuni che non sono rientrati nei primi beneficiari pur se la loro domanda è stata giudicata ammissible” e ringraziando “l’assessore alle politiche sociali, Lucia Fortini, per aver seguito passo passo tutto l’iter fino all’approvazione della graduatoria che permetterà la concessione dei contributi e l’installazione delle giostrine”.

  • Conza della Campania
  • Calvi
  • Montemarano
  • San Nazzaro
  • Marcianise
  • Battipaglia
  • Durazzano
  • Giffoni Sei Casali
  • Ottaviano
  • Buonalbergo
  • Altavilla Silentina
  • Portico di Caserta
  • Massa di Somma
  • Roccapiemonte
  • Dugenta
  • Recale
  • Monte Miletto
  • Sala Consilina
  • Camigliano
  • Mugnano
  • Casal di Principe
  • Santa Maria Capua Vetere
  • Agerola
  • Sapri
  • Atena Lucana
  • Antilia
  • Lacedonia
  • Baronissi
  • Ascea
  • Sassano
  • Castel Morrone
  • Cannalonga
  • Paternopoli

FONTE LA REPUBBLICA

Leggi i commenti

GIORNALINO ASSOCIAZIONE DIVERSABILI PENISOLA SORRENTINA DELLA DOTT. ROSA DE MARTINO Gabriella Bertini, quella donna in Fiat 500 che difendeva i diritti

20 Gennaio 2017, 10:49am

Pubblicato da Giornale Vettica di Amalfi Online www.mikivettica.net

GIORNALINO ASSOCIAZIONE DIVERSABILI PENISOLA SORRENTINA DELLA DOTT. ROSA DE MARTINO Gabriella Bertini, quella donna in Fiat 500 che difendeva i diritti

INSERITO DA MICHELE PAPPACODA «La Fiat 500 di Gabriella Bertini – scrive Stefania Delendati – è poco conosciuta, come del resto pochi conoscono la sua autista, eppure è un pezzo di storia del nostro Paese, che ha molto da dirci su come eravamo, quanta strada abbiamo percorso e quanto ancora dobbiamo rimboccarci le maniche». Insieme a Delendati, dunque, ripercorriamo la storia di questa coraggiosa donna con disabilità, scomparsa nel 2015, che tante lotte condusse, in anni difficili, in favore dei diritti delle persone con disabilità

 

Ci sono automobili che hanno segnato un’epoca, alcune rese celebri del cinema, altre di lusso, altre ancora legate a fatti di cronaca. La Fiat 500 di Gabriella Bertini è poco conosciuta, come del resto pochi conoscono la sua coraggiosa autista, eppure è un pezzo di storia del nostro Paese, che ha molto da dirci su come eravamo, quanta strada abbiamo percorso e quanto ancora dobbiamo rimboccarci le maniche.

La Fiat 500 di Gabriella Bertini è stata tra le prime autovetture in Italia adattate con comandi manuali, l’unica ancora presente al mondo risalente a quel tempo. Gabriella la comprò nel 1965, contro il parere dei familiari. Aveva 25 anni, era una ragazza bella come il sole, un sorriso e una faccia da cinema con lunghi capelli scuri che la facevano somigliare a Pocahontas.
Erano anni ruggenti per giovani impegnati nella politica e nella società, anni di lotte per i diritti, anche per i diritti delle donne. Solo che Gabriella quelle battaglie doveva combatterle su più fronti, perché lei era giovane, era donna ed era anche una persona con disabilità che pretendeva cure adeguate, indipendenza, dignità per sé e per gli altri cittadini disabili.
Era in sedia a rotelle dal 1953 quando, appena tredicenne, un’infezione al midollo, o forse una trombosi spinale, l’aveva resa paraplegica. Non che sino a quel momento la sua vita fosse stata una passeggiata, anzi. Nativa di Dicomano, in provincia di Firenze, ultima di tre fratelli, durante la guerra aveva perso il papà ufficiale di Marina. Insomma, imparò presto a tirare fuori la determinazione davanti a prove difficili.
A 18 anni divenne la segretaria del professor Adriano Milani, direttore del Centro di Riabilitazione per Bambini con Spasticità della Croce Rossa Italiana del capoluogo toscano. Frequentava Barbiana, il borgo sulle colline fiorentine dove don Lorenzo Milani, fratello del professore, sperimentava un modo nuovo di fare scuola, accogliendo tutti e aiutando i ragazzi, per diversi motivi, più svantaggiati.

Provava, Gabriella, a costruirsi un futuro attivo, in un’Italia che alle persone come lei offriva ospizi e pietà. La paraplegia era ritenuta infatti una condizione senza vie d’uscita, non esistevano reparti specializzati e le complicanze dell’immobilità accorciavano l’aspettativa di vita. Ma Gabriella non era tipo facile alla resa. Acuta e intelligente, si documentava e come una spugna assorbiva insegnamenti, rivendicando con testardaggine diritti che oggi appaiono (quasi) scontati, ma che allora non lo erano affatto. Come avere una sedia a rotelle.
Lei ottenne la prima dopo una visita al Niguarda di Milano. Era l’anno d’inizio del lavoro alla Croce Rossa, l’ausilio le serviva per essere più autonoma. Voleva la fisioterapia, ma anche l’ambiente ospedaliero respingeva i disabili, alcuni infermieri si rifiutavano perfino di toccare una donna in carrozzina. La consideravano niente, oppure una strafottente, mai una persona.
Per contrasto, erano “cronache marziane” i racconti del professor Milani che le parlava dell’Inghilterra e della Germania, dove chi aveva una lesione spinale non se ne stava a “vegetare”, ma poteva praticare sport, ricevere assistenza e terapie particolari, in grado di recuperare le potenzialità residue.
C’era un ospedale inglese, in particolare, a cui si ispiravano: Stoke Mandeville. «Vedere come curavano e riabilitavano persone con lesione al midollo spinale fu una cosa meravigliosa e capii subito che le stesse cose sarebbero dovute avvenire anche in Italia. Il programma del centro inglese era una realtà che dava speranza, faceva tornare la gioia di vivere, di muoversi, studiare, lottare», disse Gabriella dopo averlo visitato.

Erano i primi Anni Settanta, tanti cambiamenti erano sopraggiunti. La Fiat 500 e la patente, prima di tutto. Ormai Gabriella raggiungeva il posto di lavoro da sola, non doveva più aspettare il pulmino. Non solo, poteva organizzare incontri e riunioni con i genitori, per rendersi conto delle loro difficoltà quotidiane, bussava agli uffici dei politici. Cominciavano a conoscerla, merito anche di una foto in cui sorridente sbucava dal finestrino dell’auto, un’immagine divenuta un’icona che l’ha fatta conoscere alle generazioni successive.
Accanto a lei, Giuseppe Banchi, per tutti Beppe, compagno di vita e di lotte. Poi arrivò il figlio Adi. Abitavano in una grande vecchia villa con un terreno adiacente, proprietà occupata, in perfetto stile Anni Sessanta, scelta perché priva di barriere architettoniche e trasformata in una comunità di amici un po’ hippy. Lavoravano la terra, parlavano, collaboravano come una famiglia allargata aperta a tutti, disabili e non, senza distinzioni.
Tanta gente andava e veniva dalla casa di Gabriella e Beppe, tutti avevano in comune ideali di libertà. Avevano compiuto passi da gigante: a partire dal 1960 a Barbiana, una volta alla settimana, le persone mielolese potevano effettuare sedute di fisioterapia; nel giro di una decina d’anni, con il contributo di Gabriella, quelle stesse persone si riunirono nei primi gruppi organizzati di cittadini con disabilità. Insieme potevano farcela, e ne ebbero un assaggio appena dopo il ’68. Era stata infatti emanata la normativa sul collocamento lavorativo delle persone con disabilità (la Legge 482/68), cosicché Gabriella e i suoi compagni occuparono a lungo Piazza della Signoria a Firenze, per far rispettare la norma, portando all’assunzione di trecento persone con disabilità.

 

Era iniziato il periodo delle manifestazioni pacifiche, ed è ancora una volta una foto passata alla storia a trasmetterci la forza di Gabriella. Lei seduta sulla sedia a rotelle mentre lavora a maglia; accanto, appoggiato a una cancellata, un cartello con la scritta, in inglese, «i nostri corpi ci appartengono», per denunciare l’abitudine di considerare la disabilità uno status che annulla l’essere umano e il suo diritto di decidere per sé.
Autorappresentazione e autodeterminazione, due parole nuove si facevano strada, mentre Gabriella metteva in versi pensieri e speranze. Era anche poetessa, infatti, un’attività intensa che la impegnò per una trentina d’anni, sfociando nella pubblicazione di libri che riscossero unanimi consensi.

Le lotte continue, però, finirono per debilitarla. Nel 1971 volò a Stoke Mandeville, a curarsi nella clinica di cui le aveva parlato il professor Milani. Dal canto suo, Beppe abbandonò il lavoro da ingegnere per seguire la sua Gabriella e insieme divennero “inviati speciali” per conto degli italiani con disabilità. Ascoltarono le testimonianze di operatori e pazienti, raccogliendo una vasta documentazione video e fotografica sul “modello Stoke Mandeville”, decisi ad importarlo nel nostro Paese.
Qui da noi era sufficiente una lesione cutanea trattata con superficialità per morire, in Inghilterra i paraplegici avevano piscine, laboratori occupazionali, palestre. Gabriella e Beppe rientrarono nel 1972, mantenendo però un solido filo diretto con il dottor Jack Walsh, direttore della clinica inglese. Nel frattempo costituirono un Comitato per la Riabilitazione, per fare pressione sulla Regione Toscana, ai fini dell’apertura di un’Unità Spinale presso l’Ospedale Careggi di Firenze.
Il dottor Walsh era sempre al loro fianco, disponibile a tenere conferenze con medici, infermieri, fisioterapisti e politici, per stimolare un cambiamento di mentalità. Nel 1978 avviò in via sperimentale il Reparto Paraplegici, al settimo piano del CTO, che per tutti divenne il “7° Paraplegici”, un progetto avveniristico per gli standard italiani, che necessitava di personale adeguatamente formato. Il primario era il professor Mizzau, un medico illuminato che dialogava con le Associazioni, prima fra tutte la Toscana Paraplegici, e mandava i suoi pochi infermieri a fare tirocinio a Stoke Mandeville; al ritorno dall’estero, a loro volta formavano i colleghi durante incontri ai quali partecipavano anche i pazienti. Ma era una lotta continua per scongiurare il pericolo di chiusura, il personale era scarso e i posti letto insufficienti.

Nel ’79 nuovi problemi di salute costrinsero Gabriella al ricovero in Germania, nel Centro per Lesioni Midollari di Heidelberg. Quei mesi lontano da casa la spinsero ancor più a dedicare tutta se stessa a rendere concreto il diritto alla cura. Un quarto dei pazienti proveniva dall’Italia, disabili “privilegiati”, perché erano riusciti ad “emigrare” per trovare terapie consone, ma comunque il segnale di quanto grave fosse la situazione dal punto di vista sanitario e riabilitativo per le persone mielolese italiane. E coloro che non potevano permettersi di andare all’estero, quale amaro destino avrebbero trovato?
Gabriella prese a cuore soprattutto un bambino romano di 8 anni, portato in Germania per guarire le piaghe da decubito. Gli rimase accanto, e con l’aiuto di un altro italiano ricoverato, Giuseppe Guerrieri, comunicò al direttore dell’ospedale, professor Paeslack, una decisione irremovibile: al ritorno in Italia avrebbe iniziato uno sciopero della fame, per chiedere l’apertura di un centro attrezzato non più sperimentale. Per la mentalità teutonica era scandaloso che si dovesse ricorrere a una forma di protesta così estrema per un diritto, come quello alla salute, che dovrebbe essere inalienabile. Il medico decise, malgrado qualche perplessità, di appoggiare la sua paziente ribelle, facendo da intermediario con i politici italiani.
Il 18 novembre 1979 Gabriella cominciò a digiunare, formulando precise richieste alla Regione e al Ministero della Sanità. Il professor Paeslack la monitorava, poiché quello sciopero non era privo di rischi per il suo fisico, ma la tenacia della giovane donna colpì altre persone con paraplegia, che si unirono alla lotta pacifica. Uno sciopero della fame attuato “da handicappati” – come venivano chiamati allora – fece riflettere e discutere il Paese intero. A Roma, nelle stanze del potere, arrivavano telegrammi di denuncia; la stampa ne parlava, Medicina Democratica e testate come «Lotta Continua» e «il Manifesto» pubblicavano articoli.
Prima di allora, nessuno in Italia sapeva che potessero esistere cliniche specializzate per disabili, non si conosceva il numero dei connazionali ricoverati all’estero, soprattutto nessuno era al corrente delle condizioni spesso disperate in cui arrivavano negli ospedali oltre confine.
Lo sciopero della fame durò quattro giorni, al termine dei quali giunse l’impegno concreto di Regione, CTO e Ministero della Sanità di creare – sotto la direzione del dottor Giulio Del Popolo – una divisione autonoma ampliabile per lesioni al midollo spinale presso il nosocomio di Careggi a Firenze.
Già, ampliabile, solo che per aumentare i posti letto fu necessario risalire sulle barricate. Nell’86, infatti, Gabriella e altri amici paraplegici occuparono per tre giorni il palazzo della Regione Toscana. Lei, ormai una “donna-simbolo”, ma non per questo disposta ad adagiarsi, si sedette sulle scale e lanciò la sua carrozzina come gesto di dissenso. L’anno dopo, finalmente, venne firmato l’accordo per la realizzazione dell’Unità Spinale di Firenze, la prima in Italia.

Gabriella Bertini

Una bella foto giovanile di Gabriella Bertini

Gabriella era solita dire che «ribellarsi è giusto, organizzarsi è fondamentale». Le sue proteste, anche le più forti, cercavano sempre il confronto, sapeva infatti l’importanza della comunicazione e dell’informazione, anche tra gli addetti ai lavori, e dall’inizio degli Anni Ottanta promosse vari congressi, invitando medici e chirurghi esperti in para-tetraplegia.
Non risparmiava parole dure per muovere le coscienze, ma lasciava aperta la porta del dialogo. Se l’Unità Spinale è stata il suo più grande successo, non vanno dimenticate le altre campagne di sensibilizzazione che la videro protagonista: barriere architettoniche, lavoro, vita indipendente.
Contribuì alla nascita del CIVIC (Centro Internazionale Vacanza e Incontri Culturali) sull’handicap a Marina di Grosseto, e fu tra le fondatrici di Medicina Democratica, movimento di lotta per la salute attivo soprattutto nell’ambito della sicurezza sul lavoro. Fu inoltre grazie a lei e alle testimonianze di uomini e donne paraplegici, che alla fine degli Anni Settanta si iniziò a parlare di sessualità e disabilità.

Gabriella Bertini ci ha lasciati nell’aprile del 2015 con un progetto nel cassetto: “Casa Gabriella”, una struttura adiacente al CTO di Firenze che completerebbe il percorso terapeutico, un luogo destinato al recupero e al mantenimento, in grado di accompagnare le persone con paraplegia e tetraplegia nell’arco di tutta l’esistenza, fino al naturale invecchiamento, quando è difficile trovare assistenza sanitaria specializzata nelle normali case di riposo. Con l’apertura delle Unità Spinali, infatti, la speranza di vita è molto aumentata, e quindi occorrono oggi ulteriori risposte per garantire dignità anche nelle fasi post acute, per favorire il reinserimento nel tessuto sociale e produttivo, e in età avanzata. Gabriella aveva capito prima di tutti il bisogno di una residenza dove poter soggiornare per tempi più o meno lunghi, eventualmente insieme ai familiari, per curare piaghe da decubito, fratture o altri problemi che non necessitano di ricovero in ospedale. Aveva anche individuato il luogo adatto, un terreno di proprietà dell’INAIL, a due passi dal CTO, proprio dove lei abitò per decenni. La sua scomparsa ha causato una battuta d’arresto del progetto e gli ostacoli sono quelli di sempre: tanti soggetti da mettere d’accordo, l’avvicendamento dei responsabili, le risorse che scarseggiano, senza contare che l’apertura di un nuovo reparto è vista come una spesa eccessiva in tempi di tagli alla Sanità. In tal modo, però, non si comprende che una struttura come “Casa Gabriella” porterebbe a un risparmio, perché eviterebbe degenze molto più costose in Unità Spinale (circa 480 euro al giorno; fonte: Medicina Democratica).
Ricordando questa donna speciale, i suoi amici dell’ADINA di Firenze (Associazione Difesa Diritti Persone Non Autosufficienti) e dell’ATP (Associazione Toscana Paraplegici), insieme a Beppe Banchi, stanno mettendo impegno e passione per dare corpo al sogno. In principio, non sembrava forse irreale anche l’idea di un centro specializzato in lesioni spinali? Nessuno avrebbe scommesso una lira su quella ragazza in sedia a rotelle che guidava una Fiat 500, eppure ce l’ha fatta, per se stessa e per tanti altri che verranno.

SUPERANDO

Leggi i commenti

GIORNALINO ASSOCIAZIONE DIVERSABILI PENISOLA SORRENTINA DELLA DOTT. ROSA DE MARTINO Pugno duro solo verso gli alunni con disabilità?

20 Gennaio 2017, 10:42am

Pubblicato da Giornale Vettica di Amalfi Online www.mikivettica.net

GIORNALINO ASSOCIAZIONE DIVERSABILI PENISOLA SORRENTINA DELLA DOTT. ROSA DE MARTINO Pugno duro solo verso gli alunni con disabilità?

INSERITO DA MICHELE PAPPACODA Perché quel “colpo basso” ai ragazzi con disabilità che frequentano le scuole medie, contenuto nel recente schema di Decreto sulla valutazione delle competenze degli studenti, che rischia di mettere in discussione la stessa filosofia dell’inclusione? Non sarà semplicemente un uso frettoloso del “copia e incolla”, da parte del Ministero, da correggere quanto prima? «Sarebbe infatti paradossale – sottolinea Flavio Fogarolo – che un Decreto ove si riformano gli esami, smussando varie rigidità, mostrasse il pugno duro solo verso gli alunni con disabilità!»

L’attenzione di chi si occupa di inclusione e scuola è concentrata in questi giorni sullo Schema di Decreto Legislativo recante norme per la promozione dell’inclusione scolastica degli studenti con disabilità (Atto del Governo n. 378), ovvero sull’Atto che intende riformare il sostegno, ma la sorpresa più grossa, vero “colpo basso” per i ragazzi con disabilità e le loro famiglie, si trova, a parere di chi scrive, in un altro Decreto, approvato contemporaneamente nei giorni scorsi dal Consiglio dei Ministri, e uscito anch’esso dal cilindro della Legge 107/15 della Buona Scuola.
Parlo dello Schema di Decreto sulla  valutazione (Atto di Governo n. 384Schema di Decreto Legislativo recante norme in materia di valutazione e certificazione delle competenze nel primo ciclo ed esami di Stato), che rappresenta a mio parere un grave e inaccettabile passo indietro per gli alunni con disabilità, perché toglie loro la possibilità di conseguire il diploma di licenza media sostenendo prove differenziate e introduce il concetto di equipollenza, finora valido solo nella scuola secondaria di secondo grado.
Basta confrontare il testo in vigore con quello nuovo proposto, come riportato nella tabella successiva:

Testo in vigore 
(DPR 122/09, articolo 9, comma 2)
Nuova enunciazione
(schema nuovo Decreto)
Le prove differenziate hanno valore equivalente a quelle ordinarie ai fini del superamento dell’esame e del conseguimento del diploma di licenzaLe prove differenziate, se equipollenti a quelle ordinarie, hanno valore ai fini del superamento dell’esame e del conseguimento del diploma finale
Agli alunni con disabilità che non conseguono la licenza è rilasciato un attestato di credito formativoAgli alunni con disabilità per i quali sono state predisposte dalla sottocommissione prove non equipollenti a quelle ordinarie, viene rilasciato un attestato di credito formativo

L’esame del Primo Ciclo – già Esame di Licenza Media – non attesta competenze professionali, ma la conclusione di un percorso di formazione che l’alunno con disabilità ha seguito in modo personalizzato. Non a caso, fino ad oggi, l’esame prevede prove «idonee a valutare il progresso dell’alunno in rapporto alle sue potenzialità e ai livelli di apprendimento iniziali» (DPR 122/09, articolo 9), equivalenti a quelle ordinarie ai fini del superamento del diploma. Il nuovo Decreto, invece, introduce il concetto di «prove equipollenti», che mai era stato applicato in precedenza nell’esame di terza media.
Fino alla metà degli Anni Novanta, la normativa richiedeva obiettivi personalizzati, ma «globalmente riconducibili ai programmi ministeriali» per conseguire un diploma valido, ma successivamente questo vincolo è stato abolito ed è stato dato a questo esame un valore diverso, come attestazione di competenze di cittadinanza. Ormai da oltre vent’anni i ragazzi con disabilità che sono in grado di sostenere una prova d’esame, anche se adattata alle loro capacità, conseguono un regolare diploma.
È sorprendente come in un Decreto che riforma gli esami smussando varie rigidità introdotte dalle riforme dell’“era Gelmini” (ma non solo), come l’obbligo della sufficienza in tutte le materie per l’ammissione, la prova INVALSI, le cinque prove scritte… mostri il pugno duro solo verso gli alunni con disabilità, modificando per loro radicalmente l’esame, ma pure, inevitabilmente, la stessa filosofia dell’inclusione, con ricadute in tutti i precedenti anni di scuola e anche in vista del futuro inserimento lavorativo, perché la maggior parte dei ragazzi con disabilità rimarrebbe senza licenza media, riducendo ulteriormente per loro le già poche occasioni di lavoro offerte.

Leggendo attentamente lo Schema di Decreto, viene per altro il dubbio che qualcuno abbia fatto un po’ di confusione, dato che l’enunciato che troviamo per l’Esame di Stato del Secondo Ciclo (già Esame di Maturità) risulta per i candidati con disabilità più aperto di quello del primo ciclo:

Nuovo Schema di Decreto esami
Primo ciclo (articolo 12)Secondo Ciclo (articolo 22)
Per lo svolgimento dell’esame di Stato conclusivo del primo ciclo di istruzione, la sottocommissione, sulla base del piano educativo individualizzato, relativo alle attività svolte, alle valutazioni effettuate e all’assistenza eventualmente prevista per l’autonomia e la comunicazione, predispone, se necessario, utilizzando le risorse finanziarie disponibili a legislazione vigente, prove differenziate idonee a valutare il progresso dell’alunno in rapporto alle sue potenzialità e ai livelli di apprendimento iniziali. Le prove differenziate, se equipollenti a quelle ordinarie, hanno valore ai fini del superamento dell’esame e del conseguimento del diploma finale.La commissione d’esame, sulla base della documentazione fornita dal consiglio di classe, relativa alle attività svolte, alle valutazioni effettuate e all’assistenza prevista per l’autonomia e la comunicazione, predispone una o più prove differenziate, in linea con gli interventi educativo­ didattici attuati sulla base del Piano Educativo Individualizzato (PEI). Tali prove hanno valore equipollente ai fini del rilascio del titolo di studio conclusivo del secondo ciclo di istruzione. Nel diploma finale non viene fatta menzione dello svolgimento di prove differenziate.

In sostanza, per il Secondo Ciclo si dice che le prove differenziate sono in ogni caso valide per il rilascio del diploma, mentre nel Primo hanno valore solo se equipollenti. Ma attualmente è proprio il contrario: è nel Secondo Ciclo che l’esame è valido per il diploma solo se eventuali prove personalizzate sono giudicate equipollenti dalla Commissione, mentre lo è sempre nel primo. Questo, in effetti, fa sorgere il dubbio che tutto sia dipeso da un’inversione in fase di redazione, anche se l’ipotesi che si facciano errori del genere a questi livelli risulta alquanto strana.
Ma forse il “diavoletto” che fa prendere cantonate per l’uso frettoloso del “copia e incolla” si annida anche nei computer dell’Ufficio Legislativo del Ministero e non solo dentro ai nostri. Se è così, si fa presto a correggere. Altrimenti, se al Governo pensano veramente di rimangiarsi in questo modo decenni di integrazione scolastica, almeno spieghino perchè.

di Flavio Fogarolo SUPERANDO

Leggi i commenti

GIORNALINO ASSOCIAZIONE DIVERSABILI PENISOLA SORRENTINA DELLA DOTT. ROSA DE MARTINO Alunni con disabilità visiva e indicatori dell’inclusione

19 Gennaio 2017, 02:27am

Pubblicato da Giornalino Ass. Diversamente Abili Penisola Sorrentina della dott. Rosa De Martino

GIORNALINO ASSOCIAZIONE DIVERSABILI PENISOLA SORRENTINA DELLA DOTT. ROSA DE MARTINO Alunni con disabilità visiva e indicatori dell’inclusione

INSERITO DA MICHELE PAPPACODA Presentiamo gli Indicatori di Qualità dell’inclusione degli alunni/studenti con disabili visiva, elaborati nell’àmbito del NIS (Network per l’Inclusione Scolastica) dell’UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), documento che è il frutto della sintesi di diverse sensibilità e competenze, all’insegna di una preziosa e opportuna logica di rete

Il dito di un bimbo cieco, che utilizza un testo in Braille

Sono stati definiti gli Indicatori di Qualità dell’inclusione degli alunni/studenti con disabili visiva, elaborati da chi scrive e approvati dal NIS (Network per l’Inclusione Scolastica) dell’UICI(Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti). Al contempo, lo stesso NIS sta lavorando a fondo sulla predisposizione di un “vademecum” riguardante i servizi e tutti i punti di riferimento a cui potranno rivolgersi i genitori e gli operatori coinvolti nel processo di inclusione scolastica dei bambini/ragazzi ciechi e/o ipovedenti. A tal proposito è opportuno rammentare che nei mesi scorsi sono state predisposte pure le Linee Guida dei servizi di supporto e di consulenza educativa e tiflologica e che sono ormai in dirittura d’arrivo sia la stesura definitiva dello schema della struttura della rete dei servizi per il sostegno scolastico alle persone con disabilità visiva, sia la definizione dei criteri di valutazione del grado di qualità della loro inclusione.

Gli Indicatori di Qualità di seguito elencati rappresentano un documento che è il frutto della sintesi di diverse sensibilità e competenze. Un modello di collegialità, di strategica unità d’intenti e di logica di rete, ossia la medesima idea ispiratrice del presidente nazionale UICI Mario Barbuto, quando all’inizio di quest’anno ha promosso la nascita del citato NIS. Si tratta di uno sforzo collaborativo all’insegna della condivisione e dell’impegno comune che, a mio modesto avviso, in queste settimane di intenso dibattito al Ministero sulla riforma del sostegno, dovrebbe animare anche la politica scolastica di tutte le Associazioni di e per persone con disabilità, nell’unico interesse delle persone con disabilità italiane e al solo scopo di farci vincere le difficili sfide della modernità e dell’inclusione scolastica del presente e del futuro.

Prima dunque di passare all’elenco degli Indicatori di Qualità, ringrazio sentitamente, per l’enorme passione e per l’eccezionale impegno, i colleghi che mi hanno affiancato nel Network NIS, vale a dire Giancarlo Abba, Vincenzo Bizzi, Michele Borra, Roberta Caldin, Marco Condidorio, Luciano Paschetta, Pietro Piscitelli, Stefano Salmeri e Lorenza Vettor.

Gli Indicatori di Qualità dell’inclusione scolastica degli alunni con disabilità visiva Il Network per l’Inclusione Scolastica (NIS) – espressione degli Enti UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), Federazione Nazionale delle Istituzioni Pro Ciechi, IRIFOR (Istituto per la Ricerca, la Formazione e la Riabilitazione dell’UICI) e Biblioteca Italiana per i Ciechi Regina Margherita – ha individuato i seguenti Indicatori di Qualità per l’inclusione scolastica degli alunni con disabilità visiva. Dovranno essere garantiti: a) L’assegnazione, da parte dello Stato – sin dall’inizio dell’anno scolastico e per il tramite dell’Amministrazione Scolastica – di docenti per il sostegno agli studenti con disabilità visiva, frequentanti la scuola statale di ogni ordine e grado, per assicurare il loro diritto all’educazione e all’istruzione, certificato ai sensi dell’articolo 13 della Legge 104/92.

b) L’assegnazione agli alunni con disabilità sensoriale, da parte degli Enti Locali, del personale dedicato all’assistenza per l’autonomia e per la comunicazione, come previsto dall’articolo 13, comma 3, della Legge 104/92.

c) L’istituzione da parte del Ministero della figura dell’“Esperto in scienze tiflologiche” o, quanto meno, di una figura che possegga competenze di base in tiflopedagogia e tiflodidattica [la tiflologia è la scienza che studia le condizioni e le problematiche delle persone con disabilità visiva, al fine di indicare soluzioni per attuare la loro piena integrazione sociale e culturale, N.d.R.].

d) La qualità della formazione delle figure professionali dell’assistente alla comunicazione dei disabili sensoriali e dell’“Esperto in scienze tiflologiche”, attraverso la certificazione delle loro competenze, rilasciata dall’Università, dopo la frequenza di appositi master. Tale certificazione delle competenze, con il rilascio dei due rispettivi titoli, costituisce la “patente abilitante” all’esercizio della loro professione.

e) L’uniformità, su tutto il territorio nazionale, della definizione dei profili professionali del personale destinato all’accompagnamento, alla comunicazione e all’assistenza specialistica degli alunni con disabilità visiva (l’assistente all’autonomia e alla comunicazione e l’esperto in scienze tiflologiche), attraverso l’individuazione di specifici percorsi formativi propedeutici allo svolgimento dei compiti assegnati (come al precedente punto d).

f) La definizione da parte delle Istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado di un Piano Annuale d’Inclusività (PAI) che sia parte integrante del Piano Triennale dell’Offerta Formativa (PTOF).

g) L’istituzione da parte del Ministero di uno Sportello di Consulenza Tiflodidattica, presso i CTS [Centri Territoriali di Supporto, N.d.R.] esistenti su tutto il territorio nazionale, per fornire informazioni e assistenza di base agli studenti con disabilità visiva e alle loro famiglie.

h) La creazione da parte degli Enti Locali, nell’àmbito della programmazione regionale, di un Centro di Consulenza Tiflodidattica (ove possibile per ogni Provincia o Città Metropolitana, o comunque almeno uno per Regione), in modo da favorire la costituzione di una rete tra tutti gli Enti e le strutture deputati al processo di inclusione scolastica degli studenti minorati della vista del territorio.

i) L’applicazione, da parte degli Enti Locali, del Decreto Legislativo 165/01 [“Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche”, N.d.R.] e della Legge 4/04 del 9 gennaio 2004 [la cosiddetta “Legge Stanca”: “Disposizioni per favorire l’accesso dei soggetti disabili agli strumenti informatici”, N.d.R.] sull’accessibilità, sulla fruibilità e usabilità degli strumenti tecnologici e degli spazi fisici delle istituzioni scolastiche.

j) L’efficienza e la qualità del materiale tiflodidattico e tifloinformatico, negli Istituti di ogni ordine e grado, ad uso degli studenti con disabilità visiva, determinato dallo studio di progettazione tiflologica e di realizzazione sostenibile in termini di costo, distribuzione e reperibilità, effettuato da un esperto in scienze tiflologiche.

k) La periodica manutenzione tecnica del materiale tiflodidattico e delle tecnologie assistive delle scuole di ogni ordine e grado, per assicurarne le condizioni di funzionalità, l’aggiornamento costante e l’efficienza dello stato strutturale.

l) L’obbligo del rilascio da parte del venditore alle scuole, agli Enti Locali, alle ASL e ai privati di una “garanzia”, contenente le seguenti informazioni relative agli strumenti tecnologici, tiflotecnici e ai sussidi tiflodidattici: costruttore, costo, anno di produzione, eventuale venditore e, ovviamente, anche il libretto delle istruzioni trascritto in formato accessibile. Tale “documento d’identità” delle attrezzature tifloinformatiche e dei sussidi tiflodidattici costituisce il loro certificato di qualità.

m) L’effettuazione di azioni finalizzate all’educazione, formazione e istruzione delle persone con disabilità visiva, che tengano conto della condizione di cecità o di ipovisione e che siano volte al successo formativo e al processo inclusivo degli studenti minorati della vista, sarà specifica e di tipo tiflopedagogico nel metodo e nell’applicazione, e avrà come certificatore dei risultati l’“équipe tiflopsicopedagogica”.

n) L’obbligo del rispetto da parte delle scuole private “paritarie” della normativa nazionale e delle Leggi Regionali vigenti in materia di diritto allo studio scolastico degli alunni/studenti con disabilità.

di Gianluca Rapisarda SUPERANDO

Leggi i commenti

GIORNALINO ASSOCIAZIONE DIVERSABILI PENISOLA SORRENTINA DELLA DOTT.ROSA DE MARTINO Cos’è il morbo di Parkinson

19 Gennaio 2017, 02:26am

Pubblicato da Giornalino Ass. Diversamente Abili Penisola Sorrentina della dott. Rosa De Martino

GIORNALINO ASSOCIAZIONE DIVERSABILI PENISOLA SORRENTINA DELLA DOTT.ROSA DE MARTINO Cos’è il morbo di Parkinson

INSERITO DA MORENA MOTTA Il morbo di Parkinson è stato descritto per la prima volta dal medico inglese James Parkinson nel 1817, e al tempo è stato classificato come una forma di “paralisi agitante”.

Con l’avanzare degli anni e soprattutto della ricerca scientifica, la malattia di Parkinson è stata meglio identificata come un grave disturbo del sistema nervoso centrale provocato dal deterioramento progressivo di cellule cerebrali che operano nella zona profonda del cervello. Cellule che, come tutti i neuroni, con le loro sinapsi attivano neurotrasmettitori come la dopamina che stimola e regola anche i movimenti del nostro corpo.

Il campione analizzato

Il morbo di Parkinson colpisce indifferentemente uomini e donne, ed i primi sintomi, nella maggioranza dei casi, si manifestano intorno ai 60 anni di età. Si stima che in Italia le persone colpite da questa grave patologia siano circa 120 mila.

Di seguito sarà riportata l’analisi, in modo sintetico, dei risultati emersi dalla ricerca CENSIS – Fondazione SERONO che per l’occasione ha ricevuto una fondamentale collaborazione da parte dall’Associazione Morbo di Parkinson Lazio e dalla Federazione Nazionale Parkinson Italia.

Il campione di pazienti intervistati è composto complessivamente da 312 persone rappresentativa dell’unità statistica, con vari livelli di patologia e con una leggera prevalenza di uomini. Dal punto di vista anagrafico la fascia di età più rappresentata va dai 70 ai 74 anni di età.

La diagnosi

Ad oggi non esiste ancora un test in grado di identificare chiaramente la presenza del morbo di Parkinson. I tempi necessari ad avere una diagnosi sicura sono di circa 17 mesi, tendenzialmente più lunghi per i pazienti più anziani; circa la metà dei soggetti indagati si è dovuta rivolgere a più di un medico per accertare una diagnosi corretta.

Il problema dei medicinali

Nonostante la ricerca scientifica abbia fatto molti progressi in campo farmacologico, la breve durata degli effetti benefici dei farmaci utilizzati nella terapia e la loro diversità sono i problemi quotidiani principali che le persone affette da morbo di Parkinson si trovano ad affrontare.

Una persona malata di Parkinson è costretta a prendere, in media, circa 7 farmaci al giorno: la quantità poi può variare a seconda della gravità della malattia. La capacità che i farmaci hanno di ridurre in modo significativo i sintomi della malattia, soprattutto nelle fasi iniziali, deve fare i conti anche con le conseguenze degli effetti collaterali ed indesiderati come nausea, inappetenza, vomito, sbalzi di pressione o forme di aritmie cardiache, disturbi psicotici, alterazioni della personalità e comportamenti compulsivi.

E’ quindi facile comprendere come l’assunzione della terapia farmacologica rappresenti un problema, in particolare nei pazienti più anziani, non soltanto dal punto di vista organizzativo, ma anche economico.

Morbo di Parkinson sintomi frequenti

Come già detto, i sintomi del morbo di Parkinson sono correlati al suo grado di evoluzione, ma la caratteristica comune a tutte le forme è una significativa limitazione dei movimenti determinata in modo particolare dal tremore. In particolare, circa il 42% dei pazienti riferisce di soffrire di tremori e difficoltà nel coordinare i movimenti, mentre le difficoltà di linguaggio (tra i sintomi più invalidanti) è stata riferita da circa il 34% degli intervistati.

Tra i sintomi più variabili e segnalati con frequenza minore si riconoscono l’astenia e quelli che sono definiti “Blocchi del movimento”, in genere improvvisi ed incontrollabili. La maggior parte del campione esaminato ne soffre circa una volta a settimana, ma nei casi più gravi possono verificarsi con una frequenza maggiore.

Il morbo di Parkinson nella vita quotidiana

In relazione allo stato più o meno grave della malattia, una persona affetta da Parkinson può necessitare di un’assistenza più o meno costante ed intensa. Come spesso accade, spesso è la famiglia a prendersi cura del proprio familiare malato, mentre l’intervento di una badante si verifica in genere in circa il 10% degli intervistati.

Dai dati raccolti, è emerso inoltre che oltre 7 malati su 10 riferiscono di soffrire dell’impatto negativo che ha la malattia sulla loro vita sociale che spesso li porta ad essere isolati dal contesto in cui vivono.

I bisogni assistenziali

Come è facile pensare, con la progressione della malattia le necessità assistenziali del paziente aumentano, ed il più delle volte sono i familiari stessi a ricercare un aiuto da parte di una badante o di una persona specializzata.

In questa fase un ruolo rilevante è svolto dalle associazioni, che non solo si occupano di assistere questi pazienti ma forniscono anche un contributo alla diffusione di informazioni utili e condivise tra persone che soffrono della stessa malattia.

Morbo di Parkinson cure

Oltre alle tradizionali cure farmacologiche di tipo neuroprotettivo, i centri di ricerca più affidabili si stanno orientando sempre più verso strategie che vedono protagoniste, come accade per altre malattie degenerative del sistema nervoso centrale, le cellule staminali, nel tentativo di intervenire nella rigenerazione delle cellule cerebrali compromesse. Nonostante questo però, attualmente ancora non esiste un metodo in grado di prevedere il decorso della malattia, che invece varia di paziente in paziente.

FONTE ABILITY CHANNEL http://www.abilitychannel.tv/morbo-di-parkinson/

Leggi i commenti

GIORNALINO ASSOCIAZIONE DIVERSABILI PENISOLA SORRENTINA DELLA DOTT.ROSA DE MARTINO Le discriminazioni e le tutele possibili

19 Gennaio 2017, 01:44am

Pubblicato da Giornalino Ass. Diversamente Abili Penisola Sorrentina della dott. Rosa De Martino

GIORNALINO ASSOCIAZIONE DIVERSABILI PENISOLA SORRENTINA DELLA DOTT.ROSA DE MARTINO Le discriminazioni e le tutele possibili

INSERITO DA MICHELE PAPPACODA Avvicinare le persone con disabilità, le famiglie e gli operatori agli strumenti di tutela offerti dalla normativa, contro le discriminazioni nei confronti delle persone con disabilità, strumenti spesso efficaci, ma ancora poco conosciuti, come la Legge 67 del 2006 (“Misure per la tutela giudiziaria delle persone con disabilità vittime di discriminazioni”). Se ne parlerà il 2 dicembre a Bologna, nel corso di un interessante incontro, che si terrà nell’àmbito della rassegna “Diversamente Uguali”, promossa dalla Rete Antidiscriminazioni della Città Metropolitana di Bologna

Come faccio ad abbattere una barriera architettonica? Come posso contrastare le discriminazioni sul lavoro e a scuola? Potrei ottenere un risarcimento? A queste e ad altre domande si cercherà di rispondere il 2 dicembre al Cassero di Bologna (Via Don Minzoni, 18, ore 15), in occasione dell’incontro intitolato Le discriminazioni sulle persone disabili e la tutela fornita dalla Legge 67/2006, iniziativa voluta nell’àmbito della rassegna Diversamente Uguali, promossa dalla Rete Antidiscriminazioni della Città Metropolitana di Bologna, con l’obiettivo di avvicinare le persone con disabilità, le famiglie e gli operatori agli strumenti di tutela offerti dalla normativa, spesso efficaci ma ancora poco conosciuti.

A soffermarsi in particolare sulla Legge 67/06 (Misure per la tutela giudiziaria delle persone con disabilità vittime di discriminazioni)sarà Gaetano De Luca, avvocato della LEDHA – la Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, che costituisce la componente lombarda della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap – testimoniando anche la positiva esperienza del Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi, avviato dalla stessa LEDHA nel 2015.
Parteciperanno poi i rappresentanti di Jump – Oltre tutte le barriere, gruppo di persone con disabilità LGBT (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender), nato a Bologna, all’interno di Arcigay Cassero. «Molte persone con disabilità – spiega Pierluigi, portavoce di Jump –  non sanno nemmeno che gli ostacoli che incontrano possono costituire una “discriminazione” secondo la legge e tanto meno sanno come difendersi. Ad esempio, a me è bastata la semplice lettera di un avvocato per ottenere un bagno accessibile in un cinema bolognese».
Chiuderà l’incontro l’intervento di Fulvia Casagrande, avvocato, in merito al Fondo di Solidarietà per la tutela giurisdizionale delle vittime di discriminazione. «Si tratta di un Fondo – ricorda – che può aiutare a sostenere eventuali spese legali e anche questa è un’opportunità assolutamente poco conosciuta, tant’è che tali risorse restano spesso inutilizzate». (S.B.)

SUPERANDO 

Leggi i commenti

GIORNALINO ASSOCIAZIONE DIVERSABILI PENISOLA SORRENTINA DELLA DOTT. ROSA DE MARTINO Disabili: 21 milioni di euro dall'Inail

18 Gennaio 2017, 10:08am

Pubblicato da Giornale Vettica di Amalfi Online www.mikivettica.net

GIORNALINO ASSOCIAZIONE DIVERSABILI PENISOLA SORRENTINA DELLA DOTT. ROSA DE MARTINO Disabili: 21 milioni di euro dall'Inail

DI MORENA MOTTA Arrivano le "istruzioni funzionali" dell'Inail per sostenere il datore di lavoro nei suoi obblighi di inclusione delle persone con disabilità per infortunio o malattia professionale. Gli interventi sono mirati a garantire agli infortunati e alle persone affette da malattia professionale, la continuità lavorativa nella stessa mansione, ovvero di una mansione diversa se le condizioni psico-fisiche legate all'infortunio non consentano più di proseguire l'attività lavorativa precedente.

La copertura dei costi è assicurata dall'Inail nei limiti delle risorse finanziarie annualmente stanziate, che per l'anno 2017 ammontano a 21,2 milioni di euro.

 

Leggi i commenti

GIORNALINO ASSOCIAZIONE DIVERSABILI PENISOLA SORRENTINA DELLA DOTT. ROSA DE MARTINO La ricostruzione e la disabilità: niente su di Noi, senza di Noi

18 Gennaio 2017, 10:08am

Pubblicato da Giornale Vettica di Amalfi Online www.mikivettica.net

GIORNALINO ASSOCIAZIONE DIVERSABILI PENISOLA SORRENTINA DELLA DOTT. ROSA DE MARTINO La ricostruzione e la disabilità: niente su di Noi, senza di Noi

INSERITO DA MICHELE PAPPACODA È certamente di buon auspicio l’invito rivolto all’Associazione Zero Gradini per Tutti di Porto San Giorgio (Fermo) – che conta tra i propri “punti fermi” l’applicazione della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità – a partecipare a Macerata alla tavola rotonda intitolata “Dalla ricostruzione un nuovo modello di sviluppo”, che con l’intervento di numerosi autorevoli relatori, ha avuto al centro la ricostruzione delle varie zone delle Marche colpite dai terremoti dei mesi scorsi

 

È certamente degno di nota di buon auspicio l’invito rivolto nel dicembre scorso all’Associazione Zero Gradini per Tutti di Porto San Giorgio (Fermo), a partecipare a Macerata alla tavola rotonda intitolata Dalla ricostruzione un nuovo modello di sviluppo, promossa dalla Camera di Commercio della città marchigiana, in collaborazione con l’Università Politecnica delle Marche, l’Associazione CDO SUD e il Confartigianato locale, per riflettere e discutere, grazie all’intervento di numerosi autorevoli relatori – tra i quali lo stesso sindaco di Macerata Renato Carancini – su come erano, sono e dovranno essere ricostruite le varie zone delle Marche colpite dai terremoti dei mesi scorsi.

Presente all’incontro con una delegazione composta anche dal presidente Saverio Verone, dal socio Giuseppe Catalini (presidente del Consiglio Comunale di Porto San Giorgio) e dall’altra socia Anna Diotallevi, l’Associazione Zero Gradini per Tutti – tenendo sempre come “stella polare” l’applicazione della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità – ha visto il proprio direttore Pasqualino Virgili intervenire alla tavola rotonda, ringraziando innanzitutto il coordinatore Emanuele Frontoni, presidente dell’Associazione CDO Marche Sud, «per avere voluto inserire nello studio della ricostruzione un’Associazione attiva, che vive l’esperienza della disabilità».
Virgili ha voluto poi ribadire il concetto portante della propria organizzazione, sintetizzabile così: «Ogni volta che un Comune o un Ente si prodiga nella realizzazione di una qualsiasi opera che guardi alla disabilità non deve mai permettere che lo studio di essa venga affidato solo ai tecnici di settore, ma deve sempre contare sulla presenza di persone che vivono la disabilità. Al di fuori, infatti, di tale metodo e senza collaborare con persone competenti, informate sulle norme vigenti, si continua ad errare e a creare continuamente barriere e discriminazioni». (S.B.)

SUPERANDO

Leggi i commenti