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giornalino associazione diversabili penisola sorrentina della dott.rosa de martino

GIORNALINO ASSOCIAZIONE DIVERSABILI PENISOLA SORRENTINA DELLA DOTT. ROSA DE MARTINO Pompei: al via percorso per disabili

22 Dicembre 2016, 10:26am

Pubblicato da Giornalino Ass. Diversamente Abili Penisola Sorrentina della dott. Rosa De Martino

GIORNALINO ASSOCIAZIONE DIVERSABILI PENISOLA SORRENTINA DELLA DOTT. ROSA DE MARTINO   Pompei: al via percorso per disabili

INSERITO DA MORENA MOTTA POMPEI - Il sito archeologico di Pompei (Napoli) ha inaugurato un percorso per disabili di oltre tre chilometri. Alla presenza del ministro per i Beni culturali Dario Franceschini il percorso, il più lungo d'Italia e tra i primi al mondo consentirà ai disabili con problemi motori di visitare gran parte del sito archeologico. Un braccialetto elettronico permetterà di ricevere informazioni audio anche per i non vedenti lungo l'itinerario delle Domus.

"Due anni e mezzo fa - ha detto il ministro Franceschini, ai giornalisti - sono venuto a Pompei per la prima volta da ministro per i crolli. Adesso facciamo crollare le barriere architettoniche".

FONTE ANSA

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SEZ.DISABILITà NEWS La sperimentazione del Budget di Salute

21 Dicembre 2016, 09:10am

Pubblicato da Giornalino Ass. Diversamente Abili Penisola Sorrentina della dott. Rosa De Martino

SEZ.DISABILITà NEWS La sperimentazione del Budget di Salute

INSERITO DA MICHELE PAPPACODA Viene avviato proprio in questi giorni il piano formativo che prelude a un’interessante sperimentazione nei Comuni dei Castelli Romani, basata sul modello del Budget di Salute, «uno strumento organizzativo-gestionale – come spiega con chiarezza in questo approfondimento Fausto Giancaterina – per la realizzazione di progetti di vita personalizzati, in grado di garantire l’esigibilità del diritto alla salute attraverso l’attivazione di interventi sociosanitari integrati»

Tutti tocchiamo con mano la situazione di criticità del nostro welfare. Per alcuni è ormai obsoleto e non più sostenibile, suggerendo che ormai sia arrivato il momento di ricorrere a soluzioni private e individuali in caso di bisogno. Per altri, come noi, si tratta di proporre nuovi processi di cambiamento strutturale in cui tutte le determinanti che costituiscono in positivo o in negativo la qualità del “bene-essere” delle persone costituiscano un unicum coordinato e coerente, attraverso un nuovo modo di partecipazione e di responsabilizzazione di tutti i cittadini. Si tratta di trovare una sintonia d’intenti, una visione, una programmazione e un governo unitari.
Questo nuovo processo partecipativo alcuni lo chiamano “Welfare di prossimità e generativo”, significando che con convinzione si debba dedicare parte del nostro tempo e lavoro professionale a creare reti sociali partecipative.

Esplorare nuove opportunità
Come orientare un impegno stringente, volto a ricostruire un sistema di welfare basato su una tangibile esigibilità dei diritti fondamentali, non trascurando la forte opposizione di un’invadente visione economicista e mercantile dei servizi, che tenta di far passare come naturale l’attuale squilibrio nel godimento stesso dei servizi?
Come mettere in rete le esperienze positive e inventarne di nuove perché ci siano le risposte e i servizi giusti a livello territoriale che consentano ai cittadini di gestire la propria condizione di “bene-essere”, anche in caso di situazioni di cronicità, di disabilità o di perdita di funzionamento?
Partendo da queste brevi considerazioni, con un’iniziativa dell’Opera Don Calabria di Roma, abbiamo proposto ad alcuni Distretti Sociosanitari del Lazio di avviare la sperimentazione del sistema operativo denominato Budget di Salute, al fine di  fornire alla Regione Lazio elementi concreti per l’emanazione delle apposite Linee Guida, in perfetta sintonia con la proposta (a quel tempo: 2015) della Legge Regionale del Lazio Sistema integrato degli interventi e dei servizi sociali della Regione Lazio, divenuta Legge Regionale n. 11 del 10 agosto 2016 e che all’articolo 53 recita: Presa in carico integrata della persona e Budget di Salute.

Prima di tutto la formazione
Ebbene, la risposta immediata è arrivata dalla ASL Roma 6 (Roma H) e dai Comuni ricompresi nel Distretto Sociosanitario Roma 6/1. Conseguentemente, il Direttore Generale della stessa ASL Roma 6 e il Sindaco di Monte Porzio Catone, quale capofila del citato Distretto Sociosanitario (i cui Comuni sono appunto Monte Porzio Catone, Frascati, Colonna, Grotta Ferrata, Monte Compatri, Rocca di Papa e Rocca Priora), hanno sottoscritto un Protocollo d’Intesa per avviare lo studio e la sperimentazione del sistema operativo integrato Budget di Salute.
Seguendo il dettato del Protocollo d’Intesa, un gruppo di lavoro – composto da Marco D’Alema, direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell’ASL coinvolta, da Caterina Carosi della Direzione del medesimo Dipartimento, da Tommasina Raponi, Responsabile dell’Ufficio di Piano del Distretto Sociosanitario Roma 6/1 e da chi scrive [Fausto Giancaterina], consulente dell’Opera Don Calabria di Roma – ha predisposto un piano formativo, finanziato dall’Assessorato ai Servizi Sociali della Regione Lazio e rivolto a tutti gli operatori sanitari, sociali, del terzo settore, delle associazioni e del volontariato coinvolti nel lavoro dei servizi rivolti alle persone che, con riferimento al Decreto Legislativo 229/99 (articolo 3 septies, comma 4), richiedono un’elevata integrazione sanitaria: Materno infantile – Anziani – Handicap e Patologie psichiatriche – Dipendenza da droga, alcool, farmaci – Patologie per infezioni da HIV – Patologie in fase terminale – Inabilità o disabilità conseguenti a patologie croniche.
Gli utenti di queste aree, va ricordato, sono ricompresi nel diritto ai LEA (Livelli Essenziali di Assistenza).

Il piano formativo
Proprio in questi giorni tale piano formativo è in piena attuazione [dal 12 al 17 dicembre, N.d.R.], presso la Biblioteca Comunale nel Palazzo Borghese di Monte Porzio Catone.
Nelle prime tre giornate, il Quadro normativo nel settore dell’assistenza sociosanitaria è stato proposto da chi scrive, mentre Fabrizio Starace, direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Modena, ha illustrato Le componenti socioeconomiche e ambientali della salute, il welfare di Comunità e la metodologia del Budget di Salute e Donatella Marrama, psichiatra del Dipartimento di Salute Mentale di Modena, si è occupata, anche con lavori di gruppo, della Progettazione del percorso assistenziale integrato nelle aree target del Budget di Salute.
Oggi, 13 dicembre, Pina Ridente, psichiatra del Dipartimento di Salute Mentale di Trieste si sofferma sull’Esperienza del Budget di Salute in Friuli Venezia Giulia, mentre la citata Tommasina Raponi tratta Il nuovo codice dei contratti e le linee guida dell’ANAC per l’affidamento dei servizi a Enti del Terzo Settore e alle Cooperative Sociali.
Nelle ultime tre giornate, invece, Lucilla Frattura, psichiatra del Servizio Sanitario del Friuli Venezia Giulia, responsabile del Centro Collaboratore Italiano dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), illustrerà, anche con lavori di gruppo, La valutazione della disabilità e la progettazione basata sul modello bio-psico-sociale (ICF).
Crediamo che questa sia la prima volta che si cerchi di avviare un diverso approccio allo stretto e sinergico intreccio tra iniziativa pubblica e risorse comunitarie, ossia tra operatori sanitari, sociali e del Terzo Settore, insieme agli utenti e ai familiari. Questo piano formativo, infatti, parte dalla convinzione che se continuassimo ad  assecondare unicamente le singole esigenze delle famiglie professionali – che oltretutto risentono di difficili sentieri comunicativi – i servizi farebbero sempre molta fatica a programmare risposte complessive ed esaurienti per le persone che ad essi ricorrono, e men che meno avrebbero le possibilità di generare partecipazione attiva dai contesti sociali in cui operano.
Crediamo, in particolare, che una formazione e una sperimentazione del sistema operativo basato sul Budget di Salute, condivisa da tutti gli attori, possa generare quel “Welfare di prossimità e generativo” di cui si è detto, specie in quei settori – come ad esempio quello delle disabilità – nei quali sia indispensabile una progettazione a più voci. Sono quei settori che richiedono un sistema/servizi che padroneggi con forza competenze tecniche innovative e qualificate, ma soprattutto che sappia stimolare con forte impegno le capacità di dare a tutti gli attori il protagonismo e l’impegno necessario per una co-progettazione e co-realizzazione di progetti di vita personalizzati.
L’obiettivo da raggiungere sarà quello di riconoscere al modello del Budget di Salute la possibilità di essere un sistema che meglio rappresenti e applichi i princìpi del settore sociosanitario.

Ma che cos’è esattamente il modello Budget di Salute? (1)
Il Budget di Salute:
° non corrisponde meramente alle risorse economiche disponibili, ma è costituito dall’insieme delle risorse economiche, professionali e umane, gli asset strutturali, il capitale sociale e relazionale della comunità locale, necessari a promuovere contesti relazionali, familiari e sociali idonei a favorire una migliore inclusione sociale della persona;
° è uno strumento organizzativo-gestionale per la realizzazione di progetti di vita personalizzati in grado di garantire l’esigibilità del diritto alla salute attraverso l’attivazione di interventi sociosanitari integrati;
° non va confuso con il voucher, strumento tanto caro alla Regione Lombardia;
° è un sistema caratterizzato da un’elevata flessibilità e soprattutto dal non essere legato a un tipo particolare di servizio o a uno specifico erogatore;
° promuove e attua il protagonismo dei cittadini/utenti, che si realizza nella co-costruzione dei singoli progetti personalizzati e si struttura nella definizione di un contratto;
° promuove e attua il principio di sussidiarietà, vale a dire la possibilità, la necessità e la ragionevolezza di affidare al livello più prossimo alle persone che ne avvertono il bisogno, la realizzazione di interventi che valorizzino le risorse informali di cura nei contesti comunitari. Tutto ciò nella convinzione che questo costituisca uno degli àmbiti su cui si debba maggiormente intervenire per promuovere il cambiamento e l’evoluzione di quel microcontesto sociale e culturale in cui vive la persona, che costituisce l’elemento determinante per un ragionevole suo “bene-essere”;
° considera come centrale l’attenzione ai determinanti sociali della salute: chi è privo di fattori di protezione sociale (è a basso reddito; vive in contesti familiari e sociali poveri di risorse economiche e culturali; ha reti relazionali sfilacciate ecc.) si trova più facilmente esposto a situazioni di perdita della salute. Più si è in condizioni di fragilità sociale (solitudine, povertà, ecc.), più si è a rischio di malattia. Tenendo in alta considerazione l’unitarietà della persona, il Budget di Salute esige un approccio centrato su una forte attenzione ai determinanti di salute riscontrabili nel contesto sociale, economico lavorativo, relazionale e valoriale delle singole persone, per cui è del tutto necessaria la creazione di un sistema fortemente integrato di servizi sanitari e sociali, in grado di garantire continuità e appropriatezza nelle azioni.

Cambia l’approccio di governance
È del tutto evidente, a questo punto, che l’integrazione sociosanitaria si ponga come l’opzione strategica per la programmazione e l’attivazione di una strutturazione integrata rispetto a programmazione, organizzazione, gestione e costi di servizi e interventi dell’area sociale e sanitaria, sostenuta dalla visione multidimensionale degli interventi e da un giusto riequilibrio tra l’approccio bio/medico e l’approccio sociale.
Si attua, così, il passaggio dal vecchio sistema di finanziamento dei contenitori al finanziamento dei progetti personalizzati, a un diverso governo delle attività sanitarie e sociosanitarie per tutelare la salute delle persone e per promuovere il loro diritto di cittadinanza.
Dal canto suo, l’Ente Pubblico si riappropria del diritto/dovere della programmazione, dell’indirizzo e della valutazione, smette di essere erogatore di tariffe per prestazioni e chiama tutti i protagonisti (persona – famiglia – non/profit e for/profit – comunità) ad essere co-produttori e co-responsabili del “bene-essere” delle persone segnate da svantaggio.
Si instaura in tal modo un nuovo modello di governance in cui il “privato” non è più un soggetto cui affidare l’esecutività di attività con sistemi dubbi di delega, ma è un partner che collabora alla costruzione e allo sviluppo di sistemi attivi di protezione sociale, a partire da progetti personalizzati.

Vantaggi determinati dal Budget di Salute
I vantaggi di questo sistema sono rilevabili a livello dei singoli e a livello della comunità nel suo complesso. Per la singola persona, infatti, sono previsti meccanismi di partecipazione diretta alla definizione del singolo percorso assistenziale, mentre per la comunità locale si determina una crescita delle capacità degli organismi di progettazione e gestione integrate.
Vengono quindi create le condizioni per garantire la presa in carico e la continuità delle cure e dell’assistenza e il passaggio da un approccio di cura a quello di tutela del “bene-essere” possibile per quella persona in quel determinato contesto di vita. Inoltre sarà possibile evitare la medicalizzare dei disagi e delle fragilità sociali e favorire azioni indirizzate alla capacitazione e all’empowerment [crescita dell’autoconsapevolezza, N.d.R.] sia dei singoli che delle persone associate da un comune interesse.
Il modello del Budget di Salute, sottoposto a valutazione, ha dimostrato innanzitutto l’applicabilità di interventi fondati su saldi presupposti teorici. Esso presenta inoltre incontestabili vantaggi sul piano dell’efficienza gestionale, dell’efficacia nella pratica, dell’economicità. In particolare ha mostrato di essere valido strumento per la riqualificazione della spesa sanitaria e sociale. Inoltre, promuove e incentiva forme associative territoriali, vero “capitale sociale” della comunità, e degli utenti stessi, che partecipano non più soltanto come consumatori, ma diventando a loro volta produttori di beni e servizi.
La significativa riduzione della residenzialità “istituzionalizzata” nell’area della salute mentale, della disabilità, degli anziani, registrata nel corso dell’applicazione del modello Budget di Salute, ne ha confermato l’efficacia per contrastare l’istituzionalizzazione della sofferenza e promuovere la domiciliarizzazione degli interventi (2).

Le quattro aree del progetto personalizzato
In quest’ottica l’attenzione va rivolta agli elementi costitutivi della salute, che richiedono interventi più appropriati ed efficaci (i progetti di vita personalizzati) e si realizzano in quattro aree fondamentaliapprendimento/espressività; formazione/lavoro; casa/habitat sociale; affettività/socialità.
La filosofia che sottende il modello del Budget di Salute risiede nella consapevolezza che gli impedimenti esterni all’esercizio dei diritti all’apprendimento, alla formazione, alla socialità, al lavoro, all’abitazione siano i veri determinanti che trasformano una persona vulnerabile o “a rischio” in un “caso”.
In secondo luogo essa riconosce i limiti di un approccio fondato su un prodotto sociosanitario rigido, derivato dal modello ospedaliero. Il modello del Budget di Salute si fonda invece su prestazioni flessibili, definite non sulle caratteristiche dell’offerta disponibile, ma sulla base dei reali “diritti di cittadinanza” della persona.

Avvio della sperimentazione
Nei primi mesi del 2017 partirà la sperimentazione, secondo il programma tracciato dal citato Protocollo d’Intesa. L’avvio della sperimentazione vera e propria avverrà attraverso:
a) la ricognizione delle poste in bilancio degli Enti Pubblici per gli interventi sociosanitari; la ricognizione di tutte le risorse economiche, professionali e comunitarie che si rendono al momento disponibili per il Distretto, sia da parte delle Istituzioni Pubbliche, che da parte delle compartecipazione degli utenti, del Terzo Settore, delle Associazioni, del volontariato e della comunità locale, in quanto partecipanti alla co-progettazione e alla co-gestione dei diversi progetti personalizzati;
b) l’individuazione del gruppo di utenti dei servizi Materno infantile – Anziani – Handicap e Patologie psichiatriche – Dipendenza da droga, alcool, farmaci – Patologie per infezioni da HIV – Patologie in fase terminale – Inabilità o disabilità conseguenti a patologie croniche;
c) l’istituzione dell’Unità di Valutazione Multiprofessionale, da rendere effettivamente operativa attraverso la definizione di precise responsabilità tecniche e di spesa;
d) la definizione e il monitoraggio del progetto personalizzato che implica il coinvolgimento di tutti i protagonisti: la ASL, attraverso i servizi di volta in volta direttamente coinvolti; i Comuni, attraverso i propri servizi sociali; la persona e i suoi familiari, con la possibilità, se necessario, di accompagnamento/orientamento delle rispettive Associazioni; i soggetti co-gestori privati (cooperative, volontariato, ONLUS, ma anche privato profit), con l’obiettivo prioritario di promuovere l’inclusione e il mantenimento nel corpo sociale delle persone, evitando l’istituzionalizzazione.

Un report finale di tutta la sperimentazione verrà inviato in conclusione all’Assessorato alle Politiche Sociali della Regione Lazio e potrà essere utilizzato per la costruzione delle Linee Guida di attuazione del Budget di Salute in tutta la Regione.

SUPERANDO

 

 

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SEZ.DISABILITà NEWS Fondo Solidarietà delle Marche: la Regione non mantiene gli impegni

21 Dicembre 2016, 09:05am

Pubblicato da Giornalino Ass. Diversamente Abili Penisola Sorrentina della dott. Rosa De Martino

SEZ.DISABILITà NEWS Fondo Solidarietà delle Marche: la Regione non mantiene gli impegni

INSERITO DA MICHELE PAPPACODA «La Regione trovi i fondi nell’Assestamento di Bilancio e i Comuni che hanno tagliato ripristino i servizi»: è sostanzialmente questo il messaggio lanciato da “Trasparenza e diritti”, Campagna Regionale delle Marche cui aderiscono oltre trenta organizzazioni del Terzo Settore (volontariato, utenti, operatori, cooperazione), di fronte ai mancati impegni sul Fondo di Solidarietà, stabilito già nel 2013 e necessario a coprire gli oneri a carico degli utenti ricoverati presso residenze sociosanitarie per persone con disabilità e disturbi mentali

«All’indomani della nostra ennesima richiesta di finanziare il Fondo di Solidarietà, per coprire gli oneri (circa 1.300 euro al mese, ovvero 26.000 euro per due anni) a carico degli utenti, con decorrenza 1° gennaio 2015, ricoverati presso residenze sociosanitarie per persone con disabilità e disturbi mentali, la Regione Marche, nella proposta di Assestamento di Bilancio, si è vantata, in un suo comunicato, di istituire questo fondo a partire dal 2018! L’impegno a finanziarlo, però, era stato assunto in questo 2016 a più riprese dal presidente della Regione Ceriscioli, da ultimo nel corso di una conferenza stampa alla fine di ottobre, nella quale si era impegnato per una quota pari a 2 milioni di euro».
Lo si legge in una nota prodotta da Trasparenza e dirittiCampagna Regionale delle Marche cui aderiscono oltre trenta organizzazioni del Terzo Settore (volontariato, utenti, operatori, cooperazione), dalla quale si ricorda che quel Fondo Solidarietà era stato «previsto in una Delibera del 2013, proprio per sostenere le spese di utenti con disabilità e disturbi psichici ricoverati in residenze precedentemente a completo carico della Sanità, poi soggette a compartecipazione. Utenti che per la gran parte dei casi percepiscono soltanto pensione di invalidità e indennità di accompagnamento (circa 800 euro mese). Una cifra ben lontana dalla quota che viene loro richiesta».

Rivolgendosi poi ai Comuni, «che tranne poche eccezioni, non si sono fatti carico dei problemi di questi utenti», Trasparenza e diritti chiede loro di «assumersi le responsabilità che competono nelle integrazioni della retta e di fare pressione sulla Regione Marche affinché tenga fede agli impegni». «Comuni – si aggiunge – che per quanto riguarda gli inserimenti lavorativi e i servizi domiciliari per la disabilità, hanno invece ricevuto maggiori finanziamenti regionali. Le Amministrazioni Comunali che nel 2015 e 2016 hanno ridotto o non attivato i servizi sono dunque chiamate a rivedere le proprie decisioni, rispettando le indicazioni previste nei Piani Educativi Individualizzati, ripristinando o riattivando i servizi stessi».

«Ai Comuni – conclude la nota – chiediamo anche di non firmare le convenzioni 2016 con l’ASUR [Azienda Sanitaria Unica Regionale, N.d.R.], per i Centri Diurni Disabili, fino a quando non verranno riconosciute pari condizioni alle persone con disabilità che si trovano nella stessa situazione (gravità). Infatti, per via amministrativa, la Regione Marche attraverso l’ASUR paga solo al 65% delle persone in situazione di gravità la quota prevista del 70% (43,40 euro al giorno), mentre per gli altri, pur essendo nelle medesime condizioni, eroga solo 15,10 euro». (S.B.)

SUPERANDO

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SEZ. DISABILITà NEWS “In vetrina” le realizzazioni delle persone con disabilità intellettive

26 Novembre 2016, 11:41am

Pubblicato da Giornalino Ass. Diversamente Abili Penisola Sorrentina della dott. Rosa De Martino

SEZ. DISABILITà NEWS “In vetrina” le realizzazioni delle persone con disabilità intellettive
INSERITO DA MICHELE PAPPACODA Si chiama “E-Anffas – Idee in vetrina” il progetto con cui l’ANFFAS ha creato la prima piattaforma di e-commerce solidale online, che consente a tutti di visualizzare e scegliere i prodotti realizzati dalle persone con disabilità intellettive nelle proprie strutture, ricevendoli comodamente a casa propria. In tal modo, si acquisterà un pezzo unico, ma si stimolerà anche la creatività, la competenza artistica e artigianale delle persone con disabilità, aiutando la creazione di attività lavorative autopromosse e autosostenute. Il tutto all’insegna del motto “Non pesi, ma risorse produttive” Immagini presenti sull'home page di "E-Anffas" Alcune immagini presenti sull’home page di “E-Anffas” «Anch’io ho il diritto di contribuire alla società, lavorando e mettendo a disposizione le mie capacità!»: così viene presentata E-Anffas: idee in vetrina, la nuova importante iniziativa dell’ANFFAS Nazionale (Associazione Nazionale Famiglie di Persone con Disabilità Intellettiva e/o Relazionale) e a farlo è Serena dell’ANFFAS di Ragusa, una delle persone che ha direttamente contribuito all’elaborazione della Prima Piattaforma Italiana di Autorappresentanti, rete, quest’ultima, che, come abbiamo ampiamente riferito nelle scorse settimane, ha l’obiettivo di garantire uno spazio di partecipazione concreto e costante alle persone con disabilità intellettiva, offrendo loro supporto, formazione/informazione e aiuto tra pari, per la difesa e tutela dei loro diritti. Ma che cos’è esattamente E-Anffas? «Si tratta – spiegano dall’Associazione promotrice – della prima piattaforma di e-commerce solidale online, una vera e propria vetrina interattiva, realizzata grazie anche al contributo di UniCredit Banca-Universo Non Profit, Ente che valorizza il contributo attivo e produttivo delle persone con disabilità intellettive. In pratica chiunque, d’ora in poi, potrà accedere alla piattaforma in qualsiasi momento, visualizzare e scegliere i prodotti realizzati dalla persone con disabilità intellettive all’interno delle strutture ANFFAS (bomboniere, articoli da regalo, gioielli e accessori, prodotti alimentari) e riceverli comodamente a casa propria, con le adeguate personalizzazioni e attraverso una donazione. In tal modo, i navigatori di internet, non solo riceveranno a casa propria un pezzo unico, ma contribuiranno a stimolare e incoraggiare la creatività, la competenza artistica e artigianale delle persone con disabilità e aiuteranno la creazione di modelli di attività lavorative autopromosse e auto sostenute. Il Progetto E-Anffas è nato infatti e si è sviluppato al motto di “Non pesi, ma risorse produttive”, per promuovere la conoscenza delle potenzialità delle persone con disabilità, nonché delle attività lavorative e di socializzazione. I prodotti realizzati e presenti sulla piattaforma rappresentano la tangibile conferma che, adeguatamente supportate, le persone con disabilità intellettive riescono ad esprimere le loro capacità e potenzialità, anche in campo artigianale e artistico». Al momento sono esattamente venti le strutture ANFFAS e gli Enti a Marchio ANFFAS, distribuiti sull’intero territorio nazionale, dalla Sicilia alla Lombardia, che aderiscono all’iniziativa e oltre duecento i prodotti disponibili sulla piattaforma, ma naturalmente l’auspicio dell’Associazione è che tale numero cresca rapidamente, facendo in parallelo aumentare esponenzialmente il numero di persone con disabilità intellettive in tutta Italia coinvolte in questo ambizioso progetto. «Consigliamo quindi a tutti – concludono dall’ANFFAS – una visita a www.e-anffas.net, per soddisfare la propria curiosità e lasciarsi tentare dagli elaborati in vetrina. Quale modo migliore, poi, per festeggiare il Natale, se non regalando a chi più amiamo un pezzo unico che ha la capacità di creare speranza e inclusione sociale e lavorativa?». Da ricordare infine che il lancio ufficiale dell’iniziativa si avrà nel pomeriggio del 2 dicembre (ore 18.30) a Rimini, in occasione del convegno internazionale ANFFAS Disabilità intellettive e del neurosviluppo: diritti umani e qualità della vita, di cui abbiamo già riferito in altra parte del giornale. (S.B.) SUPERANDO

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SEZ. DISABILITà NEWS A Vela Spiegata verso l’autonomia

26 Novembre 2016, 11:35am

Pubblicato da Giornalino Ass. Diversamente Abili Penisola Sorrentina della dott. Rosa De Martino

SEZ. DISABILITà NEWS A Vela Spiegata verso l’autonomia
INSERITO DA MICHELE PAPPACODA È per «Superando.it» un motivo di particolare orgoglio essere media partner di un importante appuntamento nazionale in programma per il 2 e 3 dicembre a Cuneo, “a cavallo” della Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità. Infatti, durante il convegno intitolato “A Vela Spiegata. Buone prassi e percorsi di vita delle persone con disabilità”, saranno proprio queste ultime a raccontare ai rappresentanti del Governo, delle Istituzioni e delle Associazioni, ad altre persone con disabilità e alle loro famiglie – come abbiano concretizzato il loro diritto di scegliere dove e con chi vivere, grazie al Progetto “VelA – Verso l’Autonomia”

Sarà Cuneo, quest’anno, una delle “capitali” del nostro Paese, in occasione dell’ormai vicina Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità del 3 dicembreprossimo, all’insegna di un appuntamento di respiro nazionale, tutto improntato alla concretezza di un “progetto-modello” destinato a fare scuola in molti altri territori.
E il nostro giornale «Superando.it» è particolarmente orgoglioso di essere il media partner di quell’evento in programma appunto per il 2 e 3 dicembre nella città piemontese, dopo avere seguito in questi anni, passo dopo passo, gli sviluppi del progetto che ne è alla base.
Era infatti il 2014, come avevamo riferito a suo tempo, quando da un tavolo di lavoro che aveva riunito nel territorio del Cuneese gli Enti Locali, le ASL, le Comunità Montane, i Consorzi, i rappresentanti delle Cooperative Sociali e delle Associazioni della Provincia, era nato il progetto denominato VelA-Verso l’Autonomia, promosso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo (CRC) e attuato dal Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell’Università di Torino. «Un progetto – avevano spiegato Cecilia Marchisio e Natascia Curto dell’Università di Torino – le cui azioni si muoveranno per costruire percorsi di Vita Indipendente basati sul classico principio del movimento internazionale delle persone con disabilità Niente su di Noi senza di Noi e caratterizzato dall’essere, tramite il coinvolgimento delle persone con disabilità intellettiva e delle loro famiglie, una vera iniziativa di sviluppo di comunità. Intendere infatti i giovani con disabilità intellettiva come propri cittadini a pieno titolo è un modo di promuovere la Vita Indipendente che si costruisce facendo crescere la comunità, perché una comunità che diventa capace di sostenere la Vita Indipendente di chi al proprio interno è in difficoltà è una comunità dove tutti stanno meglio».

Da quei primi passi si è arrivati poi alle splendide storie di Davide e Matteo, due giovani con sindrome di Down, dei quali avevamo avuto il piacere di raccontare le “vite nuove”, coincidenti con il loro approdo a una nuova casa in cui andare a vivere.
E a seguirne il percorso di costruzione dell’autonomia vi è stata anche una web serie, intelligente iniziativa voluta per arrivare a un pubblico diverso da quello degli addetti ai lavori, diffondendo in tal modo i principi della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, e in particolare l’articolo 19 (Vita indipendente ed inclusione nella società), che sottolinea, com’è noto, il diritto per tutti di scegliere dove e con chi vivere.

Ora quel progetto è arrivato alla sua conclusione e a raccontare a tutto il Paese come i loro diritti all’inclusione abbiano potuto trovare reale sostanza, saranno proprio lepersone con disabilità che ne sono state protagoniste.
Lo faranno, come detto, venerdì 2 e sabato 3 dicembre al Teatro Toselli di Cuneo, durante il convegno intitolato A Vela Spiegata. Buone prassi e percorsi di vita delle persone con disabilità, di fronte a una platea d’eccezione, alla presenza di ben due rappresentanti del Governo, Enrico Costa, ministro agli Affari Regionali e Andrea Olivero, viceministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, insieme ad altri autorevoli esponenti istituzionali, quali i senatori Nerina Dirindin, Ignazio Angioni e Patrizia Manassero, i deputati Chiara Gribaudo e Giovanni Monchiero, numerosi operatori e amministratori locali ed esperti esponenti del mondo associativo, quali Vincenzo Falabella, presidente nazionale della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), Pietro Barbieri, portavoce del Forum Nazionale del Terzo Settore, Roberto Speziale, presidente nazionale dell’ANFFAS (Associazione Nazionale Famiglie di Persone con Disabilità Intellettiva e/o Relazionale), Marco Espa, presidente nazionale dell’ABC (Associazione Bambini Cerebrolesi) e Mario Alberto Battaglia, presidente della FISM, la Fondazione che agisce a fianco dell’AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla), a fianco di persone con disabilità provenienti da tutta Italia con i loro familiari.

Ma non solo, la due giorni in Piemonte, infatti, prevede in totale ben quindici ore di lavori, suddivise in tre riunioni plenarie e tre workshop pomeridiani, in cui verranno affrontati numerosi temi di stringente attualità, dal “Dopo di Noi” al sostegno alle famiglie e ai caregiver (gli “assistenti di cura”), dal diritto alla personalizzazione e alla co-progettazione dei percorsi di vita indipendente, fino all’inclusione lavorativa.
E nella mattinata del 3 dicembre anche il primo incontro nazionale dei Comitati Regionali per l’Attuazione della Legge 162/98, la norma che ha innescato lo sviluppo della personalizzazione e della co-progettazione nel sociale, a partire da una Regione come la Sardegna, che ne ha fatto un vero e proprio “modello”, apprezzato in tante altre zone del Paese.

«Il grande interesse che questo convegno sta suscitando, e non solo in provincia di Cuneo – ha dichiarato durante la conferenza stampa di presentazione del 17 novembre scorso Giandomenico Genta, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo – testimonia quanto il tema del sostegno alla disabilità sia oggi di strettissima attualità e profondamente sentito dalle famiglie e dalla società tutta. I tre anni di attività portati avanti con il Progetto VelA si concludono con questo momento di restituzione, ma l’impegno della nostra Fondazione su questi temi continuerà anche nel 2017, con l’obiettivo di sostenere le famiglie e coinvolgere sempre più le Istituzioni del territorio, per far sì che il diritto alla vita indipendente sia davvero per tutti».

Infine, anche una vera e propria “ciliegina sulla torta”, in programma per la serata del 2 dicembre, nel bel mezzo del convegno, vale a dire il concerto, aperto a tutta la cittadinanza, del giovane pianista cieco Ivan Dalia, «talento “destrutturato” che scuote gli stereotipi», come avevamo intitolato un nostro articolo successivo alla sua partecipazione al programma televisivo Italia’s Got Talent e del quale Laura Sandruvi aveva scritto: «Ripensare la disabilità, questo è il messaggio che vedo in Ivan Dalia: non fermarsi sempre davanti a schemi pre-impostati che limitano la condizione di una persona, ma cercare di guardare oltre, più lontano, con l’aiuto di persone che, come lui, hanno già posto il loro sguardo verso un nuovo futuro».
Quella di Cuneo, dunque, sarà un’occasione unica per ascoltare la testimonianza del musicista – attualmente in tournee a New York – e le sue composizioni originali eseguite dal vivo.

(Stefano Borgato) SUPERANDO

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SEZ. DISABILITà NEWS Le donne con disabilità e quelle ferite dimenticate

26 Novembre 2016, 11:30am

Pubblicato da Giornalino Ass. Diversamente Abili Penisola Sorrentina della dott. Rosa De Martino

SEZ. DISABILITà NEWS Le donne con disabilità e quelle ferite dimenticate

INSERITO DA MICHELE PAPPACODA Sono ancora tanti coloro i quali pensano che il fenomeno della violenza contro le donne – al quale è dedicata oggi, 25 novembre, la Giornata Internazionale – non riguardi le donne con disabilità. E invece proprio queste ultime, discriminate sia in quanto donne, sia in quanto disabili, sono maggiormente esposte ad esso. L’Associazione Differenza Donna ha pubblicato gli atti di un convegno tenutosi a Roma nel giugno scorso (“Ferite dimenticate: prospettive di genere sulla violenza sociale”), nel quale trova ampio spazio anche il tema della violenza nei confronti delle donne con disabilità

Emanuela adora i cavalli. Aveva fatto equitazione per più di dieci anni, e quando il medico le disse che non sarebbe più potuta andare a cavallo a causa della rigidità posturale, determinata dalla sua disabilità motoria (la tetraparesi spastica), è morta una parte di lei. Emanuela, che all’epoca di fatti era minorenne, si è fidata del fisioterapista quando lui le ha proposto una “tecnica di respirazione” che le avrebbe permesso di tornare ad andare a cavallo. La “tecnica di respirazione” in realtà consisteva in rapporti sessuali, ma poiché lei non ne aveva mai avuti, né aveva mai ricevuto un’educazione sessuale, ha assecondato docilmente il suo violentatore. Che si trattava di violenza sessuale lo ha capito solo in seguito, quando ha descritto quella “terapia” alla madre, Paola. «Il fisioterapista che mi aveva abusato me lo sognavo la notte. Era un sogno ricorrente, sognavo che qualcuno mi faceva quello che lui ha fatto a me. Gli incubi sono finiti quando lo hanno condannato», spiega Emanuela che, con il sostegno della madre e un supporto competente (le operatrici dell’Associazione Differenza Donna, gli avvocati e i giudici che hanno impostato e condotto correttamente la causa), è riuscita a dimostrare la propria credibilità, ad affrontare il processo, e a far condannare il suo aggressore. Oggi Emanuela è inserita in un progetto di formazione al lavoro. Quale sia il suo stato d’animo lo racconta lei stessa: «Io con questa formazione lavoro, mi sento in grado di spaccare il mondo. Sento che con questo lavoro [sono in grado] di volare e per me è una cosa fondamentale e quindi questa cosa mi riempie il cuore di gioia. Io non mi fermo alla mia disabilità, io sono altro dalla mia disabilità. Anzi la disabilità per me è una piccola parte di me, nulla, se non hai il cuore non puoi volare, rimani sempre a terra, invece io credo che posso andare dovunque io voglio, pure in carrozzina. Devo ringraziare questa splendida mamma che mi ha aiutato e non voglio più che questo schifo di gente mi metta le mani addosso».

Le testimonianze di Emanuela e della madre Paola sono state raccolte in occasione del convegno Ferite dimenticate: prospettive di genere sulla violenza sociale, tenutosi a Roma il 21 giugno scorso [se ne legga anche la nostra presentazione, N.d.R.], e che è stato realizzato congiuntamente dall’Associazione Differenza Donna e dall’Università del Kent (un’università britannica con sedi in tre nazioni diverse – Regno Unito, Belgio e Francia -, che ha istituito il primo Corso di Laurea in Studi di Genere in Inghilterra). In questi giorni Differenza Donna ha pubblicato gli atti del convegno (che sono distribuiti gratuitamente, e sono reperibili facendone semplicemente richiesta attraverso il sito dell’Associazione), un prezioso documento nel quale trovano ampia trattazione il tema della violenza nei confronti delle donne con disabilità, e quello della tratta delle donne finalizzata allo sfruttamento sessuale, ad opera della criminalità organizzata.

Oggi è il 25 novembre, data in cui ricorre la Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne, e in tale occasione notiamo che sono ancora tanti coloro che pensano che questo fenomeno non riguardi anche le donne con disabilità. Ciò non solo non è vero, ma queste ultime, trovandosi spesso in una situazione di vulnerabilità socialmente costruita, sono maggiormente esposte ad esso. Per questo motivo è importantissimo parlarne. Nei citati atti di quel convegno, qualche dato numerico lo fornisce Giovanni Travaglino, docente di Psicologia Sociale e delle Prganizzazioni presso l’Università del Kent, quando afferma che si stima che, in Europa, ancora oggi le donne che subiscono violenza siano tra un quarto e un quinto della popolazione femminile, e che il numero raddoppi nel caso delle donne con disabilità, poiché esse sono discriminate sia in quanto donne, che in quanto disabili. Eppure, nonostante questi numeri, questo aspetto del fenomeno è ancora poco conosciuto, e sono poche le Associazioni di settore che se ne occupano. Travaglino ha fatto riferimento ad uno studio che ha coinvolto 415 donne con disabilità, e che «ha dimostrato una connessione fra disabilità motorie, l’isolamento sociale e la probabilità di subire violenza». Oltre all’isolamento sociale, gli altri fattori che espongono le donne con disabilità al rischio di subire violenza, sono la circostanza che queste donne entrino in contatto con tanti specialisti e professionisti, e che, tra i tanti, ce ne possa essere qualcuno che ne approfitti (come nel caso di Emanuela); ls stesse famiglie sono luoghi a rischio; inoltre, alle persone con disabilità viene spesso insegnata la condiscendenza, e va da sé che persone educate in questo modo non siano in grado di identificare/percepire la violenza. E ancora, il quadro è complicato dal fatto che nel caso delle persone con disabilità individuare gli abusi e le violenze può essere veramente complesso: cambiare la disposizione dei mobili all’interno di una stanza, ad esempio, impedisce a una donna con disabilità visiva di muoversi autonomamente all’interno di essa, ma è piuttosto difficile dimostrare – da un punto di vista legale – che quello è un abuso. Spostandoci sul versante sociale, sistemico e culturale, la circostanza che associamo le donne con disabilità al senso di impotenza e vulnerabilità, ci induce ad “insegnare” loro ad essere impotenti e a creare situazioni di dipendenza. Un altro aspetto importante è che difficilmente la relazione tra vittima e abusante si limita a coinvolgere solo queste due persone: solitamente, infatti, c’è anche un’altra persona cheosserva ma non fa niente. Pertanto, se vogliamo sconfiggere la violenza, è fondamentale cambiare questo fattore determinate e per rispondere a problemi del genere è necessario adottare un approccio sociale. A tal fine è stato costituito un network che ha messo insieme diversi partner: l’Università del Kent, l’Associazione Differenza Donna, Solace Women’s Aid di Londra, il CERMI di Madrid, la Regione Lazio, l’Università di Barcellona, un Municipio del Comune di Londra e il Ministero della Salute spagnolo.

Rosalba Taddeini, referente del Centro Antiviolenza per Donne con Disabilità Vittime di Violenza, ha sottolineato durante il convegno di giugno come la maggiore vulnerabilità alla violenza delle donne con disabilità sia costruita culturalmente, perché viene dato per scontato che queste donne non siano in grado di chiedere aiuto, fuggire, o reagire alla violenza; non viene sostenuta la loro individualità e i modi diversi per proteggersi e affermarsi; non vengono offerte loro opportunità di contatto affettuoso, e ciò le rende vulnerabili alle relazioni violente; non vengono educate all’affettività e alla sessualità perché si pensa che non le riguardino; non viene stimolata la loro autostima; su di loro e sui loro corpi prevalgono sentimenti ambivalenti; non sono credute o si minimizzano le violenze subite, lasciandole vulnerabili a ulteriori violenze; si tende a credere che le donne con determinate disabilità, come – ad esempio – disabilità intellettive o malattie psichiatriche, abbiano una sessualità incontrollata o un’incontrollata fantasia, e di conseguenza a ignorare o banalizzare le loro richieste di aiuto. Attraverso lo sportello dell’Associazione Differenza Donna attualmente sono sostenute 35 donne con disabilità, la maggior parte delle quali ha subito violenza sessuale(70%), mentre le altre (30%) hanno subìto maltrattamenti in famiglia, o dai genitori, o dall’ex partner. Un dato interessante è che il 20% delle donne con disabilità intellettive, motorie e sensoriali, accolte e ospitate dall’Associazione Differenza Donna, pur essendo disabili, non hanno fatto alcun percorso di riconoscimento della propria disabilità. Osserva Taddeini: «Esiste un sommerso soprattutto rispetto alle disabilità cognitive e intellettive che, come riferitoci dalle donne, non viene segnalato neppure durante il percorso scolastico dal corpo docente e, se segnalato, i genitori non lo riconoscono per vari motivi».

Molto interessanti sono anche i risultati emersi da una ricerca che ha interessato 16 operatori socio sanitari (60% donne, 40% uomini) e alcuni focus group con donne disabili, risultati che sono stati esposti da Giuseppina Russo, psicologa ricercatrice dell’Associazione Differenza Donna. Vediamone alcuni. Tutti i professionisti coinvolti lavorano con persone (non solo donne) con disabilità cognitiva/intellettiva (63%) o motoria (37%), mentre non è stato indicato nessun caso di disabilità sensoriale. Il 76% degli operatori intervistati ritiene che una donna con disabilità non dica di essere vittima di violenza per vergogna/sensi di colpa, il restante 24% per isolamento. Alla domanda su cosa sia per loro la violenza di genere, hanno indicato le seguenti tipologie: violenza fisica (57%), violenza sessuale (31%), e violenza psicologica (6%). In realtà, come abbiamo accennato, le forme della violenza di genere sono veramente tante (si pensi, ad esempio, alla violenza economica), ma esse non sono percepite da questi operatori che hanno a che fare con persone con disabilità. Indagando quali siano – sempre secondo gli operatori – le donne maggiormente soggette a violenza, emerge come essi abbiano fatto proprio lo stereotipo della debolezza delle donne vittime di violenza, infatti l’81% di essi indica donne deboli, il restante 19% donne con bassa istruzione. Spiega Russo: «Riflettendo su tali dati, emerge una difficoltà a pensare che il fenomeno della violenza sia trasversale e riguardi tutti i livelli sociali. Anch’io che mi occupo del fenomeni potrei essere vittima di violenza. C’è difficoltà a immaginare una donna con disabilità come una donna forte, che abbia un’istruzione, un buon lavoro e realizzata». Agli operatori è stato anche chiesto come, a loro giudizio, le donne con disabilità percepiscano la violenza: l’81% ha risposto che esse non percepiscono la gravità della violenza, mentre per il restante 19%ritiene che vi sia una normalizzazione dei comportamenti. Tutti concordano nell’affermare che vi sia un rischio elevato che le donne con disabilità possano subire maltrattamenti e violenza sessuale, e adducono le seguenti motivazioni: mancanza di difese (56%), mancanza di consapevolezza (25%), negazione della sessualità (6%), altre motivazioni (13%). Un altro dato importante è che l’88% degli operatori interpellati ha già seguito casi di violenza di genere su donne con disabilità. Per gestire queste situazioni, nel 75% dei casi essi si sono avvalsi di un’équipe così composta: l’operatore, un medico, una psicologa che si interfaccia con l’assistente sociale, un infermiere o riabilitatore… ma nessuna persona con disabilità e nessuna rappresentanza delle Associazioniche si occupano di genere.

Gli atti del convegno Ferite dimenticate offrono molti altri spunti, e anche la parte dedicata alla tratta delle donne meriterebbe una riflessione specifica, che in questo spazio però non è possibile. Rimandiamo dunque i Lettori agli atti stessi, per ulteriori approfondimenti, e dedichiamo la parte conclusiva di questo approfondimento a ragionare sul caso di Emanuela, e su alcuni dati e aspetti richiamati in precedenza.

La vicenda di Emanuela ci dà un messaggio di speranza: dalla violenza si può uscire. Ma per uscirne è necessario creare le condizioni. Nel caso in questione, abbiamo la circostanza fortunata di una madre che ha saputo ascoltare e supportare la figlia fino al processo. Ma non è sempre così. Molte madri, infatti, o altre persone presenti in famiglia, davanti alla violenza tacciono, perché essa suscita in loro vergogna o sensi di colpa, oppure perché anch’esse hanno una dipendenza psicologica, o di altro tipo, dall’aggressore. Anche gli operatori talvolta stanno zitti perché non sanno riconoscere la violenza, perché i loro stereotipi li inducono a minimizzarla o negarla, oppure perché non sanno a chi rivolgersi. Chiariamo bene questo aspetto: chi vede una situazione di violenza o abuso, e non fa niente, ha una responsabilità. Una responsabilità diversa da quella dell’aggressore, ma comunque una responsabilità pesante, perché lascia impunito l’aggressore e, cosa ancora più grave, lo mette in condizione di reiterare il comportamento violento. Se non riusciamo a modificare questo atteggiamento omertoso – che spesso non è individuale, ma collettivo – non ne verremo fuori. Chi ha che fare con persone disabili deve sapere che la violenza nei loro confronti è possibile, deve conoscere le diverse forme in cui si può manifestare, deve intervenire e chiedere aiuto. Deve anche acquisire che la violenza è un fenomeno trasversale che riguarda tutte le classi sociali e tutte le fasce d’età. Emanuela l’abbiamo resa vulnerabile noi nel momento in cui non ci siamo dati abbastanza da fare perché nelle scuole ci fossero corsi di educazione alla sessualità e all’affettività. La sua impreparazione non le ha consentito di leggere correttamente ciò che stava accadendo. Questo ci conferma che la vulnerabilità delle persone con disabilità – donne e uomini – è socialmente costruita. E la mancanza di educazione alla sessualità e all’affettività ha danneggiato anche l’aggressore, poiché lo ha privato dell’opportunità di apprendereche non si può disporre del corpo altrui (nemmeno di quelli delle donne) senza il consenso della persona interessata, o con l’inganno. Gli stessi giudici, magistrati e avvocati – come tutti – possono essere soggetti a stereotipi e pregiudizi sulle donne e sulle persone con disabilità, tant’è che se Emanuela avesse incontrato un giudice che l’avesse considerata inattendibile solo perché disabile, oppure avesse argomentato che, poiché lei non ha opposto resistenza, era consenziente, non ci sarebbe stato né un processo, né una condanna, pur essendoci – sotto un profilo giuridico – tutti gli strumenti atti a punire chi compie questi reati. Anche nei casi di disabilità intellettiva o di malattie psichiatriche – dove il tema della credibilità è inevitabilmente più complesso – l’atteggiamento non può essere quello di ignorare le richieste d’aiuto: deve sempre essere quello della verifica. Tutti gli attori coinvolti nei percorsi di prevenzione, contrasto e fuoriuscita dalla violenza dovrebbero ricevere una formazione specifica contro gli stereotipi relativi alle disabilità, ai generi, e alle altre diversità. Contemporaneamente occorre agire perché sia i servizi che le strutture antiviolenza vengano resi accessibili e preparati ad accogliere donne con diverse disabilità (fisica, intellettiva, sensoriale e plurima). Abbiamo visto che il 20% delle donne con disabilità accolte dall’Associazione Differenza Donna, pur essendo disabili, non dispongono di una certificazione che attesti questa condizione. Ebbene, ci sono casi in cui la donna con disabilità è in pericolo ed è necessario attivare sin da subito i percorsi e i servizi riservati alle persone con disabilità, senza dover aspettare la certificazione pertinente. Questo fa capire che – poiché le situazioni sono davvero tante e imprevedibili – solo dotando il sistema istituzionale di una flessibilità di cui attualmente non dispone, saremo in grado di dare risposte tempestive ed efficaci. In altre parole, è il sistema a doversi adeguare alle esigenze delle persone, non viceversa. Non si possono affrontare casi di violenza ai danni sulle donne con disabilità, senza che nelle équipe ci siano persone con disabilità e donne competenti sulle tematiche di genere. In sostanza: non si esce dalla violenza nei confronti delle donne con disabilità, senza coinvolgere le donne con disabilità. La loro forza va costruita sostenendole nel divenire competenti e consapevoli, trattandole da soggetti sessuati, e sollecitando la loro partecipazione e autodeterminazione, non solo in relazione alla violenza, ma in qualsiasi altro campo.

a cura di Simona Lancioni SUPERANDO

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SEZ. DISABILITA’ NEWS A misura di anziani e disabili: Alessandria è l’unica italiana fra le sette finaliste all’Access City Award

24 Novembre 2016, 16:56pm

Pubblicato da Giornalino Ass. Diversamente Abili Penisola Sorrentina della dott. Rosa De Martino

SEZ. DISABILITA’ NEWS A misura di anziani e disabili: Alessandria è l’unica italiana fra le sette finaliste all’Access City Award

INSERITO DA MORENA MOTTA Alessandria è la città più «accessibile» d’Italia. Spieghiamo meglio: è fra le sette finaliste dell’edizione 2017 del premio europeo «Access City Award», quello che punta a conferire un riconoscimento comunitario ufficiale ai centri che hanno realizzato attività e interventi esemplari per migliorare «l’accessibilità dell’ambiente urbano a favore della collettività, con un particolare riferimento ai bisogni delle persone disabili e degli anziani».

Ebbene, Alessandria ha superato la fase nazionale e ha raggiunto la fase finale. Ed è l’unica italiana; le altre finaliste sono, infatti, Chester (Regno Unito), Funchal (Portogallo), Jurmala (Lettonia), Lugo (Spagna), Rotterdam (Olanda) e Skellefteå (Svezia). Il 29 novembre, una giuria di professionisti ed esperti decreterà la vincitrice, poi ci saranno un secondo e un terzo posto, insieme a una menzione speciale. E in municipio ci sperano, perché i progetti messi in campo in questo senso sono stati tanti e sentiti. Soprattutto da chi di questi temi si occupa tutti i giorni: Paola Testa, la disability manager.

Alessandria è alla sua quinta partecipazione all’«Access City Award» e ha iniziato a candidarsi nel 2012, proprio quando l’ufficio Disability è stato reso operativo. «All’”Access” - spiegano - possono candidarsi le amministrazioni cittadine che abbiano realizzato o pianificato misure e interventi per migliorare l’accessibilità dell’ambiente urbano in quattro ambiti: strutture e servizi pubblici, ambiente costruito e spazi pubblici, trasporti e relative infrastrutture, nuove tecnologie. Le città candidate devono dimostrare di aver adottato un approccio coerente all’accessibilità in tutte le quattro aree e possedere una visione ambiziosa per il futuro nell’affrontare l’accessibilità della città».

La giuria presterà particolare attenzione all’impatto delle misure sulla vita quotidiana delle persone con disabilità e sulla città in generale, tenendo conto della qualità e della sostenibilità dei risultati ottenuti. «I centri urbani dovranno anche dimostrare il coinvolgimento attivo delle persone disabili e delle loro organizzazioni nella pianificazione e attuazione delle politiche e iniziative locali per migliorare l’accessibilità» aggiungono dal Comune.

In totale, hanno partecipato 43 città da tutta Europa, cioè dai ventotto Stati membri, presentando i progetti e i risultati ottenuti. Martedì e mercoledì della prossima settimana, il sindaco Rita Rossa è stata invitata a Bruxelles, al Charlemagne, il palazzo della European Commission, per la cerimonia di premiazione che avverrà durante una conferenza organizzata in occasione dello European Day of Persons with Disabilities, la Giornata europea delle persone con disabilità.

FONTE di Valentina Frezzato LA STAMPA

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SEZ. DISABILITA’ NEWS Sanità, Aiom: “800 mila italiani ogni anno cambiano regione per curarsi”

23 Novembre 2016, 15:59pm

Pubblicato da Giornalino Ass. Diversamente Abili Penisola Sorrentina della dott. Rosa De Martino

SEZ. DISABILITA’ NEWS Sanità, Aiom: “800 mila italiani ogni anno cambiano regione per curarsi”

INSERITO DA MORENA MOTTA Ogni anno quasi 800mila italiani colpiti dal cancro sono costretti a cambiare Regione per curarsi. Soprattutto dal Sud verso il Nord, in particolare Milano: dalla Campania 55mila persone, dalla Calabria 52mila, dalla Sicilia 33mila, dall'Abruzzo 12mila e dalla Sardegna 10mila. Il valore economico annuo di queste migrazioni sanitarie e' pari a 2 miliardi di euro. Preoccupa soprattutto la situazione in Calabria: il 62% dei pazienti con tumore del polmone e il 42% dei cittadini con cancro del seno vanno fuori Regione per eseguire l'intervento chirurgico di asportazione della malattia. Complessivamente, considerando la chirurgia per le neoplasie piu' importanti (polmone, seno, colon retto, prostata, vescica e tumori ginecologici), la migrazione sanitaria in Calabria raggiunge il 37%, con 1.999 ospedalizzazioni nel 2012 fuori dai confini locali. A queste si aggiungono 1.941 ricoveri per chemioterapia extra Regione che rappresenta il 10% circa dei trattamenti medici. Infatti al crescere delle prestazioni di oncologia medica in Regione, che riduce sempre piu' questa percentuale, non fa riscontro un pari progresso delle prestazioni chirurgiche. Sono dati preoccupanti che richiedono interventi urgenti a partire dalla realizzazione della Rete Oncologica della Calabria e dei Percorsi Diagnostici Terapeutici Assistenziali (Pdta). La richiesta viene dall'Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) in un incontro con i giornalisti oggi a Milano. Cosi' in un comunicato l'Aiom. "Vogliamo collaborare con le Istituzioni per risolvere quanto prima questa situazione, che ha un impatto negativo sulla qualita' delle cure- spiega il prof. Carmine Pinto, presidente nazionale Aiom- La riorganizzazione dell'offerta attraverso la Rete portera' anche risparmi per il sistema e una razionalizzazione sostanziale delle risorse. Il divario nella qualita' dell'assistenza rispetto alle altre Regioni riflette la scarsa fiducia dei cittadini calabresi nei servizi locali. Il recupero della cosiddetta mobilita' 'passiva' richiede il rafforzamento degli organici, implementazione dei programmi di screening, investimenti strutturali e tecnologici e facilita' di accesso alle prestazioni con abbattimento delle liste di attesa. La Rete dovra' prevedere anche una suddivisione dei ricoveri per intensita' di cura, oggi infatti gran parte della mobilita' riguarda casi di bassa e media complessita'". In Calabria nel 2016 sono stimati 10.400 nuovi casi di tumore. Le migrazioni conducono i pazienti verso le strutture della Lombardia, Lazio ed Emilia-Romagna ma anche verso territori vicini, come Basilicata, Sicilia e Puglia. Un Decreto del Commissario ad acta alla sanita' della Calabria (Dca n.10 del 2 aprile 2015) ha previsto l'istituzione della Rete oncologica regionale, evidenziando alcune misure urgenti. "Innanzitutto- sottolinea il dott. Vito Barbieri, coordinatore Aiom Calabria e dirigente medico presso l'Oncologia dell'Azienda Ospedaliera-Universitaria Mater Domini di Catanzaro- l'attuale dotazione di strutture risulta non adeguata rispetto alle esigenze assistenziali della Regione, per cui e' stata programmata una rimodulazione del numero dei posti letto di Oncologia medica che oggi sono 163, 72 di degenza ordinaria e 91 di Day Hospital. Il provvedimento del Commissario stabilisce di privilegiare modalita' di assistenza differenti, cioe' day hospital e soprattutto prestazioni terapeutiche ambulatoriali con riduzione dell'uso del ricovero ordinario. La riconversione dovrebbe generare un'offerta complessiva di 139 posti letto, di cui 57 ordinari e 82 in Day Hospital. Tra le cause della mobilita' passiva nel trattamento dei tumori, occupano un posto di rilievo la ricerca dell'efficacia e dell'efficienza clinica, di un servizio pubblico piu' orientato alle esigenze del malato e una migliore comunicazione medico-paziente. La rimodulazione della quantita' e qualita' dell'offerta implica soprattutto, come indicato nel provvedimento del Commissario, l'incremento del numero di interventi di chirurgia oncologica". È previsto infatti un aumento del 15% dei volumi attuali per i tumori piu' importanti: seno (oggi nelle strutture della Regione viene eseguito il 58% degli interventi chirurgici), colon retto (69%), polmone (38%), neoplasie ginecologiche (63%) e prostata (66%). "All'interno della Rete- continua il prof. Pinto- possono essere identificati diversi livelli di erogazione delle prestazioni. È quindi essenziale favorire l'accesso all'assistenza appropriata in strutture che si identificano come nodi della rete oncologica e definire le modalita' di integrazione tra offerta ospedaliera e risorse assistenziali di livello territoriale. In questo contesto assumono un ruolo importante i medici di famiglia e le unita' complesse di cure primarie". Problematiche culturali, logistiche, strutturali e organizzative hanno caratterizzato la qualita' dell'assistenza in Calabria. "Finora- conclude il dott. Barbieri- ha dominato la sfiducia nei servizi regionali a causa di un'offerta mal proporzionata alle esigenze della popolazione, con organici totalmente inadeguati in alcune realta'. Non va sottovalutata anche la complessita' del territorio che obbliga a portare i servizi oncologici in zone spesso disperse e poco popolate. È urgente intervenire quanto prima, e chiediamo la costituzione di un'autorita' centrale regionale con funzioni di coordinamento della Rete gia' deliberata, in grado di governare i collegamenti tra le diverse strutture e di pianificare l'uso delle risorse, realizzando, con tempistiche serrate, tutti gli step che portino alla disponibilita' e massima fruizione, da parte della popolazione, della rete oncologica".

FONTE SUPERABILE

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SEZ. DISABILITA’ NEWS Sclerosi multipla: più è bassa la perfusione del talamo più è alta la disabilità

23 Novembre 2016, 15:50pm

Pubblicato da Giornalino Ass. Diversamente Abili Penisola Sorrentina della dott. Rosa De Martino

SEZ. DISABILITA’ NEWS Sclerosi multipla: più è bassa la perfusione del talamo più è alta la disabilità

INSERITO DA MORENA MOTTA E‘ stato pubblicato sul sito della rivista scientifica Journal of Neuroradiology uno studio francese intitolato “Hypoperfusion of the thalamus is associated with disability in relapsing remitting multiple sclerosis” (L’ipoperfusione del talamo è associata con la disabilità nella sclerosi multipla recidivante remittente).

Secondo alcuni ricercatori dell’Università di Aix-Marseille (Francia), mentre le anomalie di perfusione della materia grigia (GM) sono state evidenziate nei pazienti con sclerosi multipla (SM), i rapporti con la disabilità rimangono ancora poco chiari. Considerando che l’atrofia è nota per avere un impatto sulla perfusione, si è voluto valutare le anomalie di perfusione della GM dei pazienti con SM, al di fuori delle aree atrofiche ed indagare i rapporti con la disabilità.

E’ stata valutata la perfusione cerebrale di 23 pazienti con sclerosi multipla recidivante-remittente e 16 soggetti sani abbinati utilizzando la tecnica di imaging a risonanza magnetica a 3T pseudo-continuous arterial spin labeling. Al fine di individuare eventuali anomalie di perfusione della GM nelle aree risparmiate dall’atrofia, sono stati combinati il confronto voxelwise delle mappe del flusso ematico cerebrale della GM (CBF) (corteccia e GM profonda) (P <0,005, FWE-corretto) e l’analisi della morfometria basata sui voxel ( P <0.005, FDR-corretto) per escludere le aree atrofiche. La disabilità è stata valutata utilizzando la Scala di invalidità espansa (EDSS) ed il punteggio della scala MSFC.

Nei pazienti, è stata raffigurata una significativa ipoperfusione della GM al di fuori delle aree atrofiche solo nei talami bilaterali. Non è stato trovato nessun altro cluster ipoperfuso rispetto ai controlli. La perfusione dei talami è stata correlata al punteggio MSFC (P = 0,011, rho = 0.523). E’ stato trovato un trend di correlazione tra la perfusione dei talami e l’EDSS (p = 0,061, rho = -0,396).

Secondo gli autori, nella SM recidivante remittente, le anomalie di perfusione nelle aree del talamo contribuiscono alla disabilità. Questi risultati suggeriscono che i disturbi funzionali dei talami, che rappresentano uno dei principali “hub” del cervello, possono disturbare le varie funzioni cerebrali prima ancora dei danni strutturali.

FONTE di Peppe Caridi METEOWEB.EU

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SEZ. DISABILITA’ NEWS Legge di bilancio, il bonus nido andrà anche ai bambini malati

23 Novembre 2016, 15:50pm

Pubblicato da Giornalino Ass. Diversamente Abili Penisola Sorrentina della dott. Rosa De Martino

SEZ. DISABILITA’ NEWS Legge di bilancio, il bonus nido andrà anche ai bambini malati

INSERITO DA MORENA MOTTA Il bonus nido da 1.000 euro l'anno previsto dalla legge di bilancio sarà destinato, non solo ai bambini iscritti agli asili, ma anche a "forme di supporto presso la propria abitazione in favore dei bambini al di sotto dei tre anni affetti da gravi patologie croniche". Lo prevede un emendamento alla legge di Bilancio approvato in Commissione alla Camera. L’emendamento era stato presentato dalla Commissione Affari Sociali e ha trovato il via libera della Commissione Bilancio, che sta analizzando il testo in questi giorni. Si va così incontro a quelle situazioni che non consentono – o semplicemente non consigliano – la frequenza dell’asilo nido, che sarebbero state escluse secondo la formulazione precedente dall’agevolazione prevista. La stessa Commissione Bilancio della Camera ha invece bocciato gli emendamenti alla legge di bilancio che legavano l’assegno alla situazione economica delle famiglie. Ha infatti ricevuto parere contrario di relatore e governo l’emendamento del Pd che stabiliva per il riconoscimento del bonus un tetto massimo di 25.000 euro di valore Isee. Bocciata anche un’altra proposta similare. Per ottenere il bonus coloro che frequentano il nido dovranno presentare non solo l’attestazione dell’iscrizione all’asilo, ma anche quella del pagamento della retta.

FONTE SUPERABILE

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