PRIMO PIANO E ANTEPRIMA «Stoffe, induismo e un giardino con gli animali salvati dal mattatoio. Eravamo i diversi, ma i nostri piatti vegetariani piacciono a tutti»

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INSERITO DA MIKI PAPPACODA La luce negli occhi, il cuore calmo e il fare garbato di un mercante di stoffe pregiate indiane, nel caotico e folcloristico mercato di Porta Portese. Dall’altra parte del suo banco traboccante di scampoli di sari, copriletti, tovaglie, parei e pigiami “comfy chic”, le signore altolocate dei Parioli, scese ai margini con Roma sud, che già si immaginano in spiaggia a Capalbio con uno di quei pantaloni con le trame evocative della leggendaria Via della Seta, magari spezzandolo con una t-shirt bianca sopra. Massimo Carrara, il titolare, le osserva con fare pacato, in un dignitoso silenzio che stride rispetto al vociare chiassoso dei vicini, mentre incitano la folla ad approfittare dell’affare del giorno. «Per fortuna le mie cose si vendono da sole, per qualità e particolarità; non vorrei mai manipolare una mia potenziale cliente spingendola ad acquistare qualcosa che non desideri veramente. Mi creerebbe un certo imbarazzo, nonché disagio», racconta il 67enne romano che possiede anche la boutique “Il Mezzaro” ai Parioli, dove propone gli stessi articoli provenienti da Jaipur e stampati a mano. La sua oasi di pace Beni materiali di una società sempre più iper-consumistica ed edonistica, che gli permettono di campare, ma da cui Massimo tiene le distanze nell’intimità del suo privato. Un’oasi di pace alle porte di Roma, in un angolo di Campagnano, dove ha costruito la sua famiglia e una felicità in armonia con i millenari insegnamenti dei testi sacri vedici.
Nel suo giardino animato da frequenti pratiche spirituali che riuniscono altri devoti Hare Krishna, tra alberi dei desideri e gong, giocano felici, senza paura di avvicinarsi agli umani, un toro e una mucca «che abbiamo salvato dal mattatoio. Esseri innocenti e vulnerabili, che dipendono dalla protezione dell’uomo. Sprigionano un’energia incredibile», spiega Massimo, vegetariano fin da giovane, subito dopo un viaggio, a 16 anni, in India, raggiunta a bordo di autobus pubblici, attraversando Paesi quali l’Iran, l’Afghanistan e il Pakistan. Un’esperienza che gli ha offerto l’incontro con un giovane devoto da cui ha ricevuto “La Baghavad Gita” (“Il Canto del Signore”), universalmente riconosciuta come il gioiello di saggezza spirituale e filosofica dell’India.
In quei 700 versi tradotti dal sanscrito con cui Krishna, l’Essere Supremo, svela la scienza della realizzazione dell’essere umano attraverso il trascendentale, Massimo ha trovato le risposte che cercava, la sua fonte di sollievo. Rientrato a Roma, inizia a frequentare l’unico tempio del Bhakti Yoga, lo yoga della devozione, in Italia, dove già vive la sua fidanzata Anna. La tunica arancione diventa il suo abito, i sandali i suoi calzari, anche quando si presenta in caserma a Potenza con la neve, per fare il militare: «I miei genitori erano preoccupati e speravano che con la leva tornassi “normale”.
Invece, a mensa chiedevo piatti vegetariani che prima di consumare offrivo a Krishna e la domenica, lungo il corso della città, cantavo mantra in suo nome. Ero “strano e alieno”, un fenomeno mai visto negli anni ’70. Non trovandomi una collocazione idonea e dovendo giustificare l’esonero dal servizio di leva obbligatorio, non sapendo gestire questo loro problema i vertici pensarono di mandarmi al manicomio militare e poi civile. Lì risolsero il caso rilasciandomi con l’etichetta di personalità incapace di stare con gli altri e si liberarono di me», ricorda il devoto.
Una volta fuori, Massimo sposa la sua Anna, con cui va a vivere al tempio, vedendosi, da coniugi, solo a mensa e per la consegna a lei dei panni sporchi da lavare. «Quando è nato il nostro primogenito, Govinda, nome scelto per onorare Krishna nella sua incarnazione di pastorello delle vacche, abbiamo sentito l’esigenza di una casa e, quindi, di un lavoro», aggiunge lo stesso, che a quel punto si improvvisa venditore ambulante di testi sacri e inizia a costruire una vita a dimensione familiare in armonia col suo percorso spirituale. Poi arriva il secondo figlio, Madhava, nell’induismo (che trae origine dai Veda) lo sposo della dea della fortuna.
«Non è stato facile all’inizio. Se i bambini avevano l’influenza, per il pediatra era colpa del fatto che fossero vegetariani. La preside a scuola era preoccupata per quei nomi e per la nostra religione, così “diversi”. Ma col tempo le famiglie degli amichetti di classe hanno capito che i loro pregiudizi erano dovuti alla non familiarità con i principi che seguivamo. Alla fine hanno cominciato a vederci come persone semplici, più tranquille di loro, contrarie alla violenza, che non bevevano, né fumavano. Ai compleanni assalivano i nostri buffet vegetali», ricorda Massimo.
I figli che ha avuto con Anna sono cresciuti guidati, ma potendo scegliere con la propria testa, sperimentando curiosità e vizi: «Govinda fuma tabacco, ma davanti a me evita di farlo. Ci accogliamo nella libertà. Io continuo a invocare Krishna. Non l’ho ancora visto, ma quando mi giro dall’altra parte c’è tanto odio», conclude il romano grato al Dio che gli ha donato tanto e a cui deve tutto.
di Sabrina Quartieri LEGGO
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