Il Giornale Vettica di Amalfi Online Velasca Vimercate News nel Mondo nato nel mese di gennaio 2010 dalla volontà del titolare Michele Pappacoda di dare spazio a tanti diversamente abili, grazie all'inserimento di news, di sentirsi realizzati in qualcosa di personale uscendo dai mille problemi che la disabilità ci impone quotidianamente.
di Miki Pappacoda Tragedia sfiorata quest’oggi lungo la strada statale 163 Amalfitana nel territorio comunale di Maiori dove due operai, intenti ad eseguire dei lavori di consolidamento sul costone roccioso, sono rimasti gravemente feriti a causa dal ribaltamento dell’autogru con la quale stavano eseguendo i lavori.Secondo una prima ricostruzione, l’incidente, avvenuto poco dopo le 14, sarebbe scaturito dallo sbilanciamento del braccio mobile del mezzo che ha causato il conseguente rovesciamento. I due operai sono stati sbalzati fuori cadendo sulle rocce. Sul posto carabinieri e vigili del fuoco. Uno dei due feriti è stato trasportato al pronto soccorso dell’ospedale di Castiglione di Ravello, mentre per l’altro che era finito in un punto non raggiungibile è stato necessario richiedere l’intervento dell’Eliambulanza che lo ha trasportato al pronto soccorso dell’ospedale di Salerno.. La strada statele SS.163 Amalfitana e rimasta chiusa in entrambi le direzioni deviazioni per Valico di Chiunzi e Ravello in attesa del magistrato per capire la dinamica e far rimuovere il camion.
INSERITO DA MORENA MOTTA Una mattina d'estate, un piccolo sarto sedeva al suo tavolo, davanti alla finestra, e cuciva. Giù per la strada veniva una contadina gridando: -Marmellata buona! Marmellata buona!-. Queste parole suonarono piacevoli all'orecchio del piccolo sarto; sporse la testolina dalla finestra e chiamò: -Quassù, brava donna! Qui spaccerete la vostra merce-. La donna salì e dovette aprire tutta la sua cesta. L'omino ispezionò bene ogni pentola, e infine comprò soltanto un quarto di libbra, cosicché‚ la donna se ne andò di pessimo umore e brontolando. -Che Dio benedica la mia marmellata- disse il piccolo sarto -e mi dia forza e vigore!- Prese del pane, ne tagliò un pezzo per il lungo e ci spalmò sopra la marmellata. -Deve avere un buon sapore- disse -ma prima di morderlo voglio finire il farsetto.- Mise il pane accanto a s‚, riprese a cucire e dalla gioia faceva punti sempre più lunghi. Nel frattempo l'odore della marmellata era salito su per la parete fino ad arrivare a un nugolo di mosche che si precipitarono giù. Ma il piccolo sarto ogni tanto si voltava a guardare il pane, e così scoprì le intruse. -Olà- esclamò -chi vi ha invitato?- e le cacciò via. Ma le mosche, che non capivano la lingua, non si lasciarono respingere e tornarono ancora più numerose. Il piccolo sarto perse la pazienza, prese un pezzo di stoffa dalla sua cassetta e: -Aspettate, ve la darò io!- e giù colpi. Quando la smise e contò, ben sette mosche gli giacevano davanti morte stecchite. -Sei così bravo?- disse ammirato fra s' e s'. -Deve saperlo tutta la città.- E in fretta e furia si tagliò una cintura, la cucì e vi ricamò sopra a grandi lettere: -Sette in un colpo!-. -macché‚ città!- proseguì -tutto il mondo lo deve sapere!- E il cuore gli balzava di gioia come un codino d'agnello. Poi si legò la cintura intorno alla vita e frugò per tutta la casa se non ci fosse nulla da portarsi via, poiché‚ voleva andarsene per il mondo. Ma in casa trovò solamente un vecchio formaggio e se lo cacciò in tasca. Davanti alla porta con un colpo di fortuna acchiappò un uccello che andò a tenere compagnia al formaggio. Poi prese la strada fra le gambe e salì su di un'alta montagna, e quando ne ebbe raggiunto la cima ecco là seduto un gran gigante. -Ehilà, camerata!- disse il piccolo sarto al gigante -te ne stai qui seduto a guardarti il mondo? Io pure mi sono incamminato per provare le mie forze. Hai voglia di venire con me?- Il gigante lo guardò e disse: -Tu, essere miserabile!-. -Proprio!- disse il piccolo sarto, si sbottonò la giacca e mostrò al gigante la cintura: -Qui puoi leggere che uomo sono-. Il gigante lesse. -Sette in un colpo!- pensò che si trattasse di uomini uccisi e incominciò ad avere un po' di rispetto per il piccolo sarto. Ma prima volle metterlo alla prova: prese in mano una pietra e la strinse fino a farne gocciolare fuori dell'acqua. -Adesso fallo tu- disse il gigante -se ne hai la forza.- -Tutto qui?- disse il piccolo sarto. -Lo so fare anch'io.- Mise la mano in tasca, tirò fuori il formaggio guasto e lo spremette tanto che ne sgorgò il succo. -E' ancor meglio, non è vero?- disse. Il gigante non sapeva che dire, e non poteva credere che quell'omino fosse capace di tanto. Raccolse allora una pietra e la gettò così in alto che si stentava a vederla. -Adesso, anatroccolo, fallo anche tu- disse al piccolo sarto. -Subito- rispose questi. -Il tuo tiro era buono, ma la pietra ha pure dovuto ricadere a terra; adesso te ne lancerò io una, che non tornerà.- Mise la mano in tasca, prese l'uccello e lo lanciò in aria. L'uccello, felice di essere libero, salì e volò via. -Ti piace il tiro, camerata?- domandò il sarto. -Lanciare, sai lanciare bene- disse il gigante -ma adesso vediamo se sei capace di portare qualche bel peso.- Lo condusse a una grossa quercia pesante, che giaceva al suolo abbattuta, e disse: -La porteremo insieme fuori dal bosco-. -Tu prendi il tronco in spalla- disse l'omino -io solleverò e porterò i rami e le fronde; è la parte più pesante.- Il gigante sollevò il tronco e se lo mise sulle spalle, mentre il sarto si sedette dietro su di un ramo, e il gigante dovette portare lui e l'intero albero. Il sarto là dietro era allegrissimo e fischiettava delle canzoncine, come se portare alberi fosse un gioco da ragazzi. Dopo aver trascinato tutto quel peso per un tratto di strada, il gigante non ne pot‚ più e disse: -Ascolta, devo lasciare cadere l'albero-. Il piccolo sarto saltò giù e afferrò l'albero con entrambe le braccia, come se l'avesse portato, e disse al gigante: -Sei così grosso e non sai portare un albero!-. Proseguirono insieme e, passando vicino a un ciliegio, il gigante afferrò la chioma dell'albero, dov'erano i frutti più maturi, e la diede al sarto, perché‚ mangiasse anche lui. Ma il piccolo sarto era troppo debole per resistere alla forza dell'albero e fu scagliato in aria. -Come mai, non hai la forza di tenere quella bacchettina?- domandò il gigante. Ed egli rispose: -Credi che sia un gran che per uno che ne ha colpiti sette in una volta? Sai perché‚ l'ho fatto? Perché‚ qua sotto i cacciatori sparano nella macchia. Fallo anche tu se ne sei capace-. Il gigante provò, ma non riuscì a saltare oltre l'albero poiché‚ finiva sempre tra i rami e vi si impigliava; così anche questa volta il piccolo sarto ebbe il sopravvento. Il gigante disse: -Vieni nella nostra caverna e pernotta da noi-. Il piccolo sarto lo seguì di buona voglia. Il gigante gli diede allora un letto dove poteva riposarsi. Il piccolo sarto però non si coricò, ma si rannicchiò in un angolo. A mezzanotte il gigante venne con una sbarra di ferro, con un colpo sfondò il letto e pensò: "Finalmente è finita con quella cavalletta, così non si farà più vedere." Il giorno dopo i giganti andarono nel bosco e avevano completamente dimenticato il piccolo sarto, che credevano morto, quand'eccolo arrivare tutto allegro e baldanzoso. I giganti, sbigottiti, ebbero paura di essere tutti uccisi e fuggirono a precipizio. Il piccolo sarto proseguì per la sua strada, sempre dietro la punta del suo naso, fino a quando giunse nel cortile di una reggia, e siccome era stanco si sdraiò nell'erba e si addormentò. Mentre dormiva giunse della gente del re, l'osservarono da ogni parte e lessero sulla cintura: -Sette in un colpo!-. -Ah- dissero -cosa vorrà questo gran guerriero, qui, in tempo di pace? Dev'essere certamente un potente signore.- Avvertirono il re e gli dissero: -In caso di guerra sarebbe un uomo utile e importante; non dovete lasciarvelo scappare!-. Al re piacque il consiglio e inviò al piccolo sarto uno dei suoi uomini che appena egli si fosse svegliato, doveva offrirgli di entrare al suo servizio. Il sarto accettò e disse: -Sono venuto proprio per questo, per servire il re- Così fu ricevuto con grandi onori, e gli venne assegnato un alloggio particolare. Ma i guerrieri gli erano ostili e si auguravano che andasse all'inferno. -Come andrà a finire?- dicevano fra loro. -Se attacchiamo lite e lui mena botte, ne cadono sette a ogni colpo. Noialtri non possiamo fargli fronte!- Si risolsero quindi ad andare tutti insieme dal re, lo pregarono di congedarli e dissero: -Non siamo fatti per resistere a un uomo così forte-. Il re era spiacente di dover perdere tutti i suoi servi a causa di uno solo, se ne sarebbe sbarazzato volentieri e rimpiangeva il momento in cui l'aveva incontrato. Ma non osava congedarlo, perché‚ temeva ch'egli l'uccidesse con tutto il suo popolo e occupasse il trono. Meditò a lungo e alla fine ebbe un'idea: mandò a dire al piccolo sarto che, siccome egli era un così grande eroe, voleva fargli una proposta. In un bosco del suo regno c'erano due giganti che facevano gran danno con rapine, assassinii, incendi; nessuno poteva avvicinarli anche se armato. Se egli li avesse uccisi, gli avrebbe dato sua figlia in sposa e metà del regno per dote; inoltre cento cavalieri l'avrebbero accompagnato per dargli manforte. "Sarebbe un bel colpo per un uomo come te" pensò il piccolo sarto. "Una bella principessa e un mezzo regno non sono mica male!" -Oh, sì- rispose -i giganti li domerò e i cento cavalieri non mi occorrono: chi ne abbatte sette in un colpo non può temerne due.- Così si mise in cammino e, quando giunse al limitare della foresta disse ai cavalieri: -Rimanete fuori, con i giganti me la sbrigherò io- Entrò e guardò di qua e di là. Finalmente li trovò entrambi che dormivano sotto un albero e russavano tanto da far oscillare i rami. -Il gioco è fatto!- disse il piccolo sarto; si riempì le tasche di pietre e salì sull'albero. Poi incominciò a gettare una pietra dopo l'altra sul petto di uno dei due giganti, fino a quando questi si svegliò stizzito, urtò il compagno e disse: -Ehi, perché‚ mi batti?-. -Tu sogni- rispose l'altro -non ti batto affatto.- Stavano di nuovo per addormentarsi, quando il piccolo sarto gettò al secondo una pietra sul petto; quello saltò su e disse: -Cosa hai intenzione di fare, cosa mi getti?-. -Non ti getto proprio nulla- disse il primo. Litigarono per un po' ma, siccome erano stanchi, lasciarono stare e chiusero di nuovo gli occhi. Allora il piccolo sarto ricominciò il suo gioco, scelse la pietra più grossa, e la gettò con tutte le sue forze sul petto del primo gigante che gridò: -Questo è troppo!-, saltò su come un pazzo e picchiò il compagno. All'altro non andò a genio e lo ripagò di ugual moneta; allora si infuriarono tanto che divelsero gli alberi, e si azzuffarono finché‚ caddero morti. -Meno male- disse il piccolo sarto -che non hanno divelto l'albero su cui stavo, sennò avrei fatto un brutto salto!- Scese poi allegro dall'albero, sfoderò la spada e, in tutta tranquillità, affibbiò loro qualche bel fendente nel petto, poi andò dai cavalieri. -Là giacciono i due giganti- disse. -Ho fatto loro la festa, ma ci voleva proprio uno che ne abbatte sette in un colpo, perché‚, messi alle strette, hanno ancora divelto degli alberi!- -Siete ferito, per caso?- domandarono i cavalieri. -Ci vuol pratica- rispose il piccolo sarto -ma non mi hanno torto un capello.- I cavalieri non volevano credergli e s'inoltrarono nella foresta: trovarono i giganti immersi nel loro sangue, e intorno gli alberi divelti. Allora essi si meravigliarono ed ebbero ancora più paura del piccolo sarto perché‚ non dubitavano che li avrebbe uccisi tutti qualora gli fossero stati nemici. Ritornarono al castello e raccontarono tutto al re; poi giunse anche il piccolo sarto e disse: -Ora voglio la principessa e metà regno-. Ma il re si era pentito della sua promessa e pensava di nuovo a come togliersi dai piedi l'eroe, al quale non voleva affatto dare la figlia. Così gli disse che se la voleva sposare doveva prima catturare un unicorno che correva nella foresta arrecando danno a uomini e animali. Il piccolo sarto ne fu felice, prese una cordicella, andò nella foresta e ordinò alla scorta di aspettarlo fuori poiché‚ voleva catturare da solo l'unicorno. Penetrò poi nella foresta, e vagò qua e là in cerca dell'unicorno. Ben presto arrivò l'unicorno e si avventò dritto contro il sarto per infilzarlo. -Piano, piano!- diss'egli. Si fermò aspettando che l'animale gli fosse ben vicino, poi saltò rapidamente dietro un albero. L'unicorno correva tanto veloce che non ebbe il tempo di cambiare direzione, cosicché‚ si avventò contro l'albero e infisse il corno nel tronco così saldamente che, pur usando tutta la sua forza, non riuscì a ritrarlo e rimase imprigionato. Allora il piccolo sarto sbucò da dietro l'albero, gli mise la cordicella intorno al collo e lo condusse prima dai compagni e poi dal re, cui rammentò la promessa fattagli. Il re si impaurì, ma escogitò una nuova astuzia e gli disse che, prima che si tenessero le nozze, egli doveva catturargli un cinghiale che correva nella foresta; i cacciatori lo avrebbero aiutato. -Volentieri- disse il piccolo sarto -è la cosa meno difficile.- Così andò ancora una volta nella foresta lasciando fuori i cacciatori, ed essi ne furono ben contenti perché‚ il cinghiale li aveva già accolti spesso in modo da levare la voglia di dargli la caccia. Quando il cinghiale vide l'omino, gli si avventò contro con la schiuma alla bocca arrotando i denti, e voleva buttarlo a terra. Ma il piccolo sarto si trovava accanto a una cappella, vi balzò dentro e, agilmente, uscì subito dalla finestra. Il cinghiale lo aveva seguito, ma quando il piccolo sarto balzò fuori corse a chiudere la porta, e la bestia rimase imprigionata perché‚ non riusciva a saltare fino alla finestra. Egli chiamò allora i cacciatori affinché‚ vedessero la preda, e poi si recò dal re e disse: -Ho catturato il cinghiale e, con esso, anche la principessa-. E' facile immaginare se il re fosse contento o no della notizia; ma non sapeva più che cosa obiettare, dovette perciò mantenere la promessa e accordargli la figlia. Almeno credeva che egli fosse un eroe; se avesse saputo che non si trattava che di un piccolo sarto, gli avrebbe dato più volentieri una corda. Così le nozze furono celebrate con gran pompa e poca gioia, e di un sarto si fece un re. Dopo alcuni giorni, di notte, la giovane regina udì il piccolo sarto dire, sognando: -Garzone, fammi la giubba e rattoppami i calzoni, o ti darò il metro sulle orecchie-. Allora capì di dove sbucasse il suo signor sposo, e, il mattino dopo, si lamentò con il padre e lo pregò di aiutarla a liberarsi di quell'uomo che non era che un sarto. Il re la consolò e disse: -La notte prossima, lascia aperta la tua camera da letto; fuori ci saranno i miei servi e, quando sarà addormentato, entreranno e lo faranno prigioniero-. La donna ne fu contenta; ma l'armigero del re aveva sentito tutto e, siccome era affezionato al giovane signore e gli era fedele, corse da lui e gli raccontò tutto. Il piccolo sarto disse di buon animo: -Metterò riparo alla cosa-. La sera andò a letto con la moglie all'ora solita e fece finta di dormire; ella si alzò, aprì la porta e si rimise a letto. Allora il piccolo sarto incominciò a gridare con voce squillante: -Garzone, fammi la giubba e rattoppa i calzoni, o ti darò il metro sulle orecchie! Ne ho presi sette in un colpo, ho ucciso due giganti, catturato un unicorno e un cinghiale: e dovrei avere paura di quelli là fuori, davanti alla camera?-. Quando udirono queste parole, tutti fuggirono come se fossero stati rincorsi da mille diavoli, e nessuno osò avvicinarsi al sarto. Così egli era e rimase re per tutta la vita.
INSERITO DA MORENA MOTTA La tigre è il più grande felino vivente, simbolo di potenza e agilità. La sua stessa morfologia è perfetta per catturare e uccidere grandi prede con un colpo solo. La tigre può raggiungere anche i 4 metri di lunghezza, coda compresa, il peso è molto variabile e va dai 140 kg nei maschi della tigre di Sumatra ai 300 kg nella tigre siberiana. Le femmine sono sempre più piccole.
Il colore del mantello può variare da rosso scuro a giallo pallido, varia anche l’intensità del nero delle strisce e il loro “pattern”. Generalmente le tigri del Sud Est asiatico hanno un colore più scuro e hanno più strisce, mentre le tigri delle aree settentrionali sono più chiare e hanno meno strisce. Di solito la pelliccia è corta, ma nel caso delle tigri che vivono nelle zone dell’Estremo oriente russo è più lunga e spessa.
Le tigri si possono trovare in una grande varietà di habitat, nei bacini di drenaggio di fiumi e laghi, nelle foreste montane, nei boschetti erbosi, nelle foreste miste di pioppi e querce, nelle pianure alluvionali e nelle foreste tropicali.
Le tigri raggiungono la maturità sessuale intorno ai 5-7 anni di età. Dopo circa 100 giorni di gestazione, la femmina partorisce da uno a sette cuccioli. Nascono con gli occhi chiusi e indifesi, per questo, per il primo mese di vita la femmina resta nella tana per la maggior parte del tempo e il suo raggio d’azione è ridotto comunque nei pressi della tana. A 18-20 mesi le giovani tigri diventano indipendenti, iniziano a cacciare da sole ma restano nei pressi della tana.
Grazie ad alcuni studi di radio-tracking è stato appurato che le tigri hanno abitudini principalmente crepuscolari e notturne. Sono solitarie e cacciano seguendo la preda e attaccandola all’improvviso con agguati. Una tigre adulta può consumare fino a 32 kg di carne per singolo pasto. Nelle aree tropicali le tigri possono partorire durante tutto l’anno, mentre nelle aree temperate partoriscono solo a primavera. Le tigri possono allevare i loro piccoli tra la vegetazione, nelle cavità degli alberi o nelle grotte.
Alcune tigri del Bengala sono chiamate “tigri bianche”, a causa di un gene recessivo per questa colorazione. Oltre al manto bianco o color crema, hanno anche il naso rosa e gli occhi azzurri.
Da secoli il felino più grande del mondo viene costantemente minacciato dall’uomo. Le tigri vengono cacciate per sport, per paura, per superstizione e perché possono aggredire il bestiame domestico. Secondo alcune culture, le loro ossa tritate rendono più forti, mentre secondo altre, gli organi genitali possono aumentare la virilità e gli occhi sono in grado di curare malattie della vista. La pelliccia della tigre è considerata una merce pregiata, come simbolo di lusso e di potere. I cuccioli vengono venduti come animali da compagnia. Per tutti questi motivi le tigri stanno scomparendo, giorno dopo giorno, e con esse anche il loro habitat.
Secondo gli esperti sono rimaste meno di 3.000 tigri in natura, un dato che mostra un declino costante e un serio rischio per le popolazioni di tigri. Dal 1940 a 1980 tre sottospecie si sono già estinte: la tigre di Bali, di Java e del Caspio. In India, da sempre considerata patria principale delle tigri, una stima del governo ha mostrato che probabilmente sono rimasti solo 1.411 esemplari. Si ritiene che il 95% delle tigri selvatiche si siano estinte nell’ultimo secolo.
INSERITO DA MORENA MOTTA Figura tra le più iconiche della mitologia egizia, Anubi, il dio dell’oltretomba dell’antico Egitto, è protagonista di un culto che perdura dai primordi della civiltà egizia fino al periodo greco-romano, lasciando tracce di sé anche nella cultura greca e, successivamente, in quella cristiana.
La sua immagine è indissolubilmente legata a quella della mummificazione, la pratica con la quale i corpi dei Faraoni venivano conservati e che, nella mitologia egizia, proprio il dio Anubi avrebbe creato e diffuso.
Il mito di Anubi, la nascita. Figlio di Osiride e Nefty, Anubi è probabilmente la figura più affascinante ed inquietante del Pantheon egizio.
Nefty era l’ultima dei quattro figli di Nut, Dea del Cielo. Gli altri tre erano Iside, Osiride e Seth. Iside era stata fatta sposare ad Osiride, e Nefty aveva preso come sposo Seth, anche se era segretamente innamorata di Osiride.
La leggenda vuole che una sera, approfittando dell’assenza della sorella, Nefty, indossati il mantello della sorella e il suo Cinto, andò a sdraiarsi sulla stuoia accanto ad Osiride, il quale la scambiò per l’amatissima sposa. Solo al mattino, svegliandosi e scoprendo Nefty stesa al suo fianco, si accorse dell’inganno.
Temendo la reazione di Seth e soprattutto della potente Iside, Nefty riparò tra i canneti del Nilo. Qualche tempo dopo, si accorse di essere incinta. Alla nascita, il detestato figlio fu messo in una cesta e affidato alle correnti del fiume nella speranza che morisse, ma essendo egli un dio era immortale: un coccodrillo lo portò a riva, e il bambino fu affidato a una cucciolata di sciacalli. Perciò assunse il loro aspetto, in riconoscenza a quella che fu la sua prima famiglia.
Il dio dell’oltretomba. Anubi inventò l’imbalsamazione per preservare dalla corruzione il corpo di suo padre, Osiride, ucciso da Seth; e a lui venne affidato il compito di traghettare i defunti attraverso le vie della Duat, l’Oltretomba egizia, oltre che di sostenere la Sacra Bilancia, nel Tribunale di Osiride, su cui si pesava il cuore del defunto per concedergli oppure negargli la vita eterna.
Il culto di Anubi nell’antico Egitto. Adorato durante il periodo arcaico dell’Egitto (circa 3100 a.C. – 2686 a.C.), come protettore delle tombe, fini per assumere anche le funzioni di imbalsamatore e di inventore della mummificazione. Inizialmente Anubi era rappresentato semplicemente come uno sciacallo, poiché questo animale era solito razziare i cadaveri che venivano sepolti sul lato occidentale del Nilo. L’idea era quella di dissuadere gli animali con un dio che raffigurasse le loro sembianze.
È nel periodo successivo, quello dell’Alto Regno, che risale la più antica iscrizione che cita Anubi: «Unis sta con gli spiriti; vai avanti, Anubi, fino all’Amenti [Oltretomba], avanti, avanti fino a Osiride.», ritrovata all’interno della piramide di Unis e datata tra il 2510 e il 2190 avanti Cristo.
Il suo culto veniva praticato soprattutto nelle zone meridionali dell’antico Egitto, in particolare nella città di Khasa (Kinopolis per i Greci), e durante il Nuovo Regno (1580-1085 a.C.) la sua figura venne rappresentata spesso nei sarcofagi, per proteggere i defunti. Il suo ruolo tuttavia fu ridimensionato tra il 2000 e il 1700 avanti Cristo, quando si diede maggiore importanza al culto di Osiride.
La pesatura del cuore. Fra le consuete illustrazioni del Libro dei Morti, il dio dell’antico Egitto Anubi viene rappresentato intento a compiere la pesatura del cuore del defunto (psicostasia) per determinare se l’anima giudicata fosse degna di accedere al regno di Osiride. Gli egizi credevano che nel Duat , ossia gli inferi così come erano intesi dalla religione egizia, il cuore di ogni defunto fosse soppesato, nella Sala delle due Verità, o delle due Maat sul piatto di una bilancia custodita da Anubi: sull’altro piatto stava la piuma di Maat.
Il peso del cuore non doveva superare quello della piuma. Questo è il motivo per cui il muscolo cardiaco non veniva asportato dalla salma durante la mummificazione, a differenza di tutti gli altri organi; il cuore (chiamato ib) era considerato la sede dell’anima. Se il cuore risultava dello stesso peso della piuma di Maat, o più leggero, ciò significava che il trapassato aveva condotto una vita virtuosa e sarebbe perciò stato condotto nei campi Aaru, luogo di beatitudine, presso Osiride.
Se invece pesava più della piuma, il cuore veniva divorato dal mostro Ammit e il suo possessore era condannato a rimanere in eterno nel Duat, senza speranza d’immortalità. Un’altra tradizione voleva che Anubi recasse l’anima al cospetto del defunto Osiride, il quale compiva la psicostasia. Mentre il cuore veniva pesato, il defunto recitava le cosiddette 42 confessioni negative.
INSERITO DA ANGELA CECERE La Serie A vieta le maglie verdi. Una nuova regola molto curiosa, che sarà applicata a partire dalla stagione 2022-23 ma che fa già emergere parecchi interrogativi. Nel nuovo regolamento, pubblicato sul sito ufficiale nella giornata di ieri, si legge infatti un curioso divieto relativo alle divise di gioco. All'Articolo 2, quello riguardante i «colori», viene specificato il divieto ad utilizzare divise verdi a partire dalla prossima stagione, in ossequio alla chiarezza televisiva: «Dalla stagione 2022/23 è vietato l'utilizzo di divise da gioco di colore verde per i calciatori di movimento». Un divieto particolarmente curioso se si pensa che in Serie A, ma non solo, ci sono squadre che hanno il verde come colore sociale: basti pensare al Sassuolo o all'Avellino. In particolare, a questo punto emerge un interrogativo: il club emiliano dovrà rinunciare alla sua prima maglia, quella tradizionale neroverde?
INSERITO DA ANGELA CECERE È attraverso il mito di Ayrton Senna che si dispiega il monologo Lo Zingaro, presso il Teatro Tor Bella Monaca, interpretato e scritto da Marco Bocci, coautore con Gianni Corsi e Marco Bonini. Nello spettacolo, i circuiti di formula Uno percorsi dal grande pilota brasiliano diventano metafora del circuito di vita del personaggio, e insieme dello stesso interprete, animato dalla passione per le corse automobilistiche fin da bambino. Come nasce questo monologo? «Dalla voglia di tornare in teatro, infatti stavo già lavorando con questo obiettivo. Per assurdo questo testo è nato nel momento più drammatico per il teatro: quello che ha visto calare i sipari di tutta Italia durante il primo lockdown». Un periodo storico che ha coinciso con la battaglia contro una malattia che si era appena lasciato alle spalle... «Sì, una casualità temporale ed emozionale che mi ha spinto a maturare tutte le idee che mi portavo dentro circa questo progetto, fino a concretizzarle». Il sottotitolo “Non esiste curva dove non si possa sorpassare” è stato cosi anche rispetto alla malattia? «Credo occorra sempre trovare un’alternativa, e inaspettatamente in quel momento così difficile, mi si sono aperte altre strade che mi hanno aiutato a comprendere il senso di molte cose e a non arrendermi». Chi è per lei Ayrton Senna? «Il mio mito fin dall’infanzia, e la serie di coincidenze dei rispettivi vissuti, così come le suggestioni che si sviluppano quando si ammira un grandissimo pilota come lui, mi hanno condotto a instaurare un legame emotivo ed empatico cosi forte da trasporlo in uno spettacolo». Lo Zingaro è il personaggio che interpreta; ma è anche lei? «Lo Zingaro viene raccontato in terza persona, è altro da me, però di tanto in tanto intervengono dei dettagli che lasciano sospettare al pubblico che ci sia parte della mia storia, che a tratti sconfina palesemente nel personaggio; ma senza mai fondersi con quest’ultimo, né con il racconto del suo intero vissuto». Chi le ha trasmesso la passione per le gare automobilistiche? «Sono cresciuto fra i circuiti, mio padre era un pilota, e ho trascorso tutta la mia infanzia fra le macchine da corsa, quando ancora bambino mi ritrovavo con le gambe a ridosso dell’asfalto, con l’emozione di veder sfrecciare di lì a poco quei bolidi». Qual è la prima immagine che le viene in mente? «Al Gran Premio di Imola, quando bambino, vidi sfrecciare l’iconica livrea della F1, la John Player Special guidata da Ayrton Senna, nero lucido con filettature color oro. Dentro mi porto ancora quella grande emozione, suscitata anche dal clamore del pubblico presente». Com’è lavorare con i protocolli di sicurezza? «Molto pesante soprattutto dal punto di vista psicologico, perché ogni spettacolo da vita a una famiglia; mentre ancora oggi i rapporti professionali devono essere garantiti dalle norme anti-Covid e questo comporta ovviamente l’impossibilità di condividere appieno i progetti a cui si lavora». A proposito di progetti dove la vedremo prossimamente? «In una nuova serie tv Fino all’Ultimo Battito e nel thriller sul grande schermo The Boat. Poi diversi altri progetti in cantiere a cui dar vita».
INSERITO DA ANGELA CECERE Alla vigilia della giornata delle emoji, domani 17 luglio, Facebook ha lanciato le Soundmoji su Messenger. Sono icone che integrano anche brevi clip audio, associati alle faccine più utilizzate dagli utenti. La novità, disponibile prima sulla versione iOS di Messenger e poi su Android, sarà rilasciata a livello globale entro le prossime settimane. Inizialmente ci saranno 27 Soundmoji, che verranno ampliate in futuro. Come spiega Facebook, le Soundmoji permettono agli utenti di inviare brevi clip audio in una chat su Messenger come applausi, grilli, rullo di tamburi, risate. Non mancheranno clip audio di artisti e serie TV, oltre che di vari film famosi. Per inviare una delle 27 icone sonore, basterà avviare una chat su Messenger e toccare la faccina sorridente. Nel passaggio successivo si dovrà selezionare l'icona altoparlante. Un nuovo menu, con la raccolta delle Soundmoji, permetterà di scegliere quella da inviare. La giornata delle emoji, che cade ogni anno il 17 luglio, ricorda l'invenzione del designer giapponese Shigetaka Kurita, considerato il padre dei pittogrammi divenuti oggi di uso comune. Più di 20 anni fa, Kurita ha creato un set di 176 emoji utilizzando una griglia di 12x12 pixel. Il Museum of Modern Art di New York espone il set originale di emoji di Kurita. Secondo Emojipedia, sito web che raccoglie e cataloga tutte le emoji, quest'anno sono state rilasciate 217 nuove icone.