INSERITO DA ANGELA CECERE
Il dramma del piccolo di 7 anni ucciso dal papà poliziotto La mamma ha autorizzato l'espianto dei suoi organi Dalla tragedia di Gianluca alla speranza. La scelta coraggiosa della madre del bambino palermitano di 7 anni ucciso dal padre poliziotto, che poi si è suicidato, ha permesso 5 trapianti che hanno dato speranza ad altrettante famiglie. «Il mio angioletto salverà tante vite», aveva detto la madre di Gianluca fuori della sala operatoria dove i medici stavano prelevando gli organi del suo bambino. Dopo, la corsa contro il tempo. Il cuore è stato impiantato all'ospedale Sant'Orsola Malpighi di Bologna su un bambino di 8 anni. Il fegato agli Ospedali Riuniti di Bergamo per un bambino di 4 anni. I polmoni sono stati trapiantati a Padova su un 15enne con fibrosi cistica. Un rene è arrivato al Bambin Gesù di Roma, l'altro all'ospedale infantile di Torino. Ecco le storie TRE ANNI DI ATTESA CON L'INCUBO DIALISI di Riccardo Bruno Aveva dieci anni quando è stato messo in lista d'attesa per il trapianto di un rene. Ne sono passati tre e ieri, alle sei del pomeriggio, è iniziata l'operazione all'ospedale Regina Margherita di Torino. Due ore in sala operatoria per una ragazzino della provincia di Biella in dialisi per l'ostruzione dell'uretere. A eseguire l'intervento l'equipe del dottor Piero Bretto, arrivato dalle Molinette, a cui si sono aggiunte le due urologhe pediatriche che hanno completato l'intervento. «Trapiantare un rene non è come il cuore, il fegato o i polmoni — spiega il dottor Bretto — Non ti ridà una vita nuova, ma sicuramente ne migliora di molto la qualità». La vita in dialisi, soprattutto per un tredicenne, è un esistenza con tante limitazioni, a libertà ridotta. Quella delle Molinette è una struttura rodata. Ogni anno vengono eseguiti circa 130 trapianti su adulti, sei/sette su minorenni. In undici anni sono stati 61 le bambine e bambini operati. «Le tecniche e i nuovi farmaci antirigetto — aggiunge il chirurgo — garantiscono un esisto molto favorevole. Sono pazienti che dopo la convalescenza iniziano a condurre una vita perfettamente normale». Quanto all'operazione di ieri, il dottor Bretto dice di essere stato sorpreso dall'aver trovato «un rene molto grosso, quasi da adulto, anche se il donatore aveva appena sette anni. E non va mai dimenticato, che all'origine di ogni trapianto c'è una tragedia. Soprattutto in un caso come questo». Poliziotto suicida, la polizia scientifica I POLMONI «DIVORATI» SOSTITUITI IN CINQUE OREdi Riccardo Bruno È rimasto per cinque ore sotto i ferri. Ma adesso, assicura Federico Rea, alla guida della Chirurgia toracica dell'Ospedale di Padova, questo quindicenne che da sette mesi aspettava il trapianto dei polmoni potrà condurre una vita normale. Era affetto da fibrosi cistica, storia e sofferenze simili a molti altri minorenni malati come lui. Una vita esposta a continue infezioni, che spesso portano all'insufficienza respiratoria. L'unica speranza era appunto un trapianto. E due sere fa la tragedia di Palermo ha aperto la speranza in una famiglia nel Veneto. Il professor Rea alla fine dell'intervento è soddisfatto ma ci tiene a garantire uno schermo inviolabile per il suo giovane paziente. «L'unica cosa da sottolineare in un caso come questo — dice il chirurgo — è che c'è stata una madre eccezionale che ha deciso di donare gli organi del proprio piccolo figlio. Quanto al minore ricevente è giusto dire il meno possibile. È una regola d'oro che non smetto mai di ripetere. A volte si innestato meccanismi psicologici che possono essere molto negativi». Il quindicenne è un ragazzino fortunato. Solo a Padova sono una settantina, tra adulti e bambini, in lista d'attesa. E ogni anno vengono effettuati poco più che una ventina di trapianti. «Con i progressi fatti in questo campo — conclude Rea — nei casi di fibrosi cistica il successo è notevole. Dopo 5 anni, vive il 75 per cento dei trapiantati. E ho avuto pazienti che dopo l'operazione hanno iniziato a fare alpinismo o attività subacquea». L'ASILO, LA CHEMIO ORA IL FEGATO NUOVO di Fabio Paravisi Ha solo quattro anni e da ieri può sperare in una vita diversa. È il bimbo al quale è stato trapiantato, all'ospedale «Giovanni XXIII» di Bergamo, il fegato di Gianluca. Nato in Italia da genitori immigrati e residente in Lombardia, soffre di una neoplasia per la quale sta effettuando dei cicli di chemioterapia. Era in lista per un trapianto di fegato da sole tre settimane, ma il caso era particolarmente urgente perché, in situazioni come la sua, il trapianto è solo uno degli step del protocollo terapeutico e deve essere eseguito entro un mese dalla fine della chemioterapia. Il prelievo del fegato è stato eseguito nella tarda serata di sabato a Palermo dai chirurghi Domenico Pinelli e Marco Platto. L'organo è stato poi trasportato a Bergamo nel corso della notte mentre l'équipe medica guidata dai chirurghi Michele Colledan e Michela Guizzetti si stava preparando. L'intervento è durato cinque ore e mezza: si tratta di un tipo di operazione molto complessa perché richiede contemporaneamente competenze pediatriche, oncologiche, epatologiche e chirurgiche. I medici hanno iniziato ad operare alle 6.30 e hanno terminato attorno alle 12. Il paziente si trova ricoverato nel reparto di Terapia intensiva pediatrica. L'ospedale di Bergamo ha effettuato negli ultimi 15 anni oltre 500 trapianti di fegato (di cui 25 pediatrici nell'ultimo anno), numero che lo pone tra i primi cinque centri ospedalieri in Europa. LA TELEFONATA NELLA NOTTE: «C'È UN RENE PER MARCO» di Margherita De Bac I suoi reni non funzionavano più e il piccolo Marco (ma non è il suo vero nome, protetto dal più stretto riserbo) faceva sempre più fatica a rinunciare alla vita «normale» di un bambino sano. Fatta di giochi e partite a pallone con gli amici. I invece le sue giornate erano diverse. Specie negli ultimi tempi trascorrevano tra visite in ospedale, controlli, farmaci e lo spauracchio della dialisi. Tutto per colpa di una malattia congenita, diagnosticata alla nascita. Una malformazione delle vie urinarie che si era aggravata fino al punto da rendere inefficaci le altre terapie. Unica soluzione indicata dai medici, il trapianto di rene. E così lo scorso settembre Marco, dieci anni, che abita in provincia di Salerno, è stato messo in lista per ricevere un nuovo organo al Bambin Gesù. I genitori si erano rassegnati a una lunga attesa. Invece sabato notte una telefonata: «Andate a Roma, forse potrà essere operato». Regalo di Gianluca, ucciso dal papà poliziotto a Palermo. Il sistema dei trapianti pediatrici italiano è un modello per i Paesi europei. L'assegnazione è centralizzata e avviene in modo automatico in base alle caratteristiche del donatore e del ricevente. Uno dei due reni di Gianluca doveva andare a un piccolo paziente di Padova che, con analisi più approfondite, si è rivelato non compatibile. Il destino ha voluto che l'opportunità di guarire e di tornare a giocare a pallone toccasse al bambino di Salerno. L'intervento ieri pomeriggio, coordinato dal dottor Nicola Capozza. È andato tutto bene. LUCA VIVEVA CHIUSO IN REPARTO CON UN «CARRELLINO» AL POSTO DEL CUORE di Francesco Alberti Appena medici e infermieri hanno saputo che un nuovo cuore era in arrivo, hanno sgomberato in fretta e furia la stanzetta del padiglione 25 dell'ospedale Sant'Orsola Malpighi nella quale Luca, 9 anni, affetto da una grave cardiomiopatia dilatativa che mina la funzionalità cardiaca, ha vissuto, giocato e studiato dal marzo 2012 grazie a un cuore artificiale esterno («Berlin Heart»), che, collegato con una cannula a un ventricolo, lo ha seguito su un carrellino, come un angelo custode, durante le sue lunghe giornate nei corridoi di un reparto divenuto per lui e per i suoi genitori (papà Ciro, operaio; mamma Stefania e il gemello Mirko) una sorta di seconda casa. In poche ore, sabato pomeriggio, la stanzetta di Luca ha cambiato faccia, è stata completamente sterilizzata, mentre da Palermo un'équipe del reparto di cardiochirurgia pediatrica del Policlinico trasportava a Bologna il cuore di un altro bambino, Gianluca, 8 anni ancora da compiere, morto dopo 24 ore di agonia per mano del padre poliziotto, Ivan Irrera, 38 anni, che, prima di suicidarsi, è entrato nella sua camera da letto, sparandogli nel sonno a bruciapelo. Orrore e speranza. Buio e luce. Luca, il bimbo ricoverato a Bologna, era il primo di una lista che attendeva dagli ospedali di mezza Europa un cuore compatibile con il suo. Gianluca, il quasi coetaneo assassinato dal padre, vivrà invece nello sguardo e nei respiri di quei 5 bambini che, per volontà della mamma Antonella Cocuzza («il mio angioletto salverà tante vite»), hanno ricevuto, oltre al cuore, polmoni, reni e fegato. A Bologna era già l'alba avanzata, ieri, quando la squadra di cardiochirurgia pediatrica, guidata dal direttore Gaetano Gargiulo, è uscita dalla sala operatoria dove è stato effettuato il trapianto a Luca. Un intervento lungo e delicato, dai mille rischi e comprensibilmente coperto dal massimo riserbo. Si sa solo che il bambino è ricoverato in terapia intensiva e che, sotto il profilo tecnico, l'operazione è riuscita. Giorni decisivi lo attendono ora. Lo stesso direttore Gargiulo, come riporta Marina Amaduzzi sul Corriere di Bologna, commentando la vitalità e il dinamismo con i quali Luca ha vissuto quest'anno in reparto, giocando con gli altri piccoli pazienti e andando regolarmente a scuola (un'ora e mezza dal lunedì al venerdì, seguito da due maestre), aveva anticipato: «I primi giorni dopo il trapianto sono complessi, non starà tanto bene…». Una corsa a tappe, tutte in salita. Il traguardo è il ritorno di Luca nella sua casa di Terni. La lasciò più di un anno fa per quella che doveva essere una visita di controllo per un soffio al cuore. Ma a Firenze, appena lo videro, lo spedirono in gran fretta al Sant'Orsola, dove l'équipe del professor Gargiulo e quella di cardiologia pediatrica diretta da Marco Bonvicini, dopo un iniziale trattamento farmacologico, optarono per il cuore artificiale. Ora la grande occasione. Come dicono da queste parti, «tieni botta, Luca».
CORRIERE DEL MEZZOGIORNO
20.05.2013