Il Giornale Vettica di Amalfi Online Velasca Vimercate News nel Mondo nato nel mese di gennaio 2010 dalla volontà del titolare Michele Pappacoda di dare spazio a tanti diversamente abili, grazie all'inserimento di news, di sentirsi realizzati in qualcosa di personale uscendo dai mille problemi che la disabilità ci impone quotidianamente.
DI MORENA MOTTA Carne e pesce
Oltre a verdure e frutta, gli Egiziani godevano anche di vaste riserve di carne, e disponevano di molta selvaggina. Le rive del Nilo e Ie vicine paludi erano piene di uccelli di vari tipi. Nelle tombe vediamo spesso vivaci e coloratissime scene di caccia tra i canneti con anitre selvatiche, gru, quaglie, aironi e via dicendo, che cadevano vittime dei cacciatori. In casa si allevavano altri uccelli come, per esempio, Ie oche. Stupisce invece che per lungo tempo in Egitto non fossero conosciute Ie galline. Infatti i polli, per noi tanto comuni, comparvero soltanto all’epoca di Tuthmosi III (1479-1425 a.C.).
Questo faraone forse ne ricevette un paio in dono e Ii gradì moltissimo, ma non gli venne in mente di mangiarle, Ie trattò con tutti i riguardi e, come curiosità, Ie incluse in un suo piccolo giardino zoologico. Parecchio tempo dovette passare prima che il pollame venisse considerato fonte di nutrimento e fosse allevato nelle fattorie; quindi a lungo anche Ie uova non entrarono nella dieta egizia.
La cacciagione era abbondante e veniva consumata in mille modi. Sappiamo che anatre, quaglie e tutti gli uccelli di piccole dimensioni venivano subito spennati, sventrati e salati e lo stesso veniva fatto per tutte quelle prede che non sarebbero state consumate subito. O si immergevano in una salamoia, o si facevano seccare e infine si affumicavano. Erano provviste comode perche non c’era bisogno di cucinarle. Bastava mangiarle così com’erano, in fondo erano molto simili ai nostri salumi. Quando invece si voleva mangiarla subito, la selvaggina si cuoceva in vari modi: lessa, arrosto o stufata. Con gli stessi metodi di cottura si preparava poi la carne bovina fornita dalle mandrie di allevamento. L’animale macellato veniva diviso in varie parti, proprio come si fa ancora oggi, e i cuochi sceglievano il pezzo che preferivano o che meglio si adattava alla ricetta che avevano in mente.
Vi erano poi i maiali, che in Egitto erano allevati da uomini destinati a una vita piuttosto dura. Infatti, gli Egiziani consideravano i porci animali talmente impuri, che se per caso qualcuno per strada veniva sfiorato da uno di essi, doveva subito precipitarsi vestito com’era nel fiume e sciacquarsi bene. Non è possibile quindi che vedessero di buon occhio chi si occupava dei suini.
Sembra però che questa discriminazione non esistesse dalle parti del Delta, e infatti era principalmente nel Delta che il maiale veniva allevato e consumato senza problemi. E poi nel Delta vivevano molti Greci che non solo non avevano pregiudizi sull’arrosto di maiale, ma lo consideravano uno dei loro piatti preferiti. Alla fine, con I’arrivo dei Tolomei, i suini si presero la loro rivincita e Alessandria diventò famosa per i suoi efthopolia, dove si vendeva un bollito misto fatto con varie parti di maiale e lo si serviva bollente, probabilmente accompagnato con qualche salsa. Ce ne parla Ateneo (erudito greco dei secoli II e III, autore dell’opera Sapienti a banchetto, n.d.r.) e ce lo descrive: «Dopo queste pietanze venne passato un piatto di bollito misto comprendente piedini, testina, orecchie, guance, intestini, trippa e lingua di maiale come il bollito che si trovava in quelle speciali botteghe di Alessandria chiamate efthopolia o botteghe del bollito». Tale piatto è molto simile al bollito misto alla piemontese, solo che questo è composta di vari tipi di carne, mentre in quello egiziano si usava solo carne di maiale.
C’era poi il pesce, che veniva spesso fatto seccare al sole; disprezzato dai ricchi (salvo rare eccezioni) era iI cibo tipico della povera gente. Comunque pesci gatto, pesce elefante e pesce luna avevano i loro amatori, e così pure si mangiavano tilapie, triglie e carpe.
Nebamon, su una zattera, con la moglie e la figlia, va a caccia nelle paludi con un bastone da lancio e tre aironi da richiamo, dalla tomba di Nebamon a Ora Abu el-Naga. XVIII dinastia, 1350 a.C. circa.
Londra, British Museum
Saqqara, mastaba di Ti. Particolare del rilievo dipinto in cui un mandriano porta un vitello e guida i suoi buoi nel guado di un fiume. V dinastia, 2465-2323 a.C.
Saqqara. Mastaba del visir Kagemni.
Rilievo con scena di pesca.
VI dinastia, 2323-2150 a.C.
DI MORENA MOTTA Ortaggi a volontà
Oltre al vino e alla birra, su che cosa si basava la loro alimentazione? L’agricoltura, come sempre, era basilare. Oltre a fornire grano, orzo e altri cereali con cui si facevano pane, biscotti e focacce salate e dolci, nei campi si coltivavano moltissime verdure, più o meno quelle che si trovano ancora in tutta l’area mediterranea. C’erano cavoli (Ateneo racconta che gli Egiziani li facevano bollire e, considerandoli verdure molto delicate, li mangiavano prima di ogni altra cosa), cipolle, porri e aglio; c’erano cetrioli, indivia, coriandolo, meloni, rafano, zucche, faye, rape, cicoria e anche varie insalate.
C’erano poi verdure che oggi non abbiamo. Una era la colocasia, una pianta che viveva bene nei terreni paludosi e aveva foglie molto grandi, lunghe da 1 a 2 m. Nei tempi antichi essa, con la rapa, teneva il posto che fu preso dalla patata dopo la scoperta dell’America. Se ne mangiavano i rizomi, che quando erano giovani e freschi erano buoni, ma col passare del tempo diventavano estremamente fibrosi e difficili da masticare.
Un’altra pianta oggi non piu usata era il loto: Teofrasto (filosofo greco del III secolo a.C., n.d.r.) narra che esso cresceva nella pianura, specialmente quando il Nilo la inondava. Secondo lui, e anche secondo Dioscoride, la pianta rassomiglia molto alla colocasia sia nello stelo che nelle foglie, eccetto che queste erano molto più piccole e più tenere. Il fiore era bianco con foglie strette come quelle del giglio.
Da esso si ricavavano semi simili a miglio, che gli Egiziani usavano per il loro pane. Secondo Dioscoride (medico e naturalista greco del I secolo d.C., n.d.r.) essi si limitavano ad aggiungerli al pane, come oggi si fa con i semi del sesamo, mentre secondo Teofrasto li macinavano e con la farina così ricavata formavano pagnotte. La parte migliore di questa pianta era però la radice, un bulbo rotondo delle dimensioni di una mela cotogna. Teofrasio aggiungeva che aveva una scorza simile a quella della castagna, ma che dentro era bianca. Ma, una volta bollita o arrostita, prendeva il colore del tuorlo d’uovo ed era dolce e piacevole al gusto, molto più gustosa che cruda.
DI MORENA MOTTA Sebbene non si siano conservate fonti scritte d’epoca, sappiamo molto sull’alimentazione degli Egiziani grazie alle loro tombe. Infatti, anche gli Egiziani credevano in una vita ultraterrena, e, affinchè ciò potesse avvenire, il defunto aveva bisogno di ricevere continue offerte di viveri e bevande. La tomba veniva quindi rifornita di ciò che gli necessitava per vivere nell’aldilà.
Oltre alle vivande che vi venivano depositate, si provvedeva per il futuro dipingendo sulle pareti delle tombe tutto quello di cui il defunto avrebbe avuto bisogno nell’aldilà, tra cui, importantissime, larghe provviste di cibo. Le pareti delle tombe, quindi, sono decorate con sfilate di portatori di offerte piegati dal peso di frutta, vegetali, carni e pesci e, perchè niente mancasse, accanto sono dipinte eleganti tavole cariche di ogni ben di dio.
Gli esempi sono molti: citiamo, per esempio, un affresco in cui il faraone Seti II reca in mano un vassoio nel quale, su una base di molti pani rotondi, vediamo poggiate due anatre, un cesto di uva, fichi, un melograno e, per completare il tutto, un grosso e lunge pesce.
In altre tombe si vedono tavoli coperti da piramidi di cibi diversi: i soliti pani, le solite anitre, la solita uva, i soliti fichi che non mancano mai e anche un’oca, un grosso coscio di manzo, due pesci e, sopra tutto ciò, un mazzo di cipolle, un vegetale frequente tra le offerte e molto gradito agli Egiziani. Sotto i tavoli sono sempre presenti recipienti che contengono vino.
Pani rinvenuti nella tomba di Ka, a Deir-el-Medina.
XVIII dinastia. II mill. a.C. Torino. Museo Egizio.
Figurine in legno dipinto di ancelle con cibi per il defunto. da una tomba di Assiut.
XII dinastia. 1950 a.C. circa. Parigi, Museo del Louvre.
Vigneti a pergola
Da lungo tempo in Egitto si produceva il vino. Alcuni studiosi hanno datato perfino al 7000 a.C. i reperti di vite trovati negli scavi. Scene di vendemmie e vinificazioni si incontrano spesso nelle tombe. Vivacissima per esempio è quella della tomba di Nakht (1420-1411 a.C.), dove vediamo un paio di contadini che raccolgono i grappoli cogliendoli da viti tenute a pergola, mentre altri quattro, reggendosi a corde pendenti da travi rette da pilastri, pestano l’uva con i piedi. All’esterno, un altro raccoglie il succo dell’uva che a mezzo di un tuba esce dal fondo della vasca. Grosse anfore poste su una mensola contengono il mosto messo a fermentare.
Non c’è quindi dubbio che il vino rallegrasse le cene e le feste imbandite all’ombra delle piramidi, ma non tutti se lo potevano permettere: il suo prezzo era al di sopra della portata di molte borse e la classe meno abbiente se ne rammaricava. Perciò il dio Ra decise di aiutarli dando loro una bevanda alcolica che costasse poco e li facesse felici, e dona loro la birra. Era diversa da quella alla quale siamo abituati e simile a quella che oggi si fa in Etiopia ponendo pani di orzo poco cotti in acqua, frantumandoli e lasciandoli immersi nel liquido fino a che l’insieme non sia fermentato. Una volta raggiunta la fermentazione, si filtrava tutto e si riponeva il liquido in apposite anfore.
Particolare di una delle pitture della tomba di Nakht, a Sheikh Abd el-Qurna. XVIII dinastia, regno di Thutmosi IV, 1401-1391 a.C. Vi si vedono due uomini intenti alia vendemmia.
DI MORENA MOTTA Gli imbalsamatori, una volta posta il corpo del defunto su un tavolo in pietra, procedono alla sua purificazione estraendo gli organi interni e pulendo le cavità. Due inservienti ripongono, in ognuno dei quattro vasi canopi, i polmoni, il fegato, lo stomaco e gli intestini (la denominazione “canopo” risale allo studioso Athanasius Kircher, 1602-1680, che erroneamente interpretò alcuni recipienti a forma del dio Osiride come raffigurazioni di Canopo, pilota della nave di re Menelao.
Il nome venne poi applicato anche ai recipienti destinati a contenere gli organi interni dei corpi destinati alla mummificazione).
Il cuore e il cervello, estratto dalla cavità nasale, non venivano conservati.
Gli imbalsamatori procedono alla disidratazione del corpo, immergendolo in natron (un sale di sodio) per una quarantina di giorni.
La salma, trattata con oli balsamici vari, viene strettamente avvolta in centinaia di metri di bende di lino. Alla fine dell’operazione, che poteva durare anche quindici giorni, il corpo aveva venti e più strati di protezione.
Prima che la mummia venisse deposta nel sarcofago, tra le sue bende si inserivano amuleti magici destinati a proteggerla.
DI MORENA MOTTA Malgrado una netta predilezione per il gatto domestico, l’arte sacra dell’antico Egitto ci ha lasciato, usualmente in contestil unerari, numerose raffigurazioni di Canidi. Il dio Seth, originariamente adorato tra i confini del Delta del Nilo e il deserto orientale, era un levriero: divenne una divinità importante sotto gli Hyksos, gli invasori asiatici della XV e XVI dinastia (XVII-XVI secolo a.C.), e perse popolarità con l’eclisse del dominio straniero.
Del grande Anubi, rappresentato come uomo a testa di Canide e venerato a Cinopoli – Signore dei morti e imbalsamatore di Osiride – non si conosce l’esatta natura: se di cane, oppure di sciacallo. I testi, a questo proposito, non si esprimono. Ma anche nella religione cristiana compaiono figure simili. San Cristoforo, per esempio, una delle figure di santi dalle implicazioni più complesse, può essere talvolta rappresentato, nell’iconografia bizantina, proprio come l’antico e sinistro Anubi: con una testa di cane.
di Miki Pappacoda Lepiramidi egiziesono costruzioni architettoniche in forma di solido geometrico costituito da un poliedro individuato da una faccia poligonale detta base, normalmente di forma quadrata, e da un vertice, che non giace sul piano della base indicato come apice, o vertice, dellapiramide. Si ritiene, benché in nessuna di quelle note siano state trovate tracce comprovanti tale utilizzo (corpi o corredi funebri), si trattasse di costruzioni facenti parte di un più ampiocomplesso funerarioper sovrani dell'antico Egitto.
Etimologia
Il termine piramide deriva dalla parola grecapyramis(πυραμίς)[N 1]assegnato ad un tipico dolce di farro e miele, di forma appuntita (conica o vagamente piramidale) che i mercenari greci presentavano come offerta funebre ai commilitoni morti[1][N 2]; è tuttavia verosimile che la scelta di tale termine sia derivata dall'assonanza della parola greca con quella egiziaper-em-us, letteralmente "ciò che va in alto", che nelpapiro matematico Rhind[N 3]indica l’altezza del solido[N 4]. Il termine egizio per indicare la piramide eraMRvocalizzato[N 5]inMerin cui "M" indica "luogo" e "R" l'atto di salire con il senso compiuto, perciò, diluogo in cui si sale, ovveroavviene l'ascensione. Con tale termine, tuttavia, veniva indicato solo il sepolcro del re, mentre per le tombe di altro genere si utilizzavano altri vocaboli[2]Il determinativo per il geroglifico che precisa in quale ambito vada interpretato il segno cui è affiancato, è un triangolo con il vertice rivolto verso l'alto. Tale segno venne erroneamente interpretato, tra gli altri, da Gaston Maspero che lo ritenne indicare tutte le sepolture regali al punto che, traducendo per primo il Papiro Abbott, chiamò "piramidi" anche le tombe ipogee della dinastia egizia e della Valle dei Re.
È bene tuttavia tener presente che presso gli egizi anche gli edifici erano indicati con un nome proprio e, perciò, il termine per indicare genericamente l'edificio piramide era scarsamente utilizzato. La piramide di Pepi, ad esempio, era denominataMerenra-Khanefer, oMennefermare. I greci, per assonanza, ricavarono Mennefer che grecizzarono con la più familiare "Memphys". Le piramidi erano infatti divinizzate e possedevanopersonalità giuridicae religiosa. Ciascuna di esse aveva un nome proprio e, dalla IV alla XII dinastia i nomi seguirono sempre (salvo sporadici casi) la stessa struttura grammaticale:nome del re - verbo - aggettivo come attributo di una qualità o di un comportamento. Si ebbero perciò, ad esempio:Cheope appartiene all'orizzonte;Chefren è grande;Pepi è stabile nella perfezione;Snefru è splendente;Unas è bello di recinto.
Sul lato sud della piramide venne eretta una piramide satellite, con lato di base di 20,90 m, la cui sovrastruttura è, oggi, completamente scomparsa.
La piramide di Chefren
Planimetria del Tempio Funerario del complesso di Chefren
Resti del Tempio Funerario
Planimetria del Tempio a Valle del complesso di Chefren
Tempio a Valle con tracce della banchina
Tempio a Valle: rivestimento interno in granito di un corridoio
Tempio a Valle: corridoio laterale con incavi per le statue del re
La "firma" di Belzoni nella camera funeraria
Assonometria dei locali interni della piramide di Chefren
Camera funeraria della piramide di Chefren
Il sarcofago in granito rosso
Particolare del rivestimento in calcare ancora in sito
Benché non rientrante nell'argomento specifico di questa voce, non si può tralasciare un breve accenno alla enorme statua del re Chefren in forma di leone: la Sfinge[N 106]che si erge nei pressi del Tempio a Valle[N 107]. Si ritiene[130]che durante i lavori di realizzazione della piramide di Cheope venne tralasciato di ricavare materiale, o di demolire, una collinetta di roccia di circa 80 m x 20 d'altezza che, opportunamente sgrossata, divenne il corpo di un leone accovacciato con le zampe distese[N 108]mentre nella roccia venne scolpito il volto del sovrano[N 109]. La scultura misura 57 m di lunghezza per 20 di altezza; il volto di Chefren, inquadrato dal copricaponemessulla cui fronte spiccava l'ureus, è largo 4,10 m, orecchie e naso[N 110]sono lunghi 1,70 m e al mento era applicata una barba in blocchi di calcare, che fungeva anche da pilastro di sostegno per la testa[130].
Sezione schematica dell'interno della piramide di Micerino
Il Papiro di Torino presenta una lacuna dopo il nome di Chefren abbastanza ampia da poter contenere i nomi di altri due sovrani che potrebbero essereDjedefhoreBa[u]fre o Bakha[131][132][N 111]. A tali sovrani potrebbe essere assegnata una costruzione ormai ridotta a livello di vera e propria "Grande Fossa" (è questo il nome con cui è effettivamente conosciuta) aZawyet el-Aryanche si ritiene fosse lo scavo per la realizzazione dell'appartamento funerario di una piramide in fase di costruzione[N 112]poi abbandonata. Diverse interpretazioni filologiche hanno fornito difformi interpretazioni di un frammento recante il nome di un sovrano variamente interpretato come Aakha (Arthur Weigall), Neferkha (Alessandro Barsanti), Nebkha (Kurt Sethe), Makha (Flinders Petrie); tutti gli studiosi sono tuttavia concordi nell'intepretare la "Grande Fossa" di Zawyet el-Aryan come la probabile linea di congiunzione tra il regno di Chefren e quello del titolare della terza grande piramide:Micerino[133].
Secondo laLista di Abydos, ilPapiro di Torinoe leTavole di Saqqara, Micerino regnò 18 anni, ma alcuni autori portano tale periodo a 28 basando il calcolo sui censimenti biennali[134]. Scarse sono le notizie sul re Micerino[N 113]il cui complesso funerario è di ridotte dimensioni. Il Tempio Funerario venne costruito in maniera frettolosa e approssimativa, forse per la morte prematura del re, ma la piramide venne progettata nelle dimensioni oggi visibili[N 114]e, tuttavia, non rilevabili con precisione a causa di pesanti detriti che ricoprono la base che doveva essere di 105,50 m secondo Petrie, o 108 m secondo Lauer, per un'altezza complessiva di 66,40 m pyramidion, perso, compreso[135]. Mentre la parte superiore era comunque rivestita di calcare bianco di Tura, le assise inferiori della piramide di Micerino (forse 16)[136]erano di granito rosa di Aswan tanto che molti autori arabi concordano nel chiamarlaMaulana, ovvero "la Dipinta"[N 115]. A dispetto delle sue ridotte dimensioni, tuttavia, Micerino ricorse a materiali pregiati, come il granito di Aswan, difficili da estrarre e, data la grande distanza, da trasportare[137]. Lo storico araboAbd al-Latif al-Baghdadiriferisce che Al-Aziz al Malik Othman, figlio diSaladino, tentò di demolire la piramide nel 1196 e lo storico araboMuhammad al-Idrisiriferisce che la piramide venne esplorata nel 1226 e trovata vuota di tesori. La stessa doveva, comunque, presentare il rivestimento ancora in sito agli inizi del XVII secolo poiché molte sono le testimonianze di viaggiatori europei che sono concordi nel fatto che non c'erano gradini per scalarla[138]. Non così già nella seconda metà dello stesso secolo secondo le testimonianze di viaggiatori comeJohn Greaves, oBalthasar de Monconys, oBenoît de Maillet. Il danno maggiore, la grande breccia verticale visibile sulla facciata nord della piramide di Micerino, si deve ai tentativi diMurad Beydi trovare l'ingresso per la ricerca di tesori nascosti[138]. Tale breccia, tuttavia, ha consentito di studiare la struttura interna della costruzione; si è così appurato che, paradossalmente, pur essendo la più piccola delle piramidi dell'area di Giza, sono stati utilizzati, per costruirla, blocchi di misura maggiore. Il massiccio è costituito da blocchi in calcare ben squadrati, di altezza uniforme[138].
L'appartamento funerario è scavato interamente nel sottosuolo dell'altipiano, a circa 6 m di profondità; l'ingresso si trova sulla facciata nord della piramide, a 4,20 m dal suolo (all'altezza della 5ª assise), ed è seguito da un corridoio discendente, con un'inclinazione di 26°2', per circa 31 m[135], qui diviene orizzontale e dà accesso ad un "vestibolo" decorato, caso unico, con pareti a "facciata di palazzo" di 3.65 m x 3,04 x 2,13 in altezza. Dopo un sistema di saracinesche in granito il corridoio prosegue per 12,60 m e porta ad una "anticamera" di 10,48 m x 3,84 x 4 d'altezza; da tale locale un corridoio discendente di 9 m, che diviene poi orizzontale, adduce alla camera funeraria di 6,50 m x 2,30 x 3,50 in altezza[138]. In questo locale Vyse rinvenne un sarcofago inbasalto, del peso di 3 t, decorato "a facciata di palazzo" che, portato alla luce, venne indirizzato al British Museum di Londra, ma si perse nell'affondamento dellaBeatrice[N 116], la nave che lo trasportava[139][140].
Mentre dalla parte orizzontale del corridoio che adduce alla camera funeraria si diparte un breve corridoio che dà accesso ad una camera su cui si aprono sei nicchie, nell'"anticamera" si apre un corridoio ascendente (verosimilmente quello che doveva originariamente essere il corridoio di accesso) lungo circa 20 m, ma che non raggiunge l'esterno e si ferma, perciò, nel massiccio della piramide poco sopra il livello del suolo[137][138]. Proprio nell'"anticamera", inoltre, Howard Vyse rinvenne, nel 1837, pezzi di un sarcofago in legno, che consentirono l'assegnazione della piramide al sovrano: "Il re dell'Alto e Basso Egitto, Menkhaura, che vive eternamente, partorito da Nut, erede di Geb, suo prediletto."[135].
A causa, verosimilmente, della prematura scomparsa del re alcune parti del complesso vennero ultimate con mattoni crudi, apparentemente in fretta, dal suo successoreShepseskaf[136]. La sensazione che si ha, osservando il complesso di Micerino è che gli antichi costruttori, con un progetto forse iniziato già sotto Chefren, stessero tendendo a valorizzare maggiormente la parte templare a discapito della piramide vera e propria; durante la restante parte dell'Antico Regno, infatti, ad una riduzione delle dimensioni e della qualità delle piramidi, corrisponde un maggior dimensionamento ed una maggior cura nella edificazione e realizzazione del Tempio Funerario e del Tempio a Valle[137].
Quest'ultimo, nel caso di Micerino, era verosimilmente stato solo iniziato come risulta dalle fondamenta in pietra[N 117]in contrasto con le pareti in mattoni, rivestite di uno spesso strato di intonaco in gesso[N 118]che si dovevano al successore Shepseskhaf che:"lo fece come monumento eterno per suo Padre, il Re dell'Alto e Basso Egitto Menkhaura"[141]. Di tale tempio, scoperto ed esplorato nel 1909-1910 daGeorge Reisner, non resta traccia essendo oggi scomparso sotto le abitazioni di un villaggio[141]; al suo interno Reisner rinvenne la statua del re Micerino presentato agli dei dalla sposaKhamerernebty II, nonché le triadi rappresentanti il re tra deificazioni di alcuninomi dell'Egitto[142][N 119]
Anche il tempio funerario venne iniziato sotto Micerino, in granito, e contiene il più grande e pesante blocco di cui si abbia notizia nella piana di Giza di circa 200 t[N 120], ma anche tale costruzione venne poi successivamente completata dal suo successore Shepseskhaf in mattoni crudi intonacati di bianco[140]; analogamente in mattoni crudi, poggianti su blocchi di calcare, venne realizzata la Via Cerimoniale, lunga 608 m, di cui restano scarse tracce e che è stata solo parzialmente scavata[142][143].
Il complesso di Micerino comprende, a sud, tre piramidi "della regina" di cui una, probabilmente destinata alla regina Khamerernebty II, in forma geometrica, con lato di base di 44 m e altezza pari a 28,40 m, verosimilmente con rivestimento in granito[N 121]. Le altre due sono esempi di piramidi a gradoni con base di 31,15 m e altezza di 25,40; non è dato di sapere se fossero "perfette" o se avessero un rivestimento in pietra pregiata[143].
La piramide di Micerino
Assonometria della piramide di Micerino ricavate da modello 3D
La camera funeraria
Il sarcofago di Micerino scomparso in un naufragio mentre veniva trasferito in Inghilterra
Il rivestimento in granito, non rifinito, della piramide di Micerino
Pianta del Tempio Funerario di Micerino
Il Tempio in Valle di Micerino da un modello 3D
I danni alla piramide di Micerino causati dai tentativi di accesso di Murad Bey
Micerino presentato agli dei dalla regina Khamerernebty II
una delle triadi rinvenute da Reisner nel Tempio a Valle di Micerino: il re tra le deeHathoreAnput
La Mastabat el-Fara'un di Shepseskhaf a Saqqara
Shepseskhaf, figlio di Micerino e di una regina minore, successe al padre; il suo regno durò, forse, solo 4 anni e, non si sa per quale motivo[N 122], forse a causa di morte prematura, interruppe la tradizione delle piramidi riservando per se stesso una màstaba a Saqqara, oggi nota comeMastabat el-Fara'un, sia pure di enormi dimensioni[N 123][144], con pareti rivestite di calcare fino, eccetto il corso inferiore in granito rosso[145].
Dopo Shepseskhaf salì forse al trono l'ultimo re della IV dinastia, un sovrano di cui, tuttavia, non si ha notizia se non dalla lista manetoniana così come riportata daSesto Africanoove risulta con il nome greco di Thampththis che si è ritenuto potesse essere la traslitterazione del nome egizioDjedefptah, ma non si ha alcuna traccia di un re di tal nome anche se il Papiro di Torino presenta, dopo il nome di Micerino, una lacuna che potrebbe contenere il nome di un altro re[144].
Sebbene non si abbia notizia di una transizione traumatica, altrettanto scarse sono le notizie sul momento in cui avvenne il passaggio dai re della IV allaV dinastia[N 124][N 125][145]che, conSahura, reinserirono il teoforo Ra nel proprio nome e poi, conNeferirkara Kakai, assumeranno definitivamente il titolo "Sa-Ra", ovvero "figlio di Ra", tra i cinque nomi regali[146].
Sotto il profilo architettonico, con la V dinastia si assiste al ritorno alla forma piramidale, ma ad un ridimensionamento considerevole delle strutture a favore dei templi legati al culto del complesso funebre conseguente. Più in generale, viene data particolare enfasi ai complessi templari destinati al culto di Ra; paradossalmente, tuttavia, la riduzione delle dimensioni delle piramidi da parte dei re della V dinastia, sembra rispondere principalmente a considerazioni di ordine politico.
Da un lato il destinare le grandi risorse necessarie a usi diversi (e non a caso la V dinastia sarà considerata, nell'Antico Regno, una delle più prolifiche in quanto a spedizioni commerciali[N 126])[147], dall'altro la reiterazione del tentativo, ancora, di allontanamento dal clero eliopolitano nonostante la nascita dei granditempli solari[N 127]che caratterizzano i primi re di questa dinastia[148][N 128]. È sintomatico, infatti, che i templi solari, fatto salvo quanto poi si verificherà con il Nuovo Regno, costituiscano una parentesi alquanto breve nella storia architettonica dell'Antico Egitto di meno di 100 anni, il che denota una rapida apparizione ed una cessazione altrettanto improvvisa quasi coincidente con la comparsa, all'interno delle tombe reali (con Unis), dei Testi delle Piramidi ed una modifica della concezione funeraria precedente[149]. In tal senso deve interpretarsi anche lo spostamento della necropoli reale da Giza aSaqqara, prima, e adAbusir, poi.
Altra motivazione, di ordine socio-politico, che valga a giustificare le differenti dimensioni e la minor qualità delle piramidi di questo periodo sarebbe da ricercare in un minor afflusso di beni alle casse reali, di pari passo con il decentramento amministrativo e il concomitante, lento, aumento di potere delle gerarchie locali che, iniziato verso la fine della V dinastia, con la VI raggiungerà il livello di passaggio al caoticoPrimo Periodo Intermedio[150].
Figlio dell'ultimo re della IV dinastia,Shepseskaf, e della regina Khentkhaus, figlia di reDjedefhor, e perciò stesso pienamente legittimato ad assumere il potere reale, Manetone indica in Userkaf il primo re della V dinastia che, avendo regnato tra i 7 e i 10 anni, scelse, per la costruzione del suo complesso funerario l'area di Saqqara e, segnatamente, l'area più prossima al complesso di Djoser[151][152]. Dopo la breve parentesi degli ultimi re della IV dinastia che avevano privilegiato màstabe come loro sepolture, Userkaf ritornò alla piramide perfetta, "Puri sono i luoghi di Userkaf"[N 129][153]. Per costruire la piramide venne spianata un'area in forte pendenza e, in questa fase, proprio sfruttando i lavori di livellamento, venne scavato il corridoio discendente che adduceva all'appartamento[N 130][153][154]. Benché la forma fosse del tutto simile alle piramidi della IV dinastia, quella di Userkaf presentava un nucleo costituito da blocchi grossolanamente squadrati molti dei quali, come testimoniato da scritte in ocra rossa, prelevati da altri monumenti e riutilizzati[155]; l'asportazione totale del rivestimento nei secoli, e specialmente nel medio evo, comportò il crollo totale della piramide di cui non resta, oggi che un informe cumulo di blocchi[151].Jean-Philippe Lauerrilevò un lato di 73,30 m, per un'altezza di circa 49 m, ma data l'assenza totale di rivestimento e le dimensioni di alcuni blocchi spezzati rinvenuti alla base, si ritiene che tali misure siano da aumentare fortemente[155]. Alcune tracce di iscrizione sui blocchi di calcare del rivestimento hanno lasciato supporre che la piramide e l'appartamento funerario possano aver subito un restauro nel corso dellaXIX dinastia[155].
Nessuna traccia è stata rilevata del Tempio a Valle e poche le tracce della Via Processionale; poche tracce restano anche del Tempio Funerario[154]che venne smantellato, fino alle fondamenta, in epocasaitica(XXIV-XXVIII dinastia) per la costruzione di quattro altre tombe[156]
Alla morte di Userkaf salì al tronoSahurache, secondo la Pietra di Palermo, regnò "7 censimenti" ovvero 14 anni giacché avvenivano ogni due anni. Con Sahura la necropoli reale si sposta nuovamente, sebbene di pochi chilometri, da Saqqara adAbusir[N 131][157]. Anche il predecessore Userkaf aveva in qualche modo scelto tale località poiché qui fece erigere il suo "Tempio Solare"[N 132]e qui troveranno posto i complessi funerari di Sahura, Neferirkhara, Raneferef (probabilmente un effimero regnante), Niuserra e della regina madre Khentkhaus[158]
La tradizione iniziata daUnisviene continuata inserendo testi religiosi all'interno delle piramidi, sulle pareti di camere interne. I soffitti di colore blu hanno incise stelle dorate raffigurazione del cielo notturno come nella tomba di Teti. Le pareti sono decorate con geroglifici blu o verdi, colori che rappresentano l'acqua e la rinascita, recitanti iTesti delle piramidi. Di splendida fattura i geroglifici verdi della tomba di Pepi I. La costruzione di piramidi si interrompe durante ilprimo periodo intermedio.
I faraoni della XII dinastia ripresero l'usanza di farsi seppellire in tombe a forma di piramide. Le loro piramidi erano rivestite di calcare pregiato ma, ad eccezione dellapiramide di Amenemhat I, il materiale usato non era più la pietra, ma i mattoni. Lo stato di conservazione in cui ci sono arrivate (esemplificato dalle immagini a lato) è assai precario. Le dimensioni erano maggiori di quelle della VI dinastia: l'altezza superava i 100 metri. Viene di nuovo scelto il sito diDahshur, già usato da Djoser. In questo periodo si moltiplicano le piccole piramidi costruite per le regine o altri componenti della famiglia reale. Le ultime due piramidi note risalgono alla XIII dinastia, durante ilsecondo periodo intermedioe con i sovrani delNuovo Regnofurono preferite altre tipologie di tombe.