Il Giornale Vettica di Amalfi Online Velasca Vimercate News nel Mondo nato nel mese di gennaio 2010 dalla volontà del titolare Michele Pappacoda di dare spazio a tanti diversamente abili, grazie all'inserimento di news, di sentirsi realizzati in qualcosa di personale uscendo dai mille problemi che la disabilità ci impone quotidianamente.
I Colossi di Memnone sono due colossali statue di pietra che, poste di fronte alla città di Luxor, sulla riva occidentale del Nilo, ne osservano da millenni il lento scorrere con lo sguardo rivolto verso il sole che sorge.
Queste due gigantesche statue, alte 59 piedi, sono individuabili dai visitatori sin dalla riva orientale, sono note sin dall’antichità per un misterioso suono emesso da una di queste all’ora del tramonto. Una poetica leggenda individua nel suono il canto di Eos (la dea greca dell’alba), madre di Memnone, da cui il nome delle statue, che piangeva ogni giorno lacrime di rugiada per la morte del figlio, ucciso per mano di Achille durante la guerra di Troia. Memnone era un personaggio della mitologia greca, nato dalla dea e da Titone (un principe di Troia), era il Re di Persia e d'Etiopia, si schierò dalla parte dei Troiani nell'ultimo anno della guerra di Troia.
Nel 27 a.C. un terremoto causò la parziale distruzione di uno dei Colossi: la parte superiore crollò, mentre quella inferiore riportò solo delle crepe, in seguito a questo evento si cominciò ad udire la peculiare musica, proveniva dalla metà inferiore della statua. Si ritiene che questo suono fosse causato dal contatto delle correnti d’aria con la superficie porosa delle pietre riscaldate dalla luce del sole. Probabilmente l’aumento della temperatura facendo evaporare la rugiada, produceva un suono simile ad una ‘melodia’, ma non c’è modo di verificarlo dal momento in cui il suono smise di prodursi centinaia di anni fa, in seguito ad un restauro.
Fin dall’antichità, viaggiatori greci e romani si recavano sul luogo per ascoltare la musica. La prima testimonianza è dello storico e geografo greco Strabone, che udì la leggendaria melodia durante un viaggio nel 20 aC. Il fenomeno fu descritto anche dal greco Pausania e i romani Tacito e Giovenale, molti viaggiatori e anche illustri imperatori andarono a visitare questa strabiliante attrazione. Intorno al 199 l’imperatore Settimio Severo fece restaurare la statua che cessò il suo canto per sempre. Il suono determinò il nome delle statue, poiché portò i greci a ritenere che queste rappresentassero l’immortale Memnone, in realtà le statue rappresentano Amenhotep III, sovrano che regnò in Egitto circa 3.400 anni fa e sua moglie, Tiye. Le statue presiedevano l’entrata di un grande complesso templare che si credeva avrebbe potuto rivaleggiare con Karnak per dimensioni.
Il sovrano e la consorte sono raffigurati in posizione seduta, con le mani appoggiate sulle ginocchia e lo sguardo rivolto ad oriente, in direzione del Nilo. Ogni faraone del Nuovo Regno faceva costruire in suo proprio onore, quando era ancora in vita, un edificio sacro per affermare la propria natura divina. I colossi di Memnone si trovavano all’ingresso costruito da Amenhotep III. Pare che quello di Amenhotep, con i suoi 35 ettari di superficie, fosse il tempio più grande e ricco dell’intero Egitto, tanto che nemmeno sovrani come Ramesse II e Ramesse III in seguito riuscirono ad eguagliare tanta maestosità.
Amenhotep III, che governò durante il Nuovo Regno nel momento di massimo splendore della storia dell’Antico Egitto, è considerato uno dei costruttori più prolifici dell’Antico Egitto. Questo tempio sarebbe stato il più significativo tra i suoi progetti architettonici, ma al giorno d’oggi purtroppo ne restano in piedi solo poche rovine. Gli archeologi ritengono che la struttura sia stata rapidamente danneggiata a causa dei ripetuti saccheggi e per la sua ubicazione poco favorevole alla conservazione, i colossi e le rovine dell’antico tempio si trovano infatti all’interno di una piana alluvionale del Nilo. La pietra calcarea impiegata per la sua costruzione fu di conseguenza erosa dalla secolare esposizione alle periodiche alluvioni. Per cui oggi purtroppo, fatta eccezione per i Colossi, non rimane quasi nulla del tempio, le cui fondamenta furono corrose anno dopo anno dalle esondazioni del Nilo. Si pensa addirittura che l’enorme complesso fosse già compromesso in epoca faraonica, e che alcuni blocchi di pietra del tempio furono già destinati alla costruzione di altri edifici. Solo le due grandi statue furono risparmiate, ma sono giunte ai giorni nostri in grave stato di conservazione.
DI MORENA MOTTA Quale civiltà ha avuto l’idea di far corrispondere un numero a una lettera del suo alfabeto?
La risposta era stata finora: la civiltà greca. Adesso invece pare che la risposta giusta sia: la civiltà faraonica. Euclide, Archimede, Aristotele associavano la lettera alfa al numero uno, beta al due, gamma al tre e così via, ed erano convinti che fossero stati i loro antenati ad avere avuto quell’idea.
Adesso, però, uno studioso dell’Università di Montréal (Canada), Stephen Chrisomalis, dice che la civiltà greca ha preso questa idea dalla civiltà egizia.
La numerazione alfabetica sarebbe nata diversi secoli prima dell’era cristiana nei negozi greci in Egitto. L’analisi dei documenti dell’amministrazione faraonica egiziana, risalenti all’VIII secolo a.C., rende evidente che è nata in quella civiltà l’idea di associare un numero al simbolo di una lettera dell’alfabeto. Il commercio egizio l’ha trasmessa ai commercianti greci e questi l’avrebbero portata in patria.
DI MORENA MOTTA Cleopatra nasce ad Alessandria nel 69 a.C. dal re Tolomeo XII Aulete, Neo Dioniso, e da una sua concubina. «Cleopatra», che significa «Gloria a suo padre», è un nome greco e insieme dinastico. Prima di lei, nei quasi trecento anni di regno dei Lagidi, ben sei regine e principesse hanno portato il suo nome.
Cleopatra viene educata dai migliori pedagoghi e cresce in quel clima di alta cultura che ha reso Alessandria famosa nel mondo. La città è al massimo del suo splendore. Si apre sul Mediterraneo con un impianto urbanistico spettacolare, con edifici e monumenti annoverati tra le meraviglie del mondo, con un porto dai traffici intensissimi, un crocevia di merci, di popoli, di culture, di religioni tra l’Africa, l’Asia e l’Europa.
In questo ambiente Cleopatra apprende sette lingue, compreso l’egiziano, la poesia e le lettere, la retorica e le scienze. Alla morte del padre viene associata al trono d’Egitto con il fratellastro Tolomeo XIII. Tra Cleopatra diciottenne e il fratello di appena 10 anni scoppiano contrasti violentissimi, che portano all’allontanamento di Cleopatra dall’Egitto. Si rifugia in Siria organizzando la sua riscossa, mentre a Roma scoppia la guerra civile tra Pompeo e Cesare. Pompeo, che era stato tutore di Tolomeo XIII per conto di Roma, sbarca ad Alessandria convinto di trovarvi rifugio, ma viene ucciso per conto del giovane re che spera di ingraziarsi il vincente Cesare. Cleopatra vuole vedere Cesare prima che il fratello glielo impedisca e si fa portare di nascosto negl i appartamenti del generale. Edopo mesi di guerra civile, con l’appoggio di Cesare, Cleopatra può regnare come unica sovrana sull’Egitto, associata al fratellino minore, Tolomeo XIV. Cesare, innamorato della giovane donna, come riferiscono Plutarco e Svetonio, passa giorni felici in Egitto. Nel 46 lui la invita a Roma e dà il suo nome al figlio avuto da lei Poco dopo Tolomeo XIV muore, in circostanze ignote (forse a causa della peste). Cleopatra associa al trono il figlio avuto da Cesare, l’ancora bambino Tolomeo XV, detto Cesarione. All’indomani dell’assassinio di Cesare, le speranze di Cleopatra che il figlio potesse essere dichiarato l’erede di Cesare vengono deluse. Come vuoi la legge romana, l’erede designato nel testamento è un Romano: Ottaviano.
La regina governa con notevole saggezza. mirando a sanare l’economia disastrata del Paese, alleggerisce le tasse, cura la manutenzione delle strade carovaniere tra il Nilo e il Mar Rosso. Nel frattempo Marco Antonio e Ottaviano si spartiscono il potere: al primo va il governo dell’Oriente, al secondo dell’Occidente. Nel 41 a.C. Antonio incontra Cleopatra a Tarso in Siria. L’incontro, organizzato con abile regia dalla regina. segnerà la vita di entrambi. L’amore, la passione, il sodalizio politico dureranno fino alla morte. Le attività militari di Antonio, con le guerre contro i Parti e l’annessione dell’Armenia, si alternano con i soggiorni in Alessandria e con la vita sfarzosa da sovrano ellenistico: Cleopatra Iside e Antonio Neo Dioniso si fanno onorare come dèi insieme con i figli, i gemelli Cleopatra Selene e Alessandro Helios e un altro maschio, Tolomeo, ai quali vengono attribuiti nominalmente i territori conquistati dai Romani. EOttaviano entra in guerra. Nel 31 la battaglia di Azio. in Grecia, ne decide le sorti: le navi di Antonio e Cleopatra forzano il blocco e riescono a fuggire alla volta dell’Egitto, mentre il resto della flotta viene sbaragliato da Agrippa. Ottaviano insegue i due in Egitto. È il 30 quando entra in Alessandria conquistando e annettendo l’Egitto a Roma. Antonio comprende che ormai tutto è perduto e si uccide. Cleopatra gli sopravvive per pochi giorni, spera di patteggiare e ottenere da Ottaviano almeno la vita e il suo onore di regina. Si rende presto conto, però. che le formali gentilezze che le riserva il vincitore servono solo per tenerla in buona salute: la regina, infatti, nei piani di Ottaviano. deve servire come “esca” per catturare (e poi uccidere) Cesarione in fuga. «Giudicando tale avvenimento peggiore di qualsiasi morte, decise senz’altro di porre fine alla sua vita [...]. Indossò il vestito più bello e si acconciò con la massima eleganza, assunse un atteggiamento perfettamente regale e si uccise [...]. In che modo si sia uccisa, nessuno lo sa con certezza. Furono trovate solo delle piccole punture sul braccio. Alcuni dicono che si sia fatta mordere da un aspide, recatole dentro una brocca o un vaso di fiori. Altri affermano che avesse unto una spilla che soleva portare tra i capelli con uno speciale veleno» (Cassio Dione). È il 12 agosto del 30 a.C.
DI BARBARA PAPPACODA IMPORTANZA DEL NILO PER GLI EGIZI L’importanza del Nilo per gli egizi. “L’Egitto è un dono del Nilo” scrisse lo storico Erodoto a proposito del fiume più lungo del mondo. In effetti, se si considerasse l’importanza geografica del fiume in quella regione, ci si accorgerebbe subito che, senza la sua presenza, la nascita e lo sviluppo della civiltà egizia non sarebbe stata possibile. La presenza del fiume, infatti, permette la possibilità di insediamenti umani lungo le due strette fasce di terra costeggianti le sue rive. Tuttavia si tratta di una zona molto ristretta, che varia in ampiezza da 1 chilometro ai 6 chilometri nel suo punto più largo. Al di là di questi “confini” fertili (meglio conosciuti dagli antichi egiziani come “terra nera” e coltivabili vi è il deserto (detto “terra nera”). La presenza del Nilo nella civiltà antica era indispensabile. Ad esempio esso, essendo navigabile in entrambe le direzioni, costituiva un importante via di comunicazione, che consentiva di collegare facilmente luoghi distanti centinaia di chilometri.
LA STORIA DEL NILO Per questo motivo tutte le città egizie sorsero sulle rive del Nilo e questo contribuì ad una caratteristica uniformità urbanistica e culturale. Anche sotto l’aspetto dell’agricoltura, il Nilo era di gran vantaggio in quanto le sue piene regolari erano il centro attorno al quale ruotava tutto il mondo dell’agricoltura egizia. Ogni anno, attorno alla fine di maggio, il Nilo straripava cospargendo le sue rive di limo, una sostanza che, depositandosi sul terreno, lo rendeva fertile. Inoltre secondo le testimonianze dello storico Erodoto, la tecnica di coltivazione, in un terreno così fecondo, non richiedeva particolari attrezzature: bastava che dopo la piena, si seminasse e si facessero passare sopra degli animali, in modo da calpestare i semi.
L'IMPORTANZA DEL NILO OGGI Per questo motivo, al contrario che in altre zone, in Egitto non ci fu uno sviluppo delle tecniche di coltivazione e delle attrezzature, che avvenne solo dopo un forte incremento demografico. Gli egizi cercarono inoltre di migliorare il rendimento della terra perfezionando i sistemi di irrigazione. Sotto l’aspetto culturale, la civiltà egizia crebbe, al contrario della Mesopotamia, in un ambiente isolato e difeso e questo portò loro ad avere la convinzione di essere il popolo più progredito e sviluppato e di aver raggiunto un elevatissimo grado di civiltà. Infatti la civiltà egizia rispetto sempre un senso molto conservatore, come scrisse Erodoto: “Gelosi delle loro tradizioni, essi rifiutarono tutte le altre”. Questo da un lato riuscì a preservare l’indipendenza culturale del Paese, ma finì per ostacolare il progresso della società, che andò man mano irrigidendosi in forme di vita sempre meno adatte alle necessità dei nuovi tempi.
DI MORENA MOTTA Le ferite e la terapia
Molti di coloro che erano riusciti a superare i rischi legati alla nascita e all’infanzia dovevano comunque affrontare l’eventualità di riportare ferite anche molto gravi nel mondo in cui vivevano. Lo studio dei corpi di coloro che erano abbastanza ricchi da potersi permettere la mummificazione ha più volte rivelato tracce di ferite del genere, e anche i ritratti Ie hanno talvolta mostrate altrettanto bene.
Il Papiro Smith è una testimonianza emblematica degli sforzi profusi dagli antichi Egiziani per cercare di convivere con simili traumi. Copia di un testo originariamente redatto nel Medio Regno, il papiro fu scritto durante un periodo di lotte intestine e di guerre e potrebbe essere stato trascritto per aiutare un medico nella cura delle ferite riportate in battaglia. Molte, o forse addirittura tutte Ie ferite descritte nel testo potrebbero essere state causate dalle armi di cui si servivano gli Egiziani e i loro nemici nel corso dei combattimenti.
La medicina egiziana era un compendio di tera-pie e prescrizioni elaborate quasi esclusivamente sulla scorta delle sperimentazioni e degli errori compiuti nel corso dei millenni. Il ricorso alla chirurgia era raro, e la pratica della dissezione era riservata ai macellai e agli imbalsamatori; la maggior parte delle raffigurazioni di organi interni si riferisce a quelli dei bovini o di altri animali, e non a quelli dell’uomo.
I medici facevano ricorso a una vasta farmacopea basata su sostanze di origine naturale. Il miele era utilizzato per Ie sue proprietà curative, oltre che per la sua dolcezza, mentre il succo del melograno era raccomandato come astringente e, al tempo stesso, veniva considerato una autentica prelibatezze. Le ninfee erano venerate in quanto immagini del sole e della gioventù, ma, al contempo, poichè la pianta ha proprietà analgesiche, è possibile che vi si facesse ricorso, ingerendola, allo scopo di lenire il dolore.
E’ inoltre verosimile credere che i medici egiziani avessero familiarità con l’oppio, estratto dal papavero e impiegato come sedativo. Ed è a tal proposito probabile che una particolare classe di vasi ad alto collo, la cui diffusione ebbe inizio nel Nuovo Regno, venisse utilizzata per conservare lo stupefacente importato dall’Asia Minore.
La dea Sekhmet è uno degli esempi del ruolo svolto dalla magia nell’applicazione delle terapie. Al pari di Taweret, Sekhmet era la personificazione di forze sia maligne che benigne; di lei si paventava la facoltà di dare origine a pestilenze o scatenare gli animali selvatici del deserto egiziano (eventualità simboleggiata dall’immagine della sua testa leonina), ma al tempo stesso se ne invocava I’intervento affinchè proteggesse la popolazione da simili pericoli. Di conseguenza, i medici, che apprendevano l’arte della magia tanto quanto la medicina pratica, erano solitamente sacerdoti della dea Sekhmet, come si può rilevare dal caso n. 1 del Papiro Smith.
Nell’antico Egitto la magia si basava sul principio dell’associazione. Per gli Egiziani anche I’acqua poteva acquistare proprietà curative semplicemente venendo a contatto con simboli evocativi appropriati.
I medici
Del titolo di «medico», attestato per gran parte della storia dell’antico Egitto, si ha un esempio su una giara della XXV dinastia, etichettata con la dicitura di «unguento speciale», che apparteneva a un medico capo di nome Harkebi. Gli stessi medici sono rappresentati dalla statua di Yuny, che era anche sacerdote di Sekhmet e dalla testa ritratto di un sacerdote del quale non si conosce il nome, che aveva funzioni analoghe a quelle della Stele Metternich.
E’ probabile che una statuetta in bronzo raffigurante Imhotep e realizzata in età tolemaica, fosse stata a lui dedicata in quanto «santo patrono» dei medici egiziani (il gran sacerdote visse agli inizi della III dinastia, e, fra i molti meriti, gli si attribuisce quello di aver curato la supervisione della costruzione della piramide a gradoni di Djoser a Saqqara; divinizzato all’indomani della morte, fu spesso venerato come dio guaritore, n.d.r.). I Greci associarono Imhotep al proprio dio della medicina, Asclepio, sebbene, paradossalmente, non vi siano prove del fatto che anche Imhotep fosse un medico. Forse anche lo scriba che verga il Papiro Smith pratica la medicina, ma, se anche non fosse stato così, il testo era certamente stato concepito perchè venisse usato dai medici. Con la sua combinazione fra approccio pratico e magia nella cura, il Papiro è una testimonianza eloquente della scienza e dell’arte della medicina nell’antico Egitto.
Il Papiro Smith prende nome dall’egittologo statunitense Edwin Smith (1822-1906), che l’acquistò a Luxor nel 1862. Nel 1948 il prezioso documento fu donato al suo attuale proprietario, la New York Academy of Medicine. Qui riportiamo alcuni brani del testa relativo al caso n. 8, uno di quelli che meglio documentano l’intreccio fra scienza e magia nella pratica medica.
Titolo. Terapie per una frattura nel suo cranio sotto la pelle della sua testa.
Esame e prognosi. Se curi un uomo per una frattura del suo cranio (...) non essendoci nulla in superficie, dovrai trovare la prova della sua ferita. Dovrai trovare un rigonfiamento sopra iI quaIe sta la frattura del suo cranio (...) e I’uomo cammina trascinando il piede dalla parte della frattura (...).
Trattamento. Il suo trattamento consiste nel farlo stare seduto fino a che non si sentirà meglio o fino a quando non comprenderai che è arrivato a un punto di svolta. Poichè osservi che il colpo che ha ricevuto sul cranio somiglia alle ondulazioni che si formano quando si fonde il rame, con qualcosa all’interno che pulsa e batte sotto Ie tue dita (...) mentre egli sanguina dalle sue narici e dalle sue orecchie e soffre per I’irrigidimento del collo, un disturbo per cui nulla viene fatto.
Spiegazioni. Quando si dice di «una frattura del suo cranio al di sotto della pelle della sua testa non essendoci ferite su di lui», si tratta di una frattura dell’osso piatto del cranio, mentre la carne che si trova sulla testa è sana. Quando si dice che «egli cammina trascinando i piedi», si riferisce al fatto che cammina con il piede inerte, e non è facile per lui camminare, essendo debole e ciondolante, con la punta degli alluci piegata all’interno che cerca la terra mentre cammina: significa che questa e la causa per cui trascina i piedi (...).
Ritratto dipinto a encausto su legno, dal Fayyum. 160 d.C. circa.
L’occhio sinistro dell’uomo è più piccolo del destro: è probabile che tale differenza corrisponda a una malattia congenita, poichè anche il diametro dell’iride ha dimensioni inferiori e l’intero volto presenta alcune asimmetrie, come nel caso della mandibola destra, più grande della sinistra.
DI MORENA MOTTA La prevenzione
Anche nell’antico Egitto la prevenzione delle malattie si basava innanzitutto sulla pulizia. Una ciotola di era predinastica è una delle più antiche documentazioni in proposito: l’oggetto, infatti, oltre a essere un contenitore per l’acqua avente un chiaro valore funzionale, era un esempio arcaico del geroglifico utilizzato per indicare I’aggettivo «pulito».
Il testo iscritto su una giara del Medio Regno illustra l’efficacia dell’acqua, e un bacile con brocca dell’Antico Regno ne ribadiscono l’importanza nella vita quotidiana. I tubetti per il kohl, oltre a essere fra gli oggetti più comuni nella vita di ogni giorno, non venivano impiegati soltanto nell’ambito della cosmesi, ma erano utilizzati anche a scopo medicinale. Essi contenevano minerale triturato, solitamente galena, che tanto gli uomini quanto Ie donne applicavano intorno agli occhi con uno stilo, proprio come accade oggi con i moderni eyeliners.
Il dio Bes incarna uno degli approcci per ciò che riguarda la prevenzione attraverso il ricorso alla magia. Gli Egiziani, infatti, credevano che la sua figura raccapricciante avesse un potere deterrente nei confronti delle divinità maligne o degli spiriti ostili del defunto, ed è questo il motivo per cui esso è usato come complemento di uno dei tubetti per kohl e di un astuccio per un bastoncino impiegato per spalmare la sostanza cosmetica). L’immagine del dio poteva anche essere indossata sotto forma di amuleto, mostrato a mo’ di protezione della casa o di un altro luogo, oppure supplicata affinchè intercedesse in favore di colui (o colei) che al dio si era rivolto.
Anche le immagini di una dea ippopotamo chiamata Taweret («La Grande», «Colei che è grande») venivano utilizzate come strumenti di difesa. Si credeva che la dea proteggesse in particolare Ie donne. L’ippopotamo era uno degli animali più pericolosi fra quelli che vivevano sulle sponde e nelle acque del Nilo, ma, proprio per questo, si credeva che avrebbe potuto essere potenzialmente pericoloso per Ie forze del maligno allo stesso modo in cui lo era per la popolazione egiziana stessa.
I monili, al pari del kohl, avevano una funzione che andava oltre la mera omamentazione. Due amuleti in forma di occhio di Horo, in origine appartenenti a una collana, evocano un precedente mitologico per ciò che riguarda la guarigione da un trauma (secondo il mito, infatti, I’occhio sarebbe stato strappato a Horo dal dio Seth nella contesa per il trono d’Egitto, ma sarebbe stato poi recuperato e ricomposto dal paziente dio Thot, n.d.r.), e, di conseguenza, venivano impiegati come simboli potenti di protezione dal pericolo.
La nascita e I’infanzia
Ciascun Egiziano era consapevole del fatto che il parto era uno dei momenti cruciali della propria esistenza. Il tasso di mortalità, sia per la madre che per il bambino, era elevato, e gli Egiziani facevano ricorso a un ampio ventaglio di rimedi pratici e magici per assicurare il successo della nascita e dell’infanzia.
Nella maggior parte dei casi, i reperti che si riferiscono a tale ambito non sono oggetti di uso quotidiano, ma provengono dalle tombe, nelle quali furono deposti affinchè aiutassero la rinascita del defunto in una vita ultraterrena. Fra di essi vi sono i coltelli in selce in forma di «coda di pesce», usati in era predinastica per recidere il cordone ombelicale e, successivamente, inclusi negli accessori del rito funebre e talvolta sepolti insieme al defunto sotto forma di modellini.
Le sepolture del Medio Regno comprendono spesso oggetti simili noti come «bacchette magiche». Decorati con immagini di Bes e di altre divinità protettrici, essi dovevano essere utilizzati nel corso della vita per tenere lontane dal neonato le forze del maligno e venivano quindi deposti nelle tombe allo stesso fine, in questo caso per proteggere lo spirito della persona defunta. Nell’iscrizione che compare sul dorso di una di queste bacchette magiche, le figure dicono: «Siamo venuti per poter estendere la nostra protezione intorno al bambino sano».
Bes e Taweret venivano invocati anche perchè fornissero il proprio aiuto al momento del parto; una testimonianza in proposito è fornita da una stele del Nuovo Regno, sulla quale si trova l’insolita raffigurazione di Taweret insieme alla dea Mut, il cui nome significa con ogni probabilità “madre”.
Allevare i bambini era un atto considerato di importanza seconda soltanto al parto. Gli Egiziani erano certi che il latte materno fosse particolarmente importante per il neonato e si fabbricavano perciò, contenitori speciali, destinati a raccogliere la quantità prodotta in eccesso. All’impegno posto nella cura dei bambini si riconosceva un’importanza analoga a quella del parto, sia in termini astratti - espressi da un’immagine di Iside e Horo, che incarnano le figure prototipiche della madre e del bambino - sia nel mondo reale, come prova la statua di una balia.
Ciotola di età predinastica che, dando forma concreta al geroglifico indicante l’aggettivo “pulito”, sottolinea l’importanza dell’igiene per la prevenzione delle malattie.
Tubetto per kohl in steatite invetriata con l’immagine del dio Bes. XVIII din., 1550-1307 a.C.
Il tubetto dispone di due compartimenti, destinati ad altrettante varianti del prodotto, la prima di colore verde e la seconda di colore nero
DI MORENA MOTTA Le vestigia della civiltà egiziana sono la testimonianza degli sforzi compiuti da quelle genti nel tentativo di comprendere il mondo in cui vivevano e adeguarsi a esso. Il pantheon degli dei egiziani offriva una spiegazione per gli eIementi e Ie forze che costituivano e governavano quel mondo: la terra, il cielo e il sole; il fiume Nilo e Ie sue piene annuali che davano vita ai campi; nonchè l’istituzione della monarchia, capace di respingere Ie invasioni di popolazioni straniere, sedare Ie sommosse interne, e assicurare una vita pacifica. Le istituzioni e Ie cerimonie della religione egiziana erano gli strumenti attraverso i quali quelle forze venivano placate e, al tempo stesso, blandite affinchè agissero per il bene degli Egiziani stessi, nella vita terrena e in quella ultraterrena.
L’arte egiziana è imbevuta di tali percezioni e temi, sia che si tratti dei capolavori concepiti per celebrare la gloria degli dei e dei sovrani, sia che si tratti degli assai più prosaici oggetti della vita quotidiana. In ogni caso, per la maggior parte degli Egiziani perpetuare I’ordine nel mondo e nella società costituiva una preoccupazione assai meno immediata del corso stesso della propria vita, un’esistenza che, sebbene fosse caratterizzata da un livello di qualità della vita assai eIevato per gli standard del tempo, rimaneva assai aleatoria.
Il Nilo, fiume lungo Ie cui sponde viveva la maggioranza degli Egiziani, era popolato dai coccodrilli e dagli ippopotami; nelle distese desertiche, che si trovavano sempre a pochi chilometri di distanza dalIe aree abitate, vivevano leoni, iene, sciacalli, scorpioni e serpenti, e Ie terre coltivate erano infestate da un numero ancora più alto di serpenti e da insetti spesso molto pericolosi. Le mosche e i parassiti che infestavano il fiume e i canali di irrigazione diffondevano malattie che sfociavano sovente nella cecità, che potevano compromettere Ie capacità motorie e che potevano portare anche alla morte.
I soldati e gli operai che lavoravano nelle cave di pietra e nei cantieri in cui si realizzavano gli imponenti monumenti, rischiavano ogni giorno incidenti che potevano azzopparli per il resto della loro vita oppure ferite letali. E, per quanto riguarda Ie donne, molte di loro morivano di parto. L’aspettativa di vita era breve, superando di rado i quaranta anni di età per la maggior parte degli Egiziani. Anche chi apparteneva alle classi aristocratiche, nonostante vivesse in condizioni più agiate e avesse di solito la fortuna di condurre un’esistenza più lunga della media, si ritrovava a passare gli ultimi anni di vita fra dolori lancinanti, causati da malattie dell’apparato dentario.
L’insieme di tutte queste minacce fu una sfida costante per Ia vita degli Egiziani, ma il ruolo che esse hanno svolto nell’elaborazione e nella scelta dei temi che dominano I’arte della civiltà del Nilo è stato spesso trascurato.
Una disciplina bifronte
Le manifestazioni artistiche che esprimono I’attenzione per la medicina, nonchè la pratica della scienza medica nei termini di una vera e propria arte, riflettono I’approccio scelto dagli Egiziani verso la medicina, che si caratterizzò per essere assai pratico e soggettivo al tempo stesso. Nonostante Ia società moderna abbia finito col separare questi due aspetti collocandoli rispettivamente nell’ambito della scienza e dell’arte, gli Egiziani Ii vedevano come un insieme inscindibile. Entrambi traevano origine da una soIa e semplice preoccupazione: quella di attuare la prevenzione e la cura delle malattie, nella maniera il più possibile efficace.
L’esperienza e la semplice osservazione potevano far individuare Ie cause di gran parte dei problemi di carattere medico e, al contempo, suggerire la terapia più adatta. La testimonianza più significativa in tal senso è probabilmente il Papiro Edwin Smith: ciascuno dei 48 casi clinici elencati suI recto del documento - che tratta di ferite o disturbi della testa e del torace - è descritto con un titolo che ha inizio con una parola che allude alla «conoscenza acquisita grazie all’esperienza pratica». Ciononostante, Ie cause fisiologiche di molte patologie rimasero ignote agli Egiziani. Posti di fronte alla necessità di spiegare e inquadrare ciò che risultava inspiegabile, essi concludevano affermando che Ie malattie erano I’esito dello scatenarsi di forze avverse, Ie quali, essendo di origini soprannaturali, potevano essere combattute soltanto con mezzi non materiali. Le otto formule magiche che compaiono suI verso del Papiro Smith sono una esemplificazione emblematica di tale approccio. Gli Egiziani erano consapevoli della differenza esistente fra ciò che era osservabile e Ie cause, soprannaturali - la discussione del caso n. 8 del Papiro Smith è caratterizzata dalla distinzione netta in tali elementi -, ma erano anche convinti del fatto che una terapia poteva rivelarsi efficace soltanto se fossero stati combattuti entrambi. Ne è prova il caso n. 9 del Papiro Smith, nel quale è riportata una prescrizione che prevede sia un rimedio pratico, sia una formula magica.
Presso gli Egiziani, la pratica della magia, per poter raggiungere l’obiettivo desiderato, si affidava all’efficacia della parola e all’associazione fisica (quest’ultima viene spesso definita «magia simpatetica»). Le parole giuste avevano il potere di contrastare o sviare Ie forze del maligno, mentre ci si aspettava che l’impiego di amuleti particolarmente evocativi o di sostanze che erano state a contatto con tali oggetti potesse avere un effetto curativo. Entrambe Ie credenze affondano Ie proprie radici in una esperienza umana comune a molte culture del mondo: I’uso della parola allo scopo di ottenere la reazione desiderata da parte di chi sta ascoltando e I’utilizzazione di acque sante o reliquie.
Contenitore in steatite invetriata raffigurante Taweret, la dea ippopotamo. XVIII dinastia. 1550-1307 a.C.
Nella parte cava dell’oggetto era forse custodita una striscia di papiro con testi di carattere magico.
DI MORENA MOTTA Uno dei problemi principali della pittura antica era il reperimento dei colori che non si trovano in natura: per il blu, per esempio, raro in natura, si usava il lapislazzuIi, una pietra però costosa e non sempre disponibile. Gli Egiziani, informa uno studioso di chimica della Università di Torino, Roberto Giustetto, per primi ottennero un pigmento sintetico di colore blu che poteva essere caricato o diluito a seconda delle necessità.
«Il blu egiziano - dice Roberto Giustetto - è un composto artificiale policristallino il cui componente principale, da cui deriva il colore, è un tetrasilicato di calcio e rame, dalla complessa molecola. Il suo equivalente naturale è la cuprorivaite, un minerale molto raro che si trova nelle lave del Vesuvio, ma gli Egizi lo produssero artificialmente già dal III millennio a.C., e la sua scoperta è forse anche più antica.
Il pigmento è formato da un composto di rame, fior di nitro e sabbia macinati e inumiditi, fatto in palline e cotto in fornace: per effetto del calore Ie molecole si aggregano e formano la cuprorivaite, in cui lo ione rame dà il colore blu. Dall’Egitto I’uso si sparse in Grecia e nel mondo romano. Vitruvio lo vide a Pozzuoli e ne descrive il processo di formazione. Il rame dava il colore blu, il fior di nitro serviva da «fondente» poichè abbassa il punto di fusione della silice contenuta nella sabbia.
GIi Egiziani rendevano il colore più o meno carico con varie cotture e aggiungendo il rame che modificava la sintesi di cuprorivaite. Il pigmento fu usato fino al tardo impero, poi scomparve: forse perchè Vitruvio, da cui si traeva la formula, non sapeva che la sabbia del fiume Volturno conteneva, oltre alla silice, anche della calcite, eIemento chimico necessaria per la formazione di cuprorivaite.
DI MORENA MOTTA Sebbene inizi a prendere piede la teoria che il primo incontro tra uomo e uva e i primi tentativi di produzione vinicola risalgano al Paleolitico, fu il Neolitico (8000-4000 a.C.) il primo periodo nel quaIe si verificarono tutte Ie condizioni necessarie per I’innovazione della viticoltura e della produzione enologica. Recentemente lo studioso statunitense Patrick McGovern ha sostenuto di avere individuato una sola area di domesticazione iniziale, nei Monti del Tauro orientali e nella Transcaucasia da cui la vite eurasiatica domestica si è diffusa verso sud, est e ovest. In Egitto, nelle grandi pianure alluvionali del Delta del Nilo, si sviluppò una imponente industria vinicola regale fin dalla III dinastia (2700 a.C. circa), agli inizi dell’Antico Regno.
La scoperta ad Abido, 650 km circa a sud di Menfi lungo il Nilo, di oltre 700 orci della capacità di 30 litri ciascuno, all’interno di una tomba attribuita al faraone Scorpione I e datata attorno al 3150 a.C., ha permesso di acquisire straordinarie conoscenze sull’attività vinicola. Si trattava di una parte consistente delle riserve alimentari che accompagnavano il faraone nell’aldilà. L’analisi del deposito all’interno degli orci - come scrive McGovern - ha portato a una considerazione importante: si trattava di vino, sia per Ie tracce d’uva, sia perchè sono stati trovati frammenti del DNA appartenenti a lievito antico, necessario per la fermentazione. Altre considerazioni e analisi relative ai contenitori hanno permesso di datare al Bronzo Antico I e di individuare la zona di produzione nella Palestina Meridionale (striscia di Gaza), nella regione collinare meridionale palestinese (Ie colline della Giudea), nella valle del Giordano e nella Transgiordania. Si tratta, quindi, di una testimonianza importante dell’importazione di vino dalla Palestina in grandi quantità e in età molto antica. In seguito, attraverso la medesima via, per i monti del Sinai, giunsero molto probabilmente anche Ie prime piante di vite eurasiatica e con esse anche manodopera specializzata. Questo spiegherebbe come già nei primi geroglifici e nelle prime pitture Ie immagini che indicano e raccontano della vite, dell’uva e del vino descrivano tecniche di coltivazione e di produzione del vino già molto avanzate.
Durante tutto l’Antico Regno, la coltivazione della vite e la produzione di vino locale andò incrementandosi. Si trattava di industrie regali e il consumo di vino era legato alla sfera religiosa, alla corte del faraone e alle classi più elevate della società. Era, piuttosto, la birra la bevanda alcolica più diffusa, soprattutto fra Ie classi meno elevate.
Durante il secondo periodo intermedio, gli Hiksos, stimolarono l’importazione di vino soprattutto dalla Palestina meridionale e si diffuse il gusto per una bevanda mescolata a resine che ne garantivano una migliore conservazione e ne aumentavano Ie virtù terapeutiche già allora conosciute.
Nel Nuovo Regno la produzione di vino locale aumentò, anche se non cessarono Ie importazioni di vino dall’Oriente. Con Ramesse III (1197-1165 a.C.) furono creati molti vigneti nel Paese, e il coevo papiro di Harris ne elenca 513 di proprietà del tempio. Ma una importante fonte di conoscenza sul vino in Egitto proviene dalla grande quantità di ostraka, adoperati come etichette da vino, nei quali appaiono una miriade di informazioni relative al vigneto, all’anno della vendemmia (con l’indicazione dell’anno di regno del faraone), alla qualità del vino (buono, ottimo, davvero ottimo, dolce, mischiato), al capo del vigneto (la presenza di nomi di origine semita fa comprendere come da lì provenissero i più esperti vinificatori). Le maggiori informazioni provengono dal sito di Malkata databile all’epoca di Amenofi III (1413-1377 a.C.), che ha restituito 845 esemplari, anch’essi analizzati da McGovern.
In Mesopotamia come in Egitto erano presenti varie alternative di bevande fermentate, la birra d’orzo, il vino di vite e il vino di datteri (specialità locale già dal l millennio a.C.). Ma il vino e la vite eurasiatica domestica avevano già cominciato a diffondersi verso sud dalle regioni montane del Caucaso, dei Monti del Tauro e dei Monti Zagros nel corso del Neolitico. Una importante testimonianza della conoscenza dell’attività vinificatoria e costituita dal rinvenimento di orci da vino (con all’interno resti di feccia di vino) a Godin Tepe (Iran) nel cuore dei Monti Zagros in una zona sotto il controllo di Sumeri ed Elamiti e databile al 3500-3000 a.C. All’inizio del III millennio a.C., con lo stanziamento dei Sumeri nella Mesopotamia meridionale - tra il Tigri e I’Eufrate -, aumentano Ie testimonianze relative alla viticoltura. Era più diffusa la produzione di bevande alcoliche da datteri e orzo, ma per quanto attiene al vino, si trattava di un tipo di coltivazione limitata a piccoli vigneti inseriti all’interno di spazi templari, mentre altro vino veniva importato dalle montagne orientali circostanti, la catena degli Zagros nell’Iran occidentale. Le principali città dell’impero sumerico, Ur e Lagash, erano poste a 131° di latitudine Nord, cioè nella parte estrema della zona considerata più adatta alla coltivazione della vite, se si possono fare paralleli fra Ie condizioni climatiche di allora e quelle di oggi, perchè più umida e con inverni freddi. Inizialmente il consumo di vino era legato soprattutto ad aspetti della vita religiosa e all’ambiente regale, ma poi la richiesta aumentò anche da parte del ceto più elevato e si sentì la necessità di impiantare vigneti locali. Verosimilmente, la coltivazione della vite fu praticata nella zona più vicina alle sorgenti del Tigri e dell’Eufrate. Con l’avvento dell’impero assiro all’inizio del II millennio, più spostato a nord ovest, nell’alta Valle del Tigri e a Babilonia, il centro del potere economico si trasferì verso zone pin adatte alla coltivazione della vite. La birra d’orzo e il vino di datteri continuarono a essere Ie bevande più diffuse, ma sembra che esistessero botteghe per la vendita anche del vino, gestite da donne. A ribadire il carattere sacro del vino, nel Codice di Hammurabi si stabilisce che la sacerdotessa che avesse gestito una simile bottega dovesse essere bruciata. Nel l millennio a.C. con il nuovo impero assiro il centro del potere economico si sposto ancora più a nord nelle città di Assur, Nimrud e Ninive. Tra i bassorilievi di Ninive ai tempi di Assurbanipal (668-626 a.C.) ci sono immagini del re e della regina intenti a bere, molto probabilmente vino. Le tavolette dell’VIII secolo a.C., provenienti da Nimrud elencano gli uomini e Ie donne a cui è concessa, in quanto parte del servizio del re, una dose quotidiana di vino. Il centro di potere si trasferì, quindi, nelle zone agricole del vino. Questa situazione non durò a lungo. Le città assire vennero distrutte nel VII secolo a.C. e fu costituito un nuovo impero babilonese finchè anche questo non cadde, conquistato dall’impero persiano di Ciro II, nel 539 a.C.
La vite eurasiatica domestica si era ambientata nella Transgiordania e nella Palestina già dal Calcolitico, almeno a partire dal 3500 a.C. Inoltre, l’importazione in Egitto già dal 3150 a.C. dalla Palestina di grandi quantità di vino - come testimonia la tomba di Scorpione I ad Abido - offre una chiara idea di quanto fosse fiorente I’attività di viticoltura e di vinificazione in quelle zone. L’importazione di vino dalla Palestina continuò per tutto il II millennio, e nel I millennio, con I’avvento dei Fenici, il vino si diffuse in tutto il Mediterraneo forse anche in Africa del Nord. Quando nell’814 a.C. fu fondata Cartagine forse la vite era già presente nella zona. Con il fiorire della cultura minoica a Creta aumentò anche la richiesta di vino. Sebbene la bevanda più diffusa fosse la birra d’orzo e scarse siano Ie rappresentazioni di vite, uva e vino sicuramente venne importato dalla Siria e dall’Egitto, ma ormai nel XV secolo, con la conquista micenea, la viticoltura era una tradizione radicata nell’isola come testimonia il rinvenimento di una pressa per il vino di età micenea a Palaikastro.
Con l’influenza della cultura micenea e con l’introduzione della vite e del vino, in Grecia iniziò una nuova era nella storia della bevanda che, già carica di significati religiosi (in Egitto e in Mesopotamia), ne acquisì di nuovi. La vera rivoluzione consistette però nel fatto che il suo consumo non rimase solo legato alle libagioni rituali in onore di Dioniso, ma da subito divenne uno degli elementi della grande triade di cibi di base che costituivano l’alimentazione dei popoli greci: grano, olivo e uva. Il vino passò quindi da caratteristica distintiva delle classi più agiate a bevanda preferita dalla maggioranza della popolazione di tutti i livelli sociali.
La raccolta dell’uva e la preparazione del vino in una pittura della tomba di Khaemwaset a Tebe ovest,
Egitto. Nuovo Regno, XX dinastia, XII-XI sec. a.C.
DI MORENA MOTTA Datteri, uva e fichi
C’era poi la frutta, e la più comune in Egitto era quella che abbiamo già visto rappresentata nelle varie scene di offerte: datteri di tutti i tipi, uva e fichi. Poi, tra il 1660-1543 a.C. con gli Hiksos, arrivano in Egitto Ie mele, Ie olive e i melograni e durante il Nuovo Regno il gelso dall’Asia Minore. Per Ie pere, Ie pesche, Ie mandorle e Ie ciliegie bisogna invece aspettare la conquista romana.
Infine i dolci, e di questi abbiamo pure una ricetta, che ci arriva dall’epoca di Ramsete III (1194-1163 a.C.), quella degli encyt (dolci simili a frittelle o focacce, n.d.r.). Essa dovette passare in Grecia, perchè circa al tempo di Pericle Ii vediamo citati per la prima volta. Erano buoni e vennero apprezzati, tanto che la ricetta arrivò a Roma e finì nelle mani di Catone il Censore che stava compilando il suo De Agricoltura, ed egli la incluse nel suo libro. Chissà se Catone riteneva quella ricetta un piatto autenticamente romano; certo non dovette mai sospettare che fosse arrivata da tempi così lontani. Comunque egli ce I’ha tramandata, descritta con grande minuzia e in tutte Ie sue parti.
Era poi uguale a quella che facevano gli Egiziani? Il problema è stato risolto grazie a un dipinto. In una saletta laterale del passaggio che, nella Valle dei Re, conduce alla tomba di Ramsete III c’è un affresco in cui si vede una pasticceria egiziana in piena funzione e, in mezzo a questa scena animatissima con molta gente che lavora a varie preparazioni, due uomini davanti a un grande padellone, proprio come quello consigliato dal Censore, stanno friggendo gli enciti. Uno di essi, come prescritto nel De Agricoltura, ne ha appena sollevato uno e, aiutandosi con due bastoncelli, come suggerito da Catone, lo sta rigirando per farlo colorare anche dall’altra parte. Sopra, contro la parete, tre enciti gia pronti sono stati appesi in alto per far scolare I’unto. Altri dolci di varie forme si vedono tutto attorno e alcuni sono proprio uguali a un gruppo di biscotti trovati in una tomba egiziana, e oggi conservati nel Museo Egizio di Torino.