La storia dell'Egitto Le Piramidi
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di Miki Pappacoda Le piramidi egizie sono costruzioni architettoniche in forma di solido geometrico costituito da un poliedro individuato da una faccia poligonale detta base, normalmente di forma quadrata, e da un vertice, che non giace sul piano della base indicato come apice, o vertice, della piramide. Si ritiene, benché in nessuna di quelle note siano state trovate tracce comprovanti tale utilizzo (corpi o corredi funebri), si trattasse di costruzioni facenti parte di un più ampio complesso funerario per sovrani dell'antico Egitto.
Etimologia
Il termine piramide deriva dalla parola greca pyramis (πυραμίς) [N 1] assegnato ad un tipico dolce di farro e miele, di forma appuntita (conica o vagamente piramidale) che i mercenari greci presentavano come offerta funebre ai commilitoni morti[1][N 2]; è tuttavia verosimile che la scelta di tale termine sia derivata dall'assonanza della parola greca con quella egizia per-em-us, letteralmente "ciò che va in alto", che nel papiro matematico Rhind[N 3] indica l’altezza del solido[N 4]. Il termine egizio per indicare la piramide era MR vocalizzato[N 5] in Mer in cui "M" indica "luogo" e "R" l'atto di salire con il senso compiuto, perciò, di luogo in cui si sale, ovvero avviene l'ascensione. Con tale termine, tuttavia, veniva indicato solo il sepolcro del re, mentre per le tombe di altro genere si utilizzavano altri vocaboli[2] Il determinativo per il geroglifico che precisa in quale ambito vada interpretato il segno cui è affiancato, è un triangolo con il vertice rivolto verso l'alto. Tale segno venne erroneamente interpretato, tra gli altri, da Gaston Maspero che lo ritenne indicare tutte le sepolture regali al punto che, traducendo per primo il Papiro Abbott, chiamò "piramidi" anche le tombe ipogee della dinastia egizia e della Valle dei Re.
È bene tuttavia tener presente che presso gli egizi anche gli edifici erano indicati con un nome proprio e, perciò, il termine per indicare genericamente l'edificio piramide era scarsamente utilizzato. La piramide di Pepi, ad esempio, era denominata Merenra-Khanefer, o Mennefermare. I greci, per assonanza, ricavarono Mennefer che grecizzarono con la più familiare "Memphys". Le piramidi erano infatti divinizzate e possedevano personalità giuridica e religiosa. Ciascuna di esse aveva un nome proprio e, dalla IV alla XII dinastia i nomi seguirono sempre (salvo sporadici casi) la stessa struttura grammaticale: nome del re - verbo - aggettivo come attributo di una qualità o di un comportamento. Si ebbero perciò, ad esempio: Cheope appartiene all'orizzonte; Chefren è grande; Pepi è stabile nella perfezione; Snefru è splendente; Unas è bello di recinto.
Sul lato sud della piramide venne eretta una piramide satellite, con lato di base di 20,90 m, la cui sovrastruttura è, oggi, completamente scomparsa.
Benché non rientrante nell'argomento specifico di questa voce, non si può tralasciare un breve accenno alla enorme statua del re Chefren in forma di leone: la Sfinge[N 106] che si erge nei pressi del Tempio a Valle[N 107]. Si ritiene[130] che durante i lavori di realizzazione della piramide di Cheope venne tralasciato di ricavare materiale, o di demolire, una collinetta di roccia di circa 80 m x 20 d'altezza che, opportunamente sgrossata, divenne il corpo di un leone accovacciato con le zampe distese[N 108] mentre nella roccia venne scolpito il volto del sovrano[N 109]. La scultura misura 57 m di lunghezza per 20 di altezza; il volto di Chefren, inquadrato dal copricapo nemes sulla cui fronte spiccava l'ureus, è largo 4,10 m, orecchie e naso[N 110] sono lunghi 1,70 m e al mento era applicata una barba in blocchi di calcare, che fungeva anche da pilastro di sostegno per la testa[130].
Il Papiro di Torino presenta una lacuna dopo il nome di Chefren abbastanza ampia da poter contenere i nomi di altri due sovrani che potrebbero essere Djedefhor e Ba[u]fre o Bakha[131][132][N 111]. A tali sovrani potrebbe essere assegnata una costruzione ormai ridotta a livello di vera e propria "Grande Fossa" (è questo il nome con cui è effettivamente conosciuta) a Zawyet el-Aryan che si ritiene fosse lo scavo per la realizzazione dell'appartamento funerario di una piramide in fase di costruzione[N 112] poi abbandonata. Diverse interpretazioni filologiche hanno fornito difformi interpretazioni di un frammento recante il nome di un sovrano variamente interpretato come Aakha (Arthur Weigall), Neferkha (Alessandro Barsanti), Nebkha (Kurt Sethe), Makha (Flinders Petrie); tutti gli studiosi sono tuttavia concordi nell'intepretare la "Grande Fossa" di Zawyet el-Aryan come la probabile linea di congiunzione tra il regno di Chefren e quello del titolare della terza grande piramide: Micerino[133].
Secondo la Lista di Abydos, il Papiro di Torino e le Tavole di Saqqara, Micerino regnò 18 anni, ma alcuni autori portano tale periodo a 28 basando il calcolo sui censimenti biennali[134]. Scarse sono le notizie sul re Micerino[N 113] il cui complesso funerario è di ridotte dimensioni. Il Tempio Funerario venne costruito in maniera frettolosa e approssimativa, forse per la morte prematura del re, ma la piramide venne progettata nelle dimensioni oggi visibili[N 114] e, tuttavia, non rilevabili con precisione a causa di pesanti detriti che ricoprono la base che doveva essere di 105,50 m secondo Petrie, o 108 m secondo Lauer, per un'altezza complessiva di 66,40 m pyramidion, perso, compreso[135]. Mentre la parte superiore era comunque rivestita di calcare bianco di Tura, le assise inferiori della piramide di Micerino (forse 16)[136] erano di granito rosa di Aswan tanto che molti autori arabi concordano nel chiamarla Maulana, ovvero "la Dipinta"[N 115]. A dispetto delle sue ridotte dimensioni, tuttavia, Micerino ricorse a materiali pregiati, come il granito di Aswan, difficili da estrarre e, data la grande distanza, da trasportare[137]. Lo storico arabo Abd al-Latif al-Baghdadi riferisce che Al-Aziz al Malik Othman, figlio di Saladino, tentò di demolire la piramide nel 1196 e lo storico arabo Muhammad al-Idrisi riferisce che la piramide venne esplorata nel 1226 e trovata vuota di tesori. La stessa doveva, comunque, presentare il rivestimento ancora in sito agli inizi del XVII secolo poiché molte sono le testimonianze di viaggiatori europei che sono concordi nel fatto che non c'erano gradini per scalarla[138]. Non così già nella seconda metà dello stesso secolo secondo le testimonianze di viaggiatori come John Greaves, o Balthasar de Monconys, o Benoît de Maillet. Il danno maggiore, la grande breccia verticale visibile sulla facciata nord della piramide di Micerino, si deve ai tentativi di Murad Bey di trovare l'ingresso per la ricerca di tesori nascosti[138]. Tale breccia, tuttavia, ha consentito di studiare la struttura interna della costruzione; si è così appurato che, paradossalmente, pur essendo la più piccola delle piramidi dell'area di Giza, sono stati utilizzati, per costruirla, blocchi di misura maggiore. Il massiccio è costituito da blocchi in calcare ben squadrati, di altezza uniforme[138].
L'appartamento funerario è scavato interamente nel sottosuolo dell'altipiano, a circa 6 m di profondità; l'ingresso si trova sulla facciata nord della piramide, a 4,20 m dal suolo (all'altezza della 5ª assise), ed è seguito da un corridoio discendente, con un'inclinazione di 26°2', per circa 31 m[135], qui diviene orizzontale e dà accesso ad un "vestibolo" decorato, caso unico, con pareti a "facciata di palazzo" di 3.65 m x 3,04 x 2,13 in altezza. Dopo un sistema di saracinesche in granito il corridoio prosegue per 12,60 m e porta ad una "anticamera" di 10,48 m x 3,84 x 4 d'altezza; da tale locale un corridoio discendente di 9 m, che diviene poi orizzontale, adduce alla camera funeraria di 6,50 m x 2,30 x 3,50 in altezza[138]. In questo locale Vyse rinvenne un sarcofago in basalto, del peso di 3 t, decorato "a facciata di palazzo" che, portato alla luce, venne indirizzato al British Museum di Londra, ma si perse nell'affondamento della Beatrice[N 116], la nave che lo trasportava[139][140].
Mentre dalla parte orizzontale del corridoio che adduce alla camera funeraria si diparte un breve corridoio che dà accesso ad una camera su cui si aprono sei nicchie, nell'"anticamera" si apre un corridoio ascendente (verosimilmente quello che doveva originariamente essere il corridoio di accesso) lungo circa 20 m, ma che non raggiunge l'esterno e si ferma, perciò, nel massiccio della piramide poco sopra il livello del suolo[137][138]. Proprio nell'"anticamera", inoltre, Howard Vyse rinvenne, nel 1837, pezzi di un sarcofago in legno, che consentirono l'assegnazione della piramide al sovrano: "Il re dell'Alto e Basso Egitto, Menkhaura, che vive eternamente, partorito da Nut, erede di Geb, suo prediletto."[135].
A causa, verosimilmente, della prematura scomparsa del re alcune parti del complesso vennero ultimate con mattoni crudi, apparentemente in fretta, dal suo successore Shepseskaf[136]. La sensazione che si ha, osservando il complesso di Micerino è che gli antichi costruttori, con un progetto forse iniziato già sotto Chefren, stessero tendendo a valorizzare maggiormente la parte templare a discapito della piramide vera e propria; durante la restante parte dell'Antico Regno, infatti, ad una riduzione delle dimensioni e della qualità delle piramidi, corrisponde un maggior dimensionamento ed una maggior cura nella edificazione e realizzazione del Tempio Funerario e del Tempio a Valle[137].
Quest'ultimo, nel caso di Micerino, era verosimilmente stato solo iniziato come risulta dalle fondamenta in pietra[N 117] in contrasto con le pareti in mattoni, rivestite di uno spesso strato di intonaco in gesso[N 118] che si dovevano al successore Shepseskhaf che:"lo fece come monumento eterno per suo Padre, il Re dell'Alto e Basso Egitto Menkhaura"[141]. Di tale tempio, scoperto ed esplorato nel 1909-1910 da George Reisner, non resta traccia essendo oggi scomparso sotto le abitazioni di un villaggio[141]; al suo interno Reisner rinvenne la statua del re Micerino presentato agli dei dalla sposa Khamerernebty II, nonché le triadi rappresentanti il re tra deificazioni di alcuni nomi dell'Egitto[142][N 119]
Anche il tempio funerario venne iniziato sotto Micerino, in granito, e contiene il più grande e pesante blocco di cui si abbia notizia nella piana di Giza di circa 200 t[N 120], ma anche tale costruzione venne poi successivamente completata dal suo successore Shepseskhaf in mattoni crudi intonacati di bianco[140]; analogamente in mattoni crudi, poggianti su blocchi di calcare, venne realizzata la Via Cerimoniale, lunga 608 m, di cui restano scarse tracce e che è stata solo parzialmente scavata[142][143].
Il complesso di Micerino comprende, a sud, tre piramidi "della regina" di cui una, probabilmente destinata alla regina Khamerernebty II, in forma geometrica, con lato di base di 44 m e altezza pari a 28,40 m, verosimilmente con rivestimento in granito[N 121]. Le altre due sono esempi di piramidi a gradoni con base di 31,15 m e altezza di 25,40; non è dato di sapere se fossero "perfette" o se avessero un rivestimento in pietra pregiata[143].
Shepseskhaf, figlio di Micerino e di una regina minore, successe al padre; il suo regno durò, forse, solo 4 anni e, non si sa per quale motivo[N 122], forse a causa di morte prematura, interruppe la tradizione delle piramidi riservando per se stesso una màstaba a Saqqara, oggi nota come Mastabat el-Fara'un, sia pure di enormi dimensioni[N 123][144], con pareti rivestite di calcare fino, eccetto il corso inferiore in granito rosso[145].
Dopo Shepseskhaf salì forse al trono l'ultimo re della IV dinastia, un sovrano di cui, tuttavia, non si ha notizia se non dalla lista manetoniana così come riportata da Sesto Africano ove risulta con il nome greco di Thampththis che si è ritenuto potesse essere la traslitterazione del nome egizio Djedefptah, ma non si ha alcuna traccia di un re di tal nome anche se il Papiro di Torino presenta, dopo il nome di Micerino, una lacuna che potrebbe contenere il nome di un altro re[144].
Sebbene non si abbia notizia di una transizione traumatica, altrettanto scarse sono le notizie sul momento in cui avvenne il passaggio dai re della IV alla V dinastia[N 124][N 125][145] che, con Sahura, reinserirono il teoforo Ra nel proprio nome e poi, con Neferirkara Kakai, assumeranno definitivamente il titolo "Sa-Ra", ovvero "figlio di Ra", tra i cinque nomi regali[146].
Sotto il profilo architettonico, con la V dinastia si assiste al ritorno alla forma piramidale, ma ad un ridimensionamento considerevole delle strutture a favore dei templi legati al culto del complesso funebre conseguente. Più in generale, viene data particolare enfasi ai complessi templari destinati al culto di Ra; paradossalmente, tuttavia, la riduzione delle dimensioni delle piramidi da parte dei re della V dinastia, sembra rispondere principalmente a considerazioni di ordine politico.
Da un lato il destinare le grandi risorse necessarie a usi diversi (e non a caso la V dinastia sarà considerata, nell'Antico Regno, una delle più prolifiche in quanto a spedizioni commerciali[N 126])[147], dall'altro la reiterazione del tentativo, ancora, di allontanamento dal clero eliopolitano nonostante la nascita dei grandi templi solari[N 127] che caratterizzano i primi re di questa dinastia[148][N 128]. È sintomatico, infatti, che i templi solari, fatto salvo quanto poi si verificherà con il Nuovo Regno, costituiscano una parentesi alquanto breve nella storia architettonica dell'Antico Egitto di meno di 100 anni, il che denota una rapida apparizione ed una cessazione altrettanto improvvisa quasi coincidente con la comparsa, all'interno delle tombe reali (con Unis), dei Testi delle Piramidi ed una modifica della concezione funeraria precedente[149]. In tal senso deve interpretarsi anche lo spostamento della necropoli reale da Giza a Saqqara, prima, e ad Abusir, poi.
Altra motivazione, di ordine socio-politico, che valga a giustificare le differenti dimensioni e la minor qualità delle piramidi di questo periodo sarebbe da ricercare in un minor afflusso di beni alle casse reali, di pari passo con il decentramento amministrativo e il concomitante, lento, aumento di potere delle gerarchie locali che, iniziato verso la fine della V dinastia, con la VI raggiungerà il livello di passaggio al caotico Primo Periodo Intermedio[150].
Figlio dell'ultimo re della IV dinastia, Shepseskaf, e della regina Khentkhaus, figlia di re Djedefhor, e perciò stesso pienamente legittimato ad assumere il potere reale, Manetone indica in Userkaf il primo re della V dinastia che, avendo regnato tra i 7 e i 10 anni, scelse, per la costruzione del suo complesso funerario l'area di Saqqara e, segnatamente, l'area più prossima al complesso di Djoser[151][152]. Dopo la breve parentesi degli ultimi re della IV dinastia che avevano privilegiato màstabe come loro sepolture, Userkaf ritornò alla piramide perfetta, "Puri sono i luoghi di Userkaf"[N 129][153]. Per costruire la piramide venne spianata un'area in forte pendenza e, in questa fase, proprio sfruttando i lavori di livellamento, venne scavato il corridoio discendente che adduceva all'appartamento[N 130][153][154]. Benché la forma fosse del tutto simile alle piramidi della IV dinastia, quella di Userkaf presentava un nucleo costituito da blocchi grossolanamente squadrati molti dei quali, come testimoniato da scritte in ocra rossa, prelevati da altri monumenti e riutilizzati[155]; l'asportazione totale del rivestimento nei secoli, e specialmente nel medio evo, comportò il crollo totale della piramide di cui non resta, oggi che un informe cumulo di blocchi[151]. Jean-Philippe Lauer rilevò un lato di 73,30 m, per un'altezza di circa 49 m, ma data l'assenza totale di rivestimento e le dimensioni di alcuni blocchi spezzati rinvenuti alla base, si ritiene che tali misure siano da aumentare fortemente[155]. Alcune tracce di iscrizione sui blocchi di calcare del rivestimento hanno lasciato supporre che la piramide e l'appartamento funerario possano aver subito un restauro nel corso della XIX dinastia[155].
Nessuna traccia è stata rilevata del Tempio a Valle e poche le tracce della Via Processionale; poche tracce restano anche del Tempio Funerario[154] che venne smantellato, fino alle fondamenta, in epoca saitica (XXIV - XXVIII dinastia) per la costruzione di quattro altre tombe[156]
Alla morte di Userkaf salì al trono Sahura che, secondo la Pietra di Palermo, regnò "7 censimenti" ovvero 14 anni giacché avvenivano ogni due anni. Con Sahura la necropoli reale si sposta nuovamente, sebbene di pochi chilometri, da Saqqara ad Abusir[N 131][157]. Anche il predecessore Userkaf aveva in qualche modo scelto tale località poiché qui fece erigere il suo "Tempio Solare"[N 132] e qui troveranno posto i complessi funerari di Sahura, Neferirkhara, Raneferef (probabilmente un effimero regnante), Niuserra e della regina madre Khentkhaus[158]
Durante la VI dinastia tutte le piramidi, di tipo canonico, hanno con buona approssimazione le stesse dimensioni, circa 80 metri di lato di base e 52 metri di altezza, e vi è un uso limitato di materiali pregiati. Ci sono giunte praticamente in rovina e sorgono quasi tutte a Saqqara sull'altopiano che dominava l'antica capitale egizia di Menfi nelle vicinanze della Piramide di Djoser. Tra le piramidi della VI dinastia annoveriamo quelle di Teti, con sarcofago in basalto[159], Pepi I, con i resti di una Falsa porta[160], Merenra II che risulta non terminata[161] ma fornita di cappella a nord, Tempio a valle e Rampa processionale[162], Pepi II dove nel complesso piramidale troviamo anche tre piramidi secondarie riservate a tre delle consorti del sovrano, le regine Iput II, Neith e Udjebten[163], Kakara Ibi ancora parzialmente da esplorare ma significativa per l'evoluzione delle iscrizioni dei Testi delle piramidi, a quelli che diventeranno i Testi dei sarcofagi, Khui edificata a Dara[164].
La tradizione iniziata da Unis viene continuata inserendo testi religiosi all'interno delle piramidi, sulle pareti di camere interne. I soffitti di colore blu hanno incise stelle dorate raffigurazione del cielo notturno come nella tomba di Teti. Le pareti sono decorate con geroglifici blu o verdi, colori che rappresentano l'acqua e la rinascita, recitanti i Testi delle piramidi. Di splendida fattura i geroglifici verdi della tomba di Pepi I. La costruzione di piramidi si interrompe durante il primo periodo intermedio.
I faraoni della XII dinastia ripresero l'usanza di farsi seppellire in tombe a forma di piramide. Le loro piramidi erano rivestite di calcare pregiato ma, ad eccezione della piramide di Amenemhat I, il materiale usato non era più la pietra, ma i mattoni. Lo stato di conservazione in cui ci sono arrivate (esemplificato dalle immagini a lato) è assai precario. Le dimensioni erano maggiori di quelle della VI dinastia: l'altezza superava i 100 metri. Viene di nuovo scelto il sito di Dahshur, già usato da Djoser. In questo periodo si moltiplicano le piccole piramidi costruite per le regine o altri componenti della famiglia reale. Le ultime due piramidi note risalgono alla XIII dinastia, durante il secondo periodo intermedio e con i sovrani del Nuovo Regno furono preferite altre tipologie di tombe.
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