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la storia dell’egitto

LA STORIA DELL’EGITTO Il Papiro

13 Maggio 2021, 09:03am

Pubblicato da Miki Pappacoda

LA STORIA DELL’EGITTO Il Papiro

INSERITO DA MORENA MOTTA In epoca faraonica il delta del Nilo, con il suo paesaggio ricco di vita e di colori, costituiva per gli egiziani un’inesauribile fonte di ricchezza agricola. Per secoli fiorirono in quell’ambiente privilegiato vigneti, campi di grano, giardini in cui crescevano alberi da frutto e ortaggi di ogni tipo, e colture di lino. Tuttavia, fu soprattutto una delle molte piante coltivate nel delta ad acquisire un’importanza emblematica: una specie di canna, che cresce nelle paludi, è di color verde intenso e può superare i quattro metri di altezza. Gli antichi egizi le davano vari nomi: mehyt (letteralmente, “pianta delle paludi”), chuty o uady(termini che si riferiscono alla fioritura o al verde, colore associato alla rinascita e alla freschezza). Secondo alcuni ricercatori, il termine che è all’origine della denominazione odierna, papiro, risalirebbe all’espressione pa-en-per-aa , che significa “faraonico” o “ciò che appartiene al re”. Rimanderebbe quindi all’utilizzo di tale pianta nella produzione della prima forma di carta conosciuta nell’antichità, un’attività che generava notevoli profitti ed era perciò monopolio del faraone. Ben presto il papiro assunse un significato simbolico. Data la sua particolare abbondanza nella zona del delta del Nilo, a partire dall’epoca predinastica divenne la pianta araldica del Basso Egitto, mentre quella dell’Alto Egitto era il loto.

Poiché si trattava di una specie caratteristica di ambienti acquatici, i teologi sostenevano che crescesse direttamente dal Nun, l’oceano primordiale che esisteva prima della creazione del mondo, e che le sue radici arrivassero fino al Benben, la collina emersa dall’abisso in cui erano sorti i primi dèi e i primi esseri viventi. Si credeva anche che il cielo e la terra fossero separati da quattro pilastri di papiro, ed è per questo motivo che nelle sale ipostile dei santuari i capitelli avevano di solito la forma di questa pianta. Il papiro era inoltre considerato un simbolo della rinascita del defunto nell’aldilà, perché era associato alla freschezza e all’abbondanza di vegetazione. Nei Testi delle piramidi è riportata una formula in cui il defunto dichiara di impugnare uno scettro di papiro per proteggersi nell’oltretomba.

Un materiale versatile. Gli egizi usavano la pianta in vario modo. Alcune parti, come il fusto e le radici, erano utilizzate come alimento, sia crude sia cotte. Con il fusto si fabbricavano anche numerosi oggetti: corde, ceste, mobili, calzature e persino imbarcazioni. Ma, soprattutto, il supporto per la scrittura conosciuto ancor oggi come papiro e che gli egizi chiamavano ouadj. Le informazioni disponibili su come avvenisse la produzione del papiro sono scarse. Senz’ombra di dubbio, la presenza di paludi rendeva la zona del delta del Nilo particolarmente adatta alla coltivazione della pianta. I laboratori di produzione della carta si trovavano nelle vicinanze, perché il fusto andava lavorato fresco. Si ignora in quale stagione dell’anno si procedesse alla coltivazione o alla raccolta, anche se è probabile che avvenisse in primavera o in estate. Il processo di produzione del papiro iniziava dunque nelle paludi, dove il fusto veniva sradicato (senza reciderlo).

Alcuni bassorilievi nelle tombe di alti funzionari dimostrano che i fusti di papiro, una volta raccolti, venivano legati in fasci e portati nei laboratori. Qui veniva rimossa la corteccia dal fusto e il midollo era tagliato in strisce sottili, larghe tra uno e tre centimetri, le quali venivano poi allineate verticalmente fino a formare uno strato rettangolare. Quindi si componeva un altro strato con le stesse caratteristiche, che veniva collocato perpendicolarmente al primo. In tal modo, una delle facce aveva le fibre disposte in verticale e l’altra in orizzontale. Per compattare i due strati, venivano percossi con un martelletto o pressati tra due pietre per vari giorni. Erano i succhi rilasciati naturalmente dalla pianta a mantenerli uniti: questo spiega perché i fusti dovevano essere teneri al momento della lavorazione. I fogli di papiro erano normalmente costituiti solo da due strati, ma ne sono stati ritrovati esemplari anche con tre. L’ultima fase del processo consisteva nel levigare la superficie con un peso e ritagliarne i bordi. Stando ai bassorilievi faraonici, i fogli inizialmente erano di una tonalità color avorio, molto chiara, e solo con il tempo acquisivano il caratteristico colorito giallognolo.

Il papiro e la civiltà. Le dimensioni dei fogli di papiro variavano a seconda delle epoche. Durante il Medio Regno il foglio standard era largo tra i 38 e i 42 centimetri ed era alto tra i 42 e i 48. Le misure si ridussero nel Nuovo Regno, quando la larghezza del foglio passò a 16-20 centimetri e l’altezza a 30-33. Dal canto loro, gli scribi non usavano fogli separati bensì rotoli, che svolgevano sulle ginocchia mentre scrivevano, sostenendoli con la mano sinistra. Poiché di solito si scriveva da destra a sinistra, questa era considerata la posizione migliore. Ogni rotolo era formato da un totale di 20 fogli, che venivano sovrapposti per alcuni centimetri (da uno a tre) lungo il bordo laterale, e quindi incollati con un composto di acqua e farina.

In genere si scriveva sulla faccia con le fibre orizzontali ma, dati gli alti costi del supporto e la facilità di conservazione, molti dei papiri venivano utilizzati anche sul retro. Come supporto scrittorio, il papiro offriva evidenti vantaggi. Leggero e resistente, si adattava a qualsiasi tipo di testo, il che gli consentì di essere usato non solo in Egitto ma anche in Grecia, durante l’impero romano e in epoca islamica. Tuttavia, la sua produzione era carae limitata alla zona di Alessandria. Per questo finì per essere sostituito con materiali più economici e accessibili, come la pergamena e, soprattutto, la carta, prodotta a partire da altre fibre vegetali con un procedimento d’invenzione cinese. Eppure, questa pianta fu estremamente importante durante l’antichità. Plinio ne riassunse bene il ruolo quando scrisse: «Tratteremo delle caratteristiche del papiro, perché sull’uso della carta si fonda in buona parte la civiltà umana e, se non la sua esistenza, da esso dipende in ogni caso la sua memoria».

FONTE www.storicang.it

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LA STORIA DELL'EGITTO DIO HORUS

12 Maggio 2021, 10:06am

Pubblicato da Miki Pappacoda

INSERITO DA MIKI PAPPACODA Horus (in italiano anche Oro o Horo[1]), è una divinità egizia appartenente alla religione dell'antico Egitto, fra le più antiche e significative del pantheon egizio. Il suo culto nella Valle del Nilo si estese cronologicamente dalla tarda Preistoria fino all'epoca tolemaica e alla dominazione romana dell'Egitto. Nel corso dei millenni, fu venerato sotto molteplici forme, analizzate distintamente dagli egittologi[2][3]; questi aspetti eterogenei del dio derivarono probabilmente da differenti percezioni della stessa divinità sfaccettata, con l'enfatizzazione di certi attributi e assimilazioni sincretiche, più complementari che opposti gli uni agli altri, emblematici delle molteplici visioni che gli antichi egizi avevano della realtà[4]. Era assiduamente rappresentato come un falco — falco lanario o pellegrino — o come uomo dalla testa di falco (ieracocefalo) con la Doppia Corona dell'Alto e del Basso Egitto[5]. Fece la sua comparsa nella religione egizia come divinità tutelare di Ieracompoli (in greco Città del Falco, originariamente chiamata Nekhen) nell'Alto Egitto e, di conseguenza, come prima divinità nazionale conosciuta, soprattutto in relazione al faraone, che in quell'epoca cominciò a essere considerato la manifestazione di Horus in vita e, da morto, di Osiride[3]. Nella forma più comune del mito, Horus era figlio di Iside e Osiride e aveva un ruolo fondamentale all'interno del mito di Osiride, in quanto erede di suo padre — appunto Osiride — e rivale di Seth, il dio uccisore di Osiride[6]. In una versione differente del mito, la madre di Horus era identificata con Hathor, che poteva anche esserne la sposa[7]. Benché adorato in molteplici nòmi, o distretti, egizi[8][9] il suo centro di culto principale fu ad Edfu.

G5
ḥr "Horus"
in geroglifici

La traslitterazione dei geroglifici del nome di Horus è ḥr.w (che significa "falco"); la pronuncia è stata ricostruita come haru oppure horu[10]. Altri significati proposti sono quelli di "viso", "il Distante, il Lontano"[11] oppure "Colui che è al di sopra, il Superiore"[12]. Con il mutamento della antica lingua egizia nel corso dei secoli, il nome di Horus divenne /hoːɾ/ oppure /ħoːɾ/ (in copto, fase finale della lingua egizia) e in Ὧρος, Hōros (in greco antico). La grafia oggi più conosciuta, Horus, deriva dalla sua resa in lingua latina[13].

 
Amuleto di Horus, d'epoca greco-romana. Walters Art Museum, Baltimora.

Nella sua forma femminile, horet, questo termine indicava il cielo[11][14] (per estensione, anche Horus cominciò a essere inteso come il cielo: il suo Occhio sinistro era la luna, il destro rappresentava il sole).

Dio–falco[modifica | modifica wikitesto]

Horus è una delle più antiche divinità egizie: le sue origini risalgono a un momento indefinito della preistoria africana. Al pari di molte altre divinità egizie, le sue prime rappresentazioni iconografiche si ascrivono al IV millennio a.C.[15] Nel periodo predinastico (ca. 3300 a.C.), l'ideogramma "Hor" del falco servì a designare il sovrano, in carica o defunto, e poteva normalmente sostituire la parola netjer, che significa "dio", con una sfumatura aggiunta di sovranità. Nei Testi delle piramidi, risalenti all'Antico Regno, l'espressione Hor-em-iakhu, che significa "Horus nello splendore", indicava il faraone defunto — divenuto egli stesso, morendo, dio fra gli dei[16].

Nell'antico Egitto esistevano varie specie di falchi: a causa delle rappresentazioni spesso assai stilizzate dell'uccello di Horus, è stato difficile individuare la specie di riferimento per l'iconografia del dio. Tuttavia, sembra che possa trattarsi del falco pellegrino (Falco peregrinus); questo rapace di media taglia, dal verso assai acuto, è rinomato per la rapidità con cui, in volo, plana contro le sue piccole prede terrestri; altra sua particolarità sono delle piume scure al di sotto degli occhi, le quali delineano una sorta di mezzaluna. Quest'ultimo tratto distintivo ricorda facilmente il disegno dell'Occhio di Horus, associato a lui e agli altri dei ieracocefali[17].

Iconografia[modifica | modifica wikitesto]
 
Riproduzione della Stele di Qahedjet, una delle più antiche immagini di Horus antropomorfo. Museo del Louvre, Parigi.

L'iconografia del dio Horus era estremamente varia. Nella maggior parte dei casi era rappresentato come falco, come uomo dalla testa di falco o, per evocare la sua infanzia, come un bambino nudo e senza capelli. La raffigurazione integrale come falco è la più antica. Almeno fino alla fine del periodo predinastico, gli animali, fra cui i falchi, erano ritenuti superiori e iconograficamente più efficaci degli esseri umani: perciò, le potenze divine venivano illustrate in forma animale. Il falco, con i suoi voli maestosi nel cielo, così come un significato del suo nome ("il Distante") dovettero essere associati al sole. Verso la fine della I dinastia, intorno al 2800 a.C., in parallelo allo sviluppo della civiltà egizia (diffusione dell'agricoltura, dell'irrigazione e dell'urbanizzazione), le credenze religiose si evolvettero e le forze divine subirono una "umanizzazione". Appartengono a questa epoca le prime raffigurazioni di divinità antropomorfe o mummiformi (a forma di mummia o defunto avvolto nel sudario) come Min e Ptah. Per quanto riguarda, sembra che durante le prime due dinastie la forma zoomorfa del dio sia rimasta la norma. Le prime immagini composite, con corpo d'uomo e testa d'animale, risalgono alle fine della II dinastia anche se, stando alle conoscenze attuali, la più antica raffigurazione di Horus come uomo ieracocefalo fu realizzata durante la III dinastia. Su una stele conservata al Museo del Louvre[18], il dio figura in compagnia dell'enigmatico faraone Qahedjet o Hor-Qahedjet (forse identificabile con Huni[19]), vissuto intorno al 2630 a.C.[20]

Tra le più celebri immagini di Horus, il dio compare in una statua del faraone Chefren, della IV dinastia, assiso in trono. Il falco-Horus è appollaiato in cima allo schienale del trono e le sue due ali, aperte, abbracciano la nuca del sovrano in un gesto protettivo. Nello stesso museo è conservata una statua dell'Horus di Ieracompoli, la cui datazione è dibattuta e va dalla VI alla XII dinastia: si tratta di una testa di falco sormontata da una corona costituita di due alte piume stilizzate, i cui occhi in ossidiana imitano lo sguardo penetrante dell'animale. Il Metropolitan Museum of Art di New York possiede invece una statuetta dove il faraone Nectanebo II della XXX dinastia, ultimo sovrano dell'Egitto indipendente, compare molto piccolo fra le zampe di un maestoso falco recante la Doppia Corona dell'Alto e del Basso Egitto (pschent)[21].

Un dio complesso[modifica | modifica wikitesto]
 
Statuetta di Horus-Arpocrate con la corona faraonica, in bronzo. British Museum, Londra.
 
L'Occhio di Horus su una placchetta posta sul ventre di una mummia. Museo del Louvre, Parigi.

Il pantheon egizio comprendeva un grande numero di dei-falco: Sokar, Sopdu, Hemen, Horon, Dedun, Hormerti. In ogni caso, Horus e i suoi numerosi aspetti ebbero sempre il primo posto, senza mai essere soppiantati dalle altre divinità in sembianze di falco (come fu invece per Bastet, inizialmente immaginata come leonessa e poi come gatta, per il prevalere della dea-leonessa Sekhmet[22]). I molteplici aspetti di Horus e i miti che lo riguardano si sono mescolati e confusi nel corso dei millenni; è possibile però distinguerne due forme: una infantile e una adulta. Al culmine del vigore combattivo e della potenza sessuale, Horus diventava Horakhti (Horus dell'orizzonte[23]), il sole allo zenit. A Eliopoli era venerato accanto a Ra. Nei Testi delle piramidi, il faraone defunto è descritto mentre risorge come falco solare[24]. Per un caso di sincretismo — assai frequente nelle credenze religiose egizie — Horakhti venne fuso al demiurgo eliopolitano nella forma di Ra-Horakhti[25]. A Edfu, Horus diveniva Horbehedeti (Horus di Behdet, antico nome di Edfu) o Horus di Edfu, il sole alato primordiale[26]. A Kôm Ombo era venerato nelle sembianze di Haroeris (Horus il Vecchio), dio celeste immaginato come un immenso falco i cui occhi erano il sole e la luna[27] (quando questi astri erano assenti dal cielo, gli egizi credevano che questo dio fosse cieco). A Ieracompoli, antica Nekhen, la capitale dei faraoni arcaici, le sue sembianze erano quelle di Hor-Nekheni, i cui attributi guerrieri e regali erano molto pronunciati[10][21].

 
Horus che colpisce un nemico con una lancia, in un rilievo su calcare d'epoca greco-romana. Walters Art Museum, Baltimora.
 
Osiride, al centro, Horus, a sinistra, e Iside in oro e lapislazzuli (pendente di Osorkon II). Museo del Louvre, Parigi.

Erano molteplici anche le forme in cui era adorato Horus bambino. Nel mito di Osiride, Horus è figlio di Iside e Osiride. Quest'ultimo, assassinato dal proprio fratello Seth, dio del caos, è riportato in vita — per il tempo di un rapporto sessuale — dai poteri magici di Iside e Nefti. Da questa unione miracolosa nacque Horus Bambino (Arpocrate), denominato anche Horsaset (Horus figlio di Iside)[28] o Hornedjitef (Horus che si prende cura del padre). Sotto quest'ultimo aspetto, Horus affrontava lo zio Seth per vendicare il proprio padre e, sconfittolo dopo molte peripezie, rivendicava l'eredità di Osiride, divenendo finalmente re d'Egitto. Il valore e la pietà filiale fecero di Horus l'archetipo del faraone. Tuttavia, nel mito, le pretese di Horus sul trono erano duramente contrastate da Seth e, nel corso di uno scontro, Horus perse l'occhio sinistro — poi risanato dal dio Thot. Si riteneva che quest'occhio, chiamato Oudjat od Occhio di Horus, che gli egizi portavano come amuleto, avesse poteri magici e guaritori. Ricostituito pezzo per pezzo da Thot, l'occhio rappresentava anche la luna, dal momento che quest'astro sembra aumentare, di notte in notte, di sempre nuove porzioni. In antitesi a Seth, che rappresenta il caos e la violenza, Horus incarnava l'ordine e — esattamente come il faraone — era garante dell'armonia universale (Maat)[29]. Tuttavia, questa opposizione non ridusse la teologia e l'immaginario religioso degli egizi a un mero scontro tra Bene e Male, simboleggiati da Horus e Seth: in un altro mito, Seth era protettore indispensabile di Ra[30] nella sua battaglia notturna contro il malvagio serpente Apopi[31] (probabilmente l'unica entità della mitologia egizia a essere intesa come realmente cattiva[32]) per potere sorgere ogni mattina. Nella concezione egizia, il Bene e il Male erano aspetti complementari della creazione, presenti in tutte le divinità[10].TRATTO DA WIKIPENDIA

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LA STORIA DELL’EGITTO La dea Hathor

5 Maggio 2021, 09:40am

Pubblicato da Miki Pappacoda

LA STORIA DELL’EGITTO La dea Hathor

INSERITO DA MORENA MOTTA La Dea Hathor rappresenta una delle incarnazioni più complete del principio femminile per quanto riguarda il pàntheon egizio.

Il suo nome, come meglio esplicita la variante con cui è assai comunemente scritto, significa “Casa di Horo” riferendosi probabilmente al mito secondo cui Horus, identificato come dio-falco celeste e dio-sole, al termine del proprio viaggio tra i cieli, la sera sarebbe rientrato nella bocca di Hathor per trascorrervi la notte, godere di un sonno ristoratore e riemergere nuovamente nella veste del sole mattutino.

La connessione della Dea egizia con l’astro diurno è chiaramente riscontrabile dalla simbologia della sua tipica rappresentazione che prevede sul capo uno splendente disco solare.
Questa Dea è connessa all’antico archetipo delle Grandi Madri preistoriche e protostoriche, il suo culto è rimasto in vita continuativamente per più di tremila anni. Il suo santuario più importante si trova nell’antica Dendera , era controllato da un corpo di sacerdotesse e sacerdoti che si occupavano del culto ufficiale e della gestione pratica dell’intero sistema santuariale. In quanto Madre è la Dea del parto, della nascita e dei bambini. A questo proposito è famosa l’antica credenza che alla nascita di un bambino la Dea si materializzasse come le sette Hathor (o nove) che avevano il compito di omaggiare il neonato predicendogli il suo proprio ed immodificabile destino.

Hathor non è solo la Signora del Cielo,la Vacca alata che diede vita al creato, ma era identificata anche come la patrona del corpo dei morti, suo possesso in quanto partoriti da Lei stessa. Viene spesso rappresentata al fianco di Osiride mentre accoglie i defunti nel mondo dell’Oltretomba.
Era Dea dell’amore e delle passioni, un’immagine che aveva raggiunto anche la Grecia dove infatti questa Dea veniva chiamata con il nome del suo corrispettivo elleno: Aphrodite.

Le competenze divine di Hathor non si limitavano però a questo, è spesso identificata come patrona delle arti, della musica e del canto e infatti le sue feste erano orge di ebbrezza, gioia e musica. Famosa la festa del primo giorno dell’anno durante il quale il simulacro della Dea veniva portato fuori dal santuario ed esposto ai raggi del Sole Neonato.
Una Dea multiforme insomma, un’immagine, la sua, che ci ricorda le Grandi Dee dell’antichità come la babilonese Ishtar o la fenicia Astarte.Strettamente collegata al mondo del femminile, Hathor veniva invocata dalle vergini e dalle vedove per trovare l’amore. Era la Madre di tutte le donne, che nella sfera privata portavano avanti il suo culto domestico, protettrice della cosmesi femminile in quanto Dea della bellezza femminile e nume tutelare di tutte le femmine animali.

Il geroglifico del suo nome mostra Hathor come una donna, la cui testa è ornata da un paio di corna bovine tra cui brilla il disco solare. La corona che porta sul capo sintetizza l’originale natura di giovenca celeste, una concezione della divinità molto antica che la accostava a questo animale simbolo di fertilità e abbondanza, ma già in tempi antichi la fusione di elementi antropomorfi è bovini è compiuta: la Dea si presenta con volto di donna, ma con orecchie bovine e alte corna. Possiamo ritrovare immagini della Dea come vera e propria rappresentazione animale .
Ma la Dea viene talvolta rappresentata anche sotto le spoglie di una altro animale caro al pàntheon dell’antico Egitto: la leonessa .

FONTE www.ilcerchiodellaluna.it

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LA STORIA DELL’EGITTO La dea Sekhmet

4 Maggio 2021, 09:08am

Pubblicato da Miki Pappacoda

LA STORIA DELL’EGITTO La dea Sekhmet

INSERITO DA MORENA MOTTA Sekhmet “la Potente”, una delle divinità più cruente e terrifiche dell’antico Egitto, era in grado di generare il deserto dal proprio respiro

Dea della guerra, combattente al fianco dei faraoni, uccideva i nemici mediante il proprio alito infuocato. La sua fama di distruttrice era talmente diffusa che anche le altre divinità ne temevano la ferocia.

Era una divinità solare, a volte ritenuta figlia di Ra (dio del sole di mezzogiorno). Era rappresentata interamente come leonessa o in forma umana con testa di leonessa. Espressione della dualità fra malattia e guarigione, caos ed ordine, Sekhmet era venerata come divinità delle epidemie e della medicina.

La leonessa diveniva all’occorrenza strumento del potere di Ra. Interveniva con la propria ira per riportare l’ordine fra gli esseri umani, disubbidienti alla legge divina. Per questo motivo, la regolarità dei riti svolti in suo onore era necessaria affinché la sua ira fosse tenuta a bada. Solo così il suo lato protettivo poteva rivolgersi benevolmente verso l’umanità.

La dea si manifestava in tutta la sua magnificenza incarnandosi nella statua che la rappresentava, vera protagonista dei rituali.

Il più famoso racconto mitologico di cui è protagonista la vede divenire una spietata vendicatrice. Proprio Ra, profondamente adirato contro il genere umano che aveva cospirato contro di lui, inviò Sekhmet affinché i colpevoli venissero sterminati.

Una volta conclusasi la battaglia, però, la leonessa non aveva ancora placato la propria sete di vendetta. Esaltata dal sapore del sangue, essa continuò ad infierire sugli uomini tanto da suscitare la pietà di Ra. Considerata la sua inarrestabile ira, il dio fu costretto ad escogitare un originale stratagemma per fermarla.

Egli decise di tingere della birra con dell’ocra rossa tanto da far sembrare che il liquido fosse sangue. Cadendo nel furbo tranello, Sekhmet assunse la bevanda con golosità e si ubriacò. Solo una volta rinsavita dall’ebbrezza si rese conto dell’inganno e interruppe il suo massacro.

Le statue di Sekhmet sono molto diffuse anche perché spesso accomunate dalla stessa provenienza. Amenhotep III (1400-1350 a.C., circa), infatti, commissionò ben 365 statue della dea nel tempio dedicato al culto del proprio potere regale.

Ogni giorno dell’anno solare, che per gli egizi aveva la stessa durata del nostro, una statua diversa della divinità veniva adorata. I sacerdoti cantavano litanie e recavano offerte a Sekhmet interagendo direttamente con la sua figura.

FONTE patrimonioculturale.unibo.it di Francesca Marinello

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LA STORIA DELL’EGITTO Le navi egiziane - seconda prima

1 Maggio 2021, 08:02am

Pubblicato da Miki Pappacoda

LA STORIA DELL’EGITTO Le navi egiziane - seconda prima

INSERITO DA MORENA MOTTA Le barche in legno

È assai probabile che proprio in Egitto, nonostante la mancanza di alberi d’alto fusto, siano apparse durante il III millennio a.C. le prime imbarcazioni in legno della storia. E per via dello spirito conservatore umano le prime barche egiziane di legno ebbero la forma delle zattere di papiro. I legni d’acacia e del fico sicomoro, gli unici rari alberi di una certa altezza che crescevano spontanei nelle regione, vennero così impiegati nella costruzione delle barche, anche se da essi non si potevano ricavare che tavole di piccole dimensioni. Erodoto racconta che gli egiziani utilizzavano dei battelli da carico fatti di legno di acacia che “essi tagliano in tavole lunghe due cubiti che uniscono come dei mattoni”. Si trattava di un vero e proprio collagè di piccole tavole di legno incastrate e tenute insieme da lunghi cavicchi molto ravvicinati tra loro.I maestri d’ascia egiziani si rivelarono però assai carenti allorquando si misero a progettare navi non più per il trasporto fluviale ma per quello marittimo, dal momento che essi si limitarono a costruire barche come quelle per il Nilo, anche se di stazza superiore, comunque completamente inadatte ad affrontare gli ostacoli opposti dalle forze del moto ondoso marino. Mancavano di esperienza. Sul Nilo, infatti, non c’erano tempeste, venti ed onde forti o rapide correnti nei confronti dei quali esercitarsi. Imbarcazioni costruite senza chiglia, senza corsi di fasciame continui ed ordinate non si rivelarono pertanto adeguate. Lo scafo era debole, anche se una certa rigidità veniva ottenuta con l’uso di numerosi bagli passanti attraverso il fasciame da un lato all’altro dello scafo.

Queste imbarcazioni, che ancora presentano le linee esterne delle zattere di papiro a profilo lunato e con le estremità fortemente rialzate, sono molto larghe, con fondo piatto e di poco pescaggio. Mancano di una chiglia vera e propria che venne in parte anticipata, ma non prima della metà del II millennio a.C., da una lunga trave interna che correva da poppa a prua e alla quale si collegava il fasciame. Nei tempi precedenti, però, per evitare l’inarcamento dello scafo e conferire una maggiore robustezza longitudinale, la prora e la poppa dell’imbarcazione erano tenute insieme mediante un robusto cavo sostenuto da una serie di forcelle e tenuto in tensione da un tenditore, cioè un bastone infilato e girato tra i legnuoli del cavo.

A cavallo del cavo stava l’albero bipode, lo stesso che abbiamo visto sulle zattere di papiro, abbattibile e trattenuto da stragli. La vela, costruita in un tessuto leggero assai fragile, inferita ad un solo pennone, era di forma rettangolare, alta e stretta. Per spiegarla occorreva prima alzare l’albero bipode – che una volta issato risultava comunque pendente in avanti sopra la prua – quindi alzare a mezzo di una drizza il pennone cui era collegata la vela stessa. Lungo la sua base essa aveva un boma fisso, diverso da quelli che conosciamo, dal momento che, essendo fissato attraverso lo scafo, non si poteva presumibilmente alzare o orientare inducendoci quindi a ritenere che queste imbarcazioni non fossero in grado di bordeggiare e potessero navigare a vela solo con vento di poppa.

In assenza di vento l’albero veniva abbassato ed entravano in funzione gli uomini con le pagaie. Solo in seguito, quando i remi vennero fissati alle fiancate a mezzo di attacchi su falchette, troveremo i primi veri e propri rematori. Fu con la solo apparentemente semplice invenzione del remo che si poté dare l’avvio alla costruzione di imbarcazioni molto più grandi che non avrebbero mai potuto essere sospinte da pagaie.

Per governare la nave gli egizi si servivano di due grossi remi posti sui due lati della poppa, inizialmente liberi, cioè non fissati allo scafo, poi fissati in vari modi alle fiancate. Ma questo metodo non doveva essere granché efficace, come dimostra il fatto che le navi egiziane più grandi avevano due, tre e talvolta fino a cinque timoni laterali per ogni fianco della poppa.

Gli egizi comunque iniziarono presto ad importare legname dai paesi della costa orientale del Mediterraneo. Ce lo testimonia la prima fonte scritta della storia che parli di navigazione commerciale marittima: “…far arrivare quaranta navi cariche di tronchi di cedro” scrisse un antico scriba egiziano elencando le opere del faraone Senefru, che governò l’Egitto intorno al 2650 a.C.. Dalle sue parole sappiamo che la spedizione era composta da 40 navi, ognuna della lunghezza di circa 56 metri, e che esse navigarono dalle coste dell’Egitto verso la famosa foresta di cedri della costa fenicia, l’attuale Libano, per importare tronchi a fusto lungo che non crescevano nella valle del Nilo.

Col tempo, in epoca dinastica, la documentazione che riguarda le imbarcazioni egizie diventa assai più precisa e ci ha tramandato innumerevoli rilievi, dipinti, modelli di navi in miniatura o, come nel caso delle navi sepolte sotto la piramide di Cheope, in dimensioni reali. La nave di Cheope, una fonte di valore inestimabile, è dunque la più antica nave mediterranea che ci sia pervenuta, tra l’altro in perfette condizioni. Si tratta di una grande imbarcazione nilotica che fu ‘sepoltà verso il 2528 a.C. nei pressi della famosa piramide come parte del corredo funebre del faraone Cheope.

Di particolare importanza è che troviamo per la prima volta la cosiddetta costruzione a ‘gusciò dello scafo, che prevede prima l’assemblaggio del fasciame e poi l’inserimento di strutture interne di sostegno, che nel caso delle barche egiziane si riducono a pochissime coste. Le corte tavole del fasciame risultano unite, o meglio ‘cucitè tra loro, da un filo che passava attraverso dei fori praticati nelle tavole stesse.

FONTE www.nautica.it

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LA STORIA DELL’EGITTO Le navi egiziane - parte prima

30 Aprile 2021, 09:42am

Pubblicato da Miki Pappacoda

LA STORIA DELL’EGITTO Le navi egiziane - parte prima

INSERITO DA MORENA MOTTA Gli egizi furono certo il primo popolo a lasciarci documenti sulla navigazione e sulle navi. Quale via, meglio del Nilo, poteva offrire una migliore e più facile forma di trasporto? Qui la navigazione era favorita da un vento che soffiava prevalentemente da Nord, permettendo così di navigare anche controcorrente, oltrechè esserne trasportati. “Popolo vissuto sul fiume e per il fiume”, sin dall’epoca preistorica gli egizi si servirono del Nilo come della più comoda e agevole via di comunicazione.

Le più antiche raffigurazioni di navi della storia provengono dalle tombe egiziane di oltre 6000 anni fa. Dopo essersi serbati intatti per millenni in buie camere mortuali, sono tornati alla luce moltissimi dipinti e modellini di innumerevoli tipi di imbarcazioni fluviali: piccole barche a remi, battelli per inviare messaggi di re o di generali, vere e proprie navi da carico, enormi chiatte per il trasporto degli obelischi reali, a dimostrazione di come gli egizi siano stati insuperabili progettatori di imbarcazioni adatte a navigare sui fiumi.

Le zattere di papiro

I disegni rinvenuti sulle rocce dell’attuale deserto orientale egiziano mostrano le prime barche del periodo preistorico-predinastico (5000-3500 a.C.). Si tratta di zattere nelle quali al posto dei tronchi c’erano dei fasci di canne di papiro strettamente legati assieme con cavi, anch’essi di papiro. La pianta del papiro, che cresceva in abbondanza sulle sponde del Nilo, fu il primo elemento che venne utilizzato da quei primi costruttori di barche, dal momento che il legno non era conosciuto in Egitto, dove non crescevano alberi d’alto fusto.Le piccole barche di papiro venivano utilizzate per attraversare il grande fiume da una sponda all’altra o per percorrerlo in senso longitudinale, servivano per il trasporto quotidiano, per la pesca o per l’esplorazione del suo corso. Le estremità di queste antiche barche si rialzavano in larghe curve ed è possibile che avessero al centro un riparo simile ad una tenda. Imbarcazioni di tal genere avevano comunque vita breve, dal momento che i fasci di canne, una volta imbevutisi d’acqua, nel giro di un paio di mesi perdevano rapidamente consistenza e marcivano.

Queste zattere erano sospinte da pagaie e governate da remi – simili alle pagaie di propulsione ma più grandi – che, con risultati non molto buoni, venivano semplicemente tenuti in mano e spinti in dentro o in fuori rispetto al fianco dell’imbarcazione per governarla. Sono caratterizzate da una forma asimmetrica, con una poppa più rialzata della prua, e da una serie di cordami che assicuravano la compattezza dei fasci e che si trovavano su tutta la loro lunghezza.

Impiegate nella navigazione fluviale, solo episodicamente devono aver navigato in mare, ma le vediamo comunque usate per tutto il corso della storia egiziana, anche quando esse vennero quasi completamente soppiantate dalle barche in legno.

La zattera di papiro, di canne, o di altre erbe lacustri, è comunque un tipo di imbarcazione universale, poiché imbarcazioni del genere sono state sempre utilizzate, e lo sono tuttora in numerose parti del mondo dove vi siano regioni ricche di laghi e fiumi o paludi ingombre di canneti e di altra vegetazione simile. Le più celebri sono quelle del Lago Titicaca, dell’Alto Nilo, e poi della Sardegna (stagni di Cabras) e della Mesopotamia. In alcuni luoghi, come sul Lago Titicaca appunto, esse raggiungono ancor oggi la lunghezza di oltre 10 metri ed una capacità di carico di circa 3 tonnellate.

La zattera di papiro non era in grado di sopportare il peso di un unico albero impiantato sul piano diametrale, il punto più debole dello scafo. Soltanto i fianchi potevano farlo, ed è questa la ragione per cui, come possiamo vedere dai dipinti e dai modellini conservatisi, queste barche avevano un albero bipode, cioè a base doppia, con metà del peso gravante su ogni gamba e quindi su ogni fianco della nave. L’origine dell’albero bipode è sconosciuta, ma si suppone che l’abbiano inventato proprio gli egiziani i quali lo usarono per secoli.

L’invenzione della vela fu senza dubbio l’evento più importante nella storia dell’arte marinaresca. Vi sono ragioni per pensare che essa apparve verso il 3500 a.C., probabilmente in Mar Rosso o nel Golfo Persico, dove venne per la prima volta documentata in un disegno raffigurato sopra un vaso egiziano predinastico risalente a circa 5000 anni fa. Le prime vele della storia erano quasi certamente formate da grandi foglie di palma, dalle quali derivarono in seguito quelle fatte di foglie, probabilmente di cocco, intrecciate a stuoia. Ma già verso il 4000-3000 a.C. un altro disegno, proveniente ancora una volta da un vaso egiziano, mostra finalmente in modo chiaro una vela quadra munita di boma e pennone.

FONTE www.nautica.it

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LA STORIA DELL’EGITTO La dea Nut

28 Aprile 2021, 10:05am

Pubblicato da Miki Pappacoda

LA STORIA DELL’EGITTO La dea Nut

INSERITO DA MORENA MOTTA Nut è una divinità del pantheon egizio, figlia di Shu, dio dell’aria, e di Tefnet, dea dell’umidità. Suo fratello, Geb, dio della terra, era anche suo marito. Gli Egizi furono forse l’unico popolo dell’antichità ad identificare il cielo con una divinità femminile e la terra con una maschile.

Nut è l’unica tra le dee egizie a venir raffigurata nuda, il suo immenso corpo blu ricoperto di stelle steso a formare un arco che sovrasta tutta la terra, separandola dal caos. Sul capo porta una coppa d’acqua, a volte viene raffigurata come dea alata e altre volte come una grande mucca.

Nut e Geb in origine erano amanti uniti in un eterno amplesso e fra i loro due corpi non v’era spazio per nulla. Ra, dio del Sole, che allora era il sovrano dell’intero cosmo, geloso dell’amore di Nut e Geb ordinò a Shu di separarli. Allora Shu sollevò il corpo di Nut, inarcandolo sopra a quello di Geb, la terra. Fu così che si fece spazio per il mondo. Da allora però Shu dovette per sempre rimanere a sostenere il corpo della figlia, per impedirle di riunirsi a Geb.

Sempre per gelosia e per timore di perdere il potere, quando seppe che Nut era incinta Ra ordinò che la dea non potesse dare alla luce i suoi figli in nessuno dei 360 giorni dell’anno. Gravida di cinque dèi e disperata, Nut si rivolse allora a Thoth, dio della saggezza, chiedendogli aiuto. Thoth sfidò il dio della Luna, Khonsu, a dadi. Ogni volta che Thoth avesse vinto, Khonsu avrebbe dovuto concedergli un po’ di luce lunare. Thoth vinse talmente tante volte contro Khonsu, che alla fine riuscì a formare, con la luce vinta, cinque giorni in più, giorni lunari che non appartenevano al dio Sole Ra, in cui Nut poté finalmente partorire. Diede alla luce un dio al giorno: Osiride, Horus, Seth, Iside e Nephthys. I cinque giorni conquistati da Thoth erano giorni particolari nell’antico Egitto, e non appartenevano ad alcun mese. Alcuni di essi erano considerati fausti, come quello di Iside, altri infausti, come quello di Osiride o di Seth.

Un altro mito racconta che, quando Ra decise di abbandonare questo mondo, fu Nut, nella sua forma di mucca cosmica, a prendere il disco del dio Sole Ra fra le sue corna e a sollevarlo dalla Terra con immenso sforzo. Il peso del Sole era così insopportabile però che a un certo punto Nut venne soccorsa da quattro dèi, che l’aiutarono a issare Ra nell’altissimo e da allora rimasero per sempre a sostenere la volta del cielo, come pilastri.

Nut è la dea del cielo e dei corpi celesti. Al tramonto inghiotte il Sole che durante la notte attraversa il suo corpo per poi venir nuovamente da lei partorito, all’alba di ogni giorno. Lo stesso succede alla Luna. Le stelle che ricoprono il corpo di Nut sono dèi e anime di defunti che nuotano come pesci oppure navigano su barche a vela nell’immensità blu del cielo notturno, che gli Egizi immaginavano come una grande distesa di acqua. I capelli di Nut sono la pioggia. Le sue mani e i piedi i punti cardinali.

Oltre ad essere madre degli dèi, Nut è anche madre dei morti, raffigurata sui coperchi di numerosissimi sarcofagi. I defunti, come Ra e gli altri dèi, venivano da lei inghiottiti e accompagnati in cielo, dove la dea offriva loro libagioni. Per questo, in molte preghiere per i morti, è proprio a lei che ci si rivolge, chiedendole conforto e protezione.

Nut è una grande dea antica, cosmogonica. E’ una dea madre che offre protezione, che accompagna nei momenti di passaggio, che si fa carico del dolore e lo innalza al cielo. Ogni giorno inghiotte gli astri e lascia che essi attraversino il suo lungo corpo; ogni giorno partorisce nuovamente. E’ una dea di morte e rinascita, fortemente legata all’acqua, alla notte, all’inconscio. E’ anche una dea dello spazio, del vuoto. La sua immensa forza protegge la Terra dal caos e ha permesso a Nut di sollevare il Sole.

Nut rappresenta un aspetto ancestrale e nobile della femminilità, il cui potere spaventa perfino il dio Ra. E’ la Grande Madre che tutto accoglie e che fa spazio, che accompagna i suoi figli nei loro viaggi attraverso il cosmo, che si lascia attraversare dagli astri, accogliendoli e poi donando loro nuovamente la vita – una vita sempre nuova. E’ un’immagine di forza inesauribile, mai esausta di partorire, di prendere dentro di sé, di proteggere, di tenersi sollevata per dividere il cosmo dal caos.

Nut è quella parte di noi che non muore mai ma sempre rinasce, quello spazio immenso nel fondo dei nostri cuori in cui possiamo accogliere tutto -anche ciò che non conosciamo, anche ciò che ci ferisce- sapendo in fondo che comunque, anche dopo aver inghiottito, si darà nuovamente alla luce, e che comunque dentro di noi rimarrà ancora altro spazio, vuoto e buio, pronto ad accogliere.

Nut è pertanto anche una dea del Cuore: come il Cuore infatti anche in lei non c’è limite di misura, c’è sempre spazio per accogliere ancora, c’è sempre uno sfondo immenso, dietro a tutte le stelle, uno spazio vuoto, magico, senza limiti, che si rinnova di continuo. Una sorgente cosmica di puro Amore.

Nut è accettazione, accoglienza e rinascita.  E’ anche l’inconscio, acqua buia e piena di misteri, inesplorata e fonte continua di energia. E’ morte e resurrezione. E’ energia palingenetica, tutta femminile, che trova la sua forza proprio nell’essere fluida, nel non opporre resistenza, lasciandosi attraversare dalle cose, permettendo che il suo stesso corpo le trasformi, le rinnovi. Come una coppa d’acqua immensa, Nut ci sovrasta e ci protegge. Allo stesso tempo, Nut è anche dentro ognuna di noi, come principio fluido, come il Buio, la Grande Madre e l’Inconscio.

Invochiamo Nut ogni volta che sentiamo il bisogno di evocare quella parte di noi che è energia inesauribile di accettazione e rinascita, forza ancestrale. Quando dobbiamo lasciare che qualcosa passi attraverso di noi senza farci del male e per fare ciò necessitiamo di fluidità, morbidezza, non-resistenza, distacco. Quando vogliamo guardare la terra dal cielo. Quando vogliamo metabolizzare delle esperienze e trasformarle per poter rinascere. Chiediamo la sua protezione durante i parti e le morti, nei momenti di passaggio o semplicemente quando sentiamo il bisogno di avere più spazio, di trovare un vuoto in cui poterci espandere, per poterci connettere all’immensità del cielo che si stende dentro ognuna di noi.

FONTE nelboscodelladea.com

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LA STORIA DELL’EGITTO I ritratti del Fayyum

22 Aprile 2021, 10:00am

Pubblicato da Miki Pappacoda

LA STORIA DELL’EGITTO I ritratti del Fayyum

INSERITO DA MORENA MOTTA I famosissimi ritratti del Fayum sono circa 600 ritratti funebri, di grande impatto artistico, fortemente realistici, straordinariamente attuali, realizzati per lo più su tavole lignee, che ricoprivano i volti di alcune mummie egizie d'età romana. Il nome deriva dalla pseudo-oasi del Fayum, o Madinat Al Fayoum, o anche Faiyum, Fayyum o, francesizzato, Fayoum, la località da cui proviene la maggior parte delle opere.

Questi ritratti, insieme agli affreschi di Ercolano e Pompei, sono tra gli esempi meglio conservati di pittura dell'antichità. Sembra che in Egitto al tempo dei Tolemei la popolazione del Fayyum fosse composta per il 30% da greci e per il resto egizi. I ritratti del Fayyum, dunque, raffigurerebbero i discendenti di quei primi coloni greci che sposarono donne egizie e che adottarono il pantheon egiziano seguendone i vari riti.

Ma “l'ellenizzazione” dell'Egitto avvenne soprattutto con l'arrivo dei Romani. Nel II sec. d.c., l'usanza di mummificare i corpi dei defunti restò molto popolare, facendo fiorire così un particolare tipo di pittura che virò decisamente sullo stile greco romano, che è come dire pompeiano, visto che Pompei stava nella Magna Grecia felicemente invasa e arricchita dai romani.
Fa pertanto un certo effetto mirare certe mummie con le bende dipinte a divinità e simboli egizi e la tavola raffigurante il morto che riproduce un volto dai tratti dell'alto Mediterraneo. Trattasi dunque delle maschere funebri già in uso da lungo tempo presso gli egizi, ma realizzati in modo del tutto nuovo ed originale.

Infatti questa ritrattistica sembra più che altro romana, con quella stupenda e sconcertante fedeltà al vero che solo i romani seppero usare in modo così mirabile e spesso impietoso. Fossero infatti sia pure imperatori o generali, i volti venivano riprodotti senza il minimo ritocco, con la bellezza o bruttezza che li caratterizzava, e senza nemmeno nascondere aspetti popolini e tutt'altro che aristocratici.

I dipinti coprirebbero un periodo che va dalla fine del I sec. alla metà del III sec. d.c. quando improvvisamente cessò questo tipo di produzione artistica per cause a noi ignote. I ritratti vennero eseguiti in due tecniche principali, a encausto o a tempera a base di uovo.Talvolta trattavasi di qualche tecnica diversa, talvolta le tecniche erano miste.
Le opere a encausto hanno colori molto più vivi, talvolta misti a foglie di oro per raffigurare gioielli e corone, con variazioni di tonalità per indicare la provenienza della luce.
La maggior parte dei ritratti è dipinta su tavole di legno duro, soprattutto mediterraneo: quercia, tiglio, sicomoro, cedro, cipresso e fico.
Alcune tavole sono ridipinte o dipinte da ambo i lati, forse perchè i ritratti erano stati eseguiti quando il soggetto era ancora in vita. Alcuni ritratti sono realizzati direttamente sulle tele e le bende usate per la mummificazione, con una maestria eccezionale.
Ogni tavola veniva poi applicata al volto del defunto inserendola tra le bende e nel British Museum si conservano ancora alcune mummie con la tavola ancora applicata, come si osserva nel defunto in alto.
Di solito viene raffigurato il volto di una sola persona, posta frontalmente. Lo sfondo è solitamente di un unico colore, a volte arricchito da alcuni elementi decorativi.
E' difficile alludere a una qualche corrente stilistica, se non riconoscere l'abilità ritrattistica che coglie sia i particolari precisi che l'intensità del carattere come nella statuaria romana.

Naturalmente come il clima particolarmente secco dell'Egitto ha permesso la conservazione di queste tavole, non è accaduto altrettanto con la pittura dei luoghi umidi del mediterraneo.
L'unico raffronto possibile è con i volti degli affreschi di Pompei, di Boscoreale e di Ercolano.
L'encausto, usato sia negli affreschi che nella decorazione, è una tecnica in cui i colori si miscelano alla cera per mezzo del calore. Il dipinto una volta eseguito viene scaldato (encaustizzato) per fare penetrare la cera nei colori, che in questo modo rimangono fissati, acquistando forza e splendore.
 
FONTE www.romanoimpero.com

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LA STORIA DELL’EGITTO Il Fayyum

21 Aprile 2021, 09:28am

Pubblicato da Miki Pappacoda

LA STORIA DELL’EGITTO Il Fayyum

INSERITO DA MORENA MOTTA Fayyum (arabo Al-Fayyum), regione amministrativa dell'Egitto settentrionale, corrispondente a una vasta depressione del deserto libico nordorientale, attraversata dal canale Bahr Yûsef, una diramazione del Nilo. La regione comprende inoltre il Birkat Qarun, un lago salmastro che ne occupa la parte più depressa (44 m sotto il livello del mare). Il Fayyum ha una superficie di 1.827 km² e una popolazione di 1.989.900 abitanti (1996).

Il territorio, particolarmente fertile, è coltivato a cotone, lino, canapa, riso, canna da zucchero, rose, aranci, peschi, melograni, fichi, viti e ulivi. L'economia si basa, inoltre, sull'allevamento di ovini e pollame e sulla pesca. Città principale e capoluogo amministrativo è Al-Fayyum (250.000 abitanti nel 1992). 
Nell’antichità zona paludosa e salmastra per il consistente afflusso delle acque del Bahr Yûsef nella depressione del lago Qarun, la regione del Fayyum fu abitata fin dall’età Neolitica, come testimoniano i numerosi ritrovamenti di manufatti risalenti al VI millennio a.C. La bonifica dell’area, avviata intorno al 2000 a.C. da Sesostri I e portata avanti da Amenemhet III, faraoni della XII dinastia, fu il primo passo per la trasformazione del territorio in uno dei più importanti centri di civilizzazione dell’Antico Egitto, e che raggiunse l’apice a metà del III secolo a.C. Fu in quel periodo che Tolomeo II  Filadelfo affidò a ingegneri greci le grandi opere di drenaggio che trasformarono la regione in una vasta zona agricola abitata da migliaia di persone.

Gli scavi archeologici hanno infatti portato alla luce numerosi villaggi e templi sepolti dal progressivo processo di desertificazione: da Karanis, centro di raccolta e smistamento di prodotti agricoli, come raccontano i circa duemila papiri ritrovati, ad Al-Fayyum, l’antica Arsinoe, sede del culto del dio coccodrillo Sobek, ribattezzata dai greci Crocodilopoli, oggi capoluogo della regione; dalla piramide di Hawara, elevata per Amenemhet III e affiancata dal labirinto narrato da Strabone, ad Al-Biyahmu che Erodoto ci racconta sede delle due gigantesche statue dedicate ad Amenemhet III. A partire dal V secolo d.C. il Fayyum fu gradualmente abbandonato dalla popolazione a causa del processo di inaridimento della zona fino al XII secolo quando Saladino, sultano d’Egitto, ripristinò l’antico canale voluto dai faraoni tebani e diede nuovo vigore all’agricoltura.
 
FONTE http://terradeifaraoni.blogspot.com

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LA STORIA DELL’EGITTO Re Narmer

16 Aprile 2021, 09:16am

Pubblicato da Miki Pappacoda

LA STORIA DELL’EGITTO Re NarmerLA STORIA DELL’EGITTO Re Narmer

INSERITO DA MORENA MOTTA Si narra che durante una partita di caccia i suoi stessi cani lo abbiano inseguito e stavano per sbranarlo quando, come per incanto comparve un coccodrillo che lo mise in salvo permettendogli si salire sulla sua groppa.
Ad ucciderlo, invece, sempre secondo la leggenda, fu un ippopotamo.
Come spesso accade, però, anche qui il mito trova riscontro nella realtà storica: l’ippopotamo era animale sacro al dio Seth e i “Seguaci di Seth”, popolazioni del Delta, avevano come simbolo proprio questo animale.
Nermer, forse, morì durante una delle tante battaglie condotte contro quelle popolazioni che egli aveva sconfitto, unificando il Paese.
Fu da allora che il territorio fu indicato con il none di “Terra dei Due Regni” o “Paese delle Due Terre”.

Le battaglie tra i “Seguaci di Horo” e i “Seguaci di Seth”, del Basso Egitto i primi e dell’Alto Egitto i secondi, furono numerose e si trascinarono per lungo tempo con alterne vicende.
Si ignora da dove fossero giunti i “Seguaci di Horo”, gli invasori; si suppone che abbiamo invaso il territorio attraverso il Delta conquistando le popolazioni indigene: i “Seguaci di Seth”

La battaglia che condusse alla’unificazione del territorio, forse, fu una soltanto e venne minuziosamente descritta in quella che conosciamo come la ”tavolozza di Narmer”.
Si tratta di un documento di straordinario interesse: un vero bollettino di guerra. Vi si narrano le fasi della battaglia, la vittoria e le celebrazioni.

Narmer, il Sovrano vincitore ed unificatore del Paese appare per la prima volta raffigurato con entrambe le corone: quella rossa del Basso Egitto e quella Bianco dell’Alto Egitto.
Unificare il Paese non fu il solo merito di questo grande Re-Guerriero, Narmer portò l’intero territorio dalla condizione preistoria alla storia e tutti gli studiosi sono concordi nell’affermare che egli sia stato anche il fondatore di Memfi, capitale che resterà sempre uno dei centri religiosi, politici e culturali di tutta la storia egizia.
Fu proprio il nome del grande Tempio di Memfi, dedicato al dio Ptha, protettore della città e del territorio, a dare il nome al Paese: HUT-KA-PTHA che significa: DIMORA DELLO SPIRITO DI PTHA, che i greci tradussero in: AE-GI-PTHOS e da cui Egitto.
Fu Narmer a istituire i Nomi (ossia le Province) per meglio amministrare il territorio  e fu lui a far “deviare” il fiume dando seguito ad un ingegnoso sistema di canalizzazione ed irrigazione iniziato con il Re Scorpione, che trasportava le acque il più lontano possibile.
Sotto il suo regno  sorgono granai, si innalzano Templi, si costruiscono palazzi e città e si da impulso all’artigianato ed alla agricoltura.

FONTE  storia-e-mito.webnode.it

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