Il Giornale Vettica di Amalfi Online Velasca Vimercate News nel Mondo nato nel mese di gennaio 2010 dalla volontà del titolare Michele Pappacoda di dare spazio a tanti diversamente abili, grazie all'inserimento di news, di sentirsi realizzati in qualcosa di personale uscendo dai mille problemi che la disabilità ci impone quotidianamente.
INSERITO DA MORENA MOTTA Dio egizio, originariamente il dio poliade di Menfi, inteso anche come personificazione del suolo menfitico (o universalmente della terra). Nell'Antico Regno è già identificato con Sokaris, il dio della necropoli di Menfi: Ptah-Sokaris unifica, in tal modo, la città dei vivi con la città dei morti. Un'ulteriore identificazione, che muove da Osiride come dio dei morti, porta al costrutto Ptah-Sokaris-Osiride, quale divinità trascendente Menfi e, ormai, panegiziana. A partire dal Nuovo Regno riacquista una sua individualità: è lo sposo della dea Sekhmet e il padre del dio Nefertum; viene raffigurato in forma antropomorfa. Nella cosiddetta Teologia menfita, Ptah appare come un creatore trascendente il creato: una funzione del pensiero; egli opera con il cuore (la sua volontà) e con la lingua (la parola efficace). Ma, a un altro livello, troviamo che Ptah crea l'uomo con l'argilla, operando come un vasaio. A questo livello egli diventa il protettore degli artigiani e, come tale, venne identificato dai Greci con il loro Efesto.
INSERITO DA MORENA MOTTA Figura tra le più iconiche della mitologia egizia, Anubi, il dio dell’oltretomba dell’antico Egitto, è protagonista di un culto che perdura dai primordi della civiltà egizia fino al periodo greco-romano, lasciando tracce di sé anche nella cultura greca e, successivamente, in quella cristiana.
La sua immagine è indissolubilmente legata a quella della mummificazione, la pratica con la quale i corpi dei Faraoni venivano conservati e che, nella mitologia egizia, proprio il dio Anubi avrebbe creato e diffuso.
Il mito di Anubi, la nascita. Figlio di Osiride e Nefty, Anubi è probabilmente la figura più affascinante ed inquietante del Pantheon egizio.
Nefty era l’ultima dei quattro figli di Nut, Dea del Cielo. Gli altri tre erano Iside, Osiride e Seth. Iside era stata fatta sposare ad Osiride, e Nefty aveva preso come sposo Seth, anche se era segretamente innamorata di Osiride.
La leggenda vuole che una sera, approfittando dell’assenza della sorella, Nefty, indossati il mantello della sorella e il suo Cinto, andò a sdraiarsi sulla stuoia accanto ad Osiride, il quale la scambiò per l’amatissima sposa. Solo al mattino, svegliandosi e scoprendo Nefty stesa al suo fianco, si accorse dell’inganno.
Temendo la reazione di Seth e soprattutto della potente Iside, Nefty riparò tra i canneti del Nilo. Qualche tempo dopo, si accorse di essere incinta. Alla nascita, il detestato figlio fu messo in una cesta e affidato alle correnti del fiume nella speranza che morisse, ma essendo egli un dio era immortale: un coccodrillo lo portò a riva, e il bambino fu affidato a una cucciolata di sciacalli. Perciò assunse il loro aspetto, in riconoscenza a quella che fu la sua prima famiglia.
Il dio dell’oltretomba. Anubi inventò l’imbalsamazione per preservare dalla corruzione il corpo di suo padre, Osiride, ucciso da Seth; e a lui venne affidato il compito di traghettare i defunti attraverso le vie della Duat, l’Oltretomba egizia, oltre che di sostenere la Sacra Bilancia, nel Tribunale di Osiride, su cui si pesava il cuore del defunto per concedergli oppure negargli la vita eterna.
Il culto di Anubi nell’antico Egitto. Adorato durante il periodo arcaico dell’Egitto (circa 3100 a.C. – 2686 a.C.), come protettore delle tombe, fini per assumere anche le funzioni di imbalsamatore e di inventore della mummificazione. Inizialmente Anubi era rappresentato semplicemente come uno sciacallo, poiché questo animale era solito razziare i cadaveri che venivano sepolti sul lato occidentale del Nilo. L’idea era quella di dissuadere gli animali con un dio che raffigurasse le loro sembianze.
È nel periodo successivo, quello dell’Alto Regno, che risale la più antica iscrizione che cita Anubi: «Unis sta con gli spiriti; vai avanti, Anubi, fino all’Amenti [Oltretomba], avanti, avanti fino a Osiride.», ritrovata all’interno della piramide di Unis e datata tra il 2510 e il 2190 avanti Cristo.
Il suo culto veniva praticato soprattutto nelle zone meridionali dell’antico Egitto, in particolare nella città di Khasa (Kinopolis per i Greci), e durante il Nuovo Regno (1580-1085 a.C.) la sua figura venne rappresentata spesso nei sarcofagi, per proteggere i defunti. Il suo ruolo tuttavia fu ridimensionato tra il 2000 e il 1700 avanti Cristo, quando si diede maggiore importanza al culto di Osiride.
La pesatura del cuore. Fra le consuete illustrazioni del Libro dei Morti, il dio dell’antico Egitto Anubi viene rappresentato intento a compiere la pesatura del cuore del defunto (psicostasia) per determinare se l’anima giudicata fosse degna di accedere al regno di Osiride. Gli egizi credevano che nel Duat , ossia gli inferi così come erano intesi dalla religione egizia, il cuore di ogni defunto fosse soppesato, nella Sala delle due Verità, o delle due Maat sul piatto di una bilancia custodita da Anubi: sull’altro piatto stava la piuma di Maat.
Il peso del cuore non doveva superare quello della piuma. Questo è il motivo per cui il muscolo cardiaco non veniva asportato dalla salma durante la mummificazione, a differenza di tutti gli altri organi; il cuore (chiamato ib) era considerato la sede dell’anima. Se il cuore risultava dello stesso peso della piuma di Maat, o più leggero, ciò significava che il trapassato aveva condotto una vita virtuosa e sarebbe perciò stato condotto nei campi Aaru, luogo di beatitudine, presso Osiride.
Se invece pesava più della piuma, il cuore veniva divorato dal mostro Ammit e il suo possessore era condannato a rimanere in eterno nel Duat, senza speranza d’immortalità. Un’altra tradizione voleva che Anubi recasse l’anima al cospetto del defunto Osiride, il quale compiva la psicostasia. Mentre il cuore veniva pesato, il defunto recitava le cosiddette 42 confessioni negative.
INSERITO DA MORENA MOTTA Nell’antico Egitto la funzione della scuola puntava all’educazione dell’individuo fornendogli conoscenze basilari in vari campi, quali le scienze, la scrittura, l’etica sociale, ecc. Come i nostri sistemi educativi, nell’antico Egitto l’educazione preparava i giovani membri delle medie e ricche classi sociali alle forze lavoro del paese e alla partecipazione attiva nelle varie professioni riguardanti le sfere civili, religiose e militari. A differenza però di oggi, il sistema scolastico egiziano mirava alla preparazione unilaterale per le carriere di scriba e di funzionario che, unite a quella sacerdotale, costituiva il nerbo della macchina governativa del paese.
Possiamo ben immaginare il lavoro del maestro per inculcare nella testa degli allievi i sani principi della scrittura e della conoscenza: il verbo insegnare; istruire ha come determinativo, e una riflessione di un maestro ci dice che “avviene che l’orecchio del giovinetto è sulla schiena ed egli ascolta poiché lo si batte”.
Senza dubbio era in questa prima fase degli studi che i fanciulli apprendevano i rudimenti della scrittura e delle conoscenze indispensabili per il loro futuro di scribi, funzionari, ecc. Purtroppo poco si sa sull’organizzazione scolastica in antico Egitto, sulla situazione sociale dei maestri e degli allievi, sui programmi di studio e relative metodologie.
Innanzitutto l’allievo doveva esercitarsi a saper disegnare, poiché la scrittura geroglifica pittografica è un disegno: ne fanno fede gli ostraca di esercitazione (Tavola1) in cui le prove geroglifiche potrebbero anche sconfinare nel campo della pittura e della scultura. Estendendosi nella scrittura ieratica, il lavoro di apprendimento era calligrafico e forse in questo dominio subentrava anche la personalità dell’allievo, data la natura più libera di questo tipo di grafia.
Il metodo di apprendimento consisteva nell’imparare a scrivere copiando (e, una volta impratichiti, sotto dettatura) da modelli a carattere sapienziale, didattico, etico del buon vivere quotidiano, epistolare, ecc. Da errori dei discenti e conseguenti correzioni del docente, s’intuisce che la copia avveniva all’inizio senza comprendere il significato del testo, poiché lo scopo era di imparare a scrivere e anche a leggere.
È interessante quindi la metodologia che univa l’esercizio scrittorio e l’acquisizione, nel tempo, di una serie di regole contenute nei testi di modello.
Inoltre è grazie a questi esercizi di pedissequa copiatura, che ci sono pervenuti i capolavori della letteratura del Medio Regno come, ad esempio, il Racconto di Sinuhe; il Racconto del Naufrago, ecc.
INSERITO DA MORENA MOTTA Dall'età faraonica fino all'inizio del secolo scorso, il ciclo vitale dell'Egitto dipendeva in larga misura dall'inondazione annuale del Nilo: la prosperità era legata alla piena del fiume, che doveva però raggiungere un livello ben preciso, poiché acque troppo alte potevano avere un effetto contrario.
Ogni anno il livello del Nilo cresceva e l'acqua ricopriva l'intera vallata del fiume, per poi ritirarsi lasciando depositi fertili di suolo alluvionale. A volte però l'acqua non allagava tutta l'area agricola e questo comportava scarsi raccolti e, talvolta, carestia. Per prevedere l'entità dei raccolti di anno in anno, gli antichi egizi costruirono una serie di pozzi chiamati Nilornetri, uno dei quali è ancora visibile, scolpita nelle rocce dell'isola di Roda.
L'isola di El-Roda, che fronteggia il Cairo Vecchio nella parte meridionale della città, fu abitata fin dall'età delle piramidi. Era usata sia come porto sia come cantiere navale. I romani vi edificarono una fortezza, gemella di quella di Babilonia.
L'isola non è più quel giardino paradisiaco descritto nel Le Mille e una notti, ma per fortuna gli edifici residenziali moderni non hanno invaso la punta meridionale dell'isola, che è tuttora una zona gradevole ed ospita il Nilometro.
Nei tempi antichi il fiume era molto più largo, oggi soltanto uno stretto canale separa l'isola e la Carniche dall'altra parte, attraversato da una passerella di legno che collega il Nilometro al Cairo copto.
Vista la sua posizione geografica favorevole, questo luogo è sempre stato sede di nilometri. Quello attuale risale all'anno 861, ma ha subito ovviamente varie modifiche e ristrutturazioni: il chiosco a cupola conica che lo copre è il rifacimento moderno di una costruzione turca.
Il Nilometro consiste in un grande pozzo rivestito di pietra, comunicante con il letto del fiume, sul cui fondo si trova una colonna ottagonale che funge da scala graduata. Se soffrite di vertigini ricordate che la stretta scalinata che scende non è fornita da corrimano. L'acqua entrava in questo pozzo da tre gallerie, oggi chiuse, poste ognuna a un' altezza diversa.
Il livello dell'acqua era valutato durante una cerimonia annuale: se risultava di livello sufficiente avevano inizio i festeggiamenti, nel caso contrario invece, iniziava un periodo di intensa preghiera e digiuno, nei tempi antichi associato anche a sacrifici per i dei del fiume.
La decorazione oggi visibile comprende anche quattro nicchie ogivali, affini agli archi gotici dell'architettura medievale europea; esse precedono però lo stile gotico di alcune centinaia di anni ed è stato ipotizzato che costituiscano il primo esempio di archi a sesto acuto al mondo. Anche se non sono particolarmente antichi, gli elaborati arabeschi intagliati e dipinti del soffitto in legno sono davvero straordinari.
DI MORENA MOTTA E' un termine architettonico usato dagli egittologi. Nelle tombe menfite è ricavato, nel blocco compatto della mastaba, un piccolo vano sprovvisto di porte e originariamente sprovvisto di finestre. In seguito, fessure o fori nella parete lo mettono in comunicazione con la statua più specificamente dedicata al culto. Questo locale, di assai modeste proporzioni, ha il nome archeologico di serdab (= cantina), ed è destinato a contenere le statue di coloro che son sepolti nella tomba. La statua è in grado di vedere, attraverso le fessure, lo svolgersi del rito funebre, senza però che nessuno possa vederla. È interessante notare che la estrema maggioranza delle statue giunteci dall'Antico Regno era contenuta in serdab, e non era, pertanto, esposta originariamente alla vista. Con il modificarsi della struttura funeraria anche il serdab scompare dopo l'Antico Regno.
INSERITO DA MORENA MOTTA Il complesso templare di Karnak (di cui il Grande tempio di Amon e il Tempio di Luxor costituiscono solo una parte) si trova sulla riva destra, rispetto alla sorgente del Nilo e la sua costruzione procede di pari passo con la storia egiziana antica; esso è, infatti, un sovrapporsi di strutture successive tanto che è oggi quasi impossibile individuare il nucleo originale (vedi fig. b.), risalente al Re Sesostris I della XII Dinastia, che era costituito da tre piccoli locali orientati Est-Ovest, oggi inesistenti, e di cui si conservano solo le soglie ubicate nell'area posteriore al santuario della "barca sacra" di Filippo Arrideo, e nei pressi del "Chiosco di Sesostri I" ricostruito con componenti rinvenuti quale materiale di riempimento del III Pilone (Seti I, XIX Dinastia).
Dalla XII alla XXX Dinastia, in un arco di oltre 1600 anni, ogni Re o Faraone ha lasciato la propria traccia apportando modifiche, talvolta sfruttando le preesistenti costruzioni come cave di materiale o "usurpandole" a proprio nome.
Secondo la convenzione egiziana, la perfezione divina era costituita da una triade, o trinità; anche nel caso del complesso templare di Karnak, si assiste alla medesima immagine talché la triade è costituita dal citato Amon, dalla sua sposa Mut e dal figlio Khonsu che, pur non godendo di un complesso proprio, viene celebrato, come nella Festa di Opet, in entrambi i recinti dei genitori con un tempio a lui dedicato in ciascuno. Il recinto templare della Dea Mut (di circa m 250 x 400) è collegato a quello del marito Amon da un "dromos", un viale di sfingi criocefale (ovvero con corpo di leone e testa di ariete), mentre in ognuno dei recinti maggiori si trova un lago per i lavacri sacri dei sacerdoti.
Il complesso templare
Per avere idea delle enormi dimensioni del complesso templare di Amon oggi, si consideri che esso misura m. 400 x 600 circa, per un'area complessiva di circa 300.000 m2.
fig. a
Legenda:
1 – Primo pilone (ingresso monumentale; XXX Dinastia);
2 – Tempio di Sethy II (XIX Dinastia);
3 – Grande cortile porticato;
4 – Tempio di Ramses III (XX Dinastia);
5 – Sala ipostila (iniziata da Sethy I, terminata da Ramses II -XIX-);
6 – Tempio di Amon (propriamente detto)(vedi fig. b);
7 – “Akh-Menu”, o “Sala delle feste” di Thutmosi III (XVIII Dinastia);
8 – Lago sacro di Amon;
9 – Propilei del sud;
10 – Tempio giubilare di Amenhotep II (XVIII Dinastia)
11 – Tempio di Khonsu;
12 – Tempio di Opet;
13 – Viale delle sfingi “criocefale”;
14 – Tempio di Mut;
15 – Lago sacro di Mut;
16 – Tempio di Amenhotep III (XVIII Dinastia);
17 – Tempio di Ramses III (XX Dinastia);
18 – Tempio di Monthu.
L'orientamento geografico del complesso è duplice ed è oggi individuabile dal posizionamento dei Piloni la cui numerazione corrente, però, non segue lo sviluppo storico costruttivo del complesso, bensì una progressione "di comodo" stabilita dagli archeologi: da est ad ovest, dall'esterno verso l'interno, per la parte più antica (piloni da I a VI) e da sud a nord, ma dall'interno verso l'esterno, per la parte più recente (piloni da VII a X). A riprova della difficoltà di lettura del complesso (tenendo presente la numerazione attuale dei Piloni), si consideri che:
I Pilone, sull'asse est-ovest (il cosiddetto "Ingresso Monumentale"): è in realtà uno degli ultimi costruiti; si apre, infatti, nella cinta muraria della XXX Dinastia;
X Pilone (lettera "A" in fig. a), sull'asse nord-sud, si apre anch'esso sul recinto della XXX Dinastia, ma mentre il I è contestuale alla costruzione del recinto stesso, questo risale al Faraone Horemhab della XVIII Dinastia ed è stato, perciò, inglobato nella successiva costruzione.
Pure alla XVIII Dinastia risalgono le tracce di un muraglione "a rientranze e sporgenze" (lettera "B" in fig. a), che riprende motivi architettonici tipici delle fortezze mesopotamiche, che delimitava l'area del complesso intorno al 1500-1400 a.C. Nell'area nord (contrassegnata dalla lettera "C" in fig. a) si trovano varie cappelle e santuari dedicati, in Epoca Tarda, al culto di Osiride.
Nell'area invece compresa tra il I ed il II Pilone (n.ro 3 in fig. a), si apre il "Grande Cortile Porticato" che ospita (n.ro 4) il tempio-deposito di Ramses III (XX Dinastia) adibito a ricovero delle barche sacre al Dio Amon.
Tra il tempio di Ramses III ed il II pilone si trova un ingresso monumentale denominato "Vestibolo di Bubasti"[1] noto anche come "Portico" e realizzato dal sovrano della XXII dinastia, Sheshonq I.
Analogo impiego avevano tre sale del tempio di Sethy II (n.ro 2) che ospitavano le barche della triade tebana: Amon, Mut e Khonsu.
Oltre il II Pilone (n.ro 5) si apriva un grande portico scoperto voluto da Amenhotep III (XVIII Dinastia) e trasformato, da Sethy I e successivamente dal di lui figlio Ramses II, nella "Grande Sala Ipostila" con le sue 134 colonne. La facciata del tempio di Thutmosi I (XVIII Dinastia, area n.ro 6 in fig. a) dà accesso al "Luogo Prescelto", il tempio di Amon propriamente detto (fig. b) e costituisce, oggi, il V Pilone. Ai lati del suo accesso, Thutmosi III erigerà due pilastri rappresentanti le piante araldiche dell'Alto e Basso Egitto, rispettivamente il fior di loto e il papiro. Accanto ai due pilastri, all'epoca di Tutankamon, saranno edificate le statue di Amon ed Amonet.
Nell'area contrassegnata in fig. "a" dal n.ro 7, si apre l'Akh-Menu, la "Sala delle Feste" voluta da Thutmosi III, che ospitava il cosiddetto "orto botanico" ovvero la rappresentazione parietale della flora e della fauna incontrata dal grande Re guerriero nel corso delle sue 17 campagne di guerra e le cui conquiste,in tal modo, venivano offerte simbolicamente al Dio Amon. Oltre il santuario del Medio Regno (fig. b e lettera "H" di fig. a) si trovava l'obelisco di Thutmosi IV che oggi svetta in Piazza San Giovanni in Laterano a Roma. Qui erano ubicate, inoltre, le abitazioni del sacerdoti.
Nei pressi del lago sacro ad Amon (n.ro 8) si trova ancora oggi la statua gigante di Khepri, lo scarabeo sacro rappresentazione del Sole al suo sorgere.
L'area contrassegnata dalla lettera "I" (in fig. a) è comunemente nota come "Cortile del Nascondiglio"; è qui, infatti, che in epoca tolemaica vennero sepolti ex voto ed offerte che si erano accumulate nel corso dei secoli e che, evidentemente, "ingombravano". Il VII e l'VIII pilone delimitano le aree contrassegnate dalle lettera "L" ed "M". Entrambi i Piloni vengono "assegnati" a Thutmosi III, ma mentre l'VIII è sicuramente di tale sovrano della XVIII Dinastia, quasi certamente il VII venne eretto sotto Hatshepsut e successivamente "usurpato" dal figliastro.
L'area contrassegnata dalla lettera "N" è, infine, delimitata dal IX e X Pilone di Horemhab; qui si manifesta l'usanza (in questo caso positiva) di riutilizzare antichi monumenti come "cave di materiale" edile. All'interno di tali piloni, infatti, sono state rinvenute migliaia e migliaia di "talatat" provenienti dal distrutto tempio dedicato ad Aton da Amnhotep IV/Akhenaton e che si trovava, molto verosimilmente, proprio in questa zona. Altre migliaia di tali mattoni (provenienti anche dalla demolita Akhetaton) sono stati inoltre rinvenuti quale riempimento del II Pilone (pure di Horemhab) e nelle fondamenta della "Grande Sala Ipostila" di Sethy I e Ramses II.
Per quanto attiene al complesso di Amon vero e proprio, di difficile "lettura" alla luce dei molteplici interventi succedutisi in oltre 1600 anni, quattro sono i momenti fondamentali individuabili:
costruzione del tempio originale del Medio Regno (XII Dinastia, sotto Sesostri I);
costruzione del tempio di Amon propriamente detto (XVIII Dinastia, sotto Thutmose I) con un recinto in pietra calcarea di circa 125 m di lunghezza; elevazione dei I e II Pilone (oggi corrispondenti, rispettivamente, al IV ed al V) e realizzazione di una Sala Ipostila (oggi scomparsa);
la costruzione del III pilone come base di partenza per la realizzazione della Grande sala ipostila, sotto Amenofi III (XVIII Dinastia)
aggiunta, durante la XVIII Dinastia, a cura di Thutmose III in occasione della sua festa giubilare, del cosiddetto "Akh-Menu", o "Sala delle Feste", ad ovest, di una corte che, sotto Sethy I e, poi, sotto Ramses II, si trasformerà nella Grande Sala Ipostila.
DI MORENA MOTTA Il Tempio di Luxor fu costruito tra il 1400 e il 1000 a.C. per volere dei faraoni Amenhotep III (la parte interna) e Ramses II (il recinto esterno e l'aggiunta della facciata, dei colossi e dell'obelisco. Il tempio è lungo 260 metri ed è dedicato ad Amon, il dio del vento. Nell'antichità il Tempio di Luxor e il Tempio di Karnak erano uniti dal monumentale Viale delle Sfingi, una strada lunga tre chilometri fiancheggiata da oltre 600 sfingi.
Il Tempio di Luxor era dedicato alla triade tebana di Amon, Mut e Khonsu durante il Nuovo Regno fu il centro della festa annuale di Opet nella quale una statua di Amon era trasferita lungo il Nilo dal vicino Tempio di Karnak per un rito di fertilità.
INSERITO DA MORENA MOTTA Amato e venerato nella città di Khmonou (in greco Hermopolis) nel Medio Egitto, Thot era il Dio della scrittura, della magia, della sapienza, della matematica e geometria, inventore dei geroglifici.
E’ il patrono degli scribi, a lui si deve appunto l’invenzione della scrittura. Secondo la teoria ermopolitana, il Dio Thot aveva reso effettiva la creazione del mondo grazie alla parola. Si narra che avesse annotato, in 42 libri, tutta la sapienza del mondo. Il numero 42 sta per i nomoi egizi e per i giudici della psicostasia, di cui faceva parte.
Era anche il Dio delle leggi e del diritto, aiutando Osiride a giudicare le anime dei faraoni e segnandone il loro destino. Questo avveniva durante il Giudizio divino – la pesatura del cuore.
Come gli Dei giudicavano le anime dei morti per segnarne il loro destino, è scritto nel capitolo 25 del libro dei morti. Tra questi vi era Osiride, Thot e Ammit, quest’ultima era colei che ingoiava l’anima del defunto qualora non avesse superato il giudizio.
Una bilancia, inventata da Thot stesso, ed una penna di Ibis erano gli oggetti divini con cui veniva decretato il giudizio. Il cuore del defunto veniva posto in un piatto della bilancia e la penna d’uccello nel piatto opposto. Due erano i verdetti: se il cuore pesava più della penna, l’anima del defunto era condannata e la dei Ammit lo ingoiava;
se pesava quanto la penna e quindi restava bilanciata, allora era degna di passare “dall’altra parte” e Osiride lo accompagnava nei Campi dei Giunchi.
Due sono le raffigurazioni del Dio Thot:
quello più comune che viene ritrovato nella maggior parte dei reperti, è una forma umana con la testa di Ibis, un uccello che vola sulle rive del fiume Nilo e che si pensa sia legato a questa divinità per la precisione dei suoi salti, che distano esattamente quattro palmi;
un babbuino con in testa una luna, simbolo di saggezza e di cui troviamo una statuetta al Louvre.
INSERITO DA MORENA MOTTA Ad Avaris gli Hyksos adoravano il dio Seth. Per gli Egiziani era il nemico e l’assassino del buon dio Osiride, ma gli Hyksos ignoravano questo particolare. Il nuovo Seth era ora scritto nel modo babilonese in conformità alla pronuncia Sutekh, aveva caratteri più asiatici del dio indigeno, oltre ad abbigliamento e acconciatura che somigliava al dio semitico Baal. Gli Hyksos lo anteposero a tutte le altre divinità egizie, ma non ha reale fondamento l'accusa che queste ultime fossero disprezzate e il loro culto oppresso.
C’è da dire che gli Hyksos avrebbero usurpato Avaris per oltre cinquant'anni prima che uno di loro occupasse il ruolo di faraone legittimo. A questo proposito, è rilevante sapere che la data della fondazione di Tanis fu ricordata a lungo: la Bibbia (Numeri 13.22) racconta che "Hebron fu costruita sette anni prima di Zoan [Tanis] in Egitto", il che ribadirebbe che Tanis e Avaris sarebbero la stessa città. Le discussioni sono tuttora aperte.
Ritornando al resoconto di Manetone c’è da dire che contiene verità e falsità storiche in egual misura. E’ conosciuta la tendenza a deformare la verità nella scrittura di parecchi storici egizi, che comunemente ritraggono con esagerato pessimismo i periodi di carestia e anarchia poiché maggior gloria sia attribuita al sovrano salvatore di turno. Il racconto di Manetone può essere considerato l'ultimo tassello di un processo di falsificazione cominciato poco dopo la vittoria di Amosis. Soltanto ottant'anni dopo la cacciata del nemico, la regina Hatshepsut riferiva dell'invasione in modo conforme a quella del racconto di Sekenenra e Apophis, e le medesime analogie si riscontreranno dopo sotto Tuthankhamon, Merenptah e Ramses IV.
Non è credibile che un potente esercito d'invasori asiatici si sia abbattuto come un uragano sul delta e che, dopo aver preso Menfi, si sia crudelmente accanito sulle popolazioni locali. Le rare testimonianze lasciate dai re Hyksos rivelano invece un leale sforzo di integrarsi con gli abitanti, ma anche di emulare i deboli faraoni che avevano allontanato dal potere. Se avessero fatto tabula rasa della cultura egizia non avrebbero certamente usato la scrittura geroglifica e adottato nomi composti con quello del dio sole Ra. L'asserzione secondo cui pretesero tributi dall'Alto e dal Basso Egitto è incerta. La teoria di un'occupazione generale del paese da parte degli Hyksos è stata del tutto smentita dalla grande iscrizione di Kamose, in cui è chiaramente sottinteso che gli invasori non oltrepassarono mai Gebelen, ma che furono costretti a fissare il loro confine meridionale a Khmun.
Oggi si riconosce che la dominazione degli Hyksos non fu particolarmente odiosa: i nuovi arrivati si integrarono in fretta nella zona occupata e con gli Egizi condivisero ben presto usanze e tradizioni. La più importante fu l'introduzione del cavallo e del cocchio che diventò fondamentale nella futura storia del paese. Ma anche nuovi tipi di pugnali e spade, l’arte della lavorazione del bronzo e il robusto arco a lunga gittata.
Nel 1954 a Karnak fu scoperta una grande stele che illustra in modo particolareggiato le misure militari prese dal successore di Sekenenra, Kamose, contro il re Hyksos Aweserra Apopi. Circa cinquant'anni prima di questa scoperta, gli scavi di Carnarvon avevano riportato alla luce una tavoletta in caratteri ieratici che descriveva la genesi del conflitto. Da principio qualche studioso aveva pensato che fosse un semplice saggio letterario, ma nel 1935 alcuni frammenti trovati sempre a Karnak provarono che la tavoletta Carnarvon era la copia, eseguita da uno scriba, di un'autentica iscrizione storica incisa nel tempio. E’ un affascinante reperto storico, ma anche un testo che è un'illuminante messa a fuoco degli avvenimenti che riguardano gli Hyksos.
Il vincitore definitivo degli Hyksos fu però Ahmose I (Amosis in Manetone), che le generazioni future avrebbero onorato come il fondatore della XVIII Dinastia.
INSERITO DA MORENA MOTTA Nel corso della loro lunga storia, gli Egiziani subirono diverse invasioni di popoli stranieri. La prima fu durante il Medio Regno (verso il 1730 a.C), protagonisti gli Hyksos, un popolo che influenzò molto storia e cultura egizia. Le iscrizioni egizie del Nuovo Regno descrivono la devastazione inflitta dai sovrani Hyksos all'Egitto: il periodo della loro reggenza venne considerato una sciagura che mai più si sarebbe dovuta ripetere.
L'arrivo di queste genti era cominciato con una lenta infiltrazione, che aumentò considerevolmente senza però preoccupare i faraoni che, inizialmente, non videro in questa ondata migratoria una minaccia.
Dopo essersi stabilite nel Nord dell'Egitto costituirono un gruppo di comunità che in breve tempo occupò la regione del Delta. Quando, dopo la morte di Amenemhat IV, arrivò al potere una donna, la regina Sobekneferu, si inaugurò un periodo buio e della situazione approfittarono appunto gli Hyksos. Non si conoscono con precisione le date che contrassegnarono tali avvenimenti, ma la presa di Avaris da parte degli Hyksos può essere fissata grazie a una stele dell’"anno 400, quarto giorno del quarto mese dell'inondazione, del re dell'Alto e del Basso Egitto Seth, grande di valore, il Figlio di Ra, il suo diletto, amato da Ra-Horakhty".
Manetone, sacerdote della trentesima dinastia (inizio del secolo III a.C.), scrive che il loro nome significa "re pastori" perché nel linguaggio sacro hyk vuol dire "re" e in quello popolare sòs è da intendersi come "pastore".
Lo storico ebreo Giuseppe Flavio (vissuto tra il 37 e il 105 d.C. circa) fornisce invece un'interpretazione diversa tratta da un altro manoscritto, secondo cui il termine avrebbe il significato di "prigionieri pastori", dall'egizio hyk "prigioniero". Oltre a ciò è dell'idea, come altri egittologi, che la storia biblica del soggiorno degli Ebrei in Egitto e dell'esodo successivo sia in qualche modo collegata con l’occupazione degli Hyksos e dalla loro seguente cacciata. In effetti, anche se ambedue gli etimi abbiano plausibili basi linguistiche, né l'uno né l'altro possono essere considerati corretti.
Il termine Hyksos proviene senza dubbio dalla locuzione hik-khase, "capotribù di un paese collinare straniero", che dal Medio Regno in poi venne usata per indicare gli sceicchi beduini. Oltre sessanta scarabei, appartenuti con ogni probabilità a re Hyksos, sono stati ritrovati in Palestina e recano questo titolo, ma con la parola "paese" al plurale. E' importante, comunque, rilevare che la parola allude unicamente ai sovrani, e non, come pensava Giuseppe Flavio, all'etnia.
A questo proposito diversi studiosi moderni sono stati spesso tratti in errore suggerendo come gli Hyksos fossero una razza particolare che dopo aver conquistato Siria e Palestina erano successivamente entrati con la forza in Egitto. Nulla però convalida queste ipotesi. Questa gente può essere identificata con gli abitanti di Canaan che penetrarono in Egitto alla ricerca di terre da pascolo già al tempo della XII Dinastia. Si insediarono gradualmente nella zona del delta orientale e a metà del secolo XVII a.C. erano abbastanza potenti da conquistare la parte settentrionale del Paese. Alcuni di essi, se non la maggior parte, erano semiti.
Dei sei re Hyksos, di cui ha anche scritto Sesto Africano nella sua Cronografia, solamente Apophis è identificabile con certezza nei geroglifici. Si distinguono anche tre differenti re con lo stesso nome Apopi e come prenome rispettivamente Akenenra, Aweserra e Nebkhepeshra, quest'ultimo con ogni probabilità il meno importante, poichè non gli sono assegnati i titoli faraonici degli altri due. Gli oggetti con i nomi di questi re sono pochi, ma confermano se non altro che Akenenra e Aweserra furono legittimi sovrani dell'Egitto.
Sembra ormai chiaro che Giuseppe Flavio avesse ben precise informazioni su Avaris, il caposaldo che fin dall'inizio gli Hyksos scelsero come loro base. Secondo il resoconto dello storico, la città era ubicata nella parte del delta orientale conosciuta come Sethroita. E qui le opinioni sono discordi. Alcuni studiosi credono che Avaris fosse l'antico nome della città di Tanis, mentre altri sono inclini per una località nei pressi di Qantir, circa undici miglia più a sud.