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sez.economia

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SEZ.ECONOMIA Nel 2015 il 60% dei contratti fissi con gli incentivi pubblici

15 Marzo 2016, 09:34am

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Pubblicato da Michele Pappacoda Direttore www.mikivettica.net

SEZ.ECONOMIA Nel 2015 il 60% dei contratti fissi  con gli incentivi pubblici
SEZ.ECONOMIA Nel 2015 il 60% dei contratti fissi  con gli incentivi pubblici

INSERITO DA MORENA MOTTA Su dieci contratti a tempo indeterminato stipulati nel 2015, in 6 casi il datore di lavoro ha beneficiato degli sgravi contributivi previsti dallo Stato. In termini assoluti su 2 milioni e 363 mila assunzioni a tempo indeterminato o trasformazioni di contratto a termine, 1 milione e 442 mila hanno potuto usufruire degli incentivi straordinari previsti dal governo. È il risultato di un’analisi fatta dal Centro studi «ImpresaLavoro», sportello telematico dove si incontrano domanda ed offerta di lavoro, elaborando dati Inps. Per capire quanto siano stati importanti i contributi pubblici sul numero totale delle nuove attivazioni a tempo indeterminato, è utile analizzare il loro andamento mensile: a dicembre, ultimo mese disponibile per accedere al beneficio, sono stati attivati 181.900 contratti a tempo indeterminato contro gli 81.558 medi mensili del resto dell’anno, fa notare l’associazione, che facendo trapelare un po’ di preoccupazione, si chiede: «Cosa succederà quest’anno?».

Quasi 5 milioni e mezzo di rapporti

Complessivamente nell’ultimo anno sono stati attivati 5 milioni e 408 mila nuovi rapporti di lavoro, (+11,1% rispetto al 2014). Di questi contratti, sottolinea ImpresaLavoro, il 62% è rappresentato da assunzioni a termine (3 milioni e 353 mila), il 3,4% da contratti di apprendistato (184 mila) e il restante 34,6% (1 milione e 87 mila) da assunzioni a tempo indeterminato. I contributi statali hanno riguardato tra queste nuove attivazioni il 57,7% dei casi. Grazie anche a questi incentivi i nuovi contratti a tempo indeterminato sono cresciuti su base annua del 46,9%. È calato invece drasticamente il ricorso all’apprendistato (-20,3%) e rimangono stabili i contratti a termine (-0,4%). Un altro aspetto importante del mercato del lavoro tocca le trasformazioni: lo scorso anno se ne sono registrate 578 mila a tempo indeterminato (+44,8% rispetto al 2014). L’85% di queste trasformazioni sono riferite a contratti a termine con una crescita del 49,4%. Il restante 15% è costituito da contratti di apprendistato trasformati in rapporti a tempo indeterminato: in questo segmento la crescita su base annua è stata del 23,2%. Gli sgravi contributivi previsti dal governo hanno così influito su queste trasformazioni al punto che il 73,8% di questi contratti ne ha potuto beneficiare.

Il commento

«L’analisi dell’andamento degli occupati in Italia - commenta Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro - segnala come non vi sia stato un incremento sensibile dei nuovi posti di lavoro e come la decontribuzione abbia favorito l’attivazione di nuovi contratti a tempo indeterminato perché molto vantaggiosi e la trasformazione di rapporti di lavoro a termine o atipici. Un obiettivo perseguito dal governo con l’impiego di risorse consistenti».

FONTE di Francesco Di Frischia CORRIERE DELLA SERA

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SEZ.ECONOMIA Ecco perché i BTp sono più appetibili dopo l’intervento della Bce

14 Marzo 2016, 10:04am

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Pubblicato da Michele Pappacoda Direttore www.mikivettica.net

SEZ.ECONOMIA Ecco perché i BTp sono più appetibili dopo l’intervento della Bce
SEZ.ECONOMIA Ecco perché i BTp sono più appetibili dopo l’intervento della Bce

INSERITO DA MORENA MOTTA È il BTp il titolo che più di ogni altro nell’eurozona attrae l’interesse dei mercati, dei grandi investitori istituzionali e delle banche d’investimento, sulla scia del Qe3 annunciato lo scorso giovedì da Mario Draghi e di un eventuale Qe4 già preannunciato come ulteriore intervento (al posto di altri tagli dei tassi) nel caso l’inflazione stenti a tornare attorno al 2 per cento. Il BTp è il titolo sul quale tende già da ora a concentrarsi il “risk on” sui bond periferici scaturito dalle novità presentate da Draghi. Molte grandi banche raccomandano BTp alla propria clientela istituzionale, anche se su un orizzonte non lungo: la fascia preferita è quella delle medie durate, titoli a 5-7 anni, dato che la parte a breve della curva è già scesa molto e potrebbe correre meno dopo lo stop a ulteriori tagli dei tassi negativi. La parte a lunga è esposta invece alle aspettative sull’inflazione, dovesse questa tornare in area 2 per cento.

I titoli di Stato italiani attraggono l’interesse degli investitori a caccia di rendimento perché rendono più dei core (la curva dei rendimenti italiana non sprofonderà tutta sottozero come quella tedesca) e promettono capital gain notevoli con il restringimento dello spread. Il flottante in circolazione dei BTp resterà abbondante nonostante il supercompratore a Francoforte, essendo l’Italia superindebitata: questo è tecnicamente un punto a favore importante in un mercato internazionale dei bond scosso da violenti strappi di volatilità. La rete di sicurezza del BTp future conferisce una marcia in più all’Italia su Spagna e Portogallo, che hanno i limiti dei piccoli mercati. Non da ultimo, non c’è grande alternativa ai BTp per la Bce. L’Italia è marginale rispetto ai numerosi allargamenti decisi dalla Bce sul bacino di titoli acquistabili: le obbligazioni societarie entrate nell’App (Asset Purchase Programme) dalla fine del primo semestre di quest’annno (attingendo la Bce da un mercato potenziale stimato tra i 470 e i 580 miliardi di euro) vedono in pole position le aziende tedesche e francesi, poco le italiane; per quanto riguarda gli enti pubblici e le banche di sviluppo nazionali, la Cdp emette pochissimi bond rispetto, per esempio, alla tedesca Kfw; anche sul fronte dell’estensione del Pspp (Public Sector Purchase Programme) agli enti locali, all’Italia non è andata bene perché non esistono Bor, Bop e Boc (Buoni regionali, provinciali e comunali). Il BTp quindi la fa da padrone nella quota italiana del Qe3 della Bce.

L’aumento dell’importo mensile nel Qe3 è elevato ma non elevatissimo perché è mancata la contestuale estensione della durata del programma. Tuttavia Draghi ha lasciato una porta aperta al Qe4 e questo nell’equazione a favore dei BTp entra.

La Bce ora ha portato da 60 a 80 miliardi l’acquisto di titoli su base mensile: dei 20 miliardi in più, 5 potrebbero essere coperti dalle obbligazioni societarie, altri 2-3 dagli enti pubblici ma con pesi diversi da Paese a Paese. I trader stimano che saliranno a circa 15 miliardi gli acquisti mensili complessivi di titoli di Stato da aprile 2016 a marzo 2017. Secondo Crédit Agricole CIB, gli acquisti Bce a quota 80 miliardi al mese saranno così ripartiti: 53,2 miliardi in titoli di Stato, 5,3 agenzie (come Cdp), 6,5 enti sovrannazionali (come Bei e Esm), 10 in cartolarizzazioni Abs e covered bonds e 5 miliardi in obbligazioni societarie.

Per quanto riguarda l’Italia, finora la Bce ha acquistato in media 7,3 miliardi di titoli di Stato al mese: dal prossimo aprile, con un aumento stimato tra 2,3 e 2,5 miliardi, la quota italiana dovrebbe salire a 9,6-9,8 miliardi. Fino al marzo 2017, senza il recente aumento, la Bce avrebbe acquistato una novantina di miliardi di titoli italiani: post-aumento, diventeranno 115-120 miliardi.

Il Qe1 e il Qe2 finora hanno portato la Bce a fare acquisti netti in titoli pubblici italiani per 8,5 miliardi al mese, per un totale di 96,2 miliardi (contro i 140 della Germania). Il Qe3 dovrebbe spingere all’insù i prezzi e giù i rendimenti: gli addetti ai lavori stimano che il Tesoro italiano effettuerà emissioni lorde nei prossimi 12 mesi di titoli di Stato acquistabili dalla Bce per poco più di 200 miliardi: di questi, il 55% verrà assorbito dal Qe3. Dall’avvio degli acquisti nel marzo 2015 fino al marzo 2017, la Bce (e per la sua quota la Banca d’Italia) avranno acquistato poco più di 200 miliardi di BTp.

Un Qe4 non è però affatto escluso dai mercati, che si aspettavano già dallo scorso giovedì un’estensione del programma di almeno 6 mesi se non addirittura 9 fino al dicembre 2017. La Bce potrebbe non essersi voluta spingere oltre il marzo 2017 perché al di là di quella data la carenza di titoli di Stato tedeschi acquistabili potrebbe rappresentare un serio problema a causa del vincolo della capital key (il limite del rendimento minimo equivalente al tasso dei depositi presso la banca centrale pesa ora meno perché i tassi negativi hanno raggiunto il livello minimo). Se l’inflazione dovesse deludere le aspettative che la vedono in solida ripresa a fine 2017 e nel 2018, e quindi se la Bce dovesse avere bisogno di estendere ulteriormente il programma degli acquisti di titoli, la rimozione del requisito della capital key potrebbe avvantaggiare i paesi più indebitati e quindi BTp e Oat francesi.

FONTE di Isabella Bufacchi IL SOLE 24H

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SEZ. ECONOMIA Auto, immatricolazioni in aumento a febbraio. Per Fiat Chrysler è record dal 2006

11 Marzo 2016, 08:36am

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Pubblicato da Michele Pappacoda Direttore www.mikivettica.net

SEZ. ECONOMIA Auto, immatricolazioni in aumento a febbraio. Per Fiat Chrysler è record dal 2006

INSERITO DA STAFF Il mercato dell'auto accelera anche nel mese di febbraio. Dopo un buon inizio 2016, e un 2015 da record, le immatricolazioni di febbraio salgono a 172.241 con una crescita del 27,3% sullo stesso mese dello scorso anno. In crescita anche i passaggi di proprietà di auto usate, aumentati del 13,57% a 428.860 unità. Ancora una volta Fiat Chrysler Automobiles si conferma il leader e continua a battere il mercato. Infatti a febbraio, in un mercato cresciuto del 27,3%, FCA fa decisamente meglio e aumenta le vendite del 32,2%, con oltre 50 mila immatricolazioni. "Si tratta- spiega la nota di FCA- della quattordicesima crescita consecutiva migliore rispetto a quella ottenuta dal mercato e la più consistente da maggio 2006. Segno positivo per tutti i marchi: da Jeep +47,7% che in USA ha avuto un febbraio da record a Fiat +33,8% a Lancia +30% , sale anche Alfa Romeo del 7,8%. Nei primi due mesi del 2016 le registrazioni di Fiat Chrysler Automobiles sono state quasi 95 mila, pari a un incremento del 26,1 per cento in confronto allo stesso periodo dell'anno scorso. Anche in questo caso la crescita è sensibilmente migliore rispetto a quella ottenuta dal mercato (+22,6 per cento) A trainare questi risultati da record sono stati praticamente tutti i modelli di punta, compresa l'ultima arrivata Tipo, protagonista di un debutto sul mercato italiano davvero positivo. Per Massimo Nordio, presidente dell'UNRAE, Unione Nazionale Rappresentati Autoveicoli Esteri è stato un mese di febbraio effervescente che ha usufruito della spinta di un portafoglio contratti finalmente generoso, un giorno lavorativo in più l'effetto delle vendite a noleggio e delle poderose campagne promozionali". Secondo Gian Primo Quagliano, presidente del Centro Studi Promotor, elemento più importate è sicuramente il risveglio della domanda di sostituzione fortemente sacrificata nei lunghi anni della crisi che avevano portato le immatricolazioni in Italia nel 2013 su livelli inferiori del 47,7% ai massimi ante-crisi con un aumento dell'anzianità media delle auto del parco circolante di oltre due anni e mezzo. A questo elemento si è aggiunta la fiducia nella ripresa dell'economia diffusasi nel 2015 ed anche il forte calo dei costi di esercizio degli autoveicoli che nello scorso anno sono diminuiti del 4,5% con punte del 9,7% per la benzina e del 12,2% per il gasolio" IL MATTINO.IT

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SEZ.ECONOMIA L'Ue salva l'Italia nonostante il debito. Padoan: "Non ci chiedono alcuna correzione"

9 Marzo 2016, 09:27am

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Pubblicato da Michele Pappacoda Direttore www.mikivettica.net

SEZ.ECONOMIA L'Ue salva l'Italia nonostante il debito. Padoan: "Non ci chiedono alcuna correzione"
SEZ.ECONOMIA L'Ue salva l'Italia nonostante il debito. Padoan: "Non ci chiedono alcuna correzione"

INSERITO DA MORENA MOTTA L'Italia si salva sul filo del rasoio: gli squilibri macroeconomici restano "eccessivi" - come quelli di Bulgaria, Croazia, Francia e Portogallo - ma per il momento non fanno scattare alcuna procedura con richiesta di correzione. Prima di intervenire la Commissione europea vuole capire come l'Italia risolverà i problemi legati all'alto debito in rapporto al Pil, la bassa competitività, le sofferenze bancarie e la disoccupazione. E, senza risposte adeguate, a maggio potrebbe scattare la procedura d'infrazione: "L'Italia deve continuare lo sforzo in corso sulle riforme perché può esser messa nel 'braccio correttivo' della procedura di squilibri in qualunque momento" ha detto senza mezza termini il vice presidente della Commissione Ue Valdis Dombrovskis. In questo senso sarà decisivo il piano di riforme che arriverà dopo la presentazione delle legge di Stabilità. Nei suoi giudizi sugli squilibri, la Commissione Ue precisa che l'Italia non ha raggiunto l'obiettivo di medio termine del pareggio strutturale di bilancio e che deve ridurre il debito.

No alla procedura d'infrazione. Il documento di Bruxelles, però, non preoccupa il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan che al termine dell'Ecofin ha detto: "Non mi sembra che il punto sia che ci chiedono qualcosa in più. Il punto è che dobbiamo definire con la Commissione il quadro di finanza pubblica e di politiche per la crescita per il 2016, e questo in quanto, come ben noto, la Commissione deve sciogliere il nodo della flessibilità addizionale. Stiamo dialogando molto bene".

I giudizi di Bruxelles arrivano all'indomani dell'Eurogruppo che aveva puntanto il dito proprio contro i rischi che i conti italiani si allontanino dal seminato, mentre in mattinata alle stesse conclusioni era arrivato l'Ecofin: "Per un certo numero di Paesi, l'alto debito o un aumento dei livelli del debito pubblico continua a costituire una importante fonte di vulnerabilità che può generare rischi di bilancio se l'instabilità sui mercati finanziari dovesse aumentare".

E sulla stessa falsariga dei ministri finanziari, si è mossa la Commissione europea ricordando che "l'alto debito e la protratta debole produttività implica rischi per il futuro, con rilevanza transnazionale". Inoltre, in riferimento all'Italia, "la lenta risoluzione delle sofferenza bancarie pesa sui bilanci delle banche e l'alta disoccupazione a lungo termine sulle prospettive di crescita. La riduzione del debito richiederebbe avanzo primario e crescita sostenuta".

Le riforme. Insomma, la Commissione europea non si accontenta delle promesse e chiede nuovi e concreti segnali concreti dal governo italiano. Soprattutto non vuole che venga interrotto il percorso riformista avviato. Ricordando positivamente che "sono state prese misure per riformare il mercato del lavoro, le istituzioni, per affrontare i crediti deteriorati, la p.a., giustizia ed istruzione", l'Ue sottolinea che "restano dei 'gap' da colmare, specialmente su privatizzazioni, contrattazione collettiva, spending review, misure per aprire il mercato, fisco e lotta alla corruzione".

Renzi. Per il momento, però, pare scongiurata una manovra bis di correzione ai conti. Parlando in attesa della lettera che arriverà da Bruxelles, il presidente del Consiglio dei ministri Matteo Renzi ha ricordato che "da quando ci siamo noi ci sono state solo manovre per diminuire le tasse, non per aumentarle". Poi ha smorzato le preoccupazioni per il documento di Bruxelles: "Quando l'opinione pubblica capirà che le richieste che vengono fatte puntualmente a tutti i Paesi non sono dichiarazioni di guerra, sarà un fatto positivo".

Germania nel mirino. Nel mirino della Commissione europea sono finiti anche gli squilibri di Finlandia, Germania, Irlanda, Olanda, Spagna, Svezia e Slovenia. Austria ed Estonia, che l'anno scorso erano state sottoposte ad analisi approfondita, hanno superato l'esame e non presentano squilibri macroeconomici, come Belgio, Ungheria, Romania e Regno Unito. La novità del 2016 è che nei confronti di tutti i Paesi sotto esame verrà rafforzata la sorveglianza delle loro risposte alla situazione di squilibrio, intensificando il dialogo tra Bruxelles e la autorità nazionali. In questo quadro, per la prima volta, anche la Germania si troverà sotto monitoraggio specifico: dopo i ripetuti richiami caduti nel vuoto, la Commissione infatti ha stabilito che Berlino l'enorme surplus della bilancia commerciale rappresenta uno squilibrio macroeconomico.

Fisco. Dall'Ecofin è arrivato un altro passetto in avanti nella lotta all'elusione fiscale, che si basa sulle regole dettate dall'Ocse in tema di tassazione, multinazionali e accordi con le autorità fiscali. Si tratta di un accordo politico e di principio sullo scambio automatico di informazioni fiscali delle aziende multinazionali, conosciuto come "country-by-country reporting". Solo la Gran Bretagna, d'accordo con il testo, non ha potuto firmare perché aspetta il via libera del Parlamento che dovrebbe comunque essere scontato. Le nuove regole si applicano alle multinazionali che operano in più Paesi Ue, e prevede che tutti gli stati membri abbiano le informazioni necessarie per affrontare con efficacia le aziende che cercano di eludere il Fisco spostando profitti o sfruttando le diverse legislazioni. Si tratta di un via libera a un provvedimento che la Commissione aveva inserito in un più ampio pacchetto di contrasto all'elusione, che per la sola Eurozona vale tra i 50 e i 70 miliardi l'anno, presentato a inizio anno.

Saranno chiamate a riportare i dati Paese per Paese le multinazionali con almeno 750 milioni di fatturato. Un limite criticato dagli attivisti della trasparenza, ma l'Ecofin ritiene che così cada nella rete dell'obbligo il 90% del gettito dalle aziende. A questa critica, la Financial Transparency Coalition (che tra gli altri riunisce Transparency International e Oxfam), aggiunge il fatto che i dati saranno trasmessi solo alle autorità fiscali e non verranno realmente resi pubblici. "E' un passo enorme verso la trasparenza fiscale. Lo scambio automatico di informazioni darà alle autorità nazionali i dati giusti per combattere la pianificazione fiscale aggressiva", ha detto in ogni caso il commissario agli Affari economici, Pierre Moscovici. A metà aprile si prevede la definizione degli interventi concreti da parte della stessa Commissione e la rendicontazione fiscale dettagliata dovrebbe avvenire già dall'esercizio 2016.

FONTE di Giuliano Balestreri LA REPUBBLICA

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SEZ.ECONOMIA Crescita nell'Eurozona, tutti gli strumenti a disposizione della Bce

8 Marzo 2016, 10:26am

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Pubblicato da Michele Pappacoda Direttore www.mikivettica.net

SEZ.ECONOMIA Crescita nell'Eurozona, tutti gli strumenti a disposizione della Bce
SEZ.ECONOMIA Crescita nell'Eurozona, tutti gli strumenti a disposizione della Bce

INSERITO DA MORENA MOTTA Crescita nell'Eurozona, gli strumenti della Bce
La Bce può e deve fare di più per rafforzare la crescita nell'Eurozona, aprire a getto i rubinetti del credito all'economia e riportare l'inflazione al di sotto, ma vicina, al 2%: di questo ne sono convinti i mercati, che si attendono il prossimo giovedì l'annuncio di misure innovative forti di politica monetaria, convenzionali e non convenzionali. Il presidente Mario Draghi ha a disposizione più che una cassetta degli attrezzi, ha una borsa alla Mary Poppins dalla quale può far uscire di tutto: un ulteriore taglio del tasso negativo sui depositi abbinato a speciali esenzioni, il tasso negativo esteso sui prestiti Bce, l'aumento dei finanziamenti mirati all'economia, l'estensione della durata degli acquisti dei titoli di Stato e maggiori acquisti mensili nel QE. E perché no: un allargamento delle categorie di titoli acquistabili, nuove modalità di acquisto più flessibili, allungamento della lista del collaterale. Non è ancora il momento di lanciare soldi dall'elicottero: ma c'è anche un elicottero nella sua borsa.

Startup innovative al femminile
Le startup innovative femminili in Italia restano ancora una mosca bianca. Sul totale delle imprese la percentuale è del 13,1%, secondo i dati elaborati da Infocamere. Un numero, 670 su un totale di 5.111, ancora troppo esiguo. Eppure qualcosa sta cambiando e le donne, soprattutto al Sud Italia, trasformano le idee tecnologiche in imprese. L'analisi sul Sole 24 Ore di martedì 8 marzo.

Potenziati gli incentivi offerti da garanzia giovani
Per cercare di incrementare il numero di iscritti al programma Garanzia giovani che poi trovano effettivamente un impiego, sono stati potenziati i bonus a favore dei datori di lavoro che assumono un ragazzo iscritto al programma. Sono inoltre stati messi a disposizione dei fondi per favorire l'autoimprenditorialità. Sul Sole 24 Ore di martedì 9 marzo vengono illustrati tutti gli incentivi occupazionali di Garanzia giovani.

I tuoi soldi: come tenere i debiti sotto controllo
Il 3° volume della collana “I tuoi soldi” in edicola martedì 8 marzo con Il Sole 24 Ore, si intitola “Tenere i debiti sotto controllo”, ed aiuta a gestire al meglio il credito al consumo, polmone al quale gli italiani hanno attinto in modo rilevante durante la recessione per mantenere inalterati i consumi, ma che al pari dei vantaggi presenta svantaggi quando è utilizzato in modo errato. Il volume fa il punto sulle regole per scegliere il finanziamento, gli strumenti per gestirlo in modo coerente con i propri bisogni, i problemi con i costi, la trappola del sovraindebitamento, le regole per evitare di finire segnalati tra i cattivi pagatori e le leggi per gestire la propria posizione nelle banche dati finanziarie.

FONTE IL SOLE 24ORE

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SEZ.ECONOMIA Un anno di Jobs Act: calano i licenziamenti, -8% nel 2015

7 Marzo 2016, 14:37pm

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Pubblicato da Michele Pappacoda Direttore www.mikivettica.net

SEZ.ECONOMIA Un anno di Jobs Act: calano i licenziamenti, -8% nel 2015
SEZ.ECONOMIA Un anno di Jobs Act: calano i licenziamenti, -8% nel 2015

INSERITO DA MORENA MOTTA Calano i licenziamenti dei lavoratori italiani: l'anno scorso i rapporti di lavoro cessati a causa di un licenziamento sono stati 841.781, con un calo dell'8,14% rispetto al 2014. I dati sono contenuti nelle comunicazioni obbligatorie del Ministero del Lavoro, pubblicate sul sito del dicastero proprio nel giorno in cui cade l'anniversario del contratto a tutele crescenti, quello che ha mandato in soffitta parte delle tutele dell'articolo 18.

Il calo più consistente riguarda l'ultimo trimestre con un -14,9% dei licenziamenti. Nell'ultimo periodo del 2015, infatti, sono stati registrati 243.206 licenziamenti, in discesa di 42.487 rispetto all'ottobre-dicembre del 2014. Sono diminuiti soprattutto i licenziamenti degli uomini (-18,4%) mentre per le donne si sono ridotti del 9,3%. Proprio un anno fa, il 7 marzo, è entrato in vigore il contratto a tutele crescenti per i nuovi assunti.

Due anni di Governo Renzi, i numeri del lavoro

Se si guarda all'altra faccia della medaglia, cioè le assunzioni, nel quarto trimestre del 2015 sono stati attivati 2.506.704 contratti di lavoro dipendente e parasubordinato, con una crescita del 7,2% (quasi 170 mila unità su base annua) rispetto allo stesso periodo del 2014. Secondo il report del Ministero, l'incremento è da ascrivere totalmente alla componente maschile, che ha visto le attivazioni aumentare, in media nazionale, del 17%. Le assunzioni di donne sono invece scese dell'1,6% rispetto allo stesso trimestre dell'anno precedente.

Poco meno del 59% delle contrattualizzazioni effettuate nel quarto trimestre 2015, segnala ancora il report, è avvenuto con contratti a tempo determinato, per un totale di 1.476.502 unità, mentre le formalizzazioni a tempo indeterminato sono state 739.880, quasi il 30% del totale, e 104.676 i contratti di collaborazione (il 4,2% deltotale). I rapporti di apprendistato avviati sono stati 43.642, pari all'1,7% del totale. Per i contratti stabili, l'aumento è di oltre il 100% rispetto allo stesso periodo del 2014 (371.519 in più).

Ai dati del Ministero si affiancano le elaborazioni dei Consulenti del Lavoro, che registrano quanto accaduto a distanza di un anno dalla prima applicazione delle tutele crescenti: diminuiscono i licenziamenti. Nel periodo tra il 7 marzo (data di entrata in vigore del decreto di attuazione del Jobs Act sul contratto senza articolo 18 per i nuovi assunti) e il 30 settembre 2015, dicono i Consulenti del Lavoro, "per ogni 100 contratti a tempo indeterminato cessati - precisano - il 28,1% sono terminati per licenziamento economico o disciplinare (25,7% il primo, 2,4% il secondo). Nel 2014, per ogni 100 analoghi contratti cessati con l'applicazione dell'articolo 18, la quota dei licenziamenti era pari al 31,3%, dei quali 29% per licenziamento economico e 2,3% per licenziamento disciplinare. Dal punto di vista della sopravvivenza dei contratti a tempo indeterminato - dicono i Consulenti - risulta che, in regime di tutele crescenti, per ogni 100 contratti stipulati due lavoratori in più hanno conservano il posto di lavoro".

Sui dati del mondo del lavoro è tornato il ministro Graziano Delrio: "Per noi il bilancio a un anno dalla riforma del lavoro è molto positivo", ha affermato. "Oltre 750.000 contratti a tempo indeterminato danno una cifra straordinaria di cambiamento nel sistema italiano. La creazione di centinaia di migliaia

di posti di lavoro nuovi, oltre alle persone che sono rientrate al lavoro visto il dimezzamento della cassa integrazione - ha aggiunto Delrio - danno dei numeri che non sono discutibili sull'efficacia di queste misure. Se tutti gli anni andassero così avremmo di che festeggiare".

FONTE LA REPUBBLICA

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SEZ.ECONOMIA Istat, pil +0,8% nel 2015. Cala deficit/pil e pressione fiscale. Renzi: gufi stanno a zero

2 Marzo 2016, 10:25am

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Pubblicato da Michele Pappacoda Direttore www.mikivettica.net

SEZ.ECONOMIA Istat, pil +0,8% nel 2015. Cala deficit/pil e pressione fiscale. Renzi: gufi stanno a zero
SEZ.ECONOMIA Istat, pil +0,8% nel 2015. Cala deficit/pil e pressione fiscale. Renzi: gufi stanno a zero

INSERITO DA MORENA MOTTA Il Pil che torna a crescere dopo tre anni di cali, il rapporto deficit/Pil che scende insieme alla pressione fiscale: gli ultimi dati Istat fanno esultare il premier Matteo Renzi.
Nel 2015 il Pil italiano è aumentato dello 0,8%, tornando a crescere dopo tre anni di cali, comunica l'Istat con riferimento al Prodotto interno lordo in volume. Una prima stima dell'Istituto, diffusa a metà febbraio e basata sui trimestri, aveva dato il Pil a +0,7%. La previsione contenuta nella nota di aggiornamento al Def dello scorso settembre indicava un +0,9%. L'Istat ha rivisto al rialzo di 0,1 punti percentuali il tasso di variazione del Pil per il 2014, da -0,4 a -0,3% (dati in volume). «Il Pil in volume resta ancora al di sotto del livello registrato nel 2000».

Il rapporto deficit/Pil nel 2015 è stato pari al 2,6%, dopo il 3% del 2014. L'indebitamento in rapporto al Pil è in linea con le stime del Documento di economia e finanza del governo ed è il più basso dal 2007, riportando l'orologio agli anni precedenti la crisi finanziaria. Il surplus primario (al netto degli interessi sul debito) si riduce invece all'1,5%, il più basso dal 2011.«In valore assoluto l'indebitamento è di -43.101 milioni di euro, in diminuzione di oltre 5,5 miliardi rispetto a quello dell'anno precedente». L'Istat, riporta i dati relativi al 2015 che ha visto un miglioramento del rapporto deficit Pil, passato da -3% a -2,6%, in linea con le previsioni del Governo.

Nel 2015 il debito italiano è 132,6% del Pil, il massimo dal 1995, da quando cioè sono state ricostruite le serie storiche (nel 2014 si attestava al 132,5%). Il dato è inferiore alle previsioni del Governo nella Nota di aggiornamento del Def, che indicavano un rapporto del 132,8%. In valore assoluto, il debito del 2015 si attesta a circa 2.170 miliardi di euro, un livello record.
La pressione fiscale nel 2015 si attesta al 43,3% del Pil, il livello più basso dal 2011 quando aveva segnato 41,6%, certifica l'Istat notando il calo di tre decimali di Pil rispetto al 43,6% del 2014.
A gennaio il tasso di disoccupazione è stato pari all'11,5%, pressoché invariato dal mese di agosto. Anche la stima dei disoccupati a gennaio è stabile, sintesi di un calo tra gli uomini e di una crescita tra le donne. Sono le stime diffuse oggi dall'Istat. A gennaio, prosegue l'istituto di statistica, la stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni diminuisce dello 0,4% (-63 mila). Il calo è determinato dalla componente femminile e riguarda soprattutto le persone tra i 50 e i 64 anni. Il tasso di inattività scende al 35,7% (-0,1 punti percentuali).

Per quanto riguarda gli occupati, dopo il calo di dicembre 2015 (-0,2%), a gennaio 2016 la stima cresce dello 0,3% (+70 mila persone occupate), tornando al livello di agosto. La crescita è determinata dai dipendenti permanenti (+99 mila) mentre calano i dipendenti a termine (-28 mila) e gli indipendenti restano sostanzialmente stabili. L'aumento di occupati riguarda sia gli uomini sia le donne. Il tasso di occupazione, pari al 56,8%, cresce di 0,1 punti percentuali rispetto al mese precedente. Rispetto ai tre mesi precedenti, nel periodo novembre 2015-gennaio 2016 si registra il calo delle persone inattive (-0,3%, pari a -43 mila) a fronte di un lieve incremento dei disoccupati (+0,3 %, pari a +9 mila) e una sostanziale stabilità del numero delle persone occupate. Su base annua il numero di occupati è in crescita dell'1,3% (+299 mila), mentre calano sia i disoccupati (-5,4%, pari a -169 mila) sia gli inattivi (-1,7%, pari a -242 mila).

Nel 2015 gli investimenti fissi lordi in Italia tornano a crescere, con un aumento dello 0,8%. Lo rileva l'Istat, aggiungendo che si tratta del primo rialzo dopo 8 anni: l'ultima variazione positiva risale al 2007.

«Nel 2015 l'agricoltura ha fatto segnare il più alto aumento di valore aggiunto con un +3,8%, l'export agroalimentare ha toccato la soglia record di 36,8 miliardi di euro con +7,5%, l'occupazione giovanile è aumentata del 16% con oltre 20 mila nuovi posti di lavoro. Numeri che parlano da soli della capacità del settore di essere protagonista. È questa la fotografia del comparto nell'anno di Expo Milano 2015, un evento nel quale l'Italia ha
saputo fare squadra e presentarsi unita. Sono dati che ci incoraggiano e ci dicono che il lavoro che stiamo facendo
sta dando frutti, da Campolibero al pacchetto giovani fino al piano di internazionalizzazione del Made in Italy. Risultati che tuttavia non ci fermeranno perché sappiamo che ancora molto lavoro si deve fare a partire da
alcuni settori agricoli oggi in difficoltà». Così il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina sui dati Istat. «Con questo spirito siamo in campo ogni giorno per favorire la crescita e sostenere il comparto, con tre priorità assolute: tutelare il reddito di chi vive di agroalimentare, favorire il ricambio generazionale e organizzare su
basi nuove le nostre filiere eccellenti. Non è un caso - aggiunge Martina - che nella legge di stabilità l'agroalimentare abbia avuto una centralità assoluta: da quest'anno tagliamo del 25% la pressione tributaria sulle aziende, cancellando Irap e Imu sui terreni che da sole valevano 600 milioni di euro. Con lo stesso obiettivo - conclude il Ministro - abbiamo proposto una riforma della nostra organizzazione per approdare a un vero e proprio
Ministero dell'Agroalimentare italiano in grado di dare unità e forza al settore. Non si tratta certo solo di un cambio di denominazione, ma di una scelta strategica figlia delle necessità e delle potenzialità del comparto,
sempre più attore protagonista decisivo del nuovo modello di sviluppo del Paese».

FONTE IL MESSAGGERO

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SEZ.ECONOMIA Allarme deflazione: brusca discesa dei prezzi in Italia ed Eurozona. Per l’Istat a febbraio -0,2%

1 Marzo 2016, 10:01am

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Pubblicato da Michele Pappacoda Direttore www.mikivettica.net

SEZ.ECONOMIA Allarme deflazione: brusca discesa dei prezzi in Italia ed Eurozona. Per l’Istat a febbraio -0,2%
SEZ.ECONOMIA Allarme deflazione: brusca discesa dei prezzi in Italia ed Eurozona. Per l’Istat a febbraio -0,2%

INSERITO DA MORENA MOTTA È allarme deflazione in Italia ed Eurozona per effetto della repentina discesa delle quotazioni petrolifere. Se c’era bisogno di un dato per indurre la Banca centrale europea ad agire nella prossima riunione di marzo, è arrivato oggi. Cominciamo dall’Italia: l'inflazione, ha reso noto stamane l’Istat, è diminuita in febbraio dello 0,2% su base mensile e dello 0,3% su base annua (era +0,3% a gennaio). La forte flessione tendenziale dei prezzi al consumo, spiega l’Istituto, è dovuta a una dinamica congiunturale caratterizzata da cali dei prezzi diffusi a quasi tutte le tipologie di prodotto, che si confronta con quella positiva di febbraio 2015 quando tutte le tipologie di prodotto segnarono una ripresa dei prezzi su mese. L'inflazione acquisita per il 2016 è pari a -0,6 per cento.

Sulla stessa linea il dato europeo: l'inflazione nell'Eurozona torna in territorio negativo a febbraio, scendendo a -0,2% rispetto allo 0,3% di gennaio. È la stima flash di Eurostat. Si tratta della discesa più forte da un anno a questa parte. L'ultimo segno meno nell'Eurozona si era visto a settembre 2015 (-0,1%). Guardando alle componenti principali, i servizi hanno il tasso più elevato (1%, mentre a gennaio erano a 1,2%), seguiti da cibo, alcol e tabacco (0,7%, a gennaio erano a 1%), prodotti industriali non energetici (0,3%, rispetto allo 0,7% di gennaio) ed energia (-8%, rispetto a -5,4% di gennaio). Senza considerare le componenti alimentari ed energetiche, l’inflazione nell’area euro (indice core) è salita dello 0,7% dal +1% di gennaio.

«Se guardiamo all’Europa in questa momento - ha detto ieri il governatore della Banca centrale francese Francois Villeroy de Galhau - il pericolo è senza ombra di dubbio la deflazione, non certo l’inflazione. Se i bassi prezzi energetici hanno effetti a lungo termine, dobbiamo intervenire. Sembra questo il caso, ma vedremo in marzo». La Bce si riunisce il prossimo 10 marzo per varare nuove misure anti-deflazione preannunciate da Draghi dopo l’ultima riunione. I dati di oggi non possono che rafforzare le pressioni perché Francoforte agisca.

I dati di febbraio sono negativi in quasi tutti i Paesi europei, dal -0,2% della Germania al -0,1% della Francia fino al -0,9% della Spagna. «La deflazione sarebbe un disastro per l’area euro - osserva Holger Sandte, economista della banca Nordea - poiché farebbe aumentare ancora l’onere del debito. Il problema è che indipendentementeda quello che deciderà la Bce il 10 marzo, l’inflazione resterà intorno allo zero per alcuni mesi prima di risalire».

Tornando all’Italia, i prezzi del cosiddetto carrello della spesa dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona diminuiscono dello 0,1% rispetto a gennaio e dello 0,4% su base annua (a gennaio era +0,3%). Si tratta del primo calo tendenziale da dicembre 2014 e del più ampio da luglio dello stesso anno. In particolare per i prodotti alimentari (incluse le bevande alcoliche) i prezzi diminuiscono dello 0,1% su base mensile e registrano, su base annua, un'inversione della tendenza (-0,3%, da +0,4% a gennaio).

FONTE di Riccardo Sorrentino IL SOLE 24 ORE

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SEZ.ECONOMIA LinkedIn 11 Fisco, sforbiciare i contributi e più soldi in busta paga: l'altra carta del governo

29 Febbraio 2016, 16:30pm

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Pubblicato da Michele Pappacoda Direttore www.mikivettica.net

SEZ.ECONOMIA  	 	 	 	 	 LinkedIn 	 	 11 Fisco, sforbiciare i contributi e più soldi in busta paga: l'altra carta del governo
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INSERITO DA MORENA MOTTA Tagliare le tasse significa anche mettere più soldi in busta paga, riducendo il cuneo fiscale, ovvero la differenza tra costo lordo e netto del lavoro. Il governo ci pensa da tempo. E ora potrebbe accelerare. Un piano c'è, formulato la scorsa estate dall'allora consigliere economico del premier, il bocconiano Tommaso Nannicini, nel frattempo promosso a sottosegretario di Palazzo Chigi. E consiste nel tagliare di sei punti il cuneo dei neo-assunti, tre punti a carico del datore e tre del lavoratore. Per sempre.

Nannicini di recente è tornato a ribadire il concetto, espresso la prima volta in un editoriale sull'Unità del 18 agosto scorso. "Lo sgravio è una misura congiunturale, temporanea", dice il professore in riferimento al bonus assunzioni varato dal governo lo scorso anno e valido per un triennio, riconfermato quest'anno, ma ridotto e per un biennio. "Ora si apre la partita del taglio strutturale al cuneo contributivo del tempo indeterminato, perché sempre e per tutti un contratto permanente pesi meno in termini di costo del lavoro". Anche il viceministro Enrico Morando ieri ha confermato l'ipotesi, definendola "un impegno che ci siamo presi". E facendo capire che esistono due strade per attuarla: attraverso l'Irpef, diminuendo le aliquote, oppure tagliando i contributi previdenziali, ovvero gli accantonamenti per la pensione.

La strada Irpef è molto costosa. Quella dei contributi dipende da come la si fa. L'idea di Nannicini, almeno nella sua formulazione estiva, di fatto è a costo zero per le casse pubbliche. L'operazione può valere all'incirca 6 miliardi sul triennio (la metà del bonus lavoro del 2015). Ma questi contributi in meno non vengono compensati all'Inps dallo Stato, come di solito avviene per tutti gli sgravi sul lavoro. Al contrario, rappresentano un taglio secco sulle pensioni future: meno contributi versati, stipendio un po' più ricco, ma assegno più povero in futuro. Ecco perché la proposta Nannicini prevede pure un'opzione: la possibilità per il lavoratore di versare i suoi tre punti in meno di contributi alla previdenza integrativa, anziché farli finire in busta paga (dove tra l'altro sarebbero colpiti dall'Irpef). Previdenza però rincarata proprio dal governo Renzi che ha portato la tassazione sui fondi pensione dall'11,5% al 20%.


Sarà per questo che, a sei mesi dall'idea, ora il sottosegretario frena: "È una sfida, ma dobbiamo capire come far costare meno il tempo indeterminato, in termini di contributi, senza incidere negativamente sulle aspettative pensionistiche dei lavoratori". D'altro canto il vantaggio in busta paga, sia per il datore di lavoro che per il dipendente, non sarebbe fenomenale. Niente a paragone con i generosi sgravi attuali, però tutti finanziati a carico dell'erario, dunque in deficit (grazie alla flessibilità europea).


Come anticipato da Repubblica in agosto (su calcoli effettuati dalla Uil), se il piano rimane nella versione originaria, il taglio di sei punti di contributi vale 1.500 euro l'anno (per uno stipendio medio da 25 mila euro lordi), 126 euro al mese. La metà di questi 1.500 euro lordi, dunque 750 euro (l'unico sconto

che il lavoratore "vede" in busta paga, l'altra metà va al datore), possono però essere dirottati ai fondi pensione o lasciati in busta paga. In questo secondo caso, si riducono a 512 euro, scorporate le tasse. E dunque a 43 euro netti in più al mese.

FONTE di Valentina Conte LA REPUBBLICA

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SEZ.ECONOMIA PENSIONI, IL GOVERNO RIAPRE ALLA FLESSIBILITÀ: LIMITE A 62-63 ANNI E ASSEGNI RIDOTTI FINO ALL'11%

26 Febbraio 2016, 09:39am

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Pubblicato da Michele Pappacoda Direttore www.mikivettica.net

SEZ.ECONOMIA PENSIONI, IL GOVERNO RIAPRE ALLA FLESSIBILITÀ: LIMITE A 62-63 ANNI E ASSEGNI RIDOTTI FINO ALL'11%

INSERITO DA MICHELE PAPPACODA Il governo riapre il cantiere delle pensioni. Ma i lavori rischiano di rimanere ancora bloccati sullo scoglio che li aveva fermati qualche mese fa, durante le discussioni della manovra di bilancio: i soldi. Ieri il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Tommaso Nannicini, l’uomo a cui Matteo Renzi ha affidato la cabina di regia della politica economica del governo, ha annunciato l’intenzione politica di affrontare il tema della flessibilità in uscita nella prossima legge di Stabilità. Aggiungendo, però, un inciso importante: «se il quadro di finanza pubblica lo consentirà».

Nannicini, in realtà, è stato anche più esplicito. Un intervento per anticipare il pensionamento (l’età da quest’anno sale a 66 anni e 7 mesi), costerebbe tra i 5 e i 7 miliardi di euro l’anno. Risorse non facili da trovare, anche considerando che la prossima manovra dovrà anche disinnescare 15 miliardi di aumenti automatici di Iva e accise, e altri 7-8 miliardi per riportare in linea il deficit strutturale nel caso in cui l’Unione europea non concedesse altri margini di flessibilità sul deficit. Al netto della questione risorse, Nannicini ha anche ribadito che tutte le ipotesi di intervento sulle età di pensionamento prevedono «delle penalizzazioni» degli assegni. Chi vorrà ritirarsi anticipatamente dal lavoro, ha sottolineato, si dovrà necessariamente accontentare di un assegno ridotto.

LEGGO.IT

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