LA STORIA DELL’EGITTO Medicina - Terza parte
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DI MORENA MOTTA Le ferite e la terapia
Molti di coloro che erano riusciti a superare i rischi legati alla nascita e all’infanzia dovevano comunque affrontare l’eventualità di riportare ferite anche molto gravi nel mondo in cui vivevano. Lo studio dei corpi di coloro che erano abbastanza ricchi da potersi permettere la mummificazione ha più volte rivelato tracce di ferite del genere, e anche i ritratti Ie hanno talvolta mostrate altrettanto bene.
Il Papiro Smith è una testimonianza emblematica degli sforzi profusi dagli antichi Egiziani per cercare di convivere con simili traumi. Copia di un testo originariamente redatto nel Medio Regno, il papiro fu scritto durante un periodo di lotte intestine e di guerre e potrebbe essere stato trascritto per aiutare un medico nella cura delle ferite riportate in battaglia. Molte, o forse addirittura tutte Ie ferite descritte nel testo potrebbero essere state causate dalle armi di cui si servivano gli Egiziani e i loro nemici nel corso dei combattimenti.
La medicina egiziana era un compendio di tera-pie e prescrizioni elaborate quasi esclusivamente sulla scorta delle sperimentazioni e degli errori compiuti nel corso dei millenni. Il ricorso alla chirurgia era raro, e la pratica della dissezione era riservata ai macellai e agli imbalsamatori; la maggior parte delle raffigurazioni di organi interni si riferisce a quelli dei bovini o di altri animali, e non a quelli dell’uomo.
I medici facevano ricorso a una vasta farmacopea basata su sostanze di origine naturale. Il miele era utilizzato per Ie sue proprietà curative, oltre che per la sua dolcezza, mentre il succo del melograno era raccomandato come astringente e, al tempo stesso, veniva considerato una autentica prelibatezze. Le ninfee erano venerate in quanto immagini del sole e della gioventù, ma, al contempo, poichè la pianta ha proprietà analgesiche, è possibile che vi si facesse ricorso, ingerendola, allo scopo di lenire il dolore.
E’ inoltre verosimile credere che i medici egiziani avessero familiarità con l’oppio, estratto dal papavero e impiegato come sedativo. Ed è a tal proposito probabile che una particolare classe di vasi ad alto collo, la cui diffusione ebbe inizio nel Nuovo Regno, venisse utilizzata per conservare lo stupefacente importato dall’Asia Minore.
La dea Sekhmet è uno degli esempi del ruolo svolto dalla magia nell’applicazione delle terapie. Al pari di Taweret, Sekhmet era la personificazione di forze sia maligne che benigne; di lei si paventava la facoltà di dare origine a pestilenze o scatenare gli animali selvatici del deserto egiziano (eventualità simboleggiata dall’immagine della sua testa leonina), ma al tempo stesso se ne invocava I’intervento affinchè proteggesse la popolazione da simili pericoli. Di conseguenza, i medici, che apprendevano l’arte della magia tanto quanto la medicina pratica, erano solitamente sacerdoti della dea Sekhmet, come si può rilevare dal caso n. 1 del Papiro Smith.
Nell’antico Egitto la magia si basava sul principio dell’associazione. Per gli Egiziani anche I’acqua poteva acquistare proprietà curative semplicemente venendo a contatto con simboli evocativi appropriati.
I medici
Del titolo di «medico», attestato per gran parte della storia dell’antico Egitto, si ha un esempio su una giara della XXV dinastia, etichettata con la dicitura di «unguento speciale», che apparteneva a un medico capo di nome Harkebi. Gli stessi medici sono rappresentati dalla statua di Yuny, che era anche sacerdote di Sekhmet e dalla testa ritratto di un sacerdote del quale non si conosce il nome, che aveva funzioni analoghe a quelle della Stele Metternich.
E’ probabile che una statuetta in bronzo raffigurante Imhotep e realizzata in età tolemaica, fosse stata a lui dedicata in quanto «santo patrono» dei medici egiziani (il gran sacerdote visse agli inizi della III dinastia, e, fra i molti meriti, gli si attribuisce quello di aver curato la supervisione della costruzione della piramide a gradoni di Djoser a Saqqara; divinizzato all’indomani della morte, fu spesso venerato come dio guaritore, n.d.r.). I Greci associarono Imhotep al proprio dio della medicina, Asclepio, sebbene, paradossalmente, non vi siano prove del fatto che anche Imhotep fosse un medico. Forse anche lo scriba che verga il Papiro Smith pratica la medicina, ma, se anche non fosse stato così, il testo era certamente stato concepito perchè venisse usato dai medici. Con la sua combinazione fra approccio pratico e magia nella cura, il Papiro è una testimonianza eloquente della scienza e dell’arte della medicina nell’antico Egitto.
Il Papiro Smith prende nome dall’egittologo statunitense Edwin Smith (1822-1906), che l’acquistò a Luxor nel 1862. Nel 1948 il prezioso documento fu donato al suo attuale proprietario, la New York Academy of Medicine. Qui riportiamo alcuni brani del testa relativo al caso n. 8, uno di quelli che meglio documentano l’intreccio fra scienza e magia nella pratica medica.
Titolo. Terapie per una frattura nel suo cranio sotto la pelle della sua testa.
Esame e prognosi. Se curi un uomo per una frattura del suo cranio (...) non essendoci nulla in superficie, dovrai trovare la prova della sua ferita. Dovrai trovare un rigonfiamento sopra iI quaIe sta la frattura del suo cranio (...) e I’uomo cammina trascinando il piede dalla parte della frattura (...).
Trattamento. Il suo trattamento consiste nel farlo stare seduto fino a che non si sentirà meglio o fino a quando non comprenderai che è arrivato a un punto di svolta. Poichè osservi che il colpo che ha ricevuto sul cranio somiglia alle ondulazioni che si formano quando si fonde il rame, con qualcosa all’interno che pulsa e batte sotto Ie tue dita (...) mentre egli sanguina dalle sue narici e dalle sue orecchie e soffre per I’irrigidimento del collo, un disturbo per cui nulla viene fatto.
Spiegazioni. Quando si dice di «una frattura del suo cranio al di sotto della pelle della sua testa non essendoci ferite su di lui», si tratta di una frattura dell’osso piatto del cranio, mentre la carne che si trova sulla testa è sana. Quando si dice che «egli cammina trascinando i piedi», si riferisce al fatto che cammina con il piede inerte, e non è facile per lui camminare, essendo debole e ciondolante, con la punta degli alluci piegata all’interno che cerca la terra mentre cammina: significa che questa e la causa per cui trascina i piedi (...).
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Ritratto dipinto a encausto su legno, dal Fayyum. 160 d.C. circa.
L’occhio sinistro dell’uomo è più piccolo del destro: è probabile che tale differenza corrisponda a una malattia congenita, poichè anche il diametro dell’iride ha dimensioni inferiori e l’intero volto presenta alcune asimmetrie, come nel caso della mandibola destra, più grande della sinistra.
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