LA STORIA DELL’EGITTO Medicina - Prima parte
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DI MORENA MOTTA Le vestigia della civiltà egiziana sono la testimonianza degli sforzi compiuti da quelle genti nel tentativo di comprendere il mondo in cui vivevano e adeguarsi a esso. Il pantheon degli dei egiziani offriva una spiegazione per gli eIementi e Ie forze che costituivano e governavano quel mondo: la terra, il cielo e il sole; il fiume Nilo e Ie sue piene annuali che davano vita ai campi; nonchè l’istituzione della monarchia, capace di respingere Ie invasioni di popolazioni straniere, sedare Ie sommosse interne, e assicurare una vita pacifica. Le istituzioni e Ie cerimonie della religione egiziana erano gli strumenti attraverso i quali quelle forze venivano placate e, al tempo stesso, blandite affinchè agissero per il bene degli Egiziani stessi, nella vita terrena e in quella ultraterrena.
L’arte egiziana è imbevuta di tali percezioni e temi, sia che si tratti dei capolavori concepiti per celebrare la gloria degli dei e dei sovrani, sia che si tratti degli assai più prosaici oggetti della vita quotidiana. In ogni caso, per la maggior parte degli Egiziani perpetuare I’ordine nel mondo e nella società costituiva una preoccupazione assai meno immediata del corso stesso della propria vita, un’esistenza che, sebbene fosse caratterizzata da un livello di qualità della vita assai eIevato per gli standard del tempo, rimaneva assai aleatoria.
Il Nilo, fiume lungo Ie cui sponde viveva la maggioranza degli Egiziani, era popolato dai coccodrilli e dagli ippopotami; nelle distese desertiche, che si trovavano sempre a pochi chilometri di distanza dalIe aree abitate, vivevano leoni, iene, sciacalli, scorpioni e serpenti, e Ie terre coltivate erano infestate da un numero ancora più alto di serpenti e da insetti spesso molto pericolosi. Le mosche e i parassiti che infestavano il fiume e i canali di irrigazione diffondevano malattie che sfociavano sovente nella cecità, che potevano compromettere Ie capacità motorie e che potevano portare anche alla morte.
I soldati e gli operai che lavoravano nelle cave di pietra e nei cantieri in cui si realizzavano gli imponenti monumenti, rischiavano ogni giorno incidenti che potevano azzopparli per il resto della loro vita oppure ferite letali. E, per quanto riguarda Ie donne, molte di loro morivano di parto. L’aspettativa di vita era breve, superando di rado i quaranta anni di età per la maggior parte degli Egiziani. Anche chi apparteneva alle classi aristocratiche, nonostante vivesse in condizioni più agiate e avesse di solito la fortuna di condurre un’esistenza più lunga della media, si ritrovava a passare gli ultimi anni di vita fra dolori lancinanti, causati da malattie dell’apparato dentario.
L’insieme di tutte queste minacce fu una sfida costante per Ia vita degli Egiziani, ma il ruolo che esse hanno svolto nell’elaborazione e nella scelta dei temi che dominano I’arte della civiltà del Nilo è stato spesso trascurato.
Una disciplina bifronte
Le manifestazioni artistiche che esprimono I’attenzione per la medicina, nonchè la pratica della scienza medica nei termini di una vera e propria arte, riflettono I’approccio scelto dagli Egiziani verso la medicina, che si caratterizzò per essere assai pratico e soggettivo al tempo stesso. Nonostante Ia società moderna abbia finito col separare questi due aspetti collocandoli rispettivamente nell’ambito della scienza e dell’arte, gli Egiziani Ii vedevano come un insieme inscindibile. Entrambi traevano origine da una soIa e semplice preoccupazione: quella di attuare la prevenzione e la cura delle malattie, nella maniera il più possibile efficace.
L’esperienza e la semplice osservazione potevano far individuare Ie cause di gran parte dei problemi di carattere medico e, al contempo, suggerire la terapia più adatta. La testimonianza più significativa in tal senso è probabilmente il Papiro Edwin Smith: ciascuno dei 48 casi clinici elencati suI recto del documento - che tratta di ferite o disturbi della testa e del torace - è descritto con un titolo che ha inizio con una parola che allude alla «conoscenza acquisita grazie all’esperienza pratica». Ciononostante, Ie cause fisiologiche di molte patologie rimasero ignote agli Egiziani. Posti di fronte alla necessità di spiegare e inquadrare ciò che risultava inspiegabile, essi concludevano affermando che Ie malattie erano I’esito dello scatenarsi di forze avverse, Ie quali, essendo di origini soprannaturali, potevano essere combattute soltanto con mezzi non materiali. Le otto formule magiche che compaiono suI verso del Papiro Smith sono una esemplificazione emblematica di tale approccio. Gli Egiziani erano consapevoli della differenza esistente fra ciò che era osservabile e Ie cause, soprannaturali - la discussione del caso n. 8 del Papiro Smith è caratterizzata dalla distinzione netta in tali elementi -, ma erano anche convinti del fatto che una terapia poteva rivelarsi efficace soltanto se fossero stati combattuti entrambi. Ne è prova il caso n. 9 del Papiro Smith, nel quale è riportata una prescrizione che prevede sia un rimedio pratico, sia una formula magica.
Presso gli Egiziani, la pratica della magia, per poter raggiungere l’obiettivo desiderato, si affidava all’efficacia della parola e all’associazione fisica (quest’ultima viene spesso definita «magia simpatetica»). Le parole giuste avevano il potere di contrastare o sviare Ie forze del maligno, mentre ci si aspettava che l’impiego di amuleti particolarmente evocativi o di sostanze che erano state a contatto con tali oggetti potesse avere un effetto curativo. Entrambe Ie credenze affondano Ie proprie radici in una esperienza umana comune a molte culture del mondo: I’uso della parola allo scopo di ottenere la reazione desiderata da parte di chi sta ascoltando e I’utilizzazione di acque sante o reliquie.
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Contenitore in steatite invetriata raffigurante Taweret, la dea ippopotamo. XVIII dinastia. 1550-1307 a.C.
Nella parte cava dell’oggetto era forse custodita una striscia di papiro con testi di carattere magico.
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