LA STORIA DELL’EGITTO Le navi egiziane - seconda prima
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INSERITO DA MORENA MOTTA Le barche in legno
È assai probabile che proprio in Egitto, nonostante la mancanza di alberi d’alto fusto, siano apparse durante il III millennio a.C. le prime imbarcazioni in legno della storia. E per via dello spirito conservatore umano le prime barche egiziane di legno ebbero la forma delle zattere di papiro. I legni d’acacia e del fico sicomoro, gli unici rari alberi di una certa altezza che crescevano spontanei nelle regione, vennero così impiegati nella costruzione delle barche, anche se da essi non si potevano ricavare che tavole di piccole dimensioni. Erodoto racconta che gli egiziani utilizzavano dei battelli da carico fatti di legno di acacia che “essi tagliano in tavole lunghe due cubiti che uniscono come dei mattoni”. Si trattava di un vero e proprio collagè di piccole tavole di legno incastrate e tenute insieme da lunghi cavicchi molto ravvicinati tra loro.I maestri d’ascia egiziani si rivelarono però assai carenti allorquando si misero a progettare navi non più per il trasporto fluviale ma per quello marittimo, dal momento che essi si limitarono a costruire barche come quelle per il Nilo, anche se di stazza superiore, comunque completamente inadatte ad affrontare gli ostacoli opposti dalle forze del moto ondoso marino. Mancavano di esperienza. Sul Nilo, infatti, non c’erano tempeste, venti ed onde forti o rapide correnti nei confronti dei quali esercitarsi. Imbarcazioni costruite senza chiglia, senza corsi di fasciame continui ed ordinate non si rivelarono pertanto adeguate. Lo scafo era debole, anche se una certa rigidità veniva ottenuta con l’uso di numerosi bagli passanti attraverso il fasciame da un lato all’altro dello scafo.
Queste imbarcazioni, che ancora presentano le linee esterne delle zattere di papiro a profilo lunato e con le estremità fortemente rialzate, sono molto larghe, con fondo piatto e di poco pescaggio. Mancano di una chiglia vera e propria che venne in parte anticipata, ma non prima della metà del II millennio a.C., da una lunga trave interna che correva da poppa a prua e alla quale si collegava il fasciame. Nei tempi precedenti, però, per evitare l’inarcamento dello scafo e conferire una maggiore robustezza longitudinale, la prora e la poppa dell’imbarcazione erano tenute insieme mediante un robusto cavo sostenuto da una serie di forcelle e tenuto in tensione da un tenditore, cioè un bastone infilato e girato tra i legnuoli del cavo.
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A cavallo del cavo stava l’albero bipode, lo stesso che abbiamo visto sulle zattere di papiro, abbattibile e trattenuto da stragli. La vela, costruita in un tessuto leggero assai fragile, inferita ad un solo pennone, era di forma rettangolare, alta e stretta. Per spiegarla occorreva prima alzare l’albero bipode – che una volta issato risultava comunque pendente in avanti sopra la prua – quindi alzare a mezzo di una drizza il pennone cui era collegata la vela stessa. Lungo la sua base essa aveva un boma fisso, diverso da quelli che conosciamo, dal momento che, essendo fissato attraverso lo scafo, non si poteva presumibilmente alzare o orientare inducendoci quindi a ritenere che queste imbarcazioni non fossero in grado di bordeggiare e potessero navigare a vela solo con vento di poppa.
In assenza di vento l’albero veniva abbassato ed entravano in funzione gli uomini con le pagaie. Solo in seguito, quando i remi vennero fissati alle fiancate a mezzo di attacchi su falchette, troveremo i primi veri e propri rematori. Fu con la solo apparentemente semplice invenzione del remo che si poté dare l’avvio alla costruzione di imbarcazioni molto più grandi che non avrebbero mai potuto essere sospinte da pagaie.
Per governare la nave gli egizi si servivano di due grossi remi posti sui due lati della poppa, inizialmente liberi, cioè non fissati allo scafo, poi fissati in vari modi alle fiancate. Ma questo metodo non doveva essere granché efficace, come dimostra il fatto che le navi egiziane più grandi avevano due, tre e talvolta fino a cinque timoni laterali per ogni fianco della poppa.
Gli egizi comunque iniziarono presto ad importare legname dai paesi della costa orientale del Mediterraneo. Ce lo testimonia la prima fonte scritta della storia che parli di navigazione commerciale marittima: “…far arrivare quaranta navi cariche di tronchi di cedro” scrisse un antico scriba egiziano elencando le opere del faraone Senefru, che governò l’Egitto intorno al 2650 a.C.. Dalle sue parole sappiamo che la spedizione era composta da 40 navi, ognuna della lunghezza di circa 56 metri, e che esse navigarono dalle coste dell’Egitto verso la famosa foresta di cedri della costa fenicia, l’attuale Libano, per importare tronchi a fusto lungo che non crescevano nella valle del Nilo.
Col tempo, in epoca dinastica, la documentazione che riguarda le imbarcazioni egizie diventa assai più precisa e ci ha tramandato innumerevoli rilievi, dipinti, modelli di navi in miniatura o, come nel caso delle navi sepolte sotto la piramide di Cheope, in dimensioni reali. La nave di Cheope, una fonte di valore inestimabile, è dunque la più antica nave mediterranea che ci sia pervenuta, tra l’altro in perfette condizioni. Si tratta di una grande imbarcazione nilotica che fu ‘sepoltà verso il 2528 a.C. nei pressi della famosa piramide come parte del corredo funebre del faraone Cheope.
Di particolare importanza è che troviamo per la prima volta la cosiddetta costruzione a ‘gusciò dello scafo, che prevede prima l’assemblaggio del fasciame e poi l’inserimento di strutture interne di sostegno, che nel caso delle barche egiziane si riducono a pochissime coste. Le corte tavole del fasciame risultano unite, o meglio ‘cucitè tra loro, da un filo che passava attraverso dei fori praticati nelle tavole stesse.
FONTE www.nautica.it
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