SALERNO E PROVINCIA NEWS Peppino Amato jr: «Mio nonno ha colpe nel crac del pastificio ma non le riconosce»
INSERITO DA MICHELE PAPPACODA Parla il rampollo della famiglia di imprenditori appena uscito dal carcere e ora commesso in un negozio al centro. SALERNO - Chi questa mattina si trova a passare per via Mercanti, a Salerno, getti un occhio nel negozio storico di abbigliamento «Paolo D’Ursi»: al bancone, accanto al titolare Giogiò Gagliardi, riconoscerà un insolito commesso: Giuseppe Amato jr, ex co-direttore generale senza potere di firma del pastificio Amato, che sconta così, dopo 20 mesi di detenzione in carcere, con la misura dell’affidamento in prova ai servizi sociali, il residuo di pena a tre anni e mezzo imposta dal patteggiamento nella vicenda del crac dell’opificio. È fatto di grano duro, Peppino, come la pasta di famiglia, e, nonostante gli errori e le avversità, è pronto a ricominciare. Come sta, Peppino? «Come l’unico uomo al mondo che si è fatto quasi due anni di galera per aver accompagnato i figli sotto il portone». Tecnicamente però lei ha violato la restrizione degli arresti domiciliari, per questo è finito in carcere. «Lo so, si è trattato di evasione, purtroppo, so di avere sbagliato. Ma non mi sono mai sottratto ai controlli nè messo in discussione l’operato dei magistrati nè la pena che ho pagato». Come è possibile che il pastificio Amato, che appena nel 2008 fatturava 100 milioni di euro, nel giro di qualche anno sia fallito? «Il punto sostanziale è che non fallisce all’improvviso: quando nel 1999 torno da Napoli dopo aver frequentato l’Orientale trovo un’azienda ad attendermi che fattura 50 miliardi di lire e ne perde 4. Mio nonno all’epoca mi mette in prova, mi occupo del molino. Per anni ci siamo portati dietro delle inefficienze, testimoniate dalle perdite, a causa di un’organizzazione tecnologica e delle risorse umane antiquate, obsolete e non in linea con la concorrenza». Com’era il rapporto tra lei e Giuseppe Amato senior? «Io ero Nando De Napoli e lui Diego Armando Maradona, sono stato promosso quando l’azienda è fallita». Eppure suo nonno proprio al Corriere del Mezzogiorno ebbe a dire in un’intervista che la colpa del fallimento era dei collaboratori di cui si era fidato. «Lui è stato il maggiore azionista per 40 anni di un’azienda in cui alla fine degli anni ‘90 figli e nipoti, pur legati da vincolo affettivo, sono andati via. Probabilmente sono stati trascurati determinati malesseri». Qualcuno ha detto che gli Amato sono come i Kennedy una famiglia maledetta. È vero? «No, siamo una famiglia di gente che ha sempre lavorato, n cui ci sono persone che hanno ammesso le proprie responsabilità, i propri errori e hanno tentato di ricostruire una storia fedele e vera rispettando magistratura e istituzioni, e persone che si sono preoccupate solo di dire che non sono state loro». Allude al nonno? «L’atteggiamento processuale di mio nonno non è di mio nonno, non lo riconosco. Io nel 2010 mi sarei dovuto interessare solo per il 6%, la mia quota, dei problemi aziendali e invece mi ritrovai a parlare con gli operai che non prendevano lo stipendio. Non ho esitato a metterci la faccia mentre il nonno era in vacanza a Saint Moritz. Oggi sono solo io che mi accuso, gli altri parlano un po’ a vanvera». Gli altri chi? «Sui trenta imputati cinque hanno patteggiato e 25 stanno facendo il rito abbreviato cercando di tirare acqua al proprio mulino. Ma non ricordo i loro nomi. Sono loro che devono ricordare il mio». C’è stato un momento in cui questa vicenda l’ha prostrata dal punto di vista fisico e psichico? «Sono arrivato stremato alla fine del 2010 con una polinevrite di origine virale contratta dalla varicella dei miei figli. Come se non bastasse non c’è più il pastificio, perdo il lavoro e vivo un momento di crisi familiare. Mi ritrovo così senza salute, senza lavoro e senza famiglia dopo aver profuso energie dall’alto del mio 6%. È di questo periodo il mio disagio psicologico che nella vicenda giudiziaria diventa addirittura disturbo psichiatrico». In un lungo interrogatorio lei ha tirato in ballo il sindaco De Luca e suo figlio Piero poi finiti in un’inchiesta per corruzione. «È la stessa inchiesta in cui sono indagato anch’io, ed è tuttora in corso. Preferisco non parlarne, almeno per ora». Venti mesi di carcere per un incensurato è una prova terribile. «Una persona perbene non si deve trovare in una situazione del genere, così tesa, così border line, devi poter scontare gli errori da persona perbene». È vero che in cella ha scritto un testo teatrale? «Dopo aver assistito a uno spettacolo sui briganti, ho scritto un dialogo tra Garibaldi, Cavour, Mazzini, Cialdini e Vittorio Emanuele II reinterpretato in chiave meridionalista». Quando venerdì è uscito dal carcere qual è stata la prima cosa che ha fatto? «Una partita a subbuteo con i miei figli». Come spiegherà ai suoi figli quello che è accaduto al papà? «Ho già cominciato a spiegarlo, dico che facevo un mestiere che aveva difficoltà ma che non ero il solo a farlo, non decidevo da solo. Certamente non dirò mai che gli altri sono cattivi e io buono». Da imprenditore a commesso in un negozio, una nuova sfida? «È una ciambella di salvataggio, un’enorme opportunità, ringrazio Giogiò che me l’ha offerta». Il peggio è passato? «Sto ancora finendo una pena, spero proprio di sì».
CORRIERE DEL MEZZOGIORNO
10 dicembre 2014
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A CURA DI MARIA PAPPACODA PAPPACODA

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 




INSERITO DA ANGELA CECERE
