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SALERNO E PROVINCIA NEWS Meningite, bimbo di 4 anni colpito a Cava de' Tirreni (Salerno) ricoverato in terapia intensiva all'ospedale Cotugno di Napoli. Avviata la profilassi

21 Gennaio 2017, 10:10am

Pubblicato da Giornale Vettica di Amalfi Online www.mikivettica.net

SALERNO E PROVINCIA NEWS Meningite, bimbo di 4 anni colpito a Cava de' Tirreni (Salerno) ricoverato in terapia intensiva all'ospedale Cotugno di Napoli. Avviata la profilassi

INSERITO DA MICHELE PAPPACODA 21/01/2017 - Un bambino di quattro anni è stato colpito da meningite a Cava de' Tirreni (Salerno), e si trova ricoverato in terapia intensiva nell'ospedale Cotugno di Napoli. La prognosi è riservata, ma secondo quanto si apprende il piccolo non sarebbe considerato in pericolo di vita. Il sindaco di Cava, Vincenzo Servalli, ha disposto l'immediato avvio della profilassi per tutti i soggetti interessati, in particolare per i bambini che frequentano la stessa scuola dell'infanzia. Il plesso scolastico domani sarà oggetto di una pulizia straordinaria.

 

 

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CILENTO NEWS Rigopiano: si scava tra le macerie, trovati altri sopravvissuti. Sarebbe vivo Stefano Faniello, il giovane originario di Valva (Salerno) travolto dalla valanga mentre era in vacanza con la fidanzata

21 Gennaio 2017, 09:57am

Pubblicato da Giornale Vettica di Amalfi Online www.mikivettica.net

CILENTO NEWS Rigopiano: si scava tra le macerie, trovati altri sopravvissuti. Sarebbe vivo Stefano Faniello, il giovane originario di Valva (Salerno) travolto dalla valanga mentre era in vacanza con la fidanzata

INSERITO DA MICHELE PAPPACODA 21/01/2017 - Si scava tra la macerie, i soccorritori hanno ritrovato altri superstiti. Vincenzo Forti, Francesca Bronzi, Giorgia Galassi, Stefano Faniello, Giampaolo Matrone. Questi i nomi delle persone che i soccorritori stanno recuperando in queste ore all'hotel Rigopiano. Sono stati annunciati dopo la comunicazione ai familiari da una funzionaria della protezione Civile su indicazione del Prefetto Francesco Provolo di Pescara all'esterno dell'ospedale. Faniello è il 28enne originario di Valva, in provincia di Salerno, che era rimasto sepolto dalla valanga insieme alla fidanzata Francesca, anche lei tra i sopravvissuti.
Nel piccolo centro salernitano, poco dopo le 23 di ieri sera, quando la notizia del ritrovamento di Stefano, comunicata via sms dal padre Alessio - che vive a Silvi Marina, in provincia di Teramo - a familiari e amici, si diffonde, esplode un urlo di gioia: «Sono vivi, sono vivi!». E l'emozione per la notizia tanto attesa si trasferisce anche su Facebook, con la bacheca di Stefano subito invasa da decine di messaggi: «Siiii Stefano sapevo che ce l'avresti fatta!!! ora riprenditi tu e la tua amata Francesca!!», «Sei una roccia, non vedo l'ora di sentirti», «Allora i miracoli esistono, vogliamo rivedere i vostri bellissimi sorrisi».

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PRIMO PIANO E ANTEPRIMA Bus finisce contro un pilone e si incendia: strage in autostrada nei pressi di Verona, morti 16 ragazzi ungheresi

21 Gennaio 2017, 09:55am

Pubblicato da Giornale Vettica di Amalfi Online www.mikivettica.net

PRIMO PIANO E ANTEPRIMA Bus finisce contro un pilone e si incendia: strage in autostrada nei pressi di Verona, morti 16 ragazzi ungheresi

DI MICHELE PAPPACODA 21/01/2017 - E' salito a 16 il numero dei morti accertati nell'incidente che ieri sera verso le 23 ha coinvolto un pullman ungherese sul quale viaggiavano 55 persone, 39 delle quali sono rimaste ferite e sono state portate nei vari ospedali di Verona. L'incidente si è verificato all'altezza dello svincolo di Verona Est in direzione Venezia: il pullman è andato a sbattere lateralmente contro il pilone del ponte, incendiandosi. A bordo si trovava un gruppo di ragazzi ungheresi fra i 14 e i 18 anni che pare tornassero da una gita scolastica: da una località montana della Francia il bus stava facendo ritorno a Budapest.
Dopo il violento urto contro il pilone parte degli occupanti sarebbe stata sbalzata all'esterno mentre altri sarebbero rimasti bloccati all'interno del mezzo che andava a fuoco. I corpi sono in gran parte carbonizzati e questo rende particolarmente difficile le operazioni di identificazione delle vittime. Alcuni familiari sarebbero già in viaggio verso l'Italia.
I feriti più gravi, una decina, sono stati ricoverati negli ospedali di Borgo Trento e Borgo Roma. Una quindicina quelli meno gravi accompagnati nel nosocomio San Bonifacio e che forse potrebbero essere dimessi in giornata. Gli altri usciti indenni dall'incidente sono stati prima assistiti dal personale della polizia stradale e poi accompagnati dagli agenti in un albergo per la notte. Al momento restano aperte tutte le ipotesi sulle cause della tragedia, anche quelle legate a un cedimento del mezzo o un malore del conducente.
I soccorritori parlano di una immensa tragedia. Sul posto per tutta la notte la polizia stradale di Verona, assieme alla polizia scientifica, e i vigili del fuoco. La stradale e la scientifica stanno raccogliendo tutti gli elementi che possano essere utili per ricostruire la dinamica esatta dell'incidente. L'attenzione è concentrata anche nella raccolta e visione dei video della rete autostradale.

 

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PRIMO PIANO E ANTEPRIMA Rigopiano: nella notte 4 persone estratte vive e 2 recuperate morte, si scava ancora alla ricerca delle altre persone che mancano all'appello

21 Gennaio 2017, 09:51am

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PRIMO PIANO E ANTEPRIMA Rigopiano: nella notte 4 persone estratte vive e 2 recuperate morte, si scava ancora alla ricerca delle altre persone che mancano all'appello

INSERITO DA MICHELE PAPPACODA 21/01/2017 - Altre quattro persone, due donne e due uomini, sono state estratte vive nella notte dalle macerie dell'hotel Rigopiano, sul Gran Sasso pescarese: si tratta di quattro delle cinque che erano state individuate ieri. L'ultimo ad essere estratto dalle macerie è stato un uomo, ferito. Ci sono però anche altre due vittime, due donne, che portano a quattro il numero accertato di morti. I soccorritori continuano a scavare alla ricerca della ventina di persone che ancora manca allʼappello.

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PRIMO PIANO E ANTEPRIMA ULTIM'ORA AGGIORNAMENTI Hotel Rigopiano, individuati altri sopravvissuti tra le macerie. Si scava ancora. LA DIRETTA

20 Gennaio 2017, 15:53pm

Pubblicato da Giornale Vettica di Amalfi Online www.mikivettica.net

PRIMO PIANO E ANTEPRIMA ULTIM'ORA AGGIORNAMENTI  Hotel Rigopiano, individuati altri sopravvissuti tra le macerie. Si scava ancora. LA DIRETTA

INSERITO DA MORENA MOTTA  ULTIM'ORA  Altre persone sono state individuate vive sotto le macerie dell'hotel Rigopiano. Lo riferiscono i vigili del fuoco che ancora non hanno raggiunto i superstiti. Si tratterebbe di un gruppo di cinque persone, anche se il numero è ancora da confermare.

'SONO VIVI' - L'AUDIO DEI VIGILI DEL FUOCO

LA DIRETTA DEI SOCCORSI

15:19 - In ospedale Pescara moglie e figlio Parete

15:15 - Sindaco Osimo, salvi tre dispersi marchigiani

15:13 - Vigili del fuoco, individuati altri in vita  

14:25 - Donna è moglie di Parete, "cercate mia figlia - E' la moglie di Giampiero Parete, il superstite della slavina all'hotel Rigopiano, la donna salvata con un figlio dai soccorritori. E' quanto riferisce Leonardo Gagliardi della Guardia di finanza. "Andate da mia figlia è nella stanza accanto", ha detto la donna ai soccorritori, che ora stanno infatti cercando la bambina.

Ore 14:09 - Soccorritore, neve li ha protetti

Ore 13:58 - Procura, risposte pure senza processo

Ore 13:55 - Soccorritore, c'è speranza di altri vivi

Ore 13:53 - 'Sopravvissuti ci hanno abbracciato', raccontano i soccorritori. 'Momento ritrovamento è stato bellissimo'

Ore 13:47 Sono stati estratti tutti i sei superstiti trovati stamani sotto le macerie dell'hotel Rigopiano. Sono tutti in buone condizioni, ha riferito Marco Bini della Guardia di Finanza.

Ore 13:36 Il dialogo con l'elicottero dei Vigili del Fuoco: 'Sono vivi' 

Ore 13:34 Mamma e figlia avevano acceso un fuoco e probabilmente avevano qualcosa da mangiare

Ore 13:28 Soccorritore racconta: mamma e figlia felicissime, senza parole

Ore 13:10 Arrivate ambulanze a Pescara con i primi sopravvissuti

Ore 13:09 Madre e figlia sono state circa 43 ore sotto macerie e slavina

Ore 12:54 FLASH Otto le persone trovate vive finora, 2 bambini

Ore 12:51 Estratte vive una donna e la figlia

Ore 12:14 Le sei persone vive si troverebbero sotto un solaio e i Vigili del Fuoco "ci stanno parlando"

Ore 12:11 Tra i sei sopravvissuti nelle macerie c'è una bambina, ha detto il viceministro dell'Interno Filippo Bubbico al Gr1

Ore 11:54 Elicotteri in arrivo con i medici

Ore 11:49 Sei persone - secondo quanto apprende l'ANSA - sono state individuate vive dai vigili del fuoco. Sono ancora tra le macerie dell'Hotel.

Ore 11:39 FLASH: Rigopiano, trovate vive 6 persone

IL PUNTO DELL'INVIATO: Soccorsi a rilento per poca sicurezza

 LA CRONACA - Sono state circa 43 ore sotto l'enorme massa di neve della valanga, i detriti e le macerie dell'albergo la donna e la bambina estratte poco dopo le 12.30. Il primo allarme della valanga, infatti, era stato lanciato da Giampiero Parete alle 17.40 di mercoledì 18 gennaio. In pratica quasi due giorni. ''Appena ci hanno visto erano felicissime e non sono riuscite a parlare. Dagli occhi si capiva che erano sconvolte positivamente per averci visto''. Cosi il soccorritore alpino della Guardia di Finanza Marco Bini racconta gli attimi del salvataggio della mamma e della figlia. ''Le abbiamo trovate nel vano cucina, e poi abbiamo salvato le altre persone'', dice Bini. ''Probabilmente oltre ad accendere un fuoco avevano qualcosa da mangiare con loro'', ha raccontato il soccorritore. ''La speranza ora è quella di ritrovare altre persone in vita anche se non abbiamo avuto altri segnali o sentito rumori'', spiega.

I carabinieri della forestale hanno acquisito le carte sui piani di emergenza e soccorso dell'area Vestina, da Penne verso la montagna, predisposte e attuate dalla Provincia. Due le persone tratte in salvo ieri

"Sono vivi, stiamo lavorando con i colleghi della Toscana e del Piemonte per tirarli fuori, ma sono vivi". E' la prima comunicazione con cui viene annunciato che sotto le macerie ci sono sopravvissuti, tra un vigile del fuoco che sta operando tra le macerie dell'Hotel Rigopiano e l'elicotterista. "Ritrovati sei vivi", ripete l'elicotterista, "grazie caporeparto, sto risalendo'. Subito dopo la richiesta da terra: "Servono coperte ed elicotteri per portarli via perché comunque non sono in perfette condizioni'. I soccorritori hanno lavorato per tutta la scorsa notte, in condizioni estreme, alla ricerca della trentina di dispersi. 

 Indagine, acquisizione documenti della Provincia - I carabinieri forestali di Pescara sono in Provincia per acquisire tutti i documenti che possono interessare le indagini. Si tratta di tutte le carte relative ai piani di emergenza e soccorso dell'area Vestina, da Penne verso la montagna, predisposte e attuate dalla Provincia. Richieste, movimenti, organizzazione di spalaneve, turbine, richieste di soccorso e quanto riguarda la viabilità di quella zona. 

 I soccorritori: i cani fiutano odori, noi scaviamo  - "Da ieri sera stiamo lavorando in condizioni difficili nella ricerca di superstiti. I cani spesso fiutano odori ma dobbiamo scavare per oltre 4, 5 metri prima di arrivare al terreno". E' il racconto di Matteo Gasparini, responsabile del Soccorso alpino della Valdossola. 

  Soccorritore, mai visto niente del genere - "Una roba da non credere, è stato scioccante, mai visto niente del genere. Temo ci siano poche speranze di ritrovarli in vita". Così, visibilmente provato, Cristian Labanti, l'operatore del Soccorso Alpino emiliano che insieme ad Agostino Zini, Daniele Nasci e Alessandro Tedeschi era partito con gli sci dal versante aquilano del Gran Sasso. I quattro sono stati tra i primi ad arrivare. "Abbiamo compiuto piccoli sondaggi, ma ci siamo trovati di fronte un muro di neve e macerie".

   Direttore hotel, ero fuori per coordinare i soccorsi - "Ero sceso per coordinare da Pescara le operazioni di soccorso per lo sgombero neve, poi la situazione alle 17 è precipitata. Per questo non ero lì". Lo ha raccontato a Barbara D'Urso in collegamento telefonico per 'Pomeriggio 5', Bruno Di Tommaso, direttore dell'Hotel Rigopiano, travolto dalla valanga. L'uomo è il nipote di Roberto Del Rosso, gestore del resort. "L'avevo sentito alle 16 - ha detto Di Tommaso - attraverso messaggini, stavo aggiornando i ragazzi sulla situazione. Roberto era preoccupato per la tanta neve". Al momento della valanga, ha raccontato Di Tommaso, all'interno c'erano 11 dipendenti dell'albergo e 24 ospiti. "Tutto lo staff era radunato al bar, mentre gli ospiti si trovavano nella hall perché stavano per andare via", ha detto il direttore dell'albergo.  QUELLO SPAZZANEVE MAI ARRIVATO

Il punto sui dispersi

La protesta dei sindaci sui soccorsi, ma Curcio non ci sta.

 

Com'era l'hotel 4 stelle "Rigopiano" prima della slavina (FOTO)

 

 Il racconto del cantante del Volo: 'Io scampato' da Rigopiano

FONTE ANSA

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PRIMO PIANO E ANTEPRIMA UN CAMIONISTA EROE BATTIPAGLIESE SALVA 7 PERSONE SULL’AUTOSTRADA E LANCIA UN APPELLO/VIDEO

20 Gennaio 2017, 15:50pm

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PRIMO PIANO E ANTEPRIMA UN CAMIONISTA EROE BATTIPAGLIESE SALVA 7 PERSONE SULL’AUTOSTRADA E LANCIA UN APPELLO/VIDEO

INSERITO DA MICHELE PAPPACODA ANTEPRIMA Un camionista salernitano eroe salva 7 vite. Non è la trama di un film ma realtà: una storia mai raccontata, ma che merita di essere assolutamente conosciuta, adesso che il protagonista per la prima volta ha accettato di raccontarla ai nostri microfoni. A darne notizia il sito web Italia2.Tv.Anche per lanciare un appello a favore dei camionisti, una categoria sempre bistrattata e poco apprezzata. Nicola Bevilacqua ha 40 anni vive a Battipaglia, dove è sposato ed ha due figli. Lavora come camionista per la ditta Autuori Trasporti di Pontecagnano, e ricorda perfettamente ogni istante di quanto accaduto sull’autostrada A1, al km 688, quasi all’altezza di Caianello: uno scontro tremendo tra due autovetture, una carambola spaventosa, lamiere che si accartocciano. Una delle due autovetture che si capovolge addirittura, entrambe che terminano la loro corsa impazzita al centro della carreggiata autostradale.Poi un ulteriore schianto con una terza autovettura che sopraggiunge. Persone, all’interno, ferite. E soprattutto indifese ed esposte al rischio di essere travolte in pieno dalle altre autovetture in arrivo su quel tratto autostradale. Ma il fato benevolo viene loro incontro nella persona di Nicola, il primo a sopraggiungere sul luogo del tremendo impatto, alla guida del suo camion di Autuori Trasporti Pontecagnano. Nicola si accorge da lontano che qualcosa di molto grave è accaduto davanti a lui, e che qualcosa di ancora più grave potrebbe accadere.A volte pochi attimi possono fare la differenza tra la vita e la morte delle persone. È questione di pochissimi secondi, di istinto, di cuore. Di coraggio. Nicola non ci pensa due volte: rallenta, si ferma con il suo camion si pone di traverso sulla carreggiata. Si trasforma, lui stesso con il suo camion, in uno scudo protettivo per le persone ferite e in pericolo all’interno delle autovetture ridotte ad un ammasso di lamiere. Fino all’arrivo della Polizia Stradale.

Anche per lanciare un appello a favore dei camionisti, una categoria sempre bistrattata e poco apprezzata. Nicola Bevilacqua ha 40 anni vive a Battipaglia, dove è sposato ed ha due figli. Lavora come camionista per la ditta Autuori Trasporti di Pontecagnano, e ricorda perfettamente ogni istante di quanto accaduto sull’autostrada A1, al km 688, quasi all’altezza di Caianello: uno scontro tremendo tra due autovetture, una carambola spaventosa, lamiere che si accartocciano.

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Una delle due autovetture che si capovolge addirittura, entrambe che terminano la loro corsa impazzita al centro della carreggiata autostradale. Poi un ulteriore schianto con una terza autovettura che sopraggiunge. Persone, all’interno, ferite. E soprattutto indifese ed esposte al rischio di essere travolte in pieno dalle altre autovetture in arrivo su quel tratto autostradale. Ma il fato benevolo viene loro incontro nella persona di Nicola, il primo a sopraggiungere sul luogo del tremendo impatto, alla guida del suo camion di Autuori Trasporti Pontecagnano. Nicola si accorge da lontano che qualcosa di molto grave è accaduto davanti a lui, e che qualcosa di ancora più grave potrebbe accadere. A volte pochi attimi possono fare la differenza tra la vita e la morte delle persone. È questione di pochissimi secondi, di istinto, di cuore. Di coraggio. Nicola non ci pensa due volte: rallenta, si ferma con il suo camion si pone di traverso sulla carreggiata. Si trasforma, lui stesso con il suo camion, in uno scudo protettivo per le persone ferite e in pericolo all’interno delle autovetture ridotte ad un ammasso di lamiere. Fino all’arrivo della Polizia Stradale.

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“Ho visto le persone già in mezzo alla strada -racconta- e specie i bambini, con una flotta di camion e macchine che avevo dietro: il panico è svanito, ed ho agito”. Nicola, il camionista salernitano eroe, con il suo camion di traverso ha bloccato tutti gli altri mezzi, evitando una catastrofe. Nel frattempo con il suo “baracchino” avvisava gli altri camionisti in zona di rallentare, arginando altri possibili conseguenze. E salvando in questo modo 7 vite, compresi due bambini di 1 e 5 anni. Un camionista salernitano eroe per caso, e adesso ascoltando le sue parole nella nostra intervista forse qualcuno smetterà di parlare sempre male dei camionisti.

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Perché i camionisti hanno cuore, hanno anima, nonostante facciano una vita brutta e sacrificata per mandare avanti la famiglia. Fanno un lavoro pericoloso, sempre fuori di casa e lontano dagli affetti: ma raramente si pensa che in quella cabina c’è un uomo o una donna con un grande cuore. Come Nicola, eroe silenzioso ed autista coraggioso, che ha ricevuto i complimenti anche dalla Polizia.

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Ma quelli che certamente gli hanno fatto più piacere sono stati ringraziamenti delle persone che ha salvato, quelle coinvolte nell’incidente: “Nicola grazie di tutto a nome della mia famiglia ma soprattutto per aver salvato i miei figli. Grazie eroe!”.

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Ma lui risponde con modestia: Non devi ringraziarmi. Ringraziamo Dio che mi ha dato la possibilità di evitare una tragedia”. Ai nostri microfoni Nicola parla anche della vita difficile dei camionisti: sacrifici, pericoli e discriminazioni per una categoria che ogni giorno di più affronta enormi difficoltà di ogni tipo.

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PRIMO PIANO E ANTEPRIMA Hotel Rigopiano, i soccorritori trovano vive sei persone

20 Gennaio 2017, 12:08pm

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PRIMO PIANO E ANTEPRIMA Hotel Rigopiano, i soccorritori trovano vive sei persone

DI MORENA MOTTA 20/01/2017 - Sei persone sono state individuate vive dai vigili del fuoco sotto la slavina che ha travolto l'Hotel Rigopiano. I soccorritori sono in contatto con i sei, con i quali, a partire dalle 11, hanno parlato più volte. Al momento, però, i superstiti sono ancora intrappolati nella struttura.

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PRIMO PIANO E ANTEPRIMA Valanga sull'Hotel Rigopiano: si continua a scavare tra neve e macerie, 40 i soccorritori impegnati senza sosta

20 Gennaio 2017, 12:05pm

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PRIMO PIANO E ANTEPRIMA Valanga sull'Hotel Rigopiano: si continua a scavare tra neve e macerie, 40 i soccorritori impegnati senza sosta

DI MICHELE PAPPACODA 20/01/2017 - Si è scavato tutta la notte e si continua a scavare tra la neve e le macerie dell'hotel Rigopiano, alle pendici del Gran Sasso, nel comune di Farindola, in provincia di Pescara, travolto da una slavina mercoledì scorso provocando la morte certa di 2 persone. Sono circa 40 i soccorritori impegnati nella ricerca di una trentina di persone, 34 secondo il sottosegretario regionale con delega alla Protezione civile dell'Abruzzo, Mario Mazzocca, tra dipendenti della struttura e ospiti che mancano ancora all'appello.Intanto ci si interroga sulle cause che potrebbero aver determinato la slavina e sul ruolo che potrebbero aver esercitato le scosse sismiche degli ultimi giorni. Sulla vicenda il pm di Pescara Andrea Papalia ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo. Già nella giornata di ieri gli investigatori hanno ascoltato come testimone Giampiero Parete, uno dei superstiti della valanga. Molto probabilmente, non appena le operazioni di ricerca delle persone sarà completata, la struttura sarà posto sotto sequestro. Si cerca di capire tante cose, a cominciare, forse, dalla scelta di localizzare la struttura in quel posto che in tanti in queste ore hanno definito "completamente esposta".Ed è previsto per questa mattina un volo in elicottero di ricognizione per controllare se ci può essere il pericolo di altri movimenti di neve. Attualmente mancano 500 metri circa per l'apertura totale della strada che porta all'hotel, le ruspe hanno lavorato tutta la notte per liberare la via. Sono arrivate squadre del soccorso alpino anche dal Piemonte, dalla Lombardia e dal Veneto."Ho trovato grande impegno e grande competenza delle squadre di soccorso che stanno lavorando senza sosta alla ricerca dei dispersi dell'hotel". Lo ha detto all'Adnkronos il vice ministro dell'Interno, Filippo Bubbico, ribadendo che sono due le vittime accertate fino a questo momento. "Non è questo il tempo delle polemiche - ha sottolineato il vice ministro, che si trova a Penne, al quartier generale logistico dei soccorsi - Ora è solo il momento di agire, di portare aiuto e di soccorrere chi è ancora sotto la neve"."Ho incontrato e parlato con i familiari dei dispersi e sono preoccupato e angosciato quanto loro - ha aggiunto Bubbico - e spero insieme a loro di avere notizie positive dalle squadre di soccorso".

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GIORNALINO ASSOCIAZIONE DIVERSABILI PENISOLA SORRENTINA DELLA DOTT. ROSA DE MARTINO Gabriella Bertini, quella donna in Fiat 500 che difendeva i diritti

20 Gennaio 2017, 10:49am

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GIORNALINO ASSOCIAZIONE DIVERSABILI PENISOLA SORRENTINA DELLA DOTT. ROSA DE MARTINO Gabriella Bertini, quella donna in Fiat 500 che difendeva i diritti

INSERITO DA MICHELE PAPPACODA «La Fiat 500 di Gabriella Bertini – scrive Stefania Delendati – è poco conosciuta, come del resto pochi conoscono la sua autista, eppure è un pezzo di storia del nostro Paese, che ha molto da dirci su come eravamo, quanta strada abbiamo percorso e quanto ancora dobbiamo rimboccarci le maniche». Insieme a Delendati, dunque, ripercorriamo la storia di questa coraggiosa donna con disabilità, scomparsa nel 2015, che tante lotte condusse, in anni difficili, in favore dei diritti delle persone con disabilità

 

Ci sono automobili che hanno segnato un’epoca, alcune rese celebri del cinema, altre di lusso, altre ancora legate a fatti di cronaca. La Fiat 500 di Gabriella Bertini è poco conosciuta, come del resto pochi conoscono la sua coraggiosa autista, eppure è un pezzo di storia del nostro Paese, che ha molto da dirci su come eravamo, quanta strada abbiamo percorso e quanto ancora dobbiamo rimboccarci le maniche.

La Fiat 500 di Gabriella Bertini è stata tra le prime autovetture in Italia adattate con comandi manuali, l’unica ancora presente al mondo risalente a quel tempo. Gabriella la comprò nel 1965, contro il parere dei familiari. Aveva 25 anni, era una ragazza bella come il sole, un sorriso e una faccia da cinema con lunghi capelli scuri che la facevano somigliare a Pocahontas.
Erano anni ruggenti per giovani impegnati nella politica e nella società, anni di lotte per i diritti, anche per i diritti delle donne. Solo che Gabriella quelle battaglie doveva combatterle su più fronti, perché lei era giovane, era donna ed era anche una persona con disabilità che pretendeva cure adeguate, indipendenza, dignità per sé e per gli altri cittadini disabili.
Era in sedia a rotelle dal 1953 quando, appena tredicenne, un’infezione al midollo, o forse una trombosi spinale, l’aveva resa paraplegica. Non che sino a quel momento la sua vita fosse stata una passeggiata, anzi. Nativa di Dicomano, in provincia di Firenze, ultima di tre fratelli, durante la guerra aveva perso il papà ufficiale di Marina. Insomma, imparò presto a tirare fuori la determinazione davanti a prove difficili.
A 18 anni divenne la segretaria del professor Adriano Milani, direttore del Centro di Riabilitazione per Bambini con Spasticità della Croce Rossa Italiana del capoluogo toscano. Frequentava Barbiana, il borgo sulle colline fiorentine dove don Lorenzo Milani, fratello del professore, sperimentava un modo nuovo di fare scuola, accogliendo tutti e aiutando i ragazzi, per diversi motivi, più svantaggiati.

Provava, Gabriella, a costruirsi un futuro attivo, in un’Italia che alle persone come lei offriva ospizi e pietà. La paraplegia era ritenuta infatti una condizione senza vie d’uscita, non esistevano reparti specializzati e le complicanze dell’immobilità accorciavano l’aspettativa di vita. Ma Gabriella non era tipo facile alla resa. Acuta e intelligente, si documentava e come una spugna assorbiva insegnamenti, rivendicando con testardaggine diritti che oggi appaiono (quasi) scontati, ma che allora non lo erano affatto. Come avere una sedia a rotelle.
Lei ottenne la prima dopo una visita al Niguarda di Milano. Era l’anno d’inizio del lavoro alla Croce Rossa, l’ausilio le serviva per essere più autonoma. Voleva la fisioterapia, ma anche l’ambiente ospedaliero respingeva i disabili, alcuni infermieri si rifiutavano perfino di toccare una donna in carrozzina. La consideravano niente, oppure una strafottente, mai una persona.
Per contrasto, erano “cronache marziane” i racconti del professor Milani che le parlava dell’Inghilterra e della Germania, dove chi aveva una lesione spinale non se ne stava a “vegetare”, ma poteva praticare sport, ricevere assistenza e terapie particolari, in grado di recuperare le potenzialità residue.
C’era un ospedale inglese, in particolare, a cui si ispiravano: Stoke Mandeville. «Vedere come curavano e riabilitavano persone con lesione al midollo spinale fu una cosa meravigliosa e capii subito che le stesse cose sarebbero dovute avvenire anche in Italia. Il programma del centro inglese era una realtà che dava speranza, faceva tornare la gioia di vivere, di muoversi, studiare, lottare», disse Gabriella dopo averlo visitato.

Erano i primi Anni Settanta, tanti cambiamenti erano sopraggiunti. La Fiat 500 e la patente, prima di tutto. Ormai Gabriella raggiungeva il posto di lavoro da sola, non doveva più aspettare il pulmino. Non solo, poteva organizzare incontri e riunioni con i genitori, per rendersi conto delle loro difficoltà quotidiane, bussava agli uffici dei politici. Cominciavano a conoscerla, merito anche di una foto in cui sorridente sbucava dal finestrino dell’auto, un’immagine divenuta un’icona che l’ha fatta conoscere alle generazioni successive.
Accanto a lei, Giuseppe Banchi, per tutti Beppe, compagno di vita e di lotte. Poi arrivò il figlio Adi. Abitavano in una grande vecchia villa con un terreno adiacente, proprietà occupata, in perfetto stile Anni Sessanta, scelta perché priva di barriere architettoniche e trasformata in una comunità di amici un po’ hippy. Lavoravano la terra, parlavano, collaboravano come una famiglia allargata aperta a tutti, disabili e non, senza distinzioni.
Tanta gente andava e veniva dalla casa di Gabriella e Beppe, tutti avevano in comune ideali di libertà. Avevano compiuto passi da gigante: a partire dal 1960 a Barbiana, una volta alla settimana, le persone mielolese potevano effettuare sedute di fisioterapia; nel giro di una decina d’anni, con il contributo di Gabriella, quelle stesse persone si riunirono nei primi gruppi organizzati di cittadini con disabilità. Insieme potevano farcela, e ne ebbero un assaggio appena dopo il ’68. Era stata infatti emanata la normativa sul collocamento lavorativo delle persone con disabilità (la Legge 482/68), cosicché Gabriella e i suoi compagni occuparono a lungo Piazza della Signoria a Firenze, per far rispettare la norma, portando all’assunzione di trecento persone con disabilità.

 

Era iniziato il periodo delle manifestazioni pacifiche, ed è ancora una volta una foto passata alla storia a trasmetterci la forza di Gabriella. Lei seduta sulla sedia a rotelle mentre lavora a maglia; accanto, appoggiato a una cancellata, un cartello con la scritta, in inglese, «i nostri corpi ci appartengono», per denunciare l’abitudine di considerare la disabilità uno status che annulla l’essere umano e il suo diritto di decidere per sé.
Autorappresentazione e autodeterminazione, due parole nuove si facevano strada, mentre Gabriella metteva in versi pensieri e speranze. Era anche poetessa, infatti, un’attività intensa che la impegnò per una trentina d’anni, sfociando nella pubblicazione di libri che riscossero unanimi consensi.

Le lotte continue, però, finirono per debilitarla. Nel 1971 volò a Stoke Mandeville, a curarsi nella clinica di cui le aveva parlato il professor Milani. Dal canto suo, Beppe abbandonò il lavoro da ingegnere per seguire la sua Gabriella e insieme divennero “inviati speciali” per conto degli italiani con disabilità. Ascoltarono le testimonianze di operatori e pazienti, raccogliendo una vasta documentazione video e fotografica sul “modello Stoke Mandeville”, decisi ad importarlo nel nostro Paese.
Qui da noi era sufficiente una lesione cutanea trattata con superficialità per morire, in Inghilterra i paraplegici avevano piscine, laboratori occupazionali, palestre. Gabriella e Beppe rientrarono nel 1972, mantenendo però un solido filo diretto con il dottor Jack Walsh, direttore della clinica inglese. Nel frattempo costituirono un Comitato per la Riabilitazione, per fare pressione sulla Regione Toscana, ai fini dell’apertura di un’Unità Spinale presso l’Ospedale Careggi di Firenze.
Il dottor Walsh era sempre al loro fianco, disponibile a tenere conferenze con medici, infermieri, fisioterapisti e politici, per stimolare un cambiamento di mentalità. Nel 1978 avviò in via sperimentale il Reparto Paraplegici, al settimo piano del CTO, che per tutti divenne il “7° Paraplegici”, un progetto avveniristico per gli standard italiani, che necessitava di personale adeguatamente formato. Il primario era il professor Mizzau, un medico illuminato che dialogava con le Associazioni, prima fra tutte la Toscana Paraplegici, e mandava i suoi pochi infermieri a fare tirocinio a Stoke Mandeville; al ritorno dall’estero, a loro volta formavano i colleghi durante incontri ai quali partecipavano anche i pazienti. Ma era una lotta continua per scongiurare il pericolo di chiusura, il personale era scarso e i posti letto insufficienti.

Nel ’79 nuovi problemi di salute costrinsero Gabriella al ricovero in Germania, nel Centro per Lesioni Midollari di Heidelberg. Quei mesi lontano da casa la spinsero ancor più a dedicare tutta se stessa a rendere concreto il diritto alla cura. Un quarto dei pazienti proveniva dall’Italia, disabili “privilegiati”, perché erano riusciti ad “emigrare” per trovare terapie consone, ma comunque il segnale di quanto grave fosse la situazione dal punto di vista sanitario e riabilitativo per le persone mielolese italiane. E coloro che non potevano permettersi di andare all’estero, quale amaro destino avrebbero trovato?
Gabriella prese a cuore soprattutto un bambino romano di 8 anni, portato in Germania per guarire le piaghe da decubito. Gli rimase accanto, e con l’aiuto di un altro italiano ricoverato, Giuseppe Guerrieri, comunicò al direttore dell’ospedale, professor Paeslack, una decisione irremovibile: al ritorno in Italia avrebbe iniziato uno sciopero della fame, per chiedere l’apertura di un centro attrezzato non più sperimentale. Per la mentalità teutonica era scandaloso che si dovesse ricorrere a una forma di protesta così estrema per un diritto, come quello alla salute, che dovrebbe essere inalienabile. Il medico decise, malgrado qualche perplessità, di appoggiare la sua paziente ribelle, facendo da intermediario con i politici italiani.
Il 18 novembre 1979 Gabriella cominciò a digiunare, formulando precise richieste alla Regione e al Ministero della Sanità. Il professor Paeslack la monitorava, poiché quello sciopero non era privo di rischi per il suo fisico, ma la tenacia della giovane donna colpì altre persone con paraplegia, che si unirono alla lotta pacifica. Uno sciopero della fame attuato “da handicappati” – come venivano chiamati allora – fece riflettere e discutere il Paese intero. A Roma, nelle stanze del potere, arrivavano telegrammi di denuncia; la stampa ne parlava, Medicina Democratica e testate come «Lotta Continua» e «il Manifesto» pubblicavano articoli.
Prima di allora, nessuno in Italia sapeva che potessero esistere cliniche specializzate per disabili, non si conosceva il numero dei connazionali ricoverati all’estero, soprattutto nessuno era al corrente delle condizioni spesso disperate in cui arrivavano negli ospedali oltre confine.
Lo sciopero della fame durò quattro giorni, al termine dei quali giunse l’impegno concreto di Regione, CTO e Ministero della Sanità di creare – sotto la direzione del dottor Giulio Del Popolo – una divisione autonoma ampliabile per lesioni al midollo spinale presso il nosocomio di Careggi a Firenze.
Già, ampliabile, solo che per aumentare i posti letto fu necessario risalire sulle barricate. Nell’86, infatti, Gabriella e altri amici paraplegici occuparono per tre giorni il palazzo della Regione Toscana. Lei, ormai una “donna-simbolo”, ma non per questo disposta ad adagiarsi, si sedette sulle scale e lanciò la sua carrozzina come gesto di dissenso. L’anno dopo, finalmente, venne firmato l’accordo per la realizzazione dell’Unità Spinale di Firenze, la prima in Italia.

Gabriella Bertini

Una bella foto giovanile di Gabriella Bertini

Gabriella era solita dire che «ribellarsi è giusto, organizzarsi è fondamentale». Le sue proteste, anche le più forti, cercavano sempre il confronto, sapeva infatti l’importanza della comunicazione e dell’informazione, anche tra gli addetti ai lavori, e dall’inizio degli Anni Ottanta promosse vari congressi, invitando medici e chirurghi esperti in para-tetraplegia.
Non risparmiava parole dure per muovere le coscienze, ma lasciava aperta la porta del dialogo. Se l’Unità Spinale è stata il suo più grande successo, non vanno dimenticate le altre campagne di sensibilizzazione che la videro protagonista: barriere architettoniche, lavoro, vita indipendente.
Contribuì alla nascita del CIVIC (Centro Internazionale Vacanza e Incontri Culturali) sull’handicap a Marina di Grosseto, e fu tra le fondatrici di Medicina Democratica, movimento di lotta per la salute attivo soprattutto nell’ambito della sicurezza sul lavoro. Fu inoltre grazie a lei e alle testimonianze di uomini e donne paraplegici, che alla fine degli Anni Settanta si iniziò a parlare di sessualità e disabilità.

Gabriella Bertini ci ha lasciati nell’aprile del 2015 con un progetto nel cassetto: “Casa Gabriella”, una struttura adiacente al CTO di Firenze che completerebbe il percorso terapeutico, un luogo destinato al recupero e al mantenimento, in grado di accompagnare le persone con paraplegia e tetraplegia nell’arco di tutta l’esistenza, fino al naturale invecchiamento, quando è difficile trovare assistenza sanitaria specializzata nelle normali case di riposo. Con l’apertura delle Unità Spinali, infatti, la speranza di vita è molto aumentata, e quindi occorrono oggi ulteriori risposte per garantire dignità anche nelle fasi post acute, per favorire il reinserimento nel tessuto sociale e produttivo, e in età avanzata. Gabriella aveva capito prima di tutti il bisogno di una residenza dove poter soggiornare per tempi più o meno lunghi, eventualmente insieme ai familiari, per curare piaghe da decubito, fratture o altri problemi che non necessitano di ricovero in ospedale. Aveva anche individuato il luogo adatto, un terreno di proprietà dell’INAIL, a due passi dal CTO, proprio dove lei abitò per decenni. La sua scomparsa ha causato una battuta d’arresto del progetto e gli ostacoli sono quelli di sempre: tanti soggetti da mettere d’accordo, l’avvicendamento dei responsabili, le risorse che scarseggiano, senza contare che l’apertura di un nuovo reparto è vista come una spesa eccessiva in tempi di tagli alla Sanità. In tal modo, però, non si comprende che una struttura come “Casa Gabriella” porterebbe a un risparmio, perché eviterebbe degenze molto più costose in Unità Spinale (circa 480 euro al giorno; fonte: Medicina Democratica).
Ricordando questa donna speciale, i suoi amici dell’ADINA di Firenze (Associazione Difesa Diritti Persone Non Autosufficienti) e dell’ATP (Associazione Toscana Paraplegici), insieme a Beppe Banchi, stanno mettendo impegno e passione per dare corpo al sogno. In principio, non sembrava forse irreale anche l’idea di un centro specializzato in lesioni spinali? Nessuno avrebbe scommesso una lira su quella ragazza in sedia a rotelle che guidava una Fiat 500, eppure ce l’ha fatta, per se stessa e per tanti altri che verranno.

SUPERANDO

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GIORNALINO ASSOCIAZIONE DIVERSABILI PENISOLA SORRENTINA DELLA DOTT. ROSA DE MARTINO Pugno duro solo verso gli alunni con disabilità?

20 Gennaio 2017, 10:42am

Pubblicato da Giornale Vettica di Amalfi Online www.mikivettica.net

GIORNALINO ASSOCIAZIONE DIVERSABILI PENISOLA SORRENTINA DELLA DOTT. ROSA DE MARTINO Pugno duro solo verso gli alunni con disabilità?

INSERITO DA MICHELE PAPPACODA Perché quel “colpo basso” ai ragazzi con disabilità che frequentano le scuole medie, contenuto nel recente schema di Decreto sulla valutazione delle competenze degli studenti, che rischia di mettere in discussione la stessa filosofia dell’inclusione? Non sarà semplicemente un uso frettoloso del “copia e incolla”, da parte del Ministero, da correggere quanto prima? «Sarebbe infatti paradossale – sottolinea Flavio Fogarolo – che un Decreto ove si riformano gli esami, smussando varie rigidità, mostrasse il pugno duro solo verso gli alunni con disabilità!»

L’attenzione di chi si occupa di inclusione e scuola è concentrata in questi giorni sullo Schema di Decreto Legislativo recante norme per la promozione dell’inclusione scolastica degli studenti con disabilità (Atto del Governo n. 378), ovvero sull’Atto che intende riformare il sostegno, ma la sorpresa più grossa, vero “colpo basso” per i ragazzi con disabilità e le loro famiglie, si trova, a parere di chi scrive, in un altro Decreto, approvato contemporaneamente nei giorni scorsi dal Consiglio dei Ministri, e uscito anch’esso dal cilindro della Legge 107/15 della Buona Scuola.
Parlo dello Schema di Decreto sulla  valutazione (Atto di Governo n. 384Schema di Decreto Legislativo recante norme in materia di valutazione e certificazione delle competenze nel primo ciclo ed esami di Stato), che rappresenta a mio parere un grave e inaccettabile passo indietro per gli alunni con disabilità, perché toglie loro la possibilità di conseguire il diploma di licenza media sostenendo prove differenziate e introduce il concetto di equipollenza, finora valido solo nella scuola secondaria di secondo grado.
Basta confrontare il testo in vigore con quello nuovo proposto, come riportato nella tabella successiva:

Testo in vigore 
(DPR 122/09, articolo 9, comma 2)
Nuova enunciazione
(schema nuovo Decreto)
Le prove differenziate hanno valore equivalente a quelle ordinarie ai fini del superamento dell’esame e del conseguimento del diploma di licenzaLe prove differenziate, se equipollenti a quelle ordinarie, hanno valore ai fini del superamento dell’esame e del conseguimento del diploma finale
Agli alunni con disabilità che non conseguono la licenza è rilasciato un attestato di credito formativoAgli alunni con disabilità per i quali sono state predisposte dalla sottocommissione prove non equipollenti a quelle ordinarie, viene rilasciato un attestato di credito formativo

L’esame del Primo Ciclo – già Esame di Licenza Media – non attesta competenze professionali, ma la conclusione di un percorso di formazione che l’alunno con disabilità ha seguito in modo personalizzato. Non a caso, fino ad oggi, l’esame prevede prove «idonee a valutare il progresso dell’alunno in rapporto alle sue potenzialità e ai livelli di apprendimento iniziali» (DPR 122/09, articolo 9), equivalenti a quelle ordinarie ai fini del superamento del diploma. Il nuovo Decreto, invece, introduce il concetto di «prove equipollenti», che mai era stato applicato in precedenza nell’esame di terza media.
Fino alla metà degli Anni Novanta, la normativa richiedeva obiettivi personalizzati, ma «globalmente riconducibili ai programmi ministeriali» per conseguire un diploma valido, ma successivamente questo vincolo è stato abolito ed è stato dato a questo esame un valore diverso, come attestazione di competenze di cittadinanza. Ormai da oltre vent’anni i ragazzi con disabilità che sono in grado di sostenere una prova d’esame, anche se adattata alle loro capacità, conseguono un regolare diploma.
È sorprendente come in un Decreto che riforma gli esami smussando varie rigidità introdotte dalle riforme dell’“era Gelmini” (ma non solo), come l’obbligo della sufficienza in tutte le materie per l’ammissione, la prova INVALSI, le cinque prove scritte… mostri il pugno duro solo verso gli alunni con disabilità, modificando per loro radicalmente l’esame, ma pure, inevitabilmente, la stessa filosofia dell’inclusione, con ricadute in tutti i precedenti anni di scuola e anche in vista del futuro inserimento lavorativo, perché la maggior parte dei ragazzi con disabilità rimarrebbe senza licenza media, riducendo ulteriormente per loro le già poche occasioni di lavoro offerte.

Leggendo attentamente lo Schema di Decreto, viene per altro il dubbio che qualcuno abbia fatto un po’ di confusione, dato che l’enunciato che troviamo per l’Esame di Stato del Secondo Ciclo (già Esame di Maturità) risulta per i candidati con disabilità più aperto di quello del primo ciclo:

Nuovo Schema di Decreto esami
Primo ciclo (articolo 12)Secondo Ciclo (articolo 22)
Per lo svolgimento dell’esame di Stato conclusivo del primo ciclo di istruzione, la sottocommissione, sulla base del piano educativo individualizzato, relativo alle attività svolte, alle valutazioni effettuate e all’assistenza eventualmente prevista per l’autonomia e la comunicazione, predispone, se necessario, utilizzando le risorse finanziarie disponibili a legislazione vigente, prove differenziate idonee a valutare il progresso dell’alunno in rapporto alle sue potenzialità e ai livelli di apprendimento iniziali. Le prove differenziate, se equipollenti a quelle ordinarie, hanno valore ai fini del superamento dell’esame e del conseguimento del diploma finale.La commissione d’esame, sulla base della documentazione fornita dal consiglio di classe, relativa alle attività svolte, alle valutazioni effettuate e all’assistenza prevista per l’autonomia e la comunicazione, predispone una o più prove differenziate, in linea con gli interventi educativo­ didattici attuati sulla base del Piano Educativo Individualizzato (PEI). Tali prove hanno valore equipollente ai fini del rilascio del titolo di studio conclusivo del secondo ciclo di istruzione. Nel diploma finale non viene fatta menzione dello svolgimento di prove differenziate.

In sostanza, per il Secondo Ciclo si dice che le prove differenziate sono in ogni caso valide per il rilascio del diploma, mentre nel Primo hanno valore solo se equipollenti. Ma attualmente è proprio il contrario: è nel Secondo Ciclo che l’esame è valido per il diploma solo se eventuali prove personalizzate sono giudicate equipollenti dalla Commissione, mentre lo è sempre nel primo. Questo, in effetti, fa sorgere il dubbio che tutto sia dipeso da un’inversione in fase di redazione, anche se l’ipotesi che si facciano errori del genere a questi livelli risulta alquanto strana.
Ma forse il “diavoletto” che fa prendere cantonate per l’uso frettoloso del “copia e incolla” si annida anche nei computer dell’Ufficio Legislativo del Ministero e non solo dentro ai nostri. Se è così, si fa presto a correggere. Altrimenti, se al Governo pensano veramente di rimangiarsi in questo modo decenni di integrazione scolastica, almeno spieghino perchè.

di Flavio Fogarolo SUPERANDO

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