Se l’incapacità di prevedere l’ascesa di Trump nel 2016 era stata spiegata con la difficoltà di interpretare il nuovo fenomeno che rappresentava, la replica nel 2020 ha meno giustificazioni e per certi versi è più grave. Anche questa volta i sondaggi non hanno colto davvero il peso dei supporter del presidente, naturalmente diffidenti verso media e mondo accademico. Ma c'è tanto altro.
Quanto sono stati affidabili e accurati i sondaggi delle presidenziali 2020? Una risposta potrà venire solo tra qualche giorno, quando il quadro complessivo dei voti – quelli espressi per posta, quelli del voto anticipato e quelli in presenza il giorno delle elezioni – sarà definitivo. Per il momento, si può dire che ancora una volta i sondaggi hanno sottostimato la forza elettorale di Donald Trump. Con l’avvicinarsi del 3 novembre, gran parte dei sondaggi davano Joe Biden largamente favorito e Donald Trump con possibilità molto limitate. Quello che è successo nelle ore successive alla giornata elettorale dimostra quanto questa previsione si sia rivelata fallace.
Prendiamo il caso di tre stati già da tempo sotto stretta osservazione: Florida, North Carolina, Georgia. “FiveThirtyEight”, il sito di Nate Silver che fornisce analisi e proiezioni sui numeri elettorali, offriva nelle ore precedenti al 3 novembre una media calcolata sui sondaggi più affidabili. Biden era dato in vantaggio, rispettivamente, di 2,5, 1,8 e 1,2. La cosa si è rivelata errata soprattutto per quanto riguarda la Florida, che Trump vinse per 1,2 punti nel 2016 e che quest’anno il presidente ha riconquistato – grazie soprattutto al voto ispanico della contea di Miami-Dade – con un vantaggio superiore a 3 punti (per la precisione, 3,4, ma il conteggio non è ancora concluso). Questo significa che il margine d’errore, tra previsione e realtà del voto, è stato di almeno 5,5 punti.
Un discorso simile, ancora più clamoroso, può essere fatto per Wisconsin e Michigan. La media dei sondaggi offerta da “FiveThirtyEight” dava Biden in vantaggio di 8,4 punti in Wisconsin e di 7,9 in Michigan. La realtà è stata molto diversa. In Wisconsin, al momento in cui si scrive, Biden ha ottenuto lo 0,6 per cento di voti in più di Trump. Il Michigan è stato assegnato al democratico con uno scarto del 2,6. Altro caso piuttosto clamoroso riguarda l’Ohio. Nel 2016 il presidente aveva vinto lo Stato piuttosto facilmente (oltre l’8 per cento) e quest’anno il suo vantaggio era dato per molto risicato: intorno all’1 per cento. In realtà, l’Ohio è tornato piuttosto facilmente sotto il controllo di Trump, all’incirca con la stessa percentuale del 2016. Nessuna reale speranza per Biden e i democratici è poi venuta dal voto di Iowa, o del Texas, come diversi sondaggi prevedevano.
Proprio Nate Silver ha spiegato che, a conteggi completati, il margine d’errore delle previsioni rispetto al risultato finale sarà intorno al 3 per cento. Non si tratta, a dire il vero, di un gran risultato. Nel 2016 gli errori erano stati principalmente attribuiti all’incapacità di catturare davvero le attitudini di voto dei bianchi senza titolo di studio universitario, che avevano decretato la vittoria di Trump in almeno tre Stati essenziali: Pennsylvania, Michigan e Wisconsin. Oggi le ragioni degli errori possono essere diverse, a seconda degli Stati considerati. Per esempio, nel caso della contea di Miami-Dade in Florida, i sondaggi non hanno rilevato il ruolo importante che gli ispanici (soprattutto cubani e venezuelani) hanno avuto nella vittoria di Trump. Secondo alcuni, questo dipende soprattutto da una cosa. La maggiore difficoltà di mappare l’elettorato ispanico rispetto a quello bianco: più difficile da raggiungere telefonicamente, meno propenso a partecipare ai focus group, meno presente ai comizi che il presidente ha tenuto nello Stato. Eppure, alla fine, quel voto è andato in percentuali ben più alte del previsto a Trump, decidendo le sorti di uno Stato essenziale come la Florida.
FONTE IL FATTO QUOTIDIANO