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SALERNO E PROVINCIA NEWS SALERNO Caso Claps: confermati 30 anni a Restivo

25 Aprile 2013, 09:38am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/campania/media/foto/2013/04/24/elisa_claps--180x140.jpg?v=20130424154453

 

http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/campania/media/foto/2013/04/24/restivo%20(2)--180x140.jpg?v=20130424154453

 

 

553987 4875306964196 493515398 nINSERITO DA ANGELA CECERE

Lui impassibile, i fratelli di Elisa: «Buon viaggio...» Mamma Filomena: «Nessun perdono, è stato un serpente» SALERNO – Trenta anni di carcere per l'assassinio di Elisa Claps. La Corte d'appello di Salerno conferma la decisione di primo grado nei confronti di Danilo Restivo. L'imputato - ammesso al rito abbreviato - è rimasto impassibile di fronte al pronunciamento dei giudici. Filomena Iemma, la mamma di Elisa, invece, è scoppiata in lacrime. «Ci fosse stata mia figlia...». I fratelli di Elisa, all'uscita di Danilo dal tribunale, gli hanno sibilato: «Buon viaggio». NESSUN PERDONO - «Solo pietà per quel carnefice ma nessun perdono», ha aggiunto mamma Filomena. «Elisa non è affatto in pace - ha detto Filomena Iemma - Elisa si sta rivoltando nella tomba, si rivolta sotto terra per come Danilo Restivo si è comportato. Si doveva comportare da uomo, ha detto di essere uomo. Se fosse stato uomo si doveva assumere le sue responsabilità, responsabilità di uomo, non da assassino e da carnefice quale è. Lui è soltanto un serpente dietro una siepe pronto ad avventarsi contro le persone». Mamma Filomena lo dice a chiare lettere: «Non lo perdonerò mai, il perdono bisogna conquistarselo e lui non lo ha fatto. Lui è solo un serpente velenoso, non lo voglio più vedere. Ringraziasse Dio che deve marcire in Inghilterra. Questo è l'ultimo viaggio che si fa in Italia. Mi auguro che sia l'ultimo viaggio». «Che cosa dico ai suoi genitori? Che mi ha fatto pietà - ha concluso - una grande pietà. Se si fosse comportato da uomo sarebbe stato diverso ma non lo ha fatto». LA BATTAGLIA LEGALE - Fino alla fine avvocati e pm si sono dati battaglia su circostanze, date e perizie. Un serrato botta e risposta anche tra il pubblico ministero Rosa Volpe e i legali di Restivo, Alfredo Bargi e Marzia Scarpelli. Magistrato e legali hanno ripercorso i punti salienti della storia: il giorno, il luogo dell'omicidio, la traccia del dna di Restivo trovata sulla maglia che la 16enne Elisa indossava il giorno della sua morte, ma anche le tracce di sangue sugli abiti di Restivo di quel 12 settembre 1993. Ferma la posizione della Procura generale sulla colpevolezza di Restivo: il pm ha ribadito che Restivo era nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza che uccise la giovane. Quegli imbrattamenti lungo le scale dei quali aveva parlato la difesa di Restivo lasciando intendere che qualcuno aveva potuto portare lì il corpo di Elisa dopo averla uccisa altrove, secondo quanto dimostrato dalla perizia Pascali «non erano macchie biologiche», ha detto la Volpe. IL DUBBIO - Netta la posizione del pm anche su un altro dubbio insinuato dalla difesa Restivo in merito alla presenza sulla maglia di Elisa di altre tracce di dna mai analizzate: «Non c'era la soglia minima di Dna per comportare un accertamento valido scientificamente». Un argomento, quello delle tracce genetiche, sul quale la difesa Restivo invece insisteva mettendolo alla base della richiesta del rinnovo del dibattimento, «al fine di una interpretazione del risultati relativi alla presenza del dna di Restivo da parte un perito o collegio di periti in modo da poter basare le convinzioni su un accertamento terzo». LE TRACCE DI SANGUE - Poi lo scontro sulle tracce di sangue rinvenute sugli abiti che Restivo indossava il giorno dell'omicidio di Elisa. Per l'accusa, come riferito dallo stesso Restivo in un verbale del 1993, gli abiti erano macchiati di sangue; per la difesa, Restivo ha detto che aveva sì sporcato di sangue sia i pantaloni che la camicia «tanto e' vero che una volta tornato a casa dopo essere stato in ospedale sono stato costretto a cambiarmi», ma è anche vero che, dice l'avvocato Bargi, «nessuno in ospedale ha notato tali macchie e se davvero Restivo avesse ucciso Elisa, gli spruzzi di sangue sarebbero stati in ogni parte»; le macchie erano invece state determinate da una piccola ferita causata dalla caduta lungo le scale mobili. IL RICORSO IN CASSAZIONE - «Prima leggeremo le motivazioni della sentenza dopo di che faremo ricorso in Cassazione», ha annunciato Marzia Scarpelli, uno dei legali di Restivo. «Vedremo come la Corte ha inteso motivare sulla conferma della sentenza e sulla mancata concessione della rinnovazione del dibattimento - ha spiegato la Scarpelli - vedremo come la Corte ha ritenuto superabili i nostri dubbi». «Cosa mi ha detto Restivo al termine dell'udienza? - ha concluso - mi ha chiesto solo quando ci sarà il nostro prossimo colloquio».

CORRIERE DEL MEZZOGIORNO

25.04.2013.

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SALERNO E PROVINCIA NEWS Salerno, accordo tra ambulanti e immigrati

25 Aprile 2013, 09:29am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

http://www.ilmattino.it/MsgrNews/MED/20130424_ambulanti_sa.jpg

 

553987 4875306964196 493515398 nINSERITO DA ANGELA CECERE

Ambulanti autorizzati e venditori extracomunitari: c’è l’intesa. Siglato ieri un patto di ferro per contrastare il fenomeno sempre più dilagante dell’abusivismo commerciale che sta infestando da mesi il lungomare Trieste e il Corso Vittorio Emanuele. In campo i mercatali aderenti alla organizzazione dell’Anva Confesercenti e venditori senegalesi del sottopiazza della Concordia. Da ieri le due categorie hanno raggiunto una intesa «storica» per impegnarsi nella lotta alle vendite selvagge e contraffatte, denunciate la scorsa settimana dagli ambulanti regolari in occasione di un tavolo straordinario sulla sicurezza e la legalità commerciale tenutosi a palazzo di governo alla presenza del Prefetto, Gerarda Maria Pantalone, e dei rappresentanti provinciali delle forze dell’ordine.

IL MATTINO

25.04.2013.

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25 APRILE FESTA DELLA LIBERAZIONE GIORNALINO ARTIGIANALE A CURA DI ANGELA CECERE 1°PARTE

25 Aprile 2013, 08:06am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

                    25 APRILE FESTA DELLA LIBERAZIONE

   GIORNALINO ARTIGIANALE A CURA DI ANGELA CECERE

                                       1°PARTE

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IL 25 APRILE

La Festa della Liberazione è una delle feste istituzionali più importanti. Il 25 aprile di ogni anno si commemorano importanti eventi storici della Seconda Guerra Mondiale che portarono alla fine della dittatura fascista e alla liberazione di quasi tutte le città del Nord dall'occupazione tedesca.
La liberazione avvenne nel 1945 ad opera del movimento della Resistenza Partigiana, costituito da differenti soggetti politici - cattolici, socialisti, comunisti, monarchici, liberali, azionisti - che, animati dal desiderio di libertà, si riunirono nel CLN, il Comitato di Liberazione Nazionale. Questa data rappresenta, di fatto, la fine della Seconda Guerra Mondiale in Italia: di lì a pochi giorni avviene la resa delle truppe tedesche. Da qui inizia il periodo transitorio che porterà alla nascita della Repubblica Italiana il 2 giugno 1946 e all'emanazione della sua Costituzione. Il 25 aprile ricorda, quindi, la liberazione dell'Italia e la fine del conflitto ma innanzitutto il fenomeno della Resistenza, movimento di opposizione all'occupazione tedesca, nato a seguito dell’armistizio dell’8 settembre del 1943 e di cui fecero parte in totale circa 300.000 uomini e donne, e i cui caduti furono 44.700.
Foto: IL 25 APRILE La Festa della Liberazione è una delle feste istituzionali più importanti. Il 25 aprile di ogni anno si commemorano importanti eventi storici della Seconda Guerra Mondiale che portarono alla fine della dittatura fascista e alla liberazione di quasi tutte le città del Nord dall'occupazione tedesca. La liberazione avvenne nel 1945 ad opera del movimento della Resistenza Partigiana, costituito da differenti soggetti politici - cattolici, socialisti, comunisti, monarchici, liberali, azionisti - che, animati dal desiderio di libertà, si riunirono nel CLN, il Comitato di Liberazione Nazionale. Questa data rappresenta, di fatto, la fine della Seconda Guerra Mondiale in Italia: di lì a pochi giorni avviene la resa delle truppe tedesche. Da qui inizia il periodo transitorio che porterà alla nascita della Repubblica Italiana il 2 giugno 1946 e all'emanazione della sua Costituzione. Il 25 aprile ricorda, quindi, la liberazione dell'Italia e la fine del conflitto ma innanzitutto il fenomeno della Resistenza, movimento di opposizione all'occupazione tedesca, nato a seguito dell’armistizio dell’8 settembre del 1943 e di cui fecero parte in totale circa 300.000 uomini e donne, e i cui caduti furono 44.700.

Il 25 Aprile
La Festa Nazionale della Libertà, della Liberazione e della Democrazia garantita dalla nostra Costituzione. Vieni a scoprirne la storia e il significato.

La "Festa della Liberazione" ricorda la fine del periodo nazi-fascista e, appunto, la liberazione dell'Italia dalla dittatura di Mussolini (alleato di Hitler) e la vittoria dei Partigiani antifascisti che organizzarono la Resistenza per riconquistare la libertà e la democrazia.
Proprio il 25 aprile 1945 i Partigiani (con l'aiuto e l'appoggio degli Alleati americani e inglesi) entrarono vittoriosi nelle principali città, liberando l'Italia e gettando le basi per una nuova democrazia.

I Partigiani erano uomini, donne, ragazzi, soldati, sacerdoti, lavoratori, operai, contadini, socialisti, cattolici, comunisti: insomma, gente di diverse idee politiche o fede religiosa, e di diverse classi sociali, ma che avevano deciso di impegnarsi in prima persona (rischiando la propria vita) per porre fine al fascismo e fondare in Italia una democrazia, basata sul rispetto dei diritti umani, della libertà individuale, senza distinzione di razza, di idee, di sesso e di religione.

La Costituzione Italiana attuale, nata dalle idee di democrazia e di libertà degli antifascisti, fu elaborata negli anni successivi proprato contro il fascismo. Si dice, in

Oggi la "Festa del 25 aprile" viene chiamata anche Festa della Libertà: è un'occasione per ricordare che la libertà non è un valore gratuito che esiste automaticamente o una condizione che si mantiene da sola.

La libertà va difesa giorno per giorno: ancora oggi, nella nostra nazione, esistono persone e politici che non sempre agiscono nel rispetto della libertà e della democrazia e tutti noi dobbiamo tenere sempre gli occhi ben aperti se vogliamo custodire questo bene prezioso che garantisce alle persone di vivere al meglio possibile.

Qualcuno ha anche cercato di confondere le idee, usando la parola "libertà" e la denominazione di "Festa della Libertà" con significati che non hanno alcun riferimento ai valori del 25 Aprile ma si rifanno solo al nome di un partito politico.

Ma, come si sa, la storia del 25 Aprile è chiara e definita e quei valori sono in vigore per tutti (anche per chi li misconosce, non li condivide o per chi è ignorante di storia).
La Costituzione della Repubblica Italiana vale anche per loro.
Come ha detto il Presidente della Repubblica Napolitano, la Festa della Liberazione è di tutti.

Certo, di tutti coloro che conoscono la storia e che sanno e riconoscono che la Costituzione Italiana è nata dalla Resistenza e dall'Antifascismo.
Chi non sa questo (o finge di non saperlo) non sa nemmeno che cosa sia il 25 Aprile e perché lo si festeggi ogni anno.

 

 

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Partigiani garibaldini in piazza San MarcoVenezia nei giorni della liberazione

 

La Resistenza italiana, comunemente chiamata Resistenza, anche detta Resistenza partigiana o secondo Risorgimento[1] fu l'insieme dei movimenti politici e militari che in Italia dopo l'armistizio di Cassibile si opposero al nazifascismo[2][3] nell'ambito della guerra di liberazione italiana. Alcuni storici hanno evidenziato più aspetti contemporaneamente presenti all'interno del fenomeno della Resistenza: "guerra patriottica" e lotta di liberazione da un invasore straniero; insurrezione popolare spontanea; "guerra civile" tra antifascisti e fascisti, collaborazionisti con i tedeschi; "guerra di classe" con aspettative rivoluzionarie soprattutto da parte di alcuni gruppi partigiani socialisti e comunisti.[4]

Il movimento della Resistenza – inquadrabile storicamente nel più ampio fenomeno europeo della resistenza all'occupazione nazifascista – fu caratterizzato in Italia dall'impegno unitario di molteplici e talora opposti orientamenti politici (comunistiazionistimonarchicisocialisticattoliciliberalirepubblicanianarchici), in maggioranza riuniti nel Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), i cui partiti componenti avrebbero più tardi costituito insieme i primi governi del dopoguerra[5].

La Resistenza costituisce il fenomeno storico nel quale vanno individuate le origini stesse della Repubblica Italiana: l'Assemblea Costituente fu in massima parte composta da esponenti dei partiti che avevano dato vita al CLN, i quali scrissero la Costituzione fondandola sulla sintesi tra le rispettive tradizioni politiche ed ispirandola ai princìpi della democrazia e dell'antifascismo.

Il periodo storico in cui il movimento fu attivo, comunemente indicato come "Resistenza", inizia dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 (il CLN fu fondato a Roma il 9 settembre) e termina nei primi giorni del maggio 1945, durando quindi venti mesi circa. La scelta di celebrare la fine di quel periodo con il 25 aprile 1945 fa riferimento alla data dell'appello diramato dal CLNAI per l'insurrezione armata della città di Milano, sede del comando partigiano dell'Alta Italia.

 

L'antifascismo [modifica]

La Resistenza italiana affonda le sue radici nell'antifascismo, sviluppatosi progressivamente nel periodo che va dalla metà degli anni venti, quando già esistevano deboli forme di opposizione al regime fascista, fino all'inizio della seconda guerra mondiale. Inoltre nella memoria dei combattenti partigiani, specialmente quelli di ispirazione comunista e socialista, rimaneva vivo il ricordo del cosiddetto "biennio rosso" e delle violente lotte contro le squadre fasciste nel periodo 1919-1922, considerate da alcuni esponenti dei partiti di sinistra (tra cui lo stesso Palmiro Togliatti) una vera "guerra civile" in difesa delle classi popolari contro le forze reazionarie[6].

Dopo l'omicidio del deputato socialista Giacomo Matteotti (1924) e la decisa assunzione di responsabilità da parte di Mussolini, nel Regno d'Italia prese avvio il processo ditotalitarizzazione dello Stato che darà luogo ad un sempre maggiore controllo e a severe persecuzioni degli oppositori, a rischio di carcerazione e di confino.

Gli antifascisti si organizzarono quindi in clandestinità in Italia e all'estero, creando con grande difficoltà una rudimentale rete di collegamenti, che però non produsse risultati pratici di rilievo, restando frammentati in piccoli gruppi non coordinati, incapaci di attaccare o di minacciare il regime, se si esclude qualche attentato realizzato in particolare dagli anarchici. La loro attività si limitava al versante ideologico: era copiosa la produzione di scritti, in particolare tra le comunità degli esuli antifascisti, che però non raggiungevano le masse e non influivano sull'opinione pubblica[7]. Alcuni storici[8] hanno anche sottolineato come il movimento della Resistenza possa presentare legami con la Guerra di Spagna, in particolare con coloro i quali avevano militato nelle Brigate Internazionali.[9].

Solo la guerra e soprattutto l'andamento disastroso su tutti i fronti delle operazioni belliche e il progressivo distacco delle masse popolari dal regime (evidenziato anche dai grandi scioperi del marzo 1943), condussero alla subitanea disgregazione dello Stato fascista dopo il 25 luglio, seguito, dopo i tormentati quarantacinque giorni del governo Badoglio, dall'Armistizio di Cassibile dell'8 settembre 1943. La catastrofe dello Stato nazionale e la rapida e aggressiva occupazione di gran parte dell'Italia da parte dell'esercito del Reich offrì alle forze politiche antifasciste, uscite dalla clandestinità, la possibilità di organizzare la lotta politico-militare contro l'occupante e il governo collaborazionista di Salò[10], subito costituito dalle autorità naziste intorno a Mussolini, liberato dalla prigionia sul Gran Sasso dai paracadutisti tedeschi, ed ai superstiti fascisti, decisi a riprendere la lotta a fianco della Germania e a vendicarsi dei "traditori" interni[11].

Resistenze [modifica]

Subito dopo l'armistizio dell'8 settembre, nonostante il disfacimento complessivo delle forze armate italiane in tutti i teatri operativi in patria ed all'estero, vi fu anche una breve "resistenza militare" ad opera di reparti del Regio Esercito, per ordine superiore, per scelta volontaria delle truppe (Divisione Acqui, distrutta nella tragica battaglia di Cefalonia) o per iniziativa di ufficiali a capo di formazioni dislocate neiBalcani e in Egeo (come Inigo Campioni e Luigi Mascherpa, protagonisti delle battaglie di Rodi e Lero). Inoltre si combatté l'unica vera e propria campagna condotta con successo dalle truppe italiane contro i tedeschi dopo l'8 settembre, la liberazione della Corsica. Da ricordare è anche la difesa di Porta San Paolo ad opera di formazioni dell'esercito affiancate dalla popolazione civile durante il breve tentativo di difendere Roma. Della "resistenza militare" fece parte anche la rete di informatori organizzata nella capitale dal colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo (il Fronte Militare Clandestino della Resistenza, FCMR); strettamente legata alla Monarchia e conservatrice, la struttura operò anche in polemica con le altre formazioni resistenziali ed ottenne qualche risultato, ma venne infine smantellata dai tedeschi e lo stesso Montezemolo fu catturato e ucciso[12].

La "resistenza militare", condotta da componenti delle Forze Armate, riconoscibili come personale in uniforme "sottoposto alla giurisdizione militare"[13], va comunque distinta dalla Resistenza propriamente detta, artefice della guerra partigiana, durante la quale i partigiani, volontari legati in gran parte alle formazioni politiche antifasciste, si impegnarono nella guerriglia in montagna e in collina, nel sabotaggio, nella lotta armata nelle città. Anche diversi militari sfuggiti alla cattura da parte dei tedeschi si unirono al movimento partigiano costituendo formazioni "autonome" (conosciuti anche come "azzurri" o "badogliani"[14]) come quelle capeggiate dagli ufficiali Enrico Martini ("Comandante Lampus" o "Mauri"), e Piero Balbo ("Comandante Nord"), il gruppo "Cinque Giornate" del colonnello Carlo Croce e l'Organizzazione Franchi, la struttura di sabotaggio e informazioni, strettamente legata ai servizi segreti britannici[15], costituita da Edgardo Sogno.

Infine artefici di un altro tipo di "resistenza" all'occupante tedesco ed al governo collaborazionista di Salò furono i soldati italiani catturati dopo l'8 settembre ed il collasso delle unità dell'esercito; su circa 800.000 prigionieri, solo 186.000 decisero di aderire al nuovo governo fascista per venire impiegati in prevalenza come ausiliari non combattenti, mentre oltre 600.000 soldati rifiutarono e vennero internati inGermania dove, con la denominazione di IMI, furono ridotti alla condizione di lavoratori servili, furono sottoposti ad un duro trattamento e subirono privazioni e violenze[16].

 

Creazione dei Comitati di Liberazione Nazionale[modifica]

 

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Comitato di Liberazione Nazionale.

 

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Bandiera delCLN

Fin dalla sera dell'8 settembre, poche ore dopo la comunicazione radiofonica del marescialloBadoglio, aRomasei esponenti politici dei partiti antifascisti, usciti dalla clandestinità a seguito del crollo del regime dopo il25 luglio, si riunirono e costituirono il primo "Comitato di Liberazione Nazionale" (CLN), struttura politico-militare che avrebbe caratterizzato la Resistenza italiana contro l'occupazione tedesca e le forze collaborazioniste fasciste dellaRepubblica di Salòin tutto il periodo della guerra di liberazione[18].

I sei componenti eranoIvanoe Bonomi,Alessandro Casati,Alcide De Gasperi,Mauro Scoccimarro,Pietro NennieUgo La Malfa; già l'indomani mattina Nenni ebbe un primo contatto telefonico con altri esponenti politici aMilanoe il12 settembreil politico socialista si recò nel capoluogo lombardo dove, nonostante il rifiuto diFerruccio Parridi assumere subito la guida delle formazioni antifasciste, venne a sua volta costituito un altro Comitato di Liberazione Nazionale che più tardi sarebbe diventato il coordinatore della guerra partigiana al nord con il nome di CLNAI ("Comitato di Liberazione nazionale Alta Italia")[19].

Nei giorni seguenti si moltiplicarono i Comitati di liberazione locali per organizzare la lotta armata nelle regioni occupate dai tedeschi: aTorino, aGenova, aPadovasotto la direzione diConcetto Marchesi,Silvio Trentin, edEgidio Meneghetti, aFirenzeconPiero Calamandrei,Giorgio La PiraeAdone Zoli. Entro l'11 settembrela struttura dei CLN era costituita e i comitati passarono rapidamente alla lotta armata ed alla clandestinità di fronte al rafforzarsi del potere politico militare delle forze tedesche e del nuovo Stato repubblicano fascista, mentre il15 settembreadAronai primi capi delle formazioni partigiane organizzate in montagna (Ettore Tibaldi,Vincenzo Moscatelli) e i rappresentanti dei CLN (Mario eCorrado Bonfantini, Aldo Denini, l'avvocato Menotti) si incontrarono per discutere dettagli organizzativi e strutture di comando[20].

Lo storicoPaolo Sprianoha illustrato tre caratteristiche fondamentali della Resistenza italiana presenti fin dal suo inizio e rimaste come elementi caratterizzanti per gran parte della sua storia. In primo luogo il movimento si formò e crebbe partendo praticamente dal nulla in una situazione politico-militare estremamente critica; in secondo luogo le circostanze del crollo del fascismo, scaturito da un azione autonoma di ristrette autorità di potere compromesse con il regime e senza una reale partecipazione popolare, e il drammatico dissolvimento dello stato dopo l'8 settembre, condussero ad un rifiuto da parte di gran parte del movimento resistenziale di ogni compromesso con le forze conservatrici raccolte intorno al re e al maresciallo Badoglio. Infine l'assenza, nel momento della costituzione, di un reale riconoscimento da parte alleata della Resistenza italiana e di conseguenza di una sua rappresentatività nelle strutture di comando alleate, a differenza di altri movimenti resistenziali europei[21]. Secondo le parole di Spriano: "le capitali della Resistenza non saranno né Algeri, né Londra, né Mosca, né Brindisi o Salerno, ma la macchia e le città della guerriglia e della cospirazione clandestina"[22].

Le formazioni partigiane[modifica]
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Vincenzo Moscatelli"Cino", commissario politico delleBrigate GaribaldidellaValsesia

In realtà mentre si costituivano i Comitati di Liberazione nelle varie città in cui si estendeva rapidamente l'occupazione tedesca, i primi gruppi di ribelli erano già in fase di organizzazione spontanea nelle regioni più impervie dell'Italia settentrionale e centrale, con collegamenti minimi con le strutture clandestine politiche cittadine a causa della confusione generale seguita all'8 settembre ed al totale fallimento delle gerarchie delRegio Esercito, che rifiutarono di organizzare unità volontarie per attaccare i tedeschi ed si arresero con i loro comandi senza combattere[23].

I primi raggruppamenti si costituirono nellePrealpie nel Preappennino per facilitare gli approvvigionamenti dalla pianura e per poter disporre di aree arretrate di sicurezza in alta montagna. Organizzati e comandati in un primo momento da giovani ufficiali inferiori e sottufficiali dell'esercito in dissoluzione, questi primi gruppi, costituiti da poche decine di elementi, vennero rafforzati dai primi capi politici che salirono in montagna per prendere parte alla lotta e organizzarla[24]. Nel tempo peraltro si assisterà ad una progressiva politicizzazione di molti ufficiali inferiori dell'esercito ed a una militarizzazione dei capi politici comunisti e azionisti, sempre più concentrati sull'organizzazione tecnica e sull'efficienza della guerra partigiana contro i nazifascisti[25].

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IlmaggioredegliAlpiniEnrico Martini"Mauri", comandante delle formazioni autonome delleLangheeMonferrato

Le motivazioni dei primi gruppi di partigiani, calcolati alla metà di settembre in appena 1.500 uomini[26], furono complesse e legate principalmente all'odio verso i tedeschi ed il fascismo, al rifiuto di accettare il disastro e l'umiliazione nazionale, alla fedeltà, presente in molti ufficiali, all'ordine costituito rappresentato dalla Monarchia, alla necessità di sottrarsi alla cattura ed alla deportazione, alla paura delle vendette dei fascisti, alle motivazioni politiche di palingenesi sociale degli elementi comunisti e azionisti ed infine anche a sentimenti di avventurosità giovanile. Importante fu inoltre il ruolo giocato dagli ufficiali inferioriAlpiniche, ritornati delusi e furenti contro i tedeschi ed ilRegimedallacampagna di Russiache era costata loro tante perdite[27], costituirono nuclei di comandanti combattivi ed esperti della guerra in montagna[28].

Elemento fondamentale di coesione tra i partigiani fu l'antifascismo, il rifiuto totale della disastrosa "guerra fascista" subalterna all'alleato tedesco; il disprezzo e la critica radicale alRegio Esercitoe soprattutto agli ufficiali superiori considerati inetti ed imbelli. In particolare tra le formazioni garibaldine comuniste e tra igiellistisi diffuse un netto rifiuto delle gerarchie militari compromesse con il fascismo, e di tutte le formalità di gradi, divise, ordini, rituali, tipici degli eserciti. La disciplina era basato soprattutto sulla coesione, sulle motivazioni e sull'autoconvincimento, mentre il soldo assegnato ai partigiani erano molto limitato ed uguale per tutti[29]. I capi delle formazioni partigiane venivano selezionati sul campo ed ottenevano ruolo e comando sulla base delle capacità mostrate e del consenso dal basso di tutti i membri combattenti delle formazioni con procedure completamente estranee alla rigida gerarchizzazione degli eserciti regolari, indipendentemente dal grado eventualmente posseduto in precedenza nel "disciolto" esercito[30]. Accanto al comandante militare tutte le formazioni partigiane, tranne i reparti autonomi, avevano un "commissario politico" con parità di grado, che condivideva la responsabilità operativa e assumeva soprattutto la funzione di rappresentante politico incaricato dell'istruzione e dell'assistenza morale e pratica dei combattenti[31]

Il rifiuto del "fallito" Regio Esercito da parte della grande maggioranza dei partigiani non permise una vera coesione morale tra i combattenti della Resistenza e i reparti dell'Esercito faticosamente costituiti al Sud per combattere a fianco degli Alleati, considerati dai partigiani, nonostante la retorica propagandistica dispiegata non solo dalle autorità regie ma anche dagli stessi partiti del CLN, modesti resti di un'istituzione completamente screditata[32].

Formazioni partigiane all'inizio della Resistenza[modifica]

Alla metà di settembre i nuclei più forti di partigiani erano nell'Italia settentrionale, circa 1.000 uomini, di cui 500 inPiemonte, mentre nell'Italia centrale erano presenti circa 500 combattenti, di cui 300 raggruppati nei settori montuosi diMarcheeAbruzzo[26].

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Dante Livio Bianco, comandante delle Brigate Giustizia e Libertà nellavalle Stura

InPiemontele formazioni si costituirono nelle valli alpine, specialmente nelle Alpi Marittime: In Val Pesio sorsero le formazioni autonome del capitano Cosa; in val Casotto iniziarono ad organizzarsi le efficienti formazioni autonome guidate dal maggiore degli AlpiniEnrico Martini"Mauri"; nelle colline diBovessalirono i reduci della IV Armata guidati daIgnazio Vian; in Valle Gesso si costitui la formazioneItalia Liberaper iniziativa diDuccio Galimberti,Dante Livio BiancoeBenedetto Dalmastroda cui nasceranno le formazioni deigiellisti[33]. Altre formazioni autonome si formarono in Val d'Ossola sotto la guida diAlfredoeAntonio Di Dio, fratelli e ufficiali effettivi, in val Strona conFilippo Beltrami, in val Toce conEugenio CefiseGiovanni Marcorae in val Chisone, guidati dal sergente alpinoMaggiorino Marcellin"Bluter"[34].

Le formazioni gielliste egaribaldine comunistesi organizzarono a Frise (unità gielliste con Luigi Ventre, Renzo Minetto,Giorgio Bocca, tutti ufficiali degli Alpini); a Centallo (autonomi e giellisti organizzati da altri tre ufficiali alpini tra cuiNuto Revelli), invalle Po, dove, sotto la guida diPompeo Colajanni"Barbato", ufficiale di cavalleria comunista, si organizzò una forte formazione garibaldina conGiancarlo Pajetta,Antonio Giolitti,Guastavo Comollo; in val Pellice (giellisti); nelBiellese(nuclei di comunisti con vecchi antifascisti come Guido Sola, Battista Santhià eFrancesco Moranino"Gemisto"); soprattutto inValsesiadove si costituirono le formazioni comuniste garibaldine guidate da combattenti prestigiosi come Vincenzo Moscatelli "Cino",Eraldo Gastone"Ciro" ePietro Secchia"Vineis", importante dirigente delPCI[35].

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Nuto Revelli, comandante delle Brigata Giustizia e Libertà "Carlo Rosselli" in valle Stura

Altri nuclei di partigiani si costituirono inLombardianel Varesotto, dove il colonnelloCarlo Croceorganizzò sul monte San Martino un gruppo di soldati sbandati; nellaValsassina, nelle valli bergamasche. NelVenetoe inFriulila situazione era ancor più confusa: nella provincia di Gorizia era attiva fin dal 1941 la crescente resistenza slovena. Si formarono numerosi gruppi cattolici tra cui quello di Mario Cincigh, e azionisti (conFermo Solarie Alberto Cosattini), mentre i comunisti, guidati da capi come Giovanni Calligaris,Mario Lizzero, Otello Modesti,Giovanni Padoan"Vanni" eFerdinando Mautino"Carlino" cominciarono a costituire le formazioni garibaldine che avrebbero poi dato vita alla Divisione Natisone.[36].

Nel resto dell'Italia occupata dai tedeschi si organizzarono altri gruppi inEmilia, inRomagna(guidati dal comunistaArrigo Boldrini), inToscana, sulpasso dei Giovie sulmonte Morello, inUmbria(con la partecipazione di ex-prigionieri slavi); nelleMarche, dove sotto la guida diSpartaco Perinialcune centinaia di uomini si radunarono alcolle San Marco; infine inAbruzzodove albosco Marteseconfluirono militari sbandati e volontari comunisti e giellisti[37], mentreEttore Troiloiniziò costituire la sua"banda Patrioti della Maiella"che il 5 dicembre 1943 avrebbe attraversato le linee del fronte entrando a far parte dello schieramento alleato e participando con distinzione a tutta la campagna d'Italia lungo il versante adriatico[38].

Fin dal novembre 1943 i comunisti costituirono a Milano la prima struttura organizzativa unificata: il comando generale delleBrigate GaribaldiconLuigi Longo, già dirigente delleBrigate InternazionaliinSpagna, come responsabile militare ePietro Secchia, ex operaio biellese e buon organizzatore, come commissario politico; i componenti iniziali del comando furono, oltre a Longo e Secchia,Antonio Roasio,Francesco Scotti,Umberto Massola,Antonio CicalinieAntonio Carini[39]. Le altre organizzazioni non costituirono comandi unificati ma si assistette comunque ad una proliferazione di Brigate, Divisioni e Gruppi di divisioni, in realtà costituite da poche migliaia di uomini e con strutture organiche rudimentali.

Crescita della Resistenza[modifica]

A novembre1943le forze partigiane erano salite a 3.800 uomini di cui 1.650 in Piemonte, in maggioranza ancora raggruppati in formazioni autonome sotto la guida di ufficiali inferiori come Vian (che verrà ucciso dai tedeschi nell'aprile1944), Dunchi, "Aceto", Marcellin, Superti, Beltrami e soprattutto Martini "Mauri". Crebbero però anche le formazioni politiche: i garibaldini, con Colajanni "Barbato", Moscatelli "Cino", Gastaldi "Bisagno", Mautino "Carlino", i giellisti con Bianco, Galimberti, Dalmastro, Agosti, i cattolici con i fratelli Di Dio e Mario Cencigh. In questa fase iniziale si precisarono subito i contrasti di impostazione generale presenti tra alcune componenti militari, legate alla Monarchia, e le formazioni partigiane legate ai partiti politici antifascisti; in collegamento con i propositi conservatori della dirigenza del Regno e con l'accordo delle potenze anglosassoni, sorsero quindi istanze a favore di una resistenza limitata al sabotaggio ed alla raccolta di informazioni in attesa dell'arrivo delle forze regolari alleate[40].

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Pompeo Colajanni"Barbato", ex ufficiale di cavalleria e comandante garibaldino invalle Po

Queste posizioni "attesiste", promosse inizialmente da "esperti" militari di alto grado, furono sostenute direttamente dal maresciallo Badoglio e dal Re, preoccupati dalla crescita del movimento partigiano, totalmente svincolato dal loro controllo. In realtà l'attesismo militare venne rapidamente messo da parte dopo i fallimenti nell'autunno 1943 dei comandi unificati guidati da generali dell'esercito nel Veneto e in Toscana e dopo l'ambiguo comportamento del generaleRaffaello Opertiin Piemonte. Le energiche iniziative dei dirigenti comunisti (tra cui Pietro Secchia) e azionisti, preoccupati per un possibile ritorno delle forze conservatrici, spinsero al contrario per un'intensificazione dell'attività partigiana e per un attivismo immediato, indipendentemente dalle difficoltà organizzative e operative, per favorire una crescita della Resistenza[41].

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Formazione partigiana in movimento durante la Resistenza

Malgrado le difficoltà, le divisioni e le prime massicce operazioni di repressione nazifasciste, le forze partigiane continuarono a sopravvivere e ad aumentare numericamente nei primi mesi del 1944, rafforzate costantemente anche dai molti giovani che salirono in montagna per sfuggire ai bandi di arruolamento forzato diramati dal maresciallo Graziani. A febbraio e a marzo 1944 la forza partigiana al nord raddoppiò di numero cite_note-42">[42]. I richiamati che non risposero al bando del maresciallo approvato da Mussolini e sollecitato dalle autorità tedesche, furono molto numerosi (in novembre 1943 su 186.000 coscritti si presentarono solo in 87.000), ma soprattutto furono molto elevati i casi di diserzione dopo l'arruolamento che salirono dal 9% di gennaio 1944 al 28% del dicembre nonostante il decreto delle autorità fasciste sui procedimenti di rigore e la pena di morte del 18 febbraio 1944 ed i successivi provvedimenti di clemenza del 18 aprile 1944 e del 28 ottobre 1944[43][44].

Al30 aprile1944, alcune fonti hanno calcolato che le forze della Resistenza ammontassero ormai a 20.000-25.000, considerando anche i GAP, i SAP e gli ausiliari, con una massa combattente in montagna di circa 12.600 uomini e donne, di cui 9.000 al nord e 3.600 al centro-sud. I garibaldini erano ora la maggioranza ed erano saliti a circa 5.800, con 3.500 autonomi, 2.600 giellisti e 700 cattolici[45].

Deve peraltro essere chiarito che solo una parte minoritaria dei componenti delle varie formazioni appartenevano effettivamente ai vari partiti politici[46]. Solo i capi e i dirigenti principali delle varie brigate e divisioni erano organicamente collegati ad una parte politica, mentre i singoli partigiani in generale non appartenevano ad alcun partito ed entravano nelle varie formazioni non solo per colleganza ideale, ma anche per emulazione, per convenienza pratica, sulla base della fama e dell'efficienza dei capi e dei reparti[47] Le rivalità tra le varie formazioni furono presenti, ma nella maggior parte dei casi si limitarono a conflitti sulla distribuzione dei reparti sul territorio, sulla divisione delle scarse risorse disponibili, sulla distribuzione dei materiali aviolanciati dagli alleati che preferirono rifornire con precedenza le formazioni autonome o moderate a scapito soprattutto dei garibaldini[48].

 

I partigiani[modifica]
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Luigi Longo, "Gallo", il comandante generale delle Brigate Garibaldi

Dotate di scarso equipaggiamento, le formazioni partigiane non adottavano divise, vestivano in modo disparato e utilizzavano fazzoletti colorati di riconoscimento: rossi nelle formazioni garibaldine, verdi nei reparti di Giustizia e Libertà, azzurri nei gruppi autonomi. Nell'ultimo anno la maggior parte dei gruppi partigiani adottò distintivi sui copricapi e nelle giubbe: la stella rossa per i garibaldini, lo scudetto con la fiaccola e le lettere G e L per i giellisti, le coccarde tricolori per gli autonomi[49]. Si cercò inoltre di standardizzare un vestiario comune basato su giacche a vento e pantaloni lunghi, si adottò un sistema di insegne di grado, semplice e poco appariscente[50]. Le armi e le munizioni non erano abbondanti; fornite dai lanci dagli aerei alleati o dal bottino catturato al nemico, consistevano principalmente neifucili e moschetti mod. 91, nei mitraMPtedeschi,MAB38italiani,Stenbritannici; raramente erano disponibilicarabine M1americane e mitraMarlinoThompson. Tra le armi di squadra erano disponibili mitragliatrici leggereBredae qualcheBren,mortai 81, mentre totalmente assenti erano le armi pesanti e le artiglierie[51].

Riguardo alla denominazione dei combattenti della Resistenza divenne presto popolare il termine, di origine medievale utilizzato dai condottieri e dalle milizie di un partito[52], "partigiani", connesso al concetto di difesa della propria terra ed anche con qualche richiamo al comunismo[53]. I vertici politici invece gli preferirono a livello ufficiale "volontari per la libertà", poiché "partigiani" fu respinto dai comunisti e dai democristiani, e destò perplessità negli azionisti (che al suo posto proposero il termine "patrioti")[54]. Altri termini più raramente adottati per designare i combattenti furono quelli di "ribelle", "fuori legge" ed anche "banditi", che era la denominazione usuale dei nazifascisti. In effetti "bande" furono inizialmente denominate le formazioni combattenti e solo più tardi si parlò di "brigate" e "divisioni", mentre tentativi propagandistici di costituire "corpi d'armata partigiani" non ebbero seguito[55].

Brigate e Divisioni[modifica]
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Pietro Secchia, commissario politico delleBrigate Garibaldidurante la Resistenza

Il comando generale delleBrigate Garibaldicomuniste, guidato da Longo e Secchia, organizzò in totale, durante la Resistenza, 575 formazioni, costituite da squadre, bande, battaglioni, brigate, divisioni e comandi territoriali di zona; a questi gruppi si aggiunsero nelle città gli uomini e le donne dei GAP e dei SAP; costituite intorno ad un nucleo di esperti e determinati comandanti comunisti, i garibaldini mostrarono impegno e combattività subendo il numero più alto di perdite tra tutte le formazioni della Resistenza[56]. I reparti garibaldini si organizzarono in Liguria (Brigate e poi Divisioni "Cichero", "Pinan-Cichero", "Vanni" e "Mingo"), in Piemonte (1ª Divisione "Leo Lanfranco" di Colajanni, Latilla e Modica, e le Divisioni "Gramsci", "Pajetta" e "Fratelli Varalli" di Gastone e Moscatelli), in Lombardia (Brigata "Redi" e Divisioni "Lombardia", coordinate daPietro Vergani, vicecomandante del CVL), in Veneto (Divisioni "Garemi", "Nanetti" e "Friuli-Natisone"), in Emilia (Divisione "Modena")[57].

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Sandro Pertini(nella foto) eGiuseppe Saragatfurono liberati dal carcere diRegina Coeligrazie a un'operazione delleBrigate Matteotti.

La più importante ed incruenta azione delle formazioni socialiste (Brigate Matteotti) avvenne il 25 gennaio 1944, e produsse l'evasione dal carcere diRegina CoelidiSandro PertinieGiuseppe Saragat, che erano stati catturati nell'ottobre del1943e condannati a morte. L'azione, organizzata daGiuliano Vassallicon l'aiuto diGiuseppe Gracceva,Massimo Severo Giannini,Filippo Lupis,Ugo Galae il medico del carcereAlfredo Monaco[58][59]ebbe successo grazie ad uno strategemma[60].

Anche gli azionisti, guidati da Ferruccio Parri, strutturarono le loroformazioni Giustizia e Libertàin brigate e divisioni (cosiddette "Divisioni Alpine Giustizia e Libertà"), coordinati da comandi regionali; le formazioni gielliste, reclutate con grande rigore, disciplinate e motivate subirono la maggiore percentuale di caduti in combattimento rispetto alle forze disponibili[61]. In Piemonte, regione con le formazioni partigiane più numerose e efficienti, venne anche costituito un "Comando militare regionale piemontese" (CMRP), affidato alla direzione del generaleAlessandro Trabucchi(rappresentante i reparti autonomi), diFrancesco Scotti(garibaldini), diDuccio Galimbertiper gli azionisti e diAndrea Camiaper i socialisti[62].

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Ferruccio Parri, "Maurizio", il comandante delle formazioniGiustizia e Libertà

LeFiamme Verdicattoliche costituirono brigate e divisioni attive soprattutto nel bresciano e nel bergamasco, tra cui le formazioni dei fratelli Di Dio coinvolte nei combattimenti nellaval d'Ossola. I gruppi autonomi si organizzarono in brigate e divisioni e ci furono anche gruppi di divisioni come il1º Gruppo Divisioni Alpinedel comandante "Lampus"/"Mauri", attivo nelleLanghee nelMonferratoe guidato da una serie di validi ufficiali come Bogliolo, Lulli, Ardù, Martinengo, Piero Balbo.

LeBrigate Osoppo, operanti soprattutto inFriulied inVeneto, vennero fondate adUdineil 24 dicembre 1943 e ragruppavano elementi volontari di ispirazione laica, liberale, socialista e cattolica già attivi dopo l'8 settembre nella Carnia e nel Friuli. Tale raggruppamento autonomo ebbe al comando Candido Grassi, "Verdi", Manlio Cencig "Mario", capitani del Regio Esercito Italiano e don Ascanio De Luca, già cappellano degli Alpini in Montenegro. Le formazioni Osoppo ebbe rapporti spesso conflittuali con i reparti garibaldini comunisti, furono in contrasto con le forze partigiane sloveno-jugoslave[63]e furono coinvolte, sullo sfondo di tali tensioni, anche nel tragico episodio dell'Eccidio di Porzûs, verificatosi il7 febbraio1945, il più grave episodio di conflittualità interna al movimento resistenziale. A marzo del 1945 gli osovani operavano con cinque divisioni[64].

Altre formazioni[modifica]

 

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Anarchici e Resistenza e Bandiera Rossa (movimento).

 

Operanti al di fuori delCLNma di qualche importanza, dal punto di vista militare,agivano formazioni partigiane anarchichelocali come leBrigate Bruzzi Malatestache talvoltamantenevano rapporti di interventoarmato con altre formazioni legate a Giustizia e Libertà e alPSIcome le Brigate Matteotti e alla formazione romana sempre diGiustizia e Libertàal comando diVincenzo Baldazzi. Dove gli anarchici non riuscirono a organizzare formazioni autonome confluirono nelle Brigate Garibaldi, come nel caso diEmilio Canzi, soprannominato ilcolonnello anarchicocomandante unico delle XIII zona operativa del piacentino[65].

Un'altra formazione non direttamente collegata al CLN fu il movimentoBandiera Rossa, operante principalmente aRomache ebbe 68 militanti fucilati allefosse Ardeatine, numero molto elevato (corrispondente a poco meno di un quinto del totale degli uccisi);[66]questo gruppo era numericamente la più forte formazione partigiana attiva nella capitale, ufficialmente costituita da almeno 1.185 miliziani[67]. I partigiani di Bandiera Rossa Roma agivano spesso in cooperazione con i militanti della "banda del Gobbo"; il "Gobbo" era legato politicamente ai socialisti, direttamente con Pietro Nenni.

Inoltre ancora al di fuori del CLN (mantenendo o meno collegamenti per questioni operative) per quanto riguarda i partigiani anarchici agivanomolte formazioni libertarieche operavano nell'alta Toscana come ilBattaglione Lucettie laElio Lunense[68], ad esempio, e diverse formazioni autonomeSAPdi indirizzo libertario operavano aGenovae nel ponente ligure. A Genova l'inizio armato delle ostilità verso inazifascistiè da ascrivere probabilmente ad un gruppo ancora non organizzato dicomunisti anarchici di Sestri[69]

Combattenti stranieri[modifica]

Alla lotta partigiana in Italia aderirono anche alcuni gruppi di disertori tedeschi, il cui numero è difficile da valutare in quanto, per evitare rappresaglie contro le loro famiglie residenti in Germania, usavano nomi fittizi e spesso venivano considerati dai loro reparti d'origine comedispersie nondisertoriper una questione di propaganda. Un caso emblematico di adesione alla lotta partigiana è quello del capitanoRudolf Jacobs. In certe zone vi fu anche la presenza, notevole, di soldatisovieticipassati con i partigiani dopo la fuga dai campi di prigionia. Combattenti valorosi furonoFëdor Andrianovič Poletaev,Nikolaj Bujanov, Danijl Varfolomeevic Avdveev, il “Comandante Daniel”[70], tutti decorati conmedaglia d'oro al valor militare[71]. Il numero dei partigiani sovietici è stimabile con cifra di 5.000/5.500, di cui oltre 700 in Piemonte[72]. Infine anche combattenti slavi presero il comando di alcune importanti formazioni partigiane durante la Resistenza: lo slovenoAnton Ukmar"Miro" (nato aProsecco, nel comune diTrieste) comandò la divisione garibaldina "Cichero", mentre il serbo Grga Čupić "Boro" guidò la divisione "Mingo" in Liguria[73].

I GAP e le SAP[modifica]

Contemporaneamente alla costituzione delle prime "bande" partigiane nelle montagne, si organizzarono, soprattutto per iniziativa dei comunisti, nuclei di militanti della Resistenza in azione in piccoli gruppi nelle grandi città dominate dai nazifascisti per diffondere l'insicurezza, la paura ed il terrore tra i nemici[74]. Organizzati in piccole cellule di tre-quattro elementi i GAP ("Gruppi di azione patriottica") e comandati sovente da veterani che avevano già combattuto in Spagna contro il fascismo; i GAP seguivano rigide regole di compartimentazione, operavano isolati e dimostrarono grande determinazione, coraggio e forte motivazione. Gli attentati, diretti contro importanti personalità fasciste o naziste, contro ufficiali, o contro ritrovi e locali frequentati dalle truppe occupanti, miravano anche a provocare i nazifascisti, ad innescare la rappresaglia ed a accentuare l'odio e la vendetta. Oltre ai GAP inoltre si costituirono nelle fabbriche, con funzioni di sabotaggio e controllo, i SAP ("Squadre di azione patriottica"), una vera e propria milizia clandestina di fabbrica con l'obiettivo di rendere più ampia possibile la partecipazione popolare al momento insurrezionale.[75].

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Giovanni Pesce"Visone", principale militante dei GAP a Milano

I GAP furono attivi a Torino, guidati prima daAteo Garemie poi dall'abileGiovanni Pesce"Visone"; in questa città furono uccisi nel novembre 1943 il fascista Vassallo e il seniore della milizia Domenico Giardina. Dopo la cattura e la fucilazione di Garemi, Pesce eIlio Barontini"Dario" (già impegnato in Spagna ed inEtiopiaper organizzare la resistenza abissina insieme aFrancesco Scotti[76]e coordinatore dei GAP a Bologna) riorganizzarono i GAP nel capoluogo piemontese. Il 5 gennaio 1944 "Visone" riuscì ad uccidere da solo quattro ufficiali tedeschi dentro un ristorante[77]ed il 3 marzo 1944 colpì a morteAther Capelli, direttore della "Gazzetta del Popolo"[78]. A Milano, i militanti dei GAP furono più numerosi guidati daEgisto Rubinie Italo Busetto; dopo un primo attentato il 2 ottobre 1943, il 18 dicembre tre gappisti riuscirono a uccidereAldo Resega, federale del capoluogo lombardo, fuggendo in bicicletta[79].

Altri nuclei clandestini si organizzarono a Bologna, con Ilio Barontini; a Genova, guidati daGiacomo Buranelloe a Firenze, dove il gruppo diAlessandro SinigagliaeBruno Fanciullacciuccise il 1° dicembre 1943 il colonnello Gino Gobbi. Anche a Roma si attivarono nuclei gappisti, reclutati soprattutto nell'ambiente universitario; nonostante il fallimento di un attentato dinamitardo al teatro Adriano il 1° ottobre 1943 contro il maresciallo Graziani e il generale Stahel, i militanti, tra cuiAntonello Trombadori,Carlo Salinari,Rosario Bentivegna,Franco Calamandrei,Carla Capponi, portarono a termine numerose azioni cruente con cariche esplosive contro reparti tedeschi o in locali e alberghi frequentati dai nazifascisti[80].

Le perdite tra i GAP furono pesanti di fronte alla dura repressione degli apparati nazifascisti: a Torino furono catturati e uccisiGiuseppe BravineDante Di Nanni, a Firenze venne colpito a morte in un conflitto a fuoco Alessandro Sinigaglia, a Genova cadde Giacomo Buranello, i nuclei di Milano e Roma subirono altre perdite, nelle prigioni di via Tasso vennero raccolti e spesso torturati i combattenti della Resistenza catturati[81]. Inoltre gli attentati, scatenando le violente rappresaglie nazifasciste su ostaggi e popolazione, suscitarono perplessità tra i moderati e critiche da parte del clero cattolico. Il 23 marzo 1944 ebbe luogo, per azione di Bentivegna, Calamandrei e Capponi, il sanguinosoattentato di via Rasellacontro un reparto tedesco, che provocò l'immediata e spietatarappresaglia delle Fosse Ardeatine[82].

Il 15 aprile venne ucciso a Firenze da un nucleo dei GAP guidato da Bruno Fanciullacci, il filosofoGiovanni Gentile; anche questo episodio diede luogo a polemiche e critiche. Gentile aveva pienamente aderito alla RSI, era diventato presidente dell'Accademia d'Italia e con i suoi scritti e la sua statura intellettuale aveva giustificato le violenze e la repressione contro la Resistenza[83][84]Nonostante queste difficoltà e l'accentuarsi della repressione durante il duro inverno del 1944, i gappisti non rinunciarono alle loro pericolose azioni: il17 luglio1944 un gruppo costituito da sei partigiani guidati daAldo Petacchiassaltò il carcere diVeronae riuscì a liberare, dopo un violento conflitto a fuoco in cui morirono due gappisti, il dirigente comunistaGiovanni Roveda[85]. I GAP continuarono a colpire le autorità e gli apparati del nemico fino ai giorni della Liberazione.

Comandi e comitati di vertice[modifica]
IL CLNAI[modifica]
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Alfredo Pizzoni, presidente del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI)

Anche a Milano fin dai giorni di settembre era stato costituito un Comitato di Liberazione Nazionale che assunse subito grande importanza, i dirigenti del CLN di Roma guidato da Bonomi riconobbero a gennaio1944la necessità di un coordinamento della lotta partigiana al nord e quindi vennero delegati al comitato di Milano tutti i poteri politico-militari per l'Alta Italia, nonostante qualche divergenza con il comitato di Torino. Diretto dall'indipendenteAlfredo Pizzoni("Longhi"), il comitato milanese si trasformò in CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) e per il resto della Resistenza guidò con efficacia la lotta partigiana nel cuore della Repubblica Sociale e dell'apparato militare tedesco[86].

I componenti iniziali del CLNAI furono: i liberaliGiustino Arpesanie Casagrande, i comunistiGirolamo Li CausieGiuseppe Dozza, gli azionisti Albasini Scrosati eFerruccio Parri, i socialisti Veratti (poi deceduto) e Viotto, i democristiani Casò eEnrico Falck. Successivamente la composizione mutò: si aggiunsero i liberali Anton Dante Coda e Filippo Jacini; tra i comunisti, Dozza si recò in Emilia e a Li Causi si aggiunseroEmilio SerenieLuigi Longoche poi passò al CVL; tra gli azionisti, Parri passò al CVL e ad Albasini si aggiunseroRiccardo LombardieLeo Valiani; tra i socialisti si aggiunsero Marzola,Sandro Pertini,Rodolfo Morandi; tra i democristiani, Casò fu sostituito daAchille Marazzaa cui si aggiunse anche Augusto De Gasperi. La presidenza del CLNAI restò a Pizzoni sino alla Liberazione; il 27 aprile 1945 al suo posto subentrò il socialista Morandi.

Il ruolo del CLNAI crebbe di importanza durante la guerra; dopo la delega dei poteri al nord ottenuta dal CLN di Roma il 31 gennaio 1944, finalmente il26 dicembre1944 anche il governo di unità nazionale di Bonomi affidò i poteri di direzione nell'alta Italia al CLNAI, che quindi di fatto assunse il ruolo di "terzo governo" o "governo ombra " nei territori occupati[87].

Organizzato come un "governo straordinario del Nord", il CLNAI riuscì a mantenere la coesione tra le diverse posizioni politiche, mantenne i rapporti, a volte difficili, con gli Alleati, si occupò del problema del finanziamento della guerra partigiana (compiti assunti soprattutto da Pizzoni e Falck) attraverso reti di collegamento con laSvizzera; inoltre concluse anche accordi di collaborazione con la Resistenza francese e jugoslava[88].

Il CVL[modifica]

Alla metà del 1944 le forze politiche della Resistenza e il CLNAI presero la decisione, inizialmente su proposta di Longo, di creare una nuova struttura militare unificata di tutte le forze partigiane combattenti; il19 giugnoil CLNAI decretò la costituzione di un comando generale militare per l'alta Italia, a capo del cosiddettoCorpo Volontari della Libertà(CVL), ovvero il complesso dei reparti partigiani attivi. Il nuovo comando, ufficialmente costituito a partire dal1 luglio1944, venne suddiviso in quattro sezioni: operativa (comprendente a sua volta gli uffici operazioni, informazioni, propaganda e aviorifornimenti), sabotaggio, mobilitazione e servizi[89]. La cosiddetta politica dell'unificazione si impose solo dopo notevoli contrasti tra le forze politiche del CLN.

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Il generaleRaffaele Cadorna, comandante generale delCVL

Dopo il ritorno diPalmiro Togliattiin Italia il 27 marzo 1944 e la sorprendente "svolta di Salerno" illustrata dal segretario generale, che indicava la necessità di costituire un governo di unità nazionale (poi costituito il 22 aprile) e di concentrarsi nella lotta di liberazione rinviando le questioni costituzionali e politiche al dopoguerra[90], i comunisti proposero l'unificazione delle forze della Resistenza, sperando in questo modo di porre le basi per la trasformazione dei partigiani in un esercito regolare da integrare con quello del sud. Gli azionisti invece, che aderirono solo con grande riluttanza alle proposte togliattiane, miravano alla costituzione di un braccio politico-militare a disposizione del CLN inteso come nuovo "governo democratico", mentre i socialisti furono apertamente critici, temendo un ritorno delle gerarchie reazionarie. A livello delle formazioni combattenti, i partigiani garibaldini e giellisti si mostrarono in gran parte scettici, aderirono solo formalmente all'iniziativa e mantennero ufficiosamente le vecchie denominazioni, salvaguardando le loro tradizioni e i loro rituali[91].

Sorse quindi il problema della scelta del capo del comitato generale del CVL. Il CLNAI propose al generale Alexander l'invio al nord del generaleRaffaele Cadornacome consigliere militare, e, dopo il consenso alleato, il generale arrivò al nord lanciandosi con il paracadute nel bergamasco, quindi, dopo essersi trattenuto tra leFiamme Verdidel bresciano, raggiunse Milano. Dopo una serie di contrasti e di polemiche sul ruolo effettivo riservato al generale, anche a causa delle manovre diEdgardo Sognodirette ad organizzare un rigido controllo dei moderati e degli alleati sulle forze partigiane, si giunse ad un compromesso. Il generale Cadorna divenne ufficialmente il comandante del CVL con poteri limitati, membri aggiunti del comando furono designati il liberale Mario Argenton e il democristianoEnrico Mattei, ma la direzione reale della guerra partigiana rimase nelle mani dei due vice-comandanti Luigi Longo "Gallo" e Ferruccio Parri "Maurizio" che mantennero saldamente il controllo delle formazioni più numerose, efficienti e combattive garibaldine e gielliste[92].

Nell'inverno 1944 finalmente il CLNAI e il CVL ottennero un riconoscimento ufficiale dagli Alleati; il 14 novembre una delegazione della Resistenza, formata da Parri, Pajetta, Sogno e Pizzoni, raggiunse (viaLugano-Lione) Roma per incontrarsi con i comandanti alleati, diffidenti delle forze partigiane e timorose di un predominio comunista all'interno del movimento resistenziale. A partire dal 23 novembre aCasertasi svolsero i difficili colloqui tra le due delegazioni guidate da Parri e dal generale britannicoHenry Maitland Wilson, comandante supremo alleato del fronte Mediterraneo. Dopo alcuni contrasti e alcuni chiarimenti, il generale Wilson, avendo ottenuto garanzie sul passaggio immediato di poteri nelle zone liberate alle autorità alleate e sulla consegna delle armi, firmò il7 dicembreil patto con le forze della Resistenza, riconoscendone l'autorità al nord, garantendo finanziamenti e rifornimenti, programmando la collaborazione operativa. I delegati del CLNAI fecero quindi ritorno a Milano, mentre Giancarlo Pajetta rimase a Roma come rappresentante della Resistenza[93].

Guerra partigiana[modifica]

 

« Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra costituzione. »
(Piero Calamandrei, Discorso ai giovani sulla Costituzione nata dalla Resistenza. Milano, 26 gennaio 1955)

 

Esordi partigiani e le insurrezioni al sud[modifica]

 

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Quattro giornate di Napoli.

 

Le prime esperienze del movimento partigiano nelle settimane dopo l'8 settembre 1943 furono dolorose e difficili, di fronte alla potenza dell'apparato militare germanico ed ai metodi repressivi spietati dell'invasore: la "Brigata Proletaria", costituita dagli operai diMonfalconeguidati daOstelio Modesti, organizzarono, in cooperazione con reparti della resistenza slovena, unaaspra difesa a Goriziama vennero infine dispersi dall'intervento di una divisione di fanteria tedesca[94]; aMeinasullago Maggioresi verificarono le prime deportazioni e le prime uccisioni di ebrei; aBovesi repartiWaffen-SS, durante un rastrellamento alla caccia del gruppo ribelle diIgnazio Vian, dispersero i partigiani, distrussero il villaggio e uccisero sommariamente alcune decine di civili; sulmonte San Martino, il gruppo del colonnello Carlo Croce "Giustizia", attestato su posizioni fisse in attesa del nemico, accettò lo scontro diretto e venne facilmente sbaragliato il 13 novembre dalle colonne tedesche[95].

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Insorti durante lequattro giornate di Napoli

Nonostante le infelici esperienze iniziali il movimento partigiano tuttavia continuò ad esistere, crebbe di numero, iniziò ad organizzarsi grazie all'apporto dei primi comandanti politici direttamente collegati con i CLN e operò le opportune scelte tattiche, fondate sullo stanziamento in montagna, sulla mobilità e sulla guerriglia, evitando scontri diretti convenzionali contro le superiori forze nazifasciste.

Mentre nel nord e centro Italia si costituivano ed entravano in azione le prime formazioni partigiane, le operazioni alleate al sud proseguivano con una certa difficoltà di fronte all'efficace resistenza delle truppe tedesche. L'avanzata angloamericana e la metodica ritirata tedesca verso le posizioni predisposte dellaLinea Gustav, iniziata il 19 settembre, innescarono una serie di ribellioni spontanee da parte delle popolazioni meridionali che, prive di collegamenti organici con il movimento politico della Resistenza e poco organizzate, tuttavia intralciarono i nazifascisti e provocarono violente reazioni repressive sui civili. La prima insurrezione cittadina ebbe luogo aMateradal 21 settembre e terminò con successo dopo l'arrivo delle truppe alleate; il 27 settembre ebbero inizio lequattro giornate di Napoli, una ribellione confusa, spontanea e disorganizzata che infastidì i tedeschi senza tuttavia impedirne le rappresaglie sistematiche (che si prolungarono fino ai primi di ottobre durante l'insurrezione diNola) e la ritirata strategica[96].

Altri nuclei consistenti di resistenza e ribellione al sud contro le forze occupanti tedesche ed il fascismo repubblicano si organizzarono inAbruzzoe nelPiceno. Nellaprovincia di Teramoil raduno di ribelli nel bosco Martese, guidato da capi come i fratelli Rodomonte e Armando Ammazzalorso, venne disperso dalle truppe tedesche, ma i superstiti si riorganizzarono e iniziarono la guerriglia, mentre nella provincia diAscoli, sul colle San Marco, il concentramento partigiano guidato da Spartaco Perini venne distrutto dopo un duro scontro il3 ottobre. Il 5 ottobre ebbe inizio invece la sfortunata insurrezione diLancianoche venne sedata con brutale violenza dalle truppe tedesche[97].

Repressioni e rappresaglie[modifica]

Tra dicembre 1943 e gennaio 1944 le forze tedesche organizzarono le prime massicce operazioni di repressione antipartigiana al nord, sostenute dai reparti fascisti di Salò e caratterizzate da grande determinazione e da metodi intimidatori e terroristici anche nei confronti dei civili[98]: le truppe della Wehrmacht, addestrate e ben organizzate, ritornarono dal 28 dicembre a Boves dove gli autonomi di Ignazio Vian furono dispersi; solo il comandante e 40 uomini trovarono rifugio in valle Peiso. Dopo nuovi successi nella val Gesso e nella val Maira, i tedeschi trovarono grosse difficoltà in val Grana, dove i giellisti della brigata "Italia libera" di Duccio Galimberti e Livio Bianco si batterono con notevole abilità e mantennero la coesione sfuggendo alla distruzione; dopo una serie di scontri i partigiani ripiegarono aParalupdove si riorganizzarono[99].

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Il comandante garibaldinoFelice Cascione, medico e capo dei partigiani nei monti sopraImperia, ucciso in azione il27 gennaio1944 adAlto.

Anche nella provincia delmonte Rosai garibaldini di Gastone e Moscatelli evitarono la disfatta e contennero l'offensiva tedesca rimanendo uniti e combattivi. Finì invece in un disastro la battaglia diMegolodel 13 febbraio 1944 dove il comandanteFilippo Beltrami, preferì lo scontro frontale contro i nemici senza ripiegare. I partigiani vennero sbaragliati con pesanti perdite e caddero sul campo lo stesso Beltrami, il monarchicoAntonio Di Dioed i comunistiGaspare PajettaeGianni Citterio[100].

NelFriulile operazioni di repressione tedesche in gennaio furono particolarmente massicce contro i garibaldini della brigata Friuli; il comandanteGiacinto Calligaris"Enrico" venne ucciso e la formazione venne praticamente distrutta, mentre le forze tedesche dispiegarono metodi di lotta violenti e costellati di devastazioni e rappresaglie. I partigiani superstiti riuscirono tuttavia a ripiegare dietro l'Isonzoe ben presto cominciar

ono a riorganizzarsi entrando in collegamento con le forti unità della Resistenza slovena che già nel settembre 1943 erano penetrate nella regione abbandonandosi a violente vendette sulla popolazione italiana prima di essere respinte dai tedeschi[101]. Questi primi mesi della Resistenza furono molto duri per i partigiani che ancora poco organizzati, quasi privi di armi e munizioni, non sostenuti dagli Alleati, dovettero affrontare una vera lotta per la sopravvivenza[102]. In Liguria i garibaldini della brigata "Cichero" sfuggirono alla distruzione ma adAlto, sulle montagne sopraImperia, venne ucciso il27 gennaioFelice Cascione, medico e comandante dei partigiani della zona; in Piemonte "Barbato" riuscì a salvare pochi decine di uomini in un rifugio sotto ilMonviso[103].

Nonostante le difficoltà concrete e lo scarso interesse delle potenze alleate per la lotta partigiana, manifestato francamente a Parri dai capi dei servizi anglo-americani in Svizzera (il britannico John McCaffery e lo statunitense Allen Dulles) in un incontro il 3 novembre 1943, la Resistenza riuscì a sopravvivere durante l'inverno ed a svilupparsi qualitativamente e quantitativamente principalmemte grazie alla favorevole situazione generale sui fronti di guerra che faceva prevedere un crollo delTerzo Reich, all'afflusso dei giovani renitenti alle leve della Repubblica di Salò che, pur creando problemi di coesione e di organizzazione alle vecchie e sperimentate formazioni, permisero un aumento numerico imponente dei combattenti, ed anche alla crescente ostilità della popolazione ed in particolare della classe operaia verso il regime fascista e l'occupante tedesco[104].

Gli scioperi generali dal 1 al8 marzo1944, promossi soprattutto dai comunisti, a cui presero parte oltre 500.000 lavoratori del nord, si conclusero con un successo politico per le forze antifasciste nonostante alcuni fallimenti locali ed i limitati risultati pratici raggiunti; le autorità nazifasciste, a dispetto della violenta repressione, non riuscirono a fermare le manifestazioni e persero ulteriore credibilità nei confronti della popolazione mentre divenne evidente la crescente influenza delle forze politiche di sinistra e l'ostilità della classe operaia verso le ambigue politiche sociali della Repubblica di Salò[105].

 

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25 APRILE FESTA DELLA LIBERAZIONE GIORNALINO ARTIGIANALE A CURA DI ANGELA CECERE 3°PARTE

25 Aprile 2013, 08:06am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

                    25 APRILE FESTA DELLA LIBERAZIONE

   GIORNALINO ARTIGIANALE A CURA DI ANGELA CECERE

                                       3°PARTE

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Crisi e ripresa della Resistenza[modifica]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Proclama Alexander e Battaglia di Porta Lame.

Il13 novembre1944, mentre nell'Italia Settentrionale le massicce operazioni di repressione nazifasciste provocavano dure perdite nelle fila partigiane, il generale Alexander diramava via radioun suo proclamaai combattenti del movimento della Resistenza attraverso cui li invitava ad interrompere le azioni contro il nemico e a ripiegare, per rimanere sulla difensiva in attesa della ripresa alleata di primavera. Il proclama, sebbene corretto dal punto vista operativo, ebbe effetti deprimenti e demoralizzanti sui combattenti partigiani ed innescò reazioni polemiche inducendo i vertici comunisti e giellisti del movimento a respingere le posizioni attendiste e rinunciatarie delle forze conservatrici e del generale Cadorna ed a stimolare invece una concezione più attiva della guerra partigiana al fine di scongiurare un'eventuale dispersione o disgregazione generale dei reparti[173].

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Arrigo Boldrini"Bülow", comandante delle formazioni garibaldine nel ravennate che collaborarono attivamente con le forze alleate

Nonostante le direttive dei capi partigiani e la resistenza dei nuclei più solidi, l'inverno del 1944 fu molto difficile per i partigiani: le dure e spietate operazione di repressione, le sconfitte, la mancanza di sostegno alleato, il tempo inclemente in montagna provocarono una grave crisi del movimento. Molte formazioni si sciolsero o di dispersero; l'amnistia proclamata dal regime di Salò il 28 ottobre 1944 e le offerte tedesche di clemenza in cambio di un arruolamento come lavoratori nell'Organizzazione Todt, appoggiate in alcuni casi anche dalle gerarchie ecclesiastiche, ottennero risultati, ed in gruppi o individualmente molti combattenti abbandonarono le armi e si consegnarono[174]. I partigiani attivi a dicembre scesero a soli 50.000 elementi ancora effettivamente in azione[175]. Altre fonti riducono il numero dei combattenti ancora in azione a soli 20-30.000 uomini[176].

Anche i quadri dirigenti del movimento furono duramente colpiti dalla repressione nazifascista, che riuscì a smantellare numerose strutture di comandò nelle città; in Piemonte vennero catturati il colonnello Contini e Gino Barocco, capo di stato maggiore del comando regionale, e soprattutto venne arrestato e ucciso a CuneoDuccio Galimberti. Il suo posto di responsabile di tutte le formazioni gielliste piementesi venne assunto da Dante Livio Bianco. A Milano venne catturata una parte dei componenti del comando generale del CVL, tra cuiSergio Kasman, il liberale Argenton e lo stesso Ferruccio Parri; aFerrarai fascisti repubblicani arrestarono e uccisero sommariamente tutti i componenti del CLN locale.[177]. Una violenta repressione, costellata di violenze ed esecuzioni, si abbatté sulla resistenza gappista nelle città dell'Italia.

La profonda crisi della Resistenza richiese nuove decisioni operative da parte delle strutture di comando centrali; su iniziativa soprattutto del comandante Colajanni "Barbato", venne quindi presa la decisione di attuare la cosiddetta "pianurizzazione". Questa scelta strategica, in realtà imposta anche dall'impossibilità pratica di continuare a combattere in montagna a causa delle difficoltà di rifornimento, della pressione nemica ed anche dell'ostilità di una parte delle popolazioni locali, esasperate e terrorizzate da rappresaglie e repressioni nazifasciste, prevedeva quindi che le formazioni partigiane ancora attive scendessero in pianura lasciando in alta montagna solo piccoli nuclei rifugiati nei territori più impervi[178]. La "pianurizzazione" divenne, a seconda dei casi, una ritirata, con la dispersione in gruppi piccoli, poco efficienti e prevalentemente passivi, nascosti spesso nelle cosiddette "buche", o una vera espansione aggressiva, come nel caso delle formazioni di Moscatelli nella pianura diNovaraeVercelli. Nel Monferrato si trasferirono invece i garibaldini di "Barbato", mentre nelle Langhe rifluirono, accanto agli autonomi di "Mauri" ed ai garibaldini di "Nanni", i reparti giellisti della Val Grana[179].

Nonostante la profonda crisi nelle file della Resistenza in alta Italia, i partigiani riuscirono ancora a partecipare attivamente ai combattimenti autunnali: in particolare in Emilia, il 7 novembre i gappisti bolognesi coordinati da Ilio Barontiniorganizzarono a Porta Lameuna dura ed efficace resistenza contro le superiori forze fasciste, e ripiegarono dopo un'intera giornata di combattimenti che costarono perdite al nemico[180]. In dicembre Arrigo Boldrini "Bülow", comandante dei garibaldini nel ravennate, preparò un piano di battaglia per la liberazione diRavenna, in parte adottato dal comando alleato; i suoi partigiani collaborarono attivamente alla liberazione della città[181]. Oltre a questi successi, i partigiani dovettero subire anche sconfitte e nuove repressioni: aGuselli, nel piacentino e nella battaglia di Monte Caio, mentre nell'Oltrepò pavese i gruppi vennero quasi completamente dispersi[182].

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Partigiani impegnati sulpasso del Mortirolo

La Resistenza riuscì a superare le gravi difficoltà per la saldezza della sua dirigenza politico-militare, per la combattività del nucleo costitutivo formato dai cosiddetti "partigiani dei due inverni"[176]e soprattutto per la situazione generale del conflitto mondiale ormai decisamente favorevole alle potenze alleate. Si moltiplicarono inoltre i segni di disgregazione nel campo nazifascista, nonostante un ultimo momento di fiducia nel periodo dellaoffensiva delle Ardenne, contemporanea al ritorno di Mussolini a Milano il16 dicembre[183]. Decisivo fu infine il grande potenziamento degli aiuti delle potenze anglosassoni che, più solleciti alle necessità della lotta partigiana, secondo le indicazioni del nuovo comandante in capo generaleClark, e desiderosi di un sostegno nelle retrovie tedesche in vista dell'offensiva finale, fornirono armi, vettovaglie ed equipaggiamenti in abbondanza che permisero di ricostituire le formazioni partigiane, di equipaggiarle adeguatamente e trasformarle in unità più omogenee, meglio organizzate e preparate[184].

Nei primi mesi del 1945 le forze nazifasciste sferrarono nuove operazioni di rastrellamento principalmente con piccoli reparti leggeri; le cosiddette "escursioni antipartigiane" del gennaio e febbraio 1945 non ottennero però risultati di rilievo ed incontrarono la crescente opposizione delle forze partigiane in fase di crescita e rafforzamento. In Valle Maira i giellisti della 2ª divisione alpina sorpresero alcuni reparti della divisione "Monterosa"; aCantalupoi garibaldini respinsero un'incursione nazista, mentre nel bosco delCansigliouna colonna tedesca subì pesanti perdite. Anche l'attacco sul passo del Mortirolodei militi della "Tagliamento" venne respinto dall'efficace difesa dei partigiani delleFiamme Verdidella "Tito Speri"[185].

Mentre fronteggiavano con successo le ultime offensive repressive nazifasciste, le formazioni partigiane organizzarono anche la cosiddetta "guerra di corsa" in pianura: nel basso Monferrato lungo le strade perAstie Milano, dove erano in azione il GMO ("Gruppo Mobile Operativo") giellista ed imatteottinidiPiero Piero; nella pianura tra Vercelli e Novara, dove le forti brigate Garibaldi di Moscatelli e Gastone arrivarono fino alle porte diPavia; nel Veneto, dove i garibaldini della "Nanetti" intralciarono pesantemente le comunicazioni tedesche verso l'Austriae l'Ungheria[186].

Insurrezione generale e liberazione[modifica]

« Bisogna dire alle masse che la libertà va conquistata con le nostre forze e non ricevuta in dono dagli alleati »
(Proclama del CLNAI, aprile 1945[187])
Primavera 1945[modifica]

Secondo le stime diffuse dalCorpo volontari della libertànel 1972 il numero di partigiani ai primi di marzo del 1945 aveva raggiunto la consistenza di circa 80.000 combattenti[188][189]; nelle settimane successive, mentre su tutti i fronti europei erano in corso le grandi offensive finali degli Alleati e l'Armata Rossa marciava su Berlino, si assistette ad un grande aumento di questi effettivi dovuto anche all'afflusso di elementi entusiasti ma in pratica non combattenti od entrati nel movimento anche per motivi opportunistici[190]. Per l'aprile 1945 lo stesso comando generale del CVL calcolò una forza attiva di 130.000 partigiani; mentre nei giorni dell'insurrezione si raggiunse ufficialmente un numero di circa 250.000-300.000 uomini e donne[188]. In realtà dal punto di vista operativo nei giorni dell'insurrezione le forze partigiane effettivamente attive e combattenti ammontarono a circa 100.000 uomini e donne, con le formazioni più numerose in Piemonte (30.000), Lombardia (9.000), Veneto (12.000), Emilia (12.000). Di questi 100.000 combattenti attivi, circa 51.000 appartenevano alle unità comuniste delleBrigate Garibaldi[191]. Queste formazioni, ora ben armate, equipaggiate e teoricamente unificate, nonostante la forte persistenza tra i partigiani del settarismo partitico originario, erano molto più efficienti delle vecchie bande uscite quasi distrutte nel 1944[192].

Il numero di partigiani effettivi alla fine della guerra è tuttavia oggetto di dibattito. Una stima governativa del 1947 quantifica in 223.639 il numero di combattenti e in 122.518 il numero di individui accreditati come patrioti per la loro collaborazione alla lotta partigiana. Il dato è tuttavia da considerare come approssimativo rispetto alla consistenza reale del fenomeno[193].

In questa fase finale della guerra, nonostante i segni di dissoluzione presenti a livello della truppa ed anche dei comandi, le forze nazifasciste erano ancora consistenti numericamente e meglio armate ed equipaggiate delle formazioni partigiane. L'Esercito tedesco era sempre in gran parte impegnato sulla linea del fronte per cercare di contenere l'inevitabile offensiva alleata, ma manteneva ancora nove divisioni di riserva nella valle del Po con circa 90.000 soldati, i reparti della Repubblica di Salò impegnati nella repressione disponevano di 102.000 uomini, divisi tra 72.000 nellaGuardia Nazionale Repubblicana, 22.000 nelleBrigate Nere, 4.800 nella Decima MAS, 1.000 nella "Ettore Muti", rimanevano infine circa 35.000 uomini inquadrati nelle quattro divisioni regolari del maresciallo Graziani. Tutti questi reparti fascisti mostravano, nell'aprile 1945, cedimenti del morale e segni di disgregazione[194]. A livello della dirigenza politico-militare della RSI si prepararono piani per un trasferimento dell'amministrazione aSondrio, per organizzare un rifugio sicuro inSvizzera, per costituire, secondo i progetti diAlessandro Pavolini, un ridotto fortificato inValtellinadove combattere l'ultima battaglia[195].

Nelle settimane prima dell'offensiva finale alleata le formazioni partigiane sferrarono una serie di costosi attacchi non sempre coronati da successo: aBuscacon un fortunato colpo di mano i giellisti di Bocca e Macciaraudi sorpresero i reparti della "Littorio"; mentre in Valsesia i garibaldini di Gastone e Moscatelli liberarono i centri diFaraeRomagnanoma subirono perdite aBorgosesia. Il 15 aprile i partigiani vennero respinti adArona, mentre altri reparti guadagnarono terreno in Liguria. Fin da febbraio i capi della Resistenza al nord, il CLNAI ed i vari CLN studiarono i piani dell'insurrezione generale, ritenuta indispensabile soprattutto dai comunisti e dagli azionisti per anticipare gli alleati e dimostrare la volontà democratica ed antifascista del popolo italiano. Piani furono quindi approntati per salvare, con l'aiuto degli operai, le centrali elettriche e gli impianti industriali dalle distruzioni preparate dai tedeschi; a Genova divenne essenziale evitare la distruzione del porto, a Milano e Torino vennero preparati piani dettagliati per l'arrivo delle brigate partigiane di montagna sulle due città ed impedire la fuga delle truppe nazifasciste[196].

Durante le ultime settimane della guerra si presentarono anche gravi difficoltà politiche per la Resistenza: l'inviato del governo di Roma, il sottosegretarioAldovrando Medici Tornaquinci, paracadutato al nord, chiarì definitivamente al CLNAI, durante un teso incontro, l'intenzione alleata di disarmare le formazioni e assumere i pieni poteri, mettendo da parte i CLN. Si moltiplicarono inoltre le manovre della Chiesa per favorire accordi tra i moderati e i fascisti ed evitare un'insurrezione nel timore di una presa del potere comunista, mentre gli alleati invitarono a limitare le azioni al sabotaggio e manifestarono preoccupazioni sugli obiettivi delle forze partigiane[197]. Inoltre nello stesso tempo erano in corso icolloqui segretitra il generale Wolff e il capo dell'OSSin SvizzeraAllen Dullesper affrettare la resa separata delle forze tedesche in Italia, abbandonando al loro destino i fascisti della Repubblica di Salò[198]; l'iniziativa di Wolff cercava di sfruttare i timori antisovietici degli alleati e provocò anche un duro scontro al massimo livello tra i Tre Grandi[199]. In questa atmosfera confusa (lo storico Roberto Battaglia ha definito la fitta rete di intrighi, sospetti, incontri da parte delle forze moderate per intralciare in questa fase finale la Resistenza, il "nido di vipere"[200]) Mussolini arrivò a Milano la sera del18 aprile[201]con pochi fedelissimi apparentemente per organizzare, nonostante lo sfacelo in corso, l'ultima difesa del fascismo[202].

Insurrezione[modifica]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Sacca di Fornovo.

L'offensiva finale alleata ebbe inizio il9 aprile1945 e si sviluppò rapidamente; le forze tedesche vennero rapidamente sconfitte e, dopo un tentativo di resistenza sulle linee dei fiumi perpendicolari alla via Emilia, iniziarono il ripiegamento in disordine. La mattina del14 aprilereparti delGruppo di Combattimento "Friuli"entrarono adImola, subito seguiti dai polacchi delgeneraleWladyslaw Anders, accolti festosamente dalla popolazione[203]. Tra il 17 e il 19 aprile il fronte tedesco venne definitivamente sfondato nel settore diArgentae le mobili colonne alleate dilagarono nella valle Padana.

Il10 aprileil Partito Comunista diramò la sua Direttiva n. 16 riguardo l'insurrezione generale; il16 aprileil CLNAI comunicò le direttive insurrezionali a tutte le forze della Resistenza e decretò anche la condanna a morte per Mussolini e tutti i gerarchi. Quindi il19 aprile1945, mentre gli Alleati dilagavano nella valle delPo, i partigiani diedero il via all'insurrezione generale con la parola d'ordine "Arrendersi o perire!". Dalle montagne, i partigiani confluirono verso i centri urbani del Nord Italia, occupando fabbriche, prefetture e caserme. Nelle fabbriche occupate dagli operai entrati in sciopero insurrezionale venne dato l'ordine di proteggere i macchinari dalla distruzione. Le sedi dei quotidiani furono usate per stampare i giornali clandestini dei partiti. Mentre avveniva ciò, le formazioni fasciste si sbandavano e le truppe tedesche battevano in ritirata; si consumava il disfacimento delle truppe nazifasciste, che davano segni di cedimento già dall'inizio del 1945.

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I partigiani a Milano il 28 aprile 1945, si riconosconoCino Moscatelli(con il cappello da alpino) e sulla sua sinistra,Pietro SecchiaeLuigi Longo

Dal 19 aprile la divisione partigiana "Bologna" guidata da Aldo Cucchi "Jacopo" diede inizio all'insurrezione nel capoluogo emiliano, mentre altri reparti scendevano dalle montagne; la mattina del21 aprile, furono però i soldati italiani del gruppo da combattimento "Friuli" ad entrare per primi a Bologna, passando per la Porta Maggiore. In giornata giunsero anche i polacchi del generale Anders con gli abruzzesi della Brigata Maiella, il "Legnano" e altri gruppi. Dopo scontri all'interno dell'area cittadina da parte di partigiani e forze regolari contro franchi tiratori e centri di resistenza fascisti, entro la serata venne completata la liberazione della città[204]. Il21 aprileebbe inizio l'insurrezione aFerrarae il 22 aModena; le brigate cittadine affrontarono aspri scontri contro le truppe tedesche in ritirata e contro i reparti fascisti, in attesa dell'arrivo delle colonne motorizzate alleate. I partigiani discesero dalle montagne e si impegnarono a cercare di bloccare le truppe tedesche in rotta aCasaltoneed aFornovo, dove, in quest'ultima località, si uniranno nelle ostilità con le truppe Alleatebrasilianegià impegnate nellacampagna d'Italia, nell'ultima grande battaglia campale in territorio italiano, conosciuta come laBattaglia della Sacca di Fornovo.

Tra il 24 ed il 25 aprile gli alleati liberarono ancheReggio EmiliaeParma, dove la resistenza cittadina aveva già preso in parte il controllo dei luoghi più importanti, e il29 aprilePiacenza. Nel complesso in Emilia, le forze partigiane di montagna furono in parte sorprese dalla velocità dell'avanzata alleata e quindi giunsero in ritardo nelle città già liberate dalle truppe regolari anglo-americane con il concorso delle formazioni GAP e SAP cittadine[205].

AGenovail comandante della piazza, generale Günther Meinhold, cercò di trattare, senza successo, con i partigiani della Divisione garibaldina Pinan-Cichero (guidati daAldo Gastaldi "Bisagno") appostati sulle montagne che dominano la città, mentre il capitano di vascello Bernighaus organizzava la distruzione del porto. Violenti scontri si accesero al centro della città tra le squadre GAP e i reparti tedeschi e fascisti, mentre i garibaldini della brigata Balilla guidata da "Battista" raggiunseroSampierdarena. Il generale Meinhold firmò la resa del presidio alle ore 19.30 del 25 aprile nelle mani del capo del CLN locale, l'operaio Remo Scappini[206], dopo che tutte le vie di uscita erano state bloccate dai garibaldini di "Bisagno". Il capitano di vascello Berlinghaus ed il capitano Mario Arillo della Decima MAS continuarono tuttavia la resistenza, decisi a eseguire le distruzioni previste; dopo nuovi scontri con i partigiani delle Divisioni Cichero e Mingo (comandati da "Miro" e "Boro") scesi in città la sera del 26 aprile anche gli ultimi reparti nazifascisti si arresero. I partigiani avevano salvato il porto dalla distruzione e catturato 6.000 prigionieri che furono consegnati agli alleati giunti il 27 aprile aNervi[207]. Solo labatteria tedesca di Monte Mororesistette ancora e si arrese alle truppe statunitensi in arrivo[208].

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Sfilata di automezzi dei partigiani per le vie di Bologna

InPiemontele formazioni partigiane scesero dalle montagne e puntarono su tutte le città principali rischiando lo scontro frontale con le divisioni tedesche in ritirata: mentre le unità gielliste più forti si diressero suCuneo, i garibaldini di "Barbato" e "Nanni" e gli autonomi di "Mauri" puntarono su Torino, nonostante l'invito del colonnello britannico Stevens (comandante delle missioni alleate) di non muoversi, e le Brigate Garibaldi di "Ciro" e Moscatelli avanzarono su Novara. Il 25 aprile iniziarono gli scontri per Cuneo; dopo aver costretto alla resa le unità dell'esercito di Salò (divisioni "Monterosa" e "Littorio"), i reparti partigiani giellisti di Ettore Rosa, "Detto" Dalmastro, "Gigi" Ventre, Nuto Revelli, Giorgio Bocca, affrontarono duri combattimenti con i tedeschi decisi a mantenere il controllo delle comunicazioni. Solo il29 aprile, dopo alcune trattative con i tedeschi, finalmente le forze partigiane gielliste, a cui si erano uniti i garibaldini dei comandanti Comollo e Bazzanini e gli autonomi di Pietro Cosa, liberarono la città, mentre rimasero a distanza sulle alte valli i reparti francesi[209].

ATorino, mentre alcune colonne nazifasciste si avviavano versoIvrea, per attendere gli alleati e arrendersi, i reparti fascisti repubblicani radunarono alcuni reparti e ingaggiarono aspri scontri con i partigiani che raggiunsero la città dalle montagne il 28 aprile. Le colonne militari tedesche del "gruppo Liebe" (due divisioni di fanteria) riuscirono a ripiegare, dopo violenti combattimenti, attraverso l'abitato. Quindi, mentre alcuni reparti repubblicani abbandonavano il capoluogo piemontese per avviarsi nellaValtellina, il grosso dei fascisti torinesi della Brigata NeraAthos Capellirimasti in armi decideva di continuare a combattere. Le Brigate Garibaldi di Giovanni Latilla "Nanni",Vincenzo Modica"Petralia" e Pompeo Colajanni "Barbato" (3.000 uomini), gli autonomi di Enrico Martini "Mauri" (1.000), i reparti "Giustizia e Libertà" (1.600), liberarono gran parte della città dopo violenti combattimenti e salvaguardarono i ponti in attesa dell'arrivo degli alleati che giunsero a Torino il 1º maggio[210].

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La brigata partigiana "Buranello" sfila aSestri Ponente

Fin da marzo aMilanoera stato costituito un "Comitato insurrezionale" formato da Luigi Longo, Sandro Pertini eLeo Valianiche la mattina del 24 aprile, dopo le prime notizie provenienti da Genova, prese la decisione di dare inizio all'insurrezione nel capoluogo lombardo; la sera dello stesso giorno le brigate SAP diedero inizio ai combattimenti nelle fabbriche della periferia, mentre alcuni reparti garibaldini si avvicinavano da sud e da ovest[211]. Il 25 e il 26 i partigiani fecero notevoli progressi e raggiunsero la cerchia dei Navigli, mentre alcuni reparti fascisti avevano già abbandonato la città. I tedeschi restarono in armi nei loro quartieri, senza combattere secondo gli ordini del generale Wolff; la Brigata NeraAldo Resegaabbandonò le sue posizioni dentro la città, la Guardia Nazionale Repubblicana si sciolse spontaneamente. La Guardia di Finanza si unì agli insorti, mentre la Decima MAS, invece di ripiegare in Valtellina, rimase accasermata e si arrese senza combattere[212]. Il27 aprilealle ore 17.30 arrivarono per primi in città con poche difficoltà i garibaldini delle brigate dell'Oltrepò Paveseguidate daItalo Pietra"Edoardo" eLuchino Dal Verme"Maino". Il 28 aprile arrivarono i partigiani delle Brigate Garibaldi della Valsesia di Cino Moscatelli, provenienti a Novara, mentre altri reparti occuparonoBusto Arsizioe le strade per la Valtellina su cui in teoria avrebbero dovuto ripiegare gli ultimi reparti della RSI[213].

Il pomeriggio del28 aprilea Milano in piazza Duomo si tenne una grande manifestazione popolare per celebrare la liberazione e la vittoria della Resistenza con la presenza di molti capi partigiani e politici, tra cui Cino Moscatelli, Luigi Longo, Pietro Secchia, Giovanni Pesce. Le truppe alleate arrivarono a Milano il 1º maggio 1945.

Il25 aprile, giorno dell'inizio dell'insurrezione a Milano, è stata assunta quale giornata simbolica della liberazione d'Italia dal regime nazifascista e, denominataFesta della Liberazione, viene da allora commemorata in tutta la nazione.

Fine della Repubblica Sociale e morte di Mussolini[modifica]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Operazione SunriseCaduta della Repubblica Sociale Italiana e Morte di Benito Mussolini.
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Pier Bellini delle Stelle "Pedro", il comandante del reparto partigiano che catturò Mussolini e i gerarchi

Disorientato dalla scoperta delle trattative segrete del generale Wolff con gli Anglo-americani, Mussolini, dopo un inutile tentativo nel pomeriggio del 25 aprile di trattare con gli esponenti del CLNAI con la mediazione del cardinaleSchuster[214]alle ore 20 dello stesso giorno decise di abbandonare Milano in direzione del lago di Como, per motivi ancora non chiari[215]. Con la partenza del Duce, seguito da una lunga colonna di fascisti in armi e di gerarchi, le forze della Repubblica sociale a Milano si disgregarono.

Giunto aComola sera del 25 aprile, Mussolini ripartì il 27, percorrendo con i gerarchi e un reparto di SS della guardia del Duce al comando del tenente Birzer, la strada lungo la riva occidentale del lago; dopo un vano tentativo dei ministri Tarchi e Buffarini Guidi di entrare inSvizzera, bloccato dalle guardie di finanza, la colonna, a cui si erano aggiunti Pavolini e la Petacci, riprese verso nord, rafforzata dall'arrivo di un gruppo di soldati tedeschi dellacontraerea. Alle porte diMusso, la colonna venne bloccata da reparti partigiani della 52ª Brigata Garibaldi guidati dal comandantePier Bellini delle Stelle "Pedro"; dopo una lunga trattativa, i soldati tedeschi, compresa la guardia SS di Birzer, ottennero il diritto di passaggio verso la Germania, mentre gli italiani vennero abbandonati nelle mani dei partigiani. Nonostante un tentativo di travestimento da soldato tedesco, Mussolini venne riconosciuto e catturato[216].

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Walter Audisio, il "comandante Valerio" guidò la cattura e la fucilazione sommaria di Mussolini

Dopo essere stati condotti aDongo, Mussolini e la Petacci vennero separati dagli altri gerarchi e portati aGiulino di Mezzegra; i due prigionieri vennero alloggiati per la notte in una casa contadina. Poche ore dopo Mussolini venne consegnato dai suoi catturatori ad un gruppo di partigiani inviati dal CLNAI di Milano, guidati daWalter AudisioeAldo Lampredi, due importanti esponenti del Partito Comunista all'interno delle forze della Resistenza. Quindi, il 28 aprile 1945, Mussolini e la Petacci vennero uccisi, verosimilmente dopo le ore 16, da Audisio "colonnello Valerio" e dal partigianoMichele Moretti"Pietro" lungo un muro di cinta di una villa su una strada isolata[217]

Dopo l'esecuzione Audisio e Lampredi ritornarono a Dongo dove erano stati radunati i fascisti catturati insieme a Mussolini e alla Petacci; alle ore 17.17 i partigiani della 3ª Divisione Garibaldi-Lombardia, guidati dal comandanteAlfredo Mordini"Riccardo", fucilarono, davanti al muretto affacciato sul lago, quindici gerarchi, tra cui Pavolini, Barracu, Bombacci, Mezzasoma, Liverani, Zerbino, e il fratello della Petacci, Marcello[218]Solo il maresciallo Graziani, che aveva abbandonato la colonna in precedenza, riuscì a sfuggire e venne catturato dagli alleati al quartier generale delle SS aCernobbio. I cadaveri di Mussolini, della Petacci e dei gerarchi fucilati vennero trasportati a Milano e esposti in piazzale Loreto, luogo di una precedentesanguinosa rappresaglia nazifascista, dove furono oggetto di oltraggi da parte della popolazione[219].

Il29 aprile1945il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia diramò un comunicato in cui affermava che "la fucilazione di Mussolini e dei suoi complici è la conclusione necessaria di una fase storica che lascia il nostro paese ancora coperto di macerie materiali e morali"[220]. Il 29 aprile la Resistenza italiana ebbe formalmente termine, con la resa incondizionata dell'esercito tedesco, e i partigiani assunsero pieni poteri civili e militari. Il2 maggioil generale britannicoAlexanderordinò la smobilitazione delle forze partigiane, con la consegna delle armi. L'ordine venne in generale eseguito e le armi in gran parte consegnate, in tempi diversi nei vari luoghi in dipendenza dell'avanzata dell'esercito alleato, della liberazione progressiva del territorio nazionale, e del conseguente passaggio di poteri al governo italiano.

Significato storico della Resistenza[modifica]

A giudizio delle stesse autorità alleate, la Resistenza italiana giocò un ruolo importante per l'esito della guerra in Italia e, a costo di grandi sacrifici umani, cooperò attivamente ad indebolire le forze nazifasciste, a minarne il morale ed a renderne precarie le retrovie, impegnando notevole parte delle unità militati o paramilitari del nemico[221]. Anche le fonti tedesche documentano che le forze partigiane furono causa di problemi e difficoltà militari per i comandi e le truppe della Wehrmacht[222].

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Monumento al partigiano diParma

Nel complesso il movimento partigiano ebbe, a partire soprattutto dall'estate 1944 con la costituzione del comando del CVL, una consistenza, coesione e capacità di combattimento notevoli, inferiori nel quadro della Resistenza Europa al nazismo ed ai collaborazionisti[223], solo all'Esercito Popolare Jugoslavo[224]. Peraltro il modello jugoslavo, considerato costantemente dalla dirigenza partigiana ed in particolare dai comandanti comunisti delle Brigate Garibaldi, l'esempio e il punto di arrivo ideale del movimento, rimase un mito ineguagliabile. Le differenze operative legate alle caratteristiche morfologiche del territorio, alla differente durata del fenomeno, alla diversa consistenza numerica; la presenza di modelli organizzativi caratteristici della situazione jugoslava e quindi difficilmente riproducibili in Italia, resero impossibile al movimento partigiano raggiungere l'efficienza ed i risultati dell'Esercito Popolare Jugoslavo che riuscì nella parte finale della guerra a divenire un vero esercito in grado di sostenere una guerra regolare contro la potenza occupante[225].

Oltre alla sua importanza militare la Resistenza ebbe grande importanza dal punto di vista morale e politico, dimostrando nei confronti degli Alleati, la capacità di ripresa, di sacrificio e di combattimento di almeno una parte degli italiani, e la loro nuova fiducia nei valori dell'antifascismo. Inoltre le dimensioni, l'idealità e l'efficacia del movimento partigiano influirono sugli assetti istituzionali e sul futuro italiano; secondo lo storico Santo Peli: "senza la resistenza armata, molto probabilmente, avremmo avuto un’Italia monarchica, e non sarebbe stata scritta una Costituzione profondamente innovativa sul piano della giustizia sociale"[226]. Senza dubbio tuttavia le aspirazioni di gran parte degli elementi comunisti, socialisti e azionisti (largamente maggioritari nel movimento partigiano) a favore di un nuovo Stato democratico con il coinvolgimento delle masse popolari e con riforme strutturali, sociali ed economiche, non si realizzarono pienamente; in questo senso la Resistenza italiana non riuscì ad operare una rottura veramente profonda con il passato[227].

Secondo lo storico Miller[228], la Resistenza italiana fu un mito fondativo della Repubblica nell'era post-bellica[229]. La guerra civile fu solo uno dei suoi inevitabili aspetti[230]. Tuttavia il più importante risultato della Resistenza non fu la liberazione di molte città italiane bensì la coabitazione forzata di formazioni politiche reciprocamente ostili: in due anni di combattimenti contro un nemico comune, i leader di questi movimenti si guardarono per la prima volta con rispetto. Tale mutua comprensione, nata durante la Resistenza, probabilmente salvò l'Italia dal tipo di guerra civile che avviluppò invece la Grecia post-bellica. I fondatori della democrazia italiana strategicamente allargarono la definizione di "resistenza" per includere non solo coloro che combatterono ma anche quelli che appoggiarono la lotta contro il Fascismo, attivamente o passivamente, e persino coloro che avessero sofferto sotto il regime. Con questa definizione, la Resistenza divenne un'autentica esperienza nazionale.[231]Secondo Miller, nonostante il mito fondativo sia stato poi "abbattuto" dalle strumentalizzazioni politiche da una parte e dalle revisioni accademiche dall'altra, esso può ancora offrire un insieme di valori degni di essere emulati in qualsiasi società democratica, rappresentando uno dei momenti più luminosi della storia dell'Italia unita.[232]

Le diverse anime della Resistenza[modifica]

Fin dalla discussione sorta in seno ai partiti politici a seguito della lettera di intenti presentata dal Partito d'Azione nel novembre 1944, si evidenziarono le profonde differenze di obiettivi e di metodi presenti all'interno delle forze antifasciste. Durante il cosiddetto "dibattito delle cinque lettere", di fronte alle proposte azioniste di costituire un vero "governo del CLNAI" con poteri straordinari al nord, i comunisti, teoricamente in accordo, in pratica mantennero la posizione togliattiana di unità nazionale e di sostegno al governo "unitario" di Roma, i socialisti si limitarono a espressioni teoriche massimaliste, mentre la Democrazia Cristiana respinse nettamente le proposte, favorendo l'instaurazione di una classica democrazia parlamentare[233]

Nella dirigenza comunista apparentemente il segretario generaleTogliatti, seguendo anche le indicazionistaliniane, aveva abbandonato propositi rivoluzionari immediati ed adottato una politica tendente a rafforzare l'influenza e la diffusione di massa del PCI ed a introdurre pacificamente riforme politiche e sociali avanzate con l'accordo dei tre partiti popolari (comunista, socialista e democristiano) a.org/wiki/Resistenza_italiana#cite_note-234">[234]. Per gli azionisti ed i socialisti invece il fulcro delle riforme consisteva nella estromissione della monarchia e di tutta la classe dirigente compromessa con il fascismo e del potere economico che del fascismo aveva beneficiato[235]. Per contro, le aspirazioni di Bonomi e De Gasperi, come rappresentanti di tendenze più moderate (socialdemocraziaper Bonomi ecristianesimo democraticoper De Gasperi) erano di rendere questo processo il più morbido possibile, evitando una rottura traumatica con il passato[235].

Tuttavia nella Resistenza italiana, in una parte della componente maggioritaria comunista, erano ancora molto presenti elementi contraddittori come il mito di Stalin, accostato a ideali libertari («viva la libertà! viva Stalin!» fu il grido in punto di morte di molti partigiani) e della Unione Sovietica, alla quale si ascriveva il merito essenziale della vittoria e il cui modello di governo veniva descritto come «forma superiore di democrazia», nella quale si presumeva esistesse una apertura alla partecipazione popolare: alla contraddizione più evidente, quella fra il modello sovietico e la linea ufficiale del PCI, fu tentato di porre rimedio proponendo la "democrazia sovietica" quale chiave di interpretazione della "democrazia progressiva" di stampo occidentale che il partito propugnava per l'Italia[236].

La posizione ambigua della dirigenza comunista non favorì l'abbandono definitivo di velleità combattentistiche fra coloro che consideravano la vittoria militare contro i nazifascisti solo il presupposto per un nuovo ordine politico, e che non abbandonarono la speranza di uno sbocco rivoluzionario della situazione politica del dopoguerra. Peraltro, sia da parte comunista che da parte azionista, sussisteva qualche diffidenza sulle intenzioni delle future istituzioni italiane, considerando necessario mantenere una funzione di vigilanza nel caso di un ritorno delle forze reazionarie. La consegna delle armi agli alleati fu quindi riluttante; rilevanti quantitativi di armi ed equipaggiamenti vennero in molti casi occultati, con la tacita approvazione dei capi partigiani comunisti del Nord Italia[237][238].

I contrasti interni al Partito d'Azione, la politica togliattiana del compromesso e dell'accordo con la Democrazia Cristiana e la volontà dei partiti moderati (democristiani e liberali), supportati dagli Alleati occidentali, di frenare le spinte radicali del movimento partigiano e delle forze di sinistra provocarono la caduta del governo guidato da Ferruccio Parri, in carica dal21 giugno1945al4 dicembre1945ed espressione politica dei partiti del Comitato di Liberazione Nazionale, inaugurando la fase di governi guidati da De Gasperi, preludio alla svolta politico-elettorale dell'aprile 1948 che avrebbe portato all'emarginazione delle componenti progressiste maggioritarie all'interno della Resistenza[239].

I caduti della Resistenza e le vittime della repressione nazifascista[modifica]

Secondo alcune fonti i caduti per la Resistenza italiana (in combattimento o uccisi a seguito della cattura) sarebbero stati complessivamente circa 45.000; altri 20.000 sarebbero rimasti mutilati o invalidi[240]; i soldati regolari morti nelle formazioni che combatterono accanto agli Alleati nella Campagna d'Italia furono invece circa 3.000[241].

Le donne partigiane combattenti sarebbero state 35 mila[242],mentre 70 mila fecero parte dei Gruppi di difesa della donna; 4.653 di loro furono arrestate e torturate. 2.750 furono deportate in Germania, 2.812 fucilate o impiccate; 1.070 caddero in combattimento; 15 vennero decorate con la medaglia d'oro al valor militare[senza fonte].

I civilideportatidai tedeschi furono circa 40.000, tra cui 7.000ebrei; i sopravvissuti furono circa il 10%[243]; dei 2.000 deportati ebrei dalghetto di Romail16 ottobre1943tornarono vivi solo in quindici. Tra i soldati italiani che dopo l'Armistizio di Cassibiledell'8 settembresi trovarono a combattere, privi di direttive precise, contro laWehrmachtsul territorio nazionale o nelle regioni occupate morirono in circa 45.000 (esercito 34.000, marina 9.000 e aviazione 2.000): 20.000 nei combattimenti subito dopo l'armistizio, 10.000 nei Balcani, 13.400 nei trasporti via mare[243][244].

Secondo alcuni studi, furono invece circa 40.000 i militari italiani che morirono neilager nazisti, su un totale di circa 650.000 che fu internato inGermaniaePoloniadopo l'8 settembre[243][245]e che, per la maggior parte (il 90% dei soldati e il 70% di ufficiali), rifiutarono le periodiche richieste di entrare nei reparti della RSI in cambio della liberazione[246].

Si stima che in Italia nel periodo intercorso tra l'8 settembre 1943 e l'aprile 1945 le forze tedesche (sia laWehrmachtche leSS) e le forze della Repubblica Sociale Italiana compirono più di 400stragi(uccisioni con un minimo di 8 vittime), per un totale di circa 15.000 caduti tra partigiani, simpatizzanti per la resistenza, ebrei e cittadini comuni[247]; i civili non combattenti uccisi dalle forze nazifasciste in operazioni di repressione, rastrellamento e rappresaglia furono circa 10.000[243].

Aspetti controversi della Resistenza[modifica]

Processi e copertura ai nazifascisti nel dopoguerra[modifica]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi CIA: Arruolamento di ex nazifascisti e amnistia Togliatti.

Per diversi motivi molti procedimenti giudiziari relativi a queste stragi non furono mai portati avanti, in parte a causa di tre successiveamnistie. La prima intervenuta il22 giugno1946detta "amnistia Togliatti"[248]; la seconda approvata il18 settembre1953dalgoverno Pellache approvò l'indultoe l'amnistiaproposta dalguardasigilliAntonio Azaraper tutti i reati politici commessi entro il18 giugno1948[249]; la terza approvata il4 giugno1966[250]. Inoltre laGermania Ovestera dal1952alleata con l'Italia sotto l'ombrellodellaNATO, per cui non risultava politicamente opportuno dare risalto ad episodi ormai ritenuti parte del passato coinvolgenti cittadini tedeschi.

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Entrata delleFosse Ardeatine, luogo del tragico eccidio nazista

C'era poi il rischio giudicato imbarazzante per le istituzioni italiane che il precedente di un processo in cui si chiedeva la consegna deicriminali di guerratedeschi avrebbe poi obbligato l'Italia a consegnare a Stati esteri o a processare internamente i responsabili di crimini di guerra commessi dalle forze italiane durante ilventennio fascistae il periodo della Repubblica Sociale Italiana, sia in territorio nazionale che straniero, molti dei quali dopo la guerra erano stati riassorbiti all'interno dell'esercito o delle pubbliche amministrazioni.

Infine durante glianni sessantaseicentonovantacinque fascicoli riguardanti le straginazifascistein Italia vennero, per le ragione sopraesposte, "archiviati provvisoriamente" dal procuratore generale militare e i vari procedimenti furono bloccati, garantendo quindi l'impunità per i responsabili ancora in vita. Solo nel1994, durante la ricerca di prove a carico diErich Priebkeper lastrage delle Fosse Ardeatine, venne scoperta l'esistenza di questi fascicoli (trovati in quello che giornalisticamente è stato definito l'Armadio della Vergogna) e alcuni dei procedimenti furono riaperti, ad esempio quello a carico diTheodor Saevecke, responsabile dellastrage di Piazzale LoretoaMilano, ove furono fucilati per rappresaglia 15 tra partigiani ed antifascisti. La maggior parte delle indagini e delle denunce contenute nei fascicoli non portarono tuttavia ad un processo, poiché molti degli indagati risultarono essere non perseguibili in quanto già morti o per l'intervenutaprescrizionedei reati loro ascritti.

Le esecuzioni post-conflitto e le tensioni in seno alla Resistenza[modifica]
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Palmiro Togliatti, in qualità diMinistro della Giustiziafirmò l'omonima amnistiaper i reati politici

Nel clima dell'insurrezione e con spinte rivoluzionarie tra la base partigiana comunista, si verificarono numerosi eccessi e esecuzioni sommarie principalmente di fascisti o collaborazionisti[251], ma anche di appartenenti a brigate partigiane di diverso colore politico, preti e semplici esponenti delle classi sociali conservatrici e anticomuniste. Una forte componente di "lotta di classe" fu presente durante tutta la Resistenza, soprattutto nelle formazioni garibaldine comuniste[252]. Nei mesi seguenti la liberazione si ebbero fatti sanguinosi, che con intensità calante proseguirono per alcuni anni. Talvolta i responsabili o gli accusati di questi omicidi trovarono rifugio in paesi filosovietici come laCecoslovacchiao laJugoslavia.

Il numero degli uccisi di parte fascista dopo il 25 aprile è stato oggetto di un acceso dibattito con strumentalizzazioni in sede pubblicistica e politica; bisogna considerare in primo luogo che il termine effettivo delle ostilità con la Wehrmacht, con cui laRSIera alleata, si ebbe solo il3 maggio. Gli uccisi di parte fascista tra il 25 aprile e il 3 maggio, quindi, andrebbero considerati come morti durante.

Non si dispone allo stato attuale di cifre attendibili delle morti fasciste che distingua in modo chiaro tra esecuzioni immediatamente successive alla fine delle ostilità e omicidi, vendette e violenze verificatesi nei mesi seguenti nel clima ancora post-insurrezionale[253]. Da parte neofascista, l'ex ufficiale dellaXª Flottiglia MASe poi senatore delMovimento sociale italianoGiorgio Pisanòha parlato di 34.500 morti di parte fascista[254], mentre Bruno Spampanato, aderente alla Repubblica sociale italiana, primo direttore delSecolo d'Italiae deputato del MSI, ha parlato addirittura di 200 000 morti[255].

Queste cifre non sono mai state giustificate da fonti ritenute attendibili. A questo proposito, durante la seduta parlamentare dell'11 giugno 1952, ilministro dell'InternodemocristianoMario Scelbaparlò di sole 1.732 persone uccise per motivi politici nel'immediato dopoguerra[256].

Dichiarazione di Luciano Lama
sugli eccidi del secondo dopoguerra
Il desiderio di vendetta non è un crimine, è un risentimento. Ricordo bene quando mi dissero che avevano fucilato mio fratello. La rabbia ti sale alla testa, te la senti nelle mani quando imbracci un fucile. Qualcuno ha resistito altri no. Magari volevi vendicarti, ma non potevi, non dovevi...
Nessuno vuole giustificare i delitti del dopoguerra. Prima di giudicare però si deve sapere cosa accadde davvero. Una guerra qualunque può forse finire con il "cessate il fuoco". Quella no. La Resistenza fu una battaglia terribile, disperata e atroce. Vivevamo nascosti nelle buche dei campi di granoturco, eravamo circondati da nemici: non erano solo tedeschi e fascisti, c'erano le spie, ti potevano tradire in ogni momento. Vedevamo sparire i nostri compagni, fucilavano famiglie intere.
Eravamo sopraffatti dal dolore, dalla rabbia... Altrimenti non avremmo potuto... Non saremmo riusciti a sparare a chi ci guardava in faccia. Una cosa è tirare una cannonata, un'altra è uccidere chi ti sta di fronte. Ripugna. Si può fare solo se ci si crede ciecamente. Aiutano l'odio, la paura, l'utopia.
Concita De GregorioOra è il momento di ricordare,
la Repubblica8 settembre 1990

Secondo un'indagine della Direzione generale di Pubblica sicurezza svolta alla fine del 1946, invece, le persone uccise perché "politicamente compromesse" con il regime fascista sarebbero state 8197, a cui vanno aggiunte le 1167 "prelevate e presumibilmente soppresse", per un totale di 9364[257]. Queste cifre si accorda con l'entità di quelle dichiarate nel 1948 al Senato da Parri, che parlò di un numero di morti compreso tra 10.000 e 15.000"[258], secondo le indagini da lui fatte condurre quando era al governo. Gli storici contemporanei nel complesso concordano con queste cifre e valutano i morti fascisti o simpatizzanti a 10-12.000[253]

Le ragioni di questi comportamenti sono molteplici: desiderio di vendetta dopo tanti lutti e sofferenze, e odio sociale e ideologico; si può ritenere anche che i partigiani temessero, dopo la fine della fase insurrezionale, una punizione poco efficace o una totale impunità per i gerarchi fascisti che si erano macchiati di gravi crimini[259][260].

Successivamente alla "normalizzazione" postbellica, alcuni partigiani vennero sottoposto a processi per presunte "stragi" e "assassinii" compiuti nella Liberazione: il tema della persecuzione dei partigiani da parte della magistratura e delle forze politiche su cui si fondava la Repubblica divenne un argomento di discussione ricorrente per molte forze di sinistra, soprattutto causa il contrasto con l'impunità di cui godettero molti ex fascisti che si erano macchiati di reati molto gravi.

I governi della Repubblica effettuarono unaepurazionemolto parziale soprattutto nella pubblica amministrazione e nelle strutture economiche capitalistiche, a causa di necessità politiche di pacificazione che ebbero il loro culmine nell'amnistia firmata dall'alloraMinistrodiGrazia e GiustiziaTogliatti il 22 giugno1946, seguita, il 7 febbraio1948, da un decreto del sottosegretario alla presidenzaAndreotticon cui si estinguevano i giudizi ancora in corso dopo l'amnistia.

Tra gli importanti personaggi della RSI che videro ridotte le loro pene:i funzionari fascisti che collaborarono alla cattura di[senza fonte]Giovanni Palatucci(il commissario di polizia che aiutò la fuga di migliaia di ebrei); il comandante dellaXª Flottiglia MASJunio Valerio Borghese; il marescialloRodolfo Graziani.

Episodi di conflittualità all'interno del movimento resistenziale[modifica]
  • L'uccisione del comandanteLibero Riccardi, avvenuta nella tarda primavera del1944, da parte di una fazione di partigiani romagnoli che non condivideva le modalità di conduzione della lotta armata sin lì adottate da Libero e ne giustificò l'eliminazione con accuse (da alcune fonti considerate infondate) di diserzione e furto.
  • Esecuzione diDante Castellucci, avvenuta il22 luglio1944su accuse, secondo le ultime ricerche, di un probabile infiltratoOVRA[261]nelle file del movimento partigiano. Ciò corrisponderebbe alle dichiarazioni diLaura Seghettini, fidanzata diFacio[262].
  • La Strage della Missione Strassera, avvenuta il26 novembre1944. L'episodio provocò forti contrasti politici nel dopoguerra e rimane oggetto di opposte valutazioni. Il più importante imputato della strage, il comandante garibaldino comunistaFrancesco Moranino, dopo una lunga controversia politica e giudiziaria, venne graziato dal presidente della RepubblicaGiuseppe Saragat, ottenendo il riconoscimento che l'episodio di cui era stato accusato era da considerare un "atto di guerra" (nell'ambito della guerra di Liberazione) e quindi giuridicamente legittimo[263].
  • Eccidio di Porzûs, avvenuto il7 febbraio1945. Considerato da alcune fonti un episodio di odio ideologico da parte di comandanti garibaldini comunisti inviati a sedare i contrasti tra ireparti "osovani"e le formazioni partigiane jugoslave[63], le testimonianze di monsignorAldo Moretti, medaglia d'oro della Resistenza e fra i comandanti dellaOsoppo, riportate suFamiglia Cristiananel 1997 e in seguito sui sitiANPIhanno riportato in evidenza elementi per interpretare i tragici fatti dell'Eccidio di Porzus in connessione con manovre dei servizi segreti alleati, allo scopo di ledere l'unità delle forze partigiane ed evitare che nel dopoguerra in zona potesse prendere predominanza politica una unione fra cattolici e comunisti. I contatti effettivamente vi furono, patrocinati anche dalgoverno del Sud, all'epoca legittimo governo italiano, che aveva inviato nel marzo 1945Antonio Marceglia, uno dei partecipanti all'impresa di Alessandriae poi appartenente aMariassalto, sbarcato a La Spezia, a cercare un contatto con gliex compagni di reparto della X MAS; il 28 marzo Marceglia si incontrò a Venezia conJunio Valerio Borgheseil quale gli disse che i contatti con la Osoppo, in quanto unica formazione partigianaautonomaerano stati presi, maerano stati interrotti per ragioni di forza maggiore[264]. In precedenza, il 22 novembre 1944, il Partito Comunista Italiano (e non il CLNAI) aveva dato l'ordine ai partigiani italiani della zona di passare alle dipendenze del IX Corpus jugoslavo per favorire la creazione di (secondo le parole di Togliatti in una lettera a Vincenzo Bianco, rappresentante del PCI nel IX Corpus,
« una condizione profondamente diversa da quella che esiste nella parte libera dell'Italia. Si creerà insomma una situazione democratica[265] »

La dipendenza fu accettata dai circa 3500 partigiani comunisti della divisioneGaribaldi-Natisonema non dagli autonomi della Osoppo, tra i quali militava una ragazza, Elda Turchetti, uccisa e ritenuta successivamente dai comunisti una spia della X MAS ma possibilmente anche un intermediario secondo altre fonti[265].

  • L'omicidio diMario Simonazzi, il comandante Azor[266][267], comandante cattolico popolare e apprezzato, militante nelleSquadre di Azione Patriottica(SAP), ucciso quasi certamente qualche giorno prima della liberazione (il corpo venne ritrovato alcuni mesi dopo) e l'agguato subito il27 gennaio1946dal giornalistaGiorgio Morelli, che accusò dell'omicidio Azor i comunisti locali. Morelli morì poco tempo dopo, in seguito alle ferite riportate nell'attentato del quale era rimasto vittima.

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25 APRILE FESTA DELLA LIBERAZIONE GIORNALINO ARTIGIANALE A CURA DI ANGELA CECERE 2°PARTE

25 Aprile 2013, 08:02am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

                    25 APRILE FESTA DELLA LIBERAZIONE

   GIORNALINO ARTIGIANALE A CURA DI ANGELA CECERE

                                       2°PARTE

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La primavera del 1944 e l'offensiva partigiana d'estate[modifica]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di val CasottoEccidio della Benedicta e Repubblica della Valsesia.

A partire dal marzo1944il comando tedesco diede il via ad un nuovo ciclo offensivo di rastrellamenti concentrato sull'Emilia, la Liguria e il Piemonte, regioni potenzialmente obiettivo di possibili sbarchi alleati; in Emilia le truppe tedesche sgominarono rapidamente i gruppi partigiani, mentre in Piemonte i combattimenti si prolungarono con esito alterno e con perdite per entrambe le parti. Le forze nazifasciste impegnate furono ingenti: due divisioniWaffen-SSetniche e una di truppe da montagna, rinforzate da reparti ucraini e mongoli; anche un battaglione di bersaglieri, reparti della "Tagliamento" e della "Muti" parteciparono ai rastrellamenti.

Le maggiori sconfitte delle formazioni partigiane si verificarono nellaval Casotto, dove gli autonomi di "Mauri" (oltre 1.200 uomini, secondo i dati tedeschi[106]) subirono dure perdite e furono dispersi a causa anche di eccessivo ottimismo e di alcuni errori tattici[107]. Le forze tedesche delkampfgruppeRohr (appartenente alla 356ª Divisione fanteria) attaccarono dal 13 marzo e accerchiarono rapidamente le bande partigiane che vennero sbaragliate completamente entro il 24 marzo[108]. Solo il comandante "Mauri" e circa 100 uomini ripiegarono in salvo sul monte Alpet. Anche inval Varaitae alla Benedicta i tedeschi ebbero rapidamente la meglio: i garibaldini della brigata Morbiducci e gli autonomi del capitano Oddino vennero sbaragliati e le colonne tedesche, che subirono perdite modeste[109], percorsero liberamente le vallate e rastrellarono ilmonte Tobbio, disgregando le deboli formazioni partigiane ecompiendo numerose rappresaglie[110].

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Partigiani garibaldiniinValsesia; in piedi al centro con il basco nero èCino Moscatelli

Nelle altre zone invece le formazioni partigiane si batterono con successo, evitando scontri frontali ed adottando tattiche di guerriglia: inval Mairai giellisti di Dalmastro e Bocca ressero bene i rastrellamenti e mantennero le loro forze, mentre nellavalle Sturai reparti di Ettore Rosa, Livio Bianco e Nuto Revelli furono duramente impegnati ma scamparono alla distruzione e continuarono a rimanere attive ed efficienti. Uguali successi ottennero contro i rastrellamenti nazifascisti anche i garibaldini di "Barbato" nellavalle Po, i giellisti nellaval Pellice, gli autonomi di Marcellin nellavalle d'Aostae i garibaldini di "Ciro" Gastone e "Cino" Moscatelli nellaValsesiache, nonostante iniziali difficoltà[111], evitarono i rastrellamenti nemici sfruttando la loro grande mobilità[112].

Dopo aver resistito alle operazioni di repressione nazifasciste di primavera, i reparti partigiani, rafforzati dall'afflusso di nuovi elementi galvanizzati dall'apparente vittoria alleata su tutti i fronti del giugno 1944 (i cosiddetti "partigiani estivi" o anche "partigiani sfollati"[113]), salirono ad oltre 50.000 combattenti, di cui 25.000 garibaldini comunisti, 15.000 giellisti e 10.000 autonomi[114]. Queste formazioni partigiane passarono a loro volta all'offensiva e nell'estate, secondo i progetti del CVL, estesero progressivamente le aree liberate all'intera fascia appenninica e alpina e alle regioni collinari. Vennero costituite quindici zone libere (le "piccole repubbliche") con un'amministrazione politica, economica e finanziaria, elezioni, polizia e difesa[115].

In Piemonte le formazioni garibaldine di "Barbato" e "Nanni", gielliste di Livio Bianco e autonome di "Mauri" liberarono le valli del Cuneese, la val Pellice e la val Chisone, la Val d'Aosta venne quasi completamente liberata dalle formazioni autonome di Marcellin, mentre nel Biellese le forze garibaldine di "Gemisto" liberarono tutte le colline circostanti la città. Nella Valsesia le Brigate Garibaldi di "Ciro" (Eraldo Gastone) e "Cino" (Vincenzo Moscatelli) organizzarono una serie di veloci incursioni, raggiunseroBorgosesiail 10 giugno ed organizzarono la"repubblica"che sarebbe durata con alterne vicende fino alla Liberazione, mentre aLanzo Torinesei garibaldini ottenero numerosi successi durante duri scontri contro reparti fascisti[116].

Anche nell'Appennino ligure i partigiani guadagnarono molte posizioni: nella regione diImperia, aBadalucco, la divisione Garibaldi "Cascione" si batté con successo contro forze superiori; mentre nell'Appennino modenese il comandante "Armando" (Mario Ricci) organizzò laRepubblica di Montefiorino. Infine nel bellunese la Divisione Garibaldi "Nanetti", comandata da "Milo", costituì una zona libera nell'altopiano del Cansiglio[117]ed in Friuli avanzarono con successo i garibaldini della "Natisone" e della ""Friuli e i partigiani delle Osoppo che liberarono un vasto territorio lungo il Tagliamento[118].

Nel maggio del 1944 si osservo anche un'intensa attività diplomatica condotta dai giellisti delle Alpi cuneesi con laResistenza Francese. Vi furono più contatti i quali culminarono con gliIncontri di Sarettoche portarono alla firma di accordi sul piano politico e militare conclusi tra delegati del CLN del Piemonte e della pari istituzione francese.

Liberazione del centro Italia[modifica]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Resistenza romana e Eccidio delle Fosse Ardeatine.

Durante l'inverno del 1943-44 le operazioni alleate contro la munita Linea Gustav andarono incontro ad una serie di sanguinosi insuccessi: ledifese di Cassinosi dimostrarono quasi impenetrabili, mentre anche losbarco ad Anzio(gennaio 1944) non risolse la situazione a favore gli Alleati e rischiò invece di trasformarsi in un disastro[119]. In questo periodo a Roma si succedettero vive speranze di liberazione e amare delusioni. La presenza delVaticanoe delPapa Pio XII, con le sue dichiarazioni per la riconciliazione e per la salvaguardia della vita umana, incoraggiò un atteggiamento di resistenza passiva da parte della cittadinanza, mentre l'apparato repressivo nazifascista poté controllare solo con metodi violenti la situazione, schiacciare i nuclei della resistenza militare del colonnello Montezemolo, ed eseguire spietate rappresaglie contro ostaggi e prigionieri in risposta a un atteggiamento comunque non collaborativo dei cittadini e alle sporadiche ma efficaci iniziative dei GAP contro soldati tedeschi, militi e importanti esponenti fascisti repubblicani[120].

Un'ennesima offensiva alleata contro la Linea Gustav ebbe inizio l'11 maggio1944 e finalmente ebbe successo[121]; le truppe alleate sfondarono il fronte di Cassino e avanzarono ricongiungendosi con i reparti attestati nella testa di ponte di Anzio. Furono i soldati americani del generaleClarkche entrarono a Roma il4 giugno, mentre i reparti tedeschi erano impegnati ad eseguire una difficile ritirata e gli apparati repressivi nazifascisti avevano già abbandonato la capitale[122]. Roma, unica delle grandi città italiane, non insorse e attese l'arrivo delle truppe alleate[123]; le mediazioni vaticane, la debolezza della resistenza militare, la scomparsa dei nuclei gappisti, falcidiati dalla repressione, impedirono un'attiva partecipazione popolare alla liberazione della città[124]. La città aveva comunque già pagato il suo tributo di sangue, con le 597 vittime di Porta San Paolo[125], le 335 delleFosse Ardeatine, i2.091 ebrei deportati nei campi di sterminio, i 947 cittadini deportati nelrastrellamento del Quadraro, i 66martiri di Forte Bravetta, idieci fucilatiaPietralata, ledieci donne uccisepresso ilPonte dell'Industriaper aver assaltato un forno e i quattordici ex-detenuti diVia Tasso, massacrati aLa Storta, proprio il giorno della Liberazione (4 giugno1944)[126].

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Il comandante dellaDivisione Garibaldi "Arno"Aligi Barducci("Potente"), che rimase ucciso il 7 agosto durante i combattimenti per liberareFirenze

Nello stesso periodo si rafforzarono, con l'afflusso di nuovi combattenti, le formazioni partigiane inToscana. I garibaldini costituirono nella campagnasenesee delgrossetanola Divisione Garibaldi "Spartaco Lavagnini" (1000 uomini), comandata daFortunato Avanzati, e nell'areaFirenze-ArezzolaDivisione Garibaldi "Arno"(1700 uomini), guidata dal valorosoAligi Barducci, "Potente; i giellisti organizzarono le loro brigate Roselli (1200 uomini); mentre erano attive anche formazioni autonome guidate daManrico Ducceschi"Pippo" sulle montagne diPistoia, e inGarfagnanala Divisione Garibaldi "Lunense", guidata dal maggiore britannicoAnthony Oldhame con commissario politicoRoberto Battaglia. Dopo una serie di contrasti tra garibaldini e giellisti ed alcune riuscite operazioni di repressione nazifasciste, le forze della resistenza si accordarono e costituirono un comando unificato partigiano in Toscana per passare all'attacco delle forze nemiche in contemporanea con l'avanzata alleata a nord di Roma[127].

Dopo la caduta di Roma l'esercito tedesco del feldmaresciallo Kesselring aveva dato inizio ad una difficile ritirata di oltre 500 km per attestarsi sulle nuove posizioni appenniniche; la manovra, ostacolata dall'intervento delle formazioni partigiane, fu nuovamente costellata da violenze, repressioni ed eccidi di civili aGubbio, aCortona, aCivitella in Val di Chiana, aSan Giovanni Valdarno[128]. I partigiani si batterono validamente, liberaronoTerniil13 giugno, precedendo le truppe indiane dell'8ª Armata britannica; entrarono aSpoletoeFoligno; i garibaldini della "Lavagnini" ottennero un successo aPitiglianoe liberaronoGrossetoil15 giugno. Le operazioni continuarono in luglio in Toscana,Sienavenne liberata il3 lugliodalle truppe francesi senza l'intervento partigiano, ma la divisione Garibaldi "Arno" il 15 luglio iniziò la marcia di avvicinamento a Firenze, intercettò le retroguardie tedesche e il3 agostoraggiunseFiesolee i sobborghi della città[129].

A FirenzeAlessandro Pavolini, giunto in città il 18 giugno, cercò di organizzare la resistenza delle forze fasciste repubblicane; furono costituiti gruppi di franchi tiratori, mentre i membri dellabanda Caritàsi abbandonarono alle ultime violenze e omicidi prima di partire per il nord e riparare aPadova. Anche il segretario delPFRritornò l'8 luglioal nord, cosciente dell'imminente caduta della città[130]. La battaglia per Firenze ebbe inizio il28 lugliocon i primi scontri a sud della città tra i partigiani e retroguardie di paracadutisti tedeschi. Il comando germanico, su istruzioni di Kesselring e dello stesso Hitler, organizzò metodicamente la ritirata: al guado dell'Arno una brigata giellista venne annientata, i ponti sul fiume vennero fatti tutti saltare trannePonte Vecchio, e le forze partigiane (circa 2.800 uomini in maggioranza garibaldini della "Arno", ma anche giellisti, liberali e socialisti) rimasero divise in due parti[131].

Il4 agostoentrarono in città a sud del fiume i primi reparti garibaldini, ma i combattimenti continuarono violenti; la guarnigione tedesca rimasta a Firenze, effettuò sistematiche distruzioni e mantenne ancora il controllo della città. Il7 agostorimase ucciso Barducci "Potente", e solo la notte del 10-11 agostoi reparti tedeschi abbandonarono Firenze per risalire sulle colline nord dove si trincerarono e respinsero facilmente con gravi perdite i partigiani[132]. All'interno della città, in un clima insurrezionale, le forze partigiane eliminarono lentamente i numerosi franchi tiratori fascisti rimasti e uccisero sommariamente molti collaborazionisti, mentre il CLNT (Comitato di Liberazione Nazionale Toscano) assunse i pieni poteri in attesa dell'arrivo degli alleati che giunsero il13 agosto[133]. Tuttavia i combattimenti nella periferia nord di Firenze continuarono molto duri fino ai primi di settembre, costarono molte perdite ai partigiani e si risolsero solo con il concorso decisivo delle forze alleate[134].

Nelle settimane precedenti i tedeschi avevano abbandonato anche l'Abruzzo, dove la banda partigiana guidata da Armando Ammazzalorso entrò per prima aTeramoil 18 giugno, e leMarche, dove fin dal 13 giugno si era costituito un comando regionale partigiano. Alla fine del mese le formazioni della Resistenza iniziarono gli attacchi alle forze fasciste ed ai tedeschi in ritirata: il1 luglioi partigiani della brigata "Capuzzi" liberaronoCamerino, il14 lugliovenne raggiuntaAncona[135].

Combattimenti dietro la Linea Gotica[modifica]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Repubblica di MontefiorinoLinea Gotica e Strage di Marzabotto.
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Un soldato tedesco controlla i documenti di un civile italiano

Le violente battaglie tra le formazioni partigiane e i reparti tedeschi e fascisti dell'estate 1944 nel nord Italia derivarono in parte dalla situazione strategica generale sul fronte italiano; dopo il crollo dellalinea Gustave laliberazione di RomaeFirenzeil generaleAlexander, comandante del 15º Gruppo d'armate alleato che operava in Italia, sperò di ottenere una vittoria decisiva e quindi, pressato in questo senso anche dal Primo ministro britannicoChurchill, per la prima volta sollecitò un'intensificazione dell'attività partigiana nelle retrovie del fronte tedesco per disorganizzarne la ritirata e minarne la sicurezza. Queste istruzioni vennero fornite direttamente l'11 agostodal generale Alexander al generale Raffaele Cadorna, nel momento della partenza di quest'ultimo per assumere al nord il comando delCorpo Volontari della Libertà. In realtà il comando del CVL, insicuro della situazione e non edotto dei progetti strategici precisi alleati, preparò i primi piani insurrezionali ma invitò alla massima prudenza le formazioni partigiane[136].

La ritirata delle forze tedesche verso la Linea Gotica fu costellata da spietate operazioni di repressione e rappresaglia contro nuclei di partigiani (brigate"Stella Rossa"nel bolognese e "Gino Mosconi" nelle Apuane) e soprattutto contro i civili allo scopo di rendere sicure le vie di comunicazione e di intimidire le popolazioni terrorizzandone lo spirito di rivolta. Dopo l'operazione "Wallenstein" condotta con scarso successo dal 30 giugno nella zona montuosa traParmaeLa Spezia, a giugno e luglio lungo la strada Roma-Firenze ed in particolare in agosto aSant'Anna di Stazzemaed a settembre aMarzabotto(ad opera dei reparti del maggiore delle SSWalter Reder) reparti della Wehrmacht e delle Waffen-SS con la collaborazione dei fascisti repubblicani si macchiarono, durante gli aspri scontri contro i partigiani della Brigata "Stella Rossa"[137]guidati del comandante "Lupo" (Mario Musolesi, che rimase ucciso negli scontri), di numerose atrocità contro le popolazioni che costarono la vita ad oltre 2.000 civili[138].

Mentre proseguiva la tragica ritirata del grosso dell'esercito tedesco verso nord, fin da luglio era in corso labattaglia di Montefiorino, dove la Divisione garibaldina Modena, guidata dal prudente e capace comandanteMario Ricci"Armando", aveva costituito con i suoi 5.000 uomini una vasta regione libera, estesa daPievepelago, aSerramazzoni, daLigonchioaCarpineti, alle spalle delle posizioni tedesche. Gli alleati rinforzarono notevolmente questa regione libera con lanci di armi ed equipaggiamenti ed i partigiani organizzarono solide posizioni che riuscirono in un primo tempo a fermare l'attacco di deboli unità Waffen-SS aPiandelagotti. Dopo vane trattative tra partigiani e tedeschi, sfruttate dal comando del generale Messerle per rinforzare le sue forze, alla fine di agosto oltre 8.000 soldati tedeschi, con contingenti di sostegno fascisti, attaccarono con artiglieria e autoblindo la regione di Montefiorino da tre direzioni[139].

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A destra nella foto il comandante militare dellarepubblica di MontefiorinoMario Ricci "Armando"
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Mario Musolesi, "Lupo", il comandante dellaBrigata Partigiana Stella Rossa, ucciso durante gli scontri nell'area diMarzabottodel settembre 1944.

A partire dal 30 luglio i tedeschi avanzarono lungo ilSecchia, con impiego di cannoni e lanciafiamme, alcune cittadine vennero bombardate ed incendiate e ci furono rappresaglie sui civili; sul fiume i partigiani si batterono bene; nella direzione diToanoebbe un ruolo importante un reparto di partigiani sovietici ex prigionieri. La sera del 31 luglio "Armando" diede ordine di sganciarsi e ritornare alla guerriglia, altri combattimenti durarono fino al1 agostoaMonchio, con perdite per la resistenza, e al Passo delle Radici dove i partigiani guadagnarono tempo per favorire la ritirata. Fino al 12 agosto i reparti partigiani continuarono imboscate ed incursioni per ostacolare la marcia dei tedeschi. I nazifascisti riuscirono alla fine, con la perdita di circa 500 morti e feriti, a disgregare la repubblica di Montefiorino ma la gran parte della Divisione garibaldina Modena rimase intatta, pur avendo perso 250 uomini[140], ed avrebbe presto attraversato le linee entrando direttamente nello schieramento alleato.

Le forze alleate sferrarono l'attacco allaLinea Goticatra il25 agostoed il10 settembree i reparti partigiani schierati nelle immediate retrovie del fronte tedesco entrarono quindi in azione; sul versante orientale i garibaldini della8ª Brigata Garibaldicontribuirono alla liberazione diForlì, nel modenese i partigiani si ricongiunsero con gli angloamericani, mentre nella regione a sud diBolognasi verificarono aspri scontri. Il28 settembresulMonte Battagliai partigiani della36ª Brigata Garibaldiconquistarono le posizioni e respinsero i tedeschi fino all'arrivo degli americani, mentre aCa' di Guzzole Waffen-SS superarono la disperata resistenza dei garibaldini della 62ª Brigata ed uccisero tutti i partigiani rimasti isolati[141].

Guerra in montagna nell'estate 1944[modifica]
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A destra nella fotoMaggiorino Marcellin"Bluter", capo delle formazioni autonome dellaval Chisone

Mentre erano in corso i combattimenti lungo l'Appennino, da agosto si combatteva nellaval Chisone, tra le aspre montagne delSestriereuna dura battaglia tra i reparti autonomi collegati a "Giustizia e Libertà"[142]del sergente degli Alpini Maggiorino Marcellin "Bluter" e numerose formazioni tedesche e fasciste (una divisione granatieri tedesca, un battaglione della "Nembo", bersaglieri, SS italiane, un battaglione OP). Si trattò delle più lunga e combattuta battaglia della Resistenza[143]; dopo una fase di preparazione i tedeschi iniziarono l'offensiva lungo la val di Susa, i partigiani di Marcellin avevano un armamento pesante con mortai da 81 e dieci cannoni da montagna e si batterono con tutti i mezzi. I tedeschi impiegarono carri armati eStukasmentre gli autonomi ebbero l'appoggio anche di aerei britannici decollati dallaCorsica. Nonostante i contrattacchi di sostegno a fondovalle dei garibaldini di "Barbato" e dei giellisti di Antonio Prearo, i nazifascisti continuarono i rastrellamenti, costellati da esecuzioni sommarie. Il6 agostoMarcellin decise di sganciare i suoi uomini a piccoli gruppi; inval Tronceai partigiani furono accerchiati ma rifiutarono la resa e, dopo grandi difficoltà, alla fine di agosto trovarono scampo in Francia da dove dopo poche settimane, non scoraggiati, fecero ritorno in val Chisone per riorganizzare la resistenza[144].

Il17 agostoera cominciata una nuova battaglia nellavalle Sturatra le colonne tedesche della 90ª Panzergrenadier Division in marcia verso ilcolle della Maddalenaper soccorrere alcune divisioni schierate sul versante francese delle Alpi e minacciate dallosbarco alleato in Provenza, e i giellisti della 1ª Divisione alpina guidati da Livio Bianco e Nuto Revelli. Inizialmente i partigiani furono messi in grave difficoltà dall'arrivo a sorpresa dei granatieri tedeschi, gli sbarramenti vennero travolti, si verificò il caos tra la popolazione e solo il19 agostoRevelli riuscì a riprendere il controllo della situazione ed a organizzare la difesa. Nei giorni seguenti i partigiani misero a segno alcune riuscite imboscate e rallentarono la marcia dei tedeschi prima di ripiegare in quota[145]. Fino al23 agostogli uomini di Revelli continuarono a infastidire ed a infliggere perdite al nemico prima di sganciarsi e sconfinare in Francia per lavalle Tinea. In questa regione i giellisti combatterono ancora fino al10 settembree vennero quindi aggregati ai reparti francesi che li costrinsero a rimanere in zona per cinque mesi prima di autorizzarli a rientrare in Italia[146].

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Partigiani garibaldini armati: l'uomo a sinistra ha un mitraSten, quello a destra unaMAB 38

Un'ultima serie di combattimenti ebbero luogo tra il22 agostoe il1 settembrenellaval Trebbia; i reparti della Repubblica di Salò svolsero questa volta la parte principale nell'azione con oltre 8.000 uomini impegnati delle Divisioni "Monterosa", "San Marco" e "Littorio" contro i 3.500 partigiani della Divisione garibaldina Cichero e della Divisione giellista Piacenza, coordinate dal comandante "Miro" (nome di battaglia dello slovenoAntonio Ukmar)[147]. Il23 agostoebbe inizio l'attacco in forze da ogni direzione dei reparti fascisti divisi in nove colonne provenienti dall'Emilia, dal Piemonte e dalla Liguria. Sul versante ligure i garibaldini di "Virgola" (capo della Cichero) respinsero gli attacchi, mentre in altre zone si verificarono cedimenti. Nello scontro diBadaluccoi garibaldini della Divisione F.Cascione inflissero perdite alle colonne nemiche[148]; aNovi Liguree aVarzisi batterono con valore i reparti dell'"Americano" e di "Peter"; infine le colonne nazifasciste si spinsero sull'Antolae occuparonoTorriglia, la capitale partigiana. Nonostante questi successi in realtà il rastrellamento non aveva distrutto le forze della Resistenza che ripresero subito la loro attività: nell'Oltrepò Pavesei partigiani della "Crespi" e della "Capettini" occuparono Varzi e catturarono un gruppo di alpini della "Monterosa"[149], mentre i reparti liguri riorganizzarono le loro forze e studiarono nuove tattiche per sfuggire al nemico. Infine anche il Veneto venne investito dalla repressione nazifascista: dal11 agostoi garibaldini della "Garemi" dovettero battersi duramente inval Posina, sopraSchio; il sacrificio di un gruppo partigiano, guidato da "il marinaio" (Bruno Viola), permise al grosso di disperdersi e di evitare i massicci e violenti rastrellamenti tedeschi[150].

Le battaglie dell'estate 1944 si conclusero quindi con una serie di successi tattici per le forze nazifasciste, ma, nonostante il mancato concorso alleato a causa del fallimento complessivo dell'offensiva sulla Linea Gotica, i reparti partigiani mostrarono efficienza e combattività, riuscendo a evitare la distruzione e impegnando forti contingenti nemici: otto divisioni tedesche (di cui quattro in Piemonte) e circa 90.000 soldati della RSI[151].

Le repubbliche partigiane[modifica]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Repubbliche partigiane.

Nell'estate 1944, sempre nel clima ottimistico creato dai segni di un crollo tedesco in Italia di fronte all'offensiva alleata, il comando partigiano decise l'ambizioso progetto di creare delle vere "Repubbliche partigiane" o "Zone libere" in alcuni territori montani e collinari dell'Italia Settentrionale, lungo l'arco delleAlpie dell'Appennino Settentrionale, liberati dall'occupazionenazi-fascista[152]. Questi progetti, che prevedevano la costituzione di strutture di governo amministrative e programmi economici e sociali concreti, ampliavano le precedenti esperienze spontanee dellaRepubblica di Maschito, nelVultureinBasilicata, dellaRepubblica del Cornioloe delle cosiddette "piccole repubbliche" che, create nella primavera 1944, avevano subito in luglio e agosto i duri rastrellamenti tedeschi[153].

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Alfredo Di Dio, comandante della Divisione "Valtoce", caduto durante la difesa dellaRepubblica dell'Ossola

Le tre "grandi repubbliche", precedute dall'esperienza dellarepubblica di Montefiorinonell'Appennino modenese, si costituirono tra l'agosto e il novembre 1944 inval d'Ossola, inCarniae nell'Alto Monferrato; soprattutto larepubblica dell'Ossolaassunse grande importanza, per la sua numerosa popolazione (oltre 80.000 abitanti), la sua ricchezza economica ed anche per l'importanza strategica[154]. Confinante con laSvizzera, la repubblica attirò anche l'attenzione dei comandi e dei servizi alleati guidati dall'americanoAllen Dullese dal britannicoJohn McCafferyche ipotizzarono, in contemporanea con la ripresa dell'offensiva alleata sulla Linea Gotica in direzione diRiminie delpasso del Giogo, di rafforzare l'enclaveattraverso il confine elvetico ed anche con l'impiego dell'aeroporto diDomodossola[155].

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I comandanti partigiani"Mauri"(a sinistra) e"Nord"(al centro), capi delle formazioni autonome nellarepubblica di Alba

La liberazione dell'Ossola, difesa da forze scarse ed in parte demoralizzate, fu rapida: il 26 agosto i garibaldini della brigata Redi attaccarono e occuparonoBacenoe nei giorni seguenti una serie di presidi fascisti vennero abbandonati o si arresero, mentre ai primi di settembre le valli alte vennero completamente occupate dalle reparti di Arca eFilippo Frassatidella Brigata garibaldina Piave. L'8 settembre i partigiani delle Fiamme Verdi della Divisione "Valtoce" diAlfredo Di Dioe quelli della Divisione autonoma "Valdossola" diDionigi Supertidiedero inizio all'offensiva dalla bassa valle: aPiedimulerai reparti della Brigata Nera di Carrara caddero in un'imboscata mentre gli altri reparti tedeschi e fascisti ripiegarono verso Domodossola. Dopo trattative tra il presidio tedesco e i partigiani, le forze nazi-fasciste abbandonarono la città e i partigiani entrarono nella capitale dell'Ossola accolti festosamente dalla popolazione. Venne subito costituita una giunta politico-amministrativa presieduta dal socialistaEttore Tibaldi, arrivato daLugano, con i comunisti Concetto Marchesi, Giancarlo Pajetta,Umberto Terracini, i socialisti Santi, Vigorelli, Mario eCorrado Bonfantinied il democristianoPiero Malvestiti[156].

Le altre due "grandi repubbliche" partigiane vennero organizzate lentamente nell'estate e autunno 1944; inCarniala giunta si stabilì adAmpezzoil 26 settembre, mentre la difesa della zona libera, abitata da 78.000 persone, rimase divisa tra la Divisione garibaldina "Friuli-Natisone" e la Divisione Osoppo che non costituirono un comando unificato soprattutto a causa della decisione del ista Italiano" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Partito_Comunista_Italiano">Partito Comunista Italianodi trasferire sotto comando operativo jugoslavo le sue forze, provocando le vive proteste osovane[157]. L'Alto Monferrato venne invece organizzato ufficialmente solo il5 novembredalle forze partigiane delle divisioni Garibaldi di Giambattista Reggio e "Ulisse" (Davide Lajolo) e dalla divisione autonoma di "Tino", dipendente dal gruppo di "Mauri", nel frattempo attestato a difesa dellarepubblica di Alba[158]. I cospicui e ben armati reparti autonomi del 1º Gruppo Divisioni Alpine guidate da "Mauri" (Enrico Martini)[159]e "Nord" (Piero Balbo), affiancati da formazioni partigiane garibaldine della Divisione "Langhe", dopo essere entrate adAlbail 10 ottobre, costituirono posizioni difensive lungo ilTanaroe respinsero inviti alla trattativa da parte dei nazifascisti[160].

Offensive e rastrellamenti nazifascisti[modifica]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Repubblica dell'Ossola e Repubblica partigiana di Alba.
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Partigiani in azione durante la difesa dellarepubblica dell'Ossola

Alla fine di ottobre 1944 i tentativi alleati di superare le difese tedesche sullalinea Goticaed irrompere nellapianura Padanaebbero termine con un insuccesso strategico complessivo, provocando un inatteso prolungamento della guerra in Italia e aggravando gravemente la situazione delle forze partigiane combattenti nei territori occupati che durante l'estate, in previsione della vittoria alleata, erano passate all'offensiva allargando notevolmente il territorio controllato e costituendo numerose "zone libere"[161]. Fin dal 1 ottobre ilfeldmarescialloKesselringfu infatti in grado di diramare i primi ordini alle sue forze per organizzare un'operazione coordinata di repressione e rastrellamento sistematico per schiacciare finalmente i partigiani, rioccupare le "zone libere" e intimorire con metodi di lotta aggressivi la popolazione apparentemente favorevole alla resistenza[162]. Già in settembre le forze nazifasciste erano passate all'offensiva antipartigiana attaccando le forze della resistenza asserragliate in difesa sulmonte Grappain posizioni statiche: supportati da artiglieria ed armi pesanti i tedeschi attaccarono i partigiani distruggendo la brigata "Italia libera" e disperdendo con perdite i reparti garibaldini e delle Matteotti. Entro la fine del mese i nazifascisti completarono il rastrellamento sul Grappa costellato di rappresaglie, devastazioni e violenze sui civili[163].

Dopo questo primo successo Kesselring sferrò quindi il grande rastrellamento globale su tutte le posizioni partigiane con l'impiego di sei divisioni tedesche, quattro della Repubblica di Salò e le varie milizie di partito; gli attacchi iniziarono simultaneamente contro le "repubbliche" della Carnia e dell'Ossola. L'attacco alla repubblica dell'Ossola, la più importante delle zone libere partigiane, ebbe inizio il9 ottobree venne condotto da circa 13.000 uomini in grande maggioranza fascisti repubblicani, affiancati solo da un piccolo gruppo di tedeschi. L'offensiva, favorita da una netta superiorità numerica e di mezzi, ebbe subito successo: i nazifascisti penetrarono nella repubblica attraverso la valle Cannobina, mentre a Domodossola si diffuse il panico e la confusione[164].

Ebbe quindi inizio l'esodo della popolazione verso il confine svizzero per evitare le rappresaglie, mentre lo stesso comandante della Divisione "Valtoce", Alfredo Di Dio, venne ucciso in un'imboscata. Dopo un'aspra resistenza il 13 ottobre da parte di reparti della "Valtoce" e della "Valdossola", i fascisti raggiunsero e occuparono Domodossola il14 ottobreentrando in una città deserta, mentre 35.000 civili fuggivano verso nord. Gli ultimi scontri si ebbero il 19 ottobre, mentre i reparti nazifascisti devastavano il territorio e i capi politici dell'Ossola fuggivano in Svizzera. I resti delle forze partigiane si frammentarono in tre gruppi: Superti si diresse in val Divedro, i garibaldini della "Redi" in parte ripiegarono in val Formazza e in parte riuscirono, al comando di "Livio" (Paolo Scarponi) e del "colonnello Delli Torri" (Giuseppe Curreno), a raggiungere ai primi di novembre la Valsesia dove confluirono nelle formazioni di Moscatelli[165]

Il2 novembreebbe inizio l'attacco nazifascista, rafforzato con le forze del'intera 34ª divisione tedesca, alla repubblica di Alba; dopo l'inatteso passaggio da parte nemica del Tanaro sull'unico ponte rimasto, i partigiani si trovarono in difficoltà e "Mauri" abbandonò Alba, ripiegando opportunamente sulle colline, dove gli autonomi e i garibaldini combatterono con efficacia ed abilità. Ben riforniti di armi dai lanci aerei alleati, i partigiani di "Mauri" (Martini) e "Nord" (Balbo), guidati da ufficiali effettivi, condussero per oltre un mese una serie di scontri nei vari abitati collinari, resistendo alle superiori forze nemiche fino al20 dicembre, perdendo oltre 100 morti e 100 feriti ma infliggendo dure perdite ai tedeschi e rallentandone l'avanzata[166]. Dopo i duri scontri nelle Langhe le forze tedesche e fasciste furono rafforzate e riorganizzate, e il 2 dicembre sferrarono l'attacco nell'Alto Monferrato; le forze partigiane in questa "repubblica", guidate da "Ulisse" (Davide Lajolo) e "Augusto" (Francesco Scotti), avevano ottenuto due successi aBrunoil 20 ottobre e aBergamascoil 4 novembre, ma, di fronte alla potenza delle forze nemiche decisero questa volta di rinunciare alla lotta frontale e passare alla fase di sganciamento. I garibaldini di "Ulisse" evitarono la distruzione ma le truppe nazifasciste ripresero il controllo del territorio e nelle settimane seguenti estesero le loro operazioni su tutte le vallate alpine dove i partigiani si batterono accanitamente in condizioni meteorologiche proibitive[167].

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Davide Lajolo"Ulisse", comandante garibaldino della Repubblica dell'Alto Monferrato

La più violenta, sanguinosa e prolungata offensiva nazifascista si diresse dal27 settembrecontro la repubblica dellaCarniae coinvolse oltre 40.000 soldati tedeschi, fascisti repubblicani e un insieme di reparti etnici, croati, georgiani, francesi collaborazionisti e cosacchi del Don e del Kuban[168]. L'attacco venne sferrato inizialmente lungo il corso dell'IsonzoaFaedis, difesa dai garibaldini della Divisione Natisone e dalle Divisioni Osoppo. I partigiani si batterono validamente, ma dopo poche ore il 28 settembre dovette essere dato ordine di sganciamento di fronte alla potenza di fuoco nemica. La manovra venne intercettata e i tedeschi inflissero pesanti perdite agli osovani e ai garibaldini, tutta la zona libera ad ovest delTagliamentovenne rastrellata, con gravi devastazioni, incendi di villaggi, deportazioni e rappresaglie[169].

La seconda fase dell'offensiva nazifascista inFriuliebbe inizio tra il 2 e l'8 ottobre(operazione "Waldlaufer"[170]) sia a nord del Tagliamento sia nell'ansa del fiume. la brigata "Carnia" venne decimata mentre nella zonaFrisarco-Redonai tedeschi vennero sorpresi dal fuoco dei partigiani e dovettero ripiegare. Dopo una sosta gli attacchi ripresero il27 novembree le truppe da montagna tedesche effettuarono una manovra d'aggiramento attraverso laClautana, mentre le Waffen-SS attaccarono i garibaldini e i battaglioni della Decima MAS "Barbarigo" e "Valanga" puntarono su Redona. Oltre 30.000 nazifascisti respinsero lentamente i 5.000 partigiani osovani e garibaldini che, guidati da "Ninci" (Lino Zocchi) e "Andrea" (Mario Lizzero) ripiegarono su un terreno di montagna impervio e quasi disabitato, e sferrarono contrattacchi in cui si distinsero anche gli ex prigionieri sovietici del "battaglione Stalin"[171]. Infine il7 dicembreil comandante delle Osoppo, "Verdi" (Candido Grassi) diede ordine di sganciamento e i superstiti attraversarono le linee nemiche per trovare riparo in pianura. La "repubblica della Carnia" era finita; le perdite furono pesanti per entrambe le parti, le devastazioni provocate dai rastrellamenti ingenti e le rappresaglie e deportazioni da parte particolarmente dei reparti cosacchi furono numerose, mentre nascosti nelle grotte delle montagne più disagiate rimasero piccoli nuclei di partigiani[172].

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SEZ. VANGELO E METEO IL METEO DEL 24 APRILE 2013 A CURA DI ANGELA CECERE VIDEO

24 Aprile 2013, 13:40pm

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

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Mercoledì 24:bel tempo e sole prevalente sulle aree peninsulari salvo una parziale nuvolosità  al Centro, tra Lazio, Abruzzo, Sud Toscana, Nord e Est Campania, Centronord Puglia, con anche foschie o locali nebbie e qualche occasionale piovasco al mattino; nubi basse con addensamenti o locale copertura e qualche nebbia al mattino anche su Ovest e Sud Piemonte e su alta Lombardia. Più nubi, invece, per tutto il giorno sulle isole maggiori con qualche pioggia sparsa inizialmente sulla Sardegna poi anche su Ovest Sicilia. Clima molto mite con 25/26° al Centrosud.

Nord: bel tempo con sole prevalente salvo nubi basse con addensamenti o locale copertura e qualche nebbia al mattino su Ovest e Sud Piemonte e su alta Lombardia ma poi via via schiarisce. Temperature in leggero aumento con massime in pianura tra 19 e 21°.


Centro: 
anche qui  tempo asciutto e in prevalenza soleggiato salvo un po' più di nubi alte, soprattutto al mattino, tra Centrosud Toscana, Lazio, Abruzzo e Molise. Temperature in aumento con massime mediamente tra 18 e 24° in pianura, localmente inferiori sul medio Adriatico, ma punte fino a 25° sui settori tirrenici come a Roma.  Venti deboli o moderati orientali o settentrionali.

Sardegna:  nuvolosità diffusa, specie sulle aree centro-meridionali, con qualche debole pioggia.
Maggiori schiarite sulle aree centro-settentrionaliTemperature più o meno stazionarie o in leggero aumento con massime tra 16 e 20° in pianura. Venti moderati o forti da E/NE sui bacini tirrenici meridionali e sul Canale di Sardegna; in prevalenza moderati con rinforzi da Nordest altrove. 

Sud e Sicilia: bel tempo prevalente sulle aree peninsulari salvo una maggiore nuvolosità, specie al mattino, tra Est Campania e Foggiano anche con locali foschie o nebbie, e un po' di nubi medio-alte poi qualche addensamento sul Reggino; più nubi sin dal mattino, invece, sulla Sicilia con qualche debole pioggia specie sulle aree occidentali. Temperature in aumento con massime tra 20 e 24° in pianura ma punte fino a 25/26°, 26° in Campania, a Napoli. Venti  moderati o forti da Est-Nordest  sul Mare di Sicilia, bacini intorno all'Isola e sullo Ionio centro-occidentale; moderati o forti da NO sull' Adriatico, Canale d'Otranto e sullo Ionio orientale, moderati con locali rinforzi in prevalenza  da E/NE altrove

24.04.2013.


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SEZ. VANGELO E METEO IL VANGELO DEL 24 APRILE 2013 A CURA DI ANGELA CECERE

24 Aprile 2013, 13:33pm

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

http://media.evangelizo.org/images/santibeati/F/San_Fedele_da_Sigmaringen_Sacerdote_e_martire/San_Fedele_da_Sigmaringen_C.jpgIL SANTO DI OGGI San Fedele da Sigmaringen Sacerdote O.F.M. e martire (memoria facoltativa)

 

 

553987 4875306964196 493515398 nA CURA DI ANGELA CECERE

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 7,40b-52. All'udire queste parole, alcuni fra la gente dicevano: «Questi è davvero il profeta!». Altri dicevano: «Questi è il Cristo!». Altri invece dicevano: «Il Cristo viene forse dalla Galilea? Non dice forse la Scrittura che il Cristo verrà dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide?». E nacque dissenso tra la gente riguardo a lui. Alcuni di loro volevano arrestarlo, ma nessuno gli mise le mani addosso. Le guardie tornarono quindi dai sommi sacerdoti e dai farisei e questi dissero loro: «Perché non lo avete condotto?». Risposero le guardie: «Mai un uomo ha parlato come parla quest'uomo!». Ma i farisei replicarono loro: «Forse vi siete lasciati ingannare anche voi? Forse gli ha creduto qualcuno fra i capi, o fra i farisei? Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!». Disse allora Nicodèmo, uno di loro, che era venuto precedentemente da Gesù: «La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?». Gli risposero: «Sei forse anche tu della Galilea? Studia e vedrai che non sorge profeta dalla Galilea».

24.04.2013.

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CAMPANIA NEWS Napoli. Rapinatori tecnologici: presi con la valigetta elettronica che disattiva l'antifurto satellitare del camion

24 Aprile 2013, 13:22pm

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

http://www.ilmattino.it/MsgrNews/MED/20130424_police5.jpg

 

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In quattro in azione, due prendono il tir carico di borse griffate, due prelevano l'autista e lo lasciano dopo molti chilometri NAPOLI - Avevano sequestrato l'autista di un camion che trasportava un grosso quantitativo di borse griffate, ma sono stati intercettati e bloccati dalla Polizia. Due pregiudicati a bordo di un'auto ieri sera verso le 19 hanno fermato in via Colonne, a Giugliano, il camion, che trasportava borse per un valore di mercato di circa 300 mila euro. Dopo aver minacciato l'autista lo hanno costretto a salire su un'auto sulla quale c'erano altri due complici. L' autista era stato poi abbandonato nei pressi di un albergo in via San Francesco a Patria. Scattato l'allarme gli agenti del commissariato Giugliano- Villaricca si sono messi all'inseguimento del camion, che è stato bloccato sulla via Appia. I due uomini sono stati arrestati. Nella cabina del camion i poliziotti hanno trovato una valigetta contenente strumentazione elettronica utilizzata per disattivare l'allarme satellitare del camion, che è stato restituito al proprietario. I poliziotti sono ora al lavoro per identificare i due complici degli arrestati

IL MATTINO

24.04.2013.

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CAMPANIA NEWS CASERTA, «Cittadini, pagate le tasse»: manifesto affisso a San Nicola la Strada

24 Aprile 2013, 12:27pm

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553987 4875306964196 493515398 nINSERITO DA ANGELA CECERE

Iniziativa del settore economico-finanziario del Comune: da recuperare il gettito Tia e i consumi idrici Caserta - Un manifesto per invitare i cittadini a pagare le tasse. A firmarlo è stato il responsabile finanziario del Comune di San Nicola la Strada, nel Casertano, Amedeo Meo. Si tratta di un invito ai contribuenti che non avessero ancora provveduto al pagamento della Tia (ex Tarsu) per l’anno 2012 e precedenti ed i consumi idrici per l’anno 2011, a regolarizzare la propria posizione debitoria nei confronti del Comune. I mancati pagamenti hanno creato una forte criticità economica per le casse comunali, motivo per il quale si procederà al recupero coattivo tramite agenzia del settore. «Non volendo tuttavia gravare in maniera pesante sull’economia dei cittadini e onde evitare ulteriori aggravi di spese in un periodo di crisi congiunturale – si legge nel manifesto - si invita pertanto la cittadinanza a provvedere, qualora non lo avesse già fatto, a mettersi in regola con i pagamenti entro 30 giorni dalla data di pubblicazione del presente avviso».

IL MATTINO

24.04.2013.

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NEWS ITALIA E DAL MONDO ’Ndrangheta a Milano, tutti condannati i 110 imputati del maxiprocesso

24 Aprile 2013, 12:01pm

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Confermata in appello la sentenza di primo grado. Lievi riduzioni di pena anche per Zappia, capo del summit di Paderno Dugnano MILANO Tutto come in primo grado. Nel maxi processo con rito abbreviato sulle cosche della 'ndrangheta in Lombardia i giudici della Corte d’Appello di Milano hanno confermato le 110 condanne inflitte dal gup Roberto Arnaldi nel novembre 2011, riducendo lievemente le pene. La più alta: 15 anni e 3 mesi per Alessandro Manno, capo della «locale» di Pioltello. APPLAUSI BEFFARDI La decisione della prima Corte d’Appello, presieduta da Rosa Polizzi, è arrivata al termine di nove ore di camera di consiglio. E al termine della lettura del dispositivo, durata circa un’ora, la reazione degli imputati nelle gabbie non si è fatta attendere: hanno applaudito al verdetto con un atteggiamento ironico, quasi sfidando i giudici. Le lievi riduzioni di pena hanno riguardato una quarantina di imputati, tra questi Alessandro Manno, che è passato da 16 anni a 15 anni e tre mesi di carcere, Cosimo Barranca, ritenuto il boss della cosca di Milano, da 14 a 12 anni di carcere, Vincenzo Mandalari, capo della «locale» di Bollate, da 14 anni a 12 anni e otto mesi. Ridotta la pena anche a Pasquale Zappia, nominato «capo dei capi» durante una riunione a Paderno Dugnano: per lui si è passati dai 12 anni inflitti in primo grado a 9 anni in appello. Invariata invece la pena dell’ex sindaco del comune di Borgarello (Pavia), Giovanni Valdes, che si è visto confermare un anno e quattro mesi (pena sospesa) per turbativa d’asta. CUPOLA CALABRESE Le infiltrazioni della mafia calabrese vennero svelate con l’operazione «Infinito» del luglio 2010, coordinata dalla Dda di Milano guidata dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini. Un milione e 494.604 le conversazioni ascoltate in 25.000 ore di intercettazioni telefoniche su 541 utenze e in altre 20.000 ore di intercettazioni ambientali, oltre 63.840 ore di videoriprese e 625 servizi di osservazione effettuati da cinquanta militari impegnati a rotazione giorno e notte. Da qui è scaturito un impianto accusatorio che fa ritenere come la ’ndrangheta in Lombardia «non può più essere vista semplicemente come un insieme di 'ndrine, tra di loro scoordinate e scollegate, i cui componenti di vertice si incontrano saltuariamente per momenti conviviali», ma è «una organizzazione unitaria» che col tempo «si è dotata di un certo grado di indipendenza dalla ”casa madre”» calabrese, rileva nelle motivazioni della sentenza di primo grado il gup Arnaldi. Il 31 ottobre 2009, nel centro per anziani «Falcone e Borsellino» di Paderno Dugnano, si è tenuto il summit più importante: «Occasione nella quale si assiste a una vera e propria elezione, all’unanimità, dell’unico nuovo referente della Lombardia».

IL GAZZETTINO.IT

24.04.2013.

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