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25 APRILE FESTA DELLA LIBERAZIONE GIORNALINO ARTIGIANALE A CURA DI ANGELA CECERE 3°PARTE

25 Aprile 2013, 08:06am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

                    25 APRILE FESTA DELLA LIBERAZIONE

   GIORNALINO ARTIGIANALE A CURA DI ANGELA CECERE

                                       3°PARTE

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Crisi e ripresa della Resistenza[modifica]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Proclama Alexander e Battaglia di Porta Lame.

Il13 novembre1944, mentre nell'Italia Settentrionale le massicce operazioni di repressione nazifasciste provocavano dure perdite nelle fila partigiane, il generale Alexander diramava via radioun suo proclamaai combattenti del movimento della Resistenza attraverso cui li invitava ad interrompere le azioni contro il nemico e a ripiegare, per rimanere sulla difensiva in attesa della ripresa alleata di primavera. Il proclama, sebbene corretto dal punto vista operativo, ebbe effetti deprimenti e demoralizzanti sui combattenti partigiani ed innescò reazioni polemiche inducendo i vertici comunisti e giellisti del movimento a respingere le posizioni attendiste e rinunciatarie delle forze conservatrici e del generale Cadorna ed a stimolare invece una concezione più attiva della guerra partigiana al fine di scongiurare un'eventuale dispersione o disgregazione generale dei reparti[173].

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Arrigo Boldrini"Bülow", comandante delle formazioni garibaldine nel ravennate che collaborarono attivamente con le forze alleate

Nonostante le direttive dei capi partigiani e la resistenza dei nuclei più solidi, l'inverno del 1944 fu molto difficile per i partigiani: le dure e spietate operazione di repressione, le sconfitte, la mancanza di sostegno alleato, il tempo inclemente in montagna provocarono una grave crisi del movimento. Molte formazioni si sciolsero o di dispersero; l'amnistia proclamata dal regime di Salò il 28 ottobre 1944 e le offerte tedesche di clemenza in cambio di un arruolamento come lavoratori nell'Organizzazione Todt, appoggiate in alcuni casi anche dalle gerarchie ecclesiastiche, ottennero risultati, ed in gruppi o individualmente molti combattenti abbandonarono le armi e si consegnarono[174]. I partigiani attivi a dicembre scesero a soli 50.000 elementi ancora effettivamente in azione[175]. Altre fonti riducono il numero dei combattenti ancora in azione a soli 20-30.000 uomini[176].

Anche i quadri dirigenti del movimento furono duramente colpiti dalla repressione nazifascista, che riuscì a smantellare numerose strutture di comandò nelle città; in Piemonte vennero catturati il colonnello Contini e Gino Barocco, capo di stato maggiore del comando regionale, e soprattutto venne arrestato e ucciso a CuneoDuccio Galimberti. Il suo posto di responsabile di tutte le formazioni gielliste piementesi venne assunto da Dante Livio Bianco. A Milano venne catturata una parte dei componenti del comando generale del CVL, tra cuiSergio Kasman, il liberale Argenton e lo stesso Ferruccio Parri; aFerrarai fascisti repubblicani arrestarono e uccisero sommariamente tutti i componenti del CLN locale.[177]. Una violenta repressione, costellata di violenze ed esecuzioni, si abbatté sulla resistenza gappista nelle città dell'Italia.

La profonda crisi della Resistenza richiese nuove decisioni operative da parte delle strutture di comando centrali; su iniziativa soprattutto del comandante Colajanni "Barbato", venne quindi presa la decisione di attuare la cosiddetta "pianurizzazione". Questa scelta strategica, in realtà imposta anche dall'impossibilità pratica di continuare a combattere in montagna a causa delle difficoltà di rifornimento, della pressione nemica ed anche dell'ostilità di una parte delle popolazioni locali, esasperate e terrorizzate da rappresaglie e repressioni nazifasciste, prevedeva quindi che le formazioni partigiane ancora attive scendessero in pianura lasciando in alta montagna solo piccoli nuclei rifugiati nei territori più impervi[178]. La "pianurizzazione" divenne, a seconda dei casi, una ritirata, con la dispersione in gruppi piccoli, poco efficienti e prevalentemente passivi, nascosti spesso nelle cosiddette "buche", o una vera espansione aggressiva, come nel caso delle formazioni di Moscatelli nella pianura diNovaraeVercelli. Nel Monferrato si trasferirono invece i garibaldini di "Barbato", mentre nelle Langhe rifluirono, accanto agli autonomi di "Mauri" ed ai garibaldini di "Nanni", i reparti giellisti della Val Grana[179].

Nonostante la profonda crisi nelle file della Resistenza in alta Italia, i partigiani riuscirono ancora a partecipare attivamente ai combattimenti autunnali: in particolare in Emilia, il 7 novembre i gappisti bolognesi coordinati da Ilio Barontiniorganizzarono a Porta Lameuna dura ed efficace resistenza contro le superiori forze fasciste, e ripiegarono dopo un'intera giornata di combattimenti che costarono perdite al nemico[180]. In dicembre Arrigo Boldrini "Bülow", comandante dei garibaldini nel ravennate, preparò un piano di battaglia per la liberazione diRavenna, in parte adottato dal comando alleato; i suoi partigiani collaborarono attivamente alla liberazione della città[181]. Oltre a questi successi, i partigiani dovettero subire anche sconfitte e nuove repressioni: aGuselli, nel piacentino e nella battaglia di Monte Caio, mentre nell'Oltrepò pavese i gruppi vennero quasi completamente dispersi[182].

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Partigiani impegnati sulpasso del Mortirolo

La Resistenza riuscì a superare le gravi difficoltà per la saldezza della sua dirigenza politico-militare, per la combattività del nucleo costitutivo formato dai cosiddetti "partigiani dei due inverni"[176]e soprattutto per la situazione generale del conflitto mondiale ormai decisamente favorevole alle potenze alleate. Si moltiplicarono inoltre i segni di disgregazione nel campo nazifascista, nonostante un ultimo momento di fiducia nel periodo dellaoffensiva delle Ardenne, contemporanea al ritorno di Mussolini a Milano il16 dicembre[183]. Decisivo fu infine il grande potenziamento degli aiuti delle potenze anglosassoni che, più solleciti alle necessità della lotta partigiana, secondo le indicazioni del nuovo comandante in capo generaleClark, e desiderosi di un sostegno nelle retrovie tedesche in vista dell'offensiva finale, fornirono armi, vettovaglie ed equipaggiamenti in abbondanza che permisero di ricostituire le formazioni partigiane, di equipaggiarle adeguatamente e trasformarle in unità più omogenee, meglio organizzate e preparate[184].

Nei primi mesi del 1945 le forze nazifasciste sferrarono nuove operazioni di rastrellamento principalmente con piccoli reparti leggeri; le cosiddette "escursioni antipartigiane" del gennaio e febbraio 1945 non ottennero però risultati di rilievo ed incontrarono la crescente opposizione delle forze partigiane in fase di crescita e rafforzamento. In Valle Maira i giellisti della 2ª divisione alpina sorpresero alcuni reparti della divisione "Monterosa"; aCantalupoi garibaldini respinsero un'incursione nazista, mentre nel bosco delCansigliouna colonna tedesca subì pesanti perdite. Anche l'attacco sul passo del Mortirolodei militi della "Tagliamento" venne respinto dall'efficace difesa dei partigiani delleFiamme Verdidella "Tito Speri"[185].

Mentre fronteggiavano con successo le ultime offensive repressive nazifasciste, le formazioni partigiane organizzarono anche la cosiddetta "guerra di corsa" in pianura: nel basso Monferrato lungo le strade perAstie Milano, dove erano in azione il GMO ("Gruppo Mobile Operativo") giellista ed imatteottinidiPiero Piero; nella pianura tra Vercelli e Novara, dove le forti brigate Garibaldi di Moscatelli e Gastone arrivarono fino alle porte diPavia; nel Veneto, dove i garibaldini della "Nanetti" intralciarono pesantemente le comunicazioni tedesche verso l'Austriae l'Ungheria[186].

Insurrezione generale e liberazione[modifica]

« Bisogna dire alle masse che la libertà va conquistata con le nostre forze e non ricevuta in dono dagli alleati »
(Proclama del CLNAI, aprile 1945[187])
Primavera 1945[modifica]

Secondo le stime diffuse dalCorpo volontari della libertànel 1972 il numero di partigiani ai primi di marzo del 1945 aveva raggiunto la consistenza di circa 80.000 combattenti[188][189]; nelle settimane successive, mentre su tutti i fronti europei erano in corso le grandi offensive finali degli Alleati e l'Armata Rossa marciava su Berlino, si assistette ad un grande aumento di questi effettivi dovuto anche all'afflusso di elementi entusiasti ma in pratica non combattenti od entrati nel movimento anche per motivi opportunistici[190]. Per l'aprile 1945 lo stesso comando generale del CVL calcolò una forza attiva di 130.000 partigiani; mentre nei giorni dell'insurrezione si raggiunse ufficialmente un numero di circa 250.000-300.000 uomini e donne[188]. In realtà dal punto di vista operativo nei giorni dell'insurrezione le forze partigiane effettivamente attive e combattenti ammontarono a circa 100.000 uomini e donne, con le formazioni più numerose in Piemonte (30.000), Lombardia (9.000), Veneto (12.000), Emilia (12.000). Di questi 100.000 combattenti attivi, circa 51.000 appartenevano alle unità comuniste delleBrigate Garibaldi[191]. Queste formazioni, ora ben armate, equipaggiate e teoricamente unificate, nonostante la forte persistenza tra i partigiani del settarismo partitico originario, erano molto più efficienti delle vecchie bande uscite quasi distrutte nel 1944[192].

Il numero di partigiani effettivi alla fine della guerra è tuttavia oggetto di dibattito. Una stima governativa del 1947 quantifica in 223.639 il numero di combattenti e in 122.518 il numero di individui accreditati come patrioti per la loro collaborazione alla lotta partigiana. Il dato è tuttavia da considerare come approssimativo rispetto alla consistenza reale del fenomeno[193].

In questa fase finale della guerra, nonostante i segni di dissoluzione presenti a livello della truppa ed anche dei comandi, le forze nazifasciste erano ancora consistenti numericamente e meglio armate ed equipaggiate delle formazioni partigiane. L'Esercito tedesco era sempre in gran parte impegnato sulla linea del fronte per cercare di contenere l'inevitabile offensiva alleata, ma manteneva ancora nove divisioni di riserva nella valle del Po con circa 90.000 soldati, i reparti della Repubblica di Salò impegnati nella repressione disponevano di 102.000 uomini, divisi tra 72.000 nellaGuardia Nazionale Repubblicana, 22.000 nelleBrigate Nere, 4.800 nella Decima MAS, 1.000 nella "Ettore Muti", rimanevano infine circa 35.000 uomini inquadrati nelle quattro divisioni regolari del maresciallo Graziani. Tutti questi reparti fascisti mostravano, nell'aprile 1945, cedimenti del morale e segni di disgregazione[194]. A livello della dirigenza politico-militare della RSI si prepararono piani per un trasferimento dell'amministrazione aSondrio, per organizzare un rifugio sicuro inSvizzera, per costituire, secondo i progetti diAlessandro Pavolini, un ridotto fortificato inValtellinadove combattere l'ultima battaglia[195].

Nelle settimane prima dell'offensiva finale alleata le formazioni partigiane sferrarono una serie di costosi attacchi non sempre coronati da successo: aBuscacon un fortunato colpo di mano i giellisti di Bocca e Macciaraudi sorpresero i reparti della "Littorio"; mentre in Valsesia i garibaldini di Gastone e Moscatelli liberarono i centri diFaraeRomagnanoma subirono perdite aBorgosesia. Il 15 aprile i partigiani vennero respinti adArona, mentre altri reparti guadagnarono terreno in Liguria. Fin da febbraio i capi della Resistenza al nord, il CLNAI ed i vari CLN studiarono i piani dell'insurrezione generale, ritenuta indispensabile soprattutto dai comunisti e dagli azionisti per anticipare gli alleati e dimostrare la volontà democratica ed antifascista del popolo italiano. Piani furono quindi approntati per salvare, con l'aiuto degli operai, le centrali elettriche e gli impianti industriali dalle distruzioni preparate dai tedeschi; a Genova divenne essenziale evitare la distruzione del porto, a Milano e Torino vennero preparati piani dettagliati per l'arrivo delle brigate partigiane di montagna sulle due città ed impedire la fuga delle truppe nazifasciste[196].

Durante le ultime settimane della guerra si presentarono anche gravi difficoltà politiche per la Resistenza: l'inviato del governo di Roma, il sottosegretarioAldovrando Medici Tornaquinci, paracadutato al nord, chiarì definitivamente al CLNAI, durante un teso incontro, l'intenzione alleata di disarmare le formazioni e assumere i pieni poteri, mettendo da parte i CLN. Si moltiplicarono inoltre le manovre della Chiesa per favorire accordi tra i moderati e i fascisti ed evitare un'insurrezione nel timore di una presa del potere comunista, mentre gli alleati invitarono a limitare le azioni al sabotaggio e manifestarono preoccupazioni sugli obiettivi delle forze partigiane[197]. Inoltre nello stesso tempo erano in corso icolloqui segretitra il generale Wolff e il capo dell'OSSin SvizzeraAllen Dullesper affrettare la resa separata delle forze tedesche in Italia, abbandonando al loro destino i fascisti della Repubblica di Salò[198]; l'iniziativa di Wolff cercava di sfruttare i timori antisovietici degli alleati e provocò anche un duro scontro al massimo livello tra i Tre Grandi[199]. In questa atmosfera confusa (lo storico Roberto Battaglia ha definito la fitta rete di intrighi, sospetti, incontri da parte delle forze moderate per intralciare in questa fase finale la Resistenza, il "nido di vipere"[200]) Mussolini arrivò a Milano la sera del18 aprile[201]con pochi fedelissimi apparentemente per organizzare, nonostante lo sfacelo in corso, l'ultima difesa del fascismo[202].

Insurrezione[modifica]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Sacca di Fornovo.

L'offensiva finale alleata ebbe inizio il9 aprile1945 e si sviluppò rapidamente; le forze tedesche vennero rapidamente sconfitte e, dopo un tentativo di resistenza sulle linee dei fiumi perpendicolari alla via Emilia, iniziarono il ripiegamento in disordine. La mattina del14 aprilereparti delGruppo di Combattimento "Friuli"entrarono adImola, subito seguiti dai polacchi delgeneraleWladyslaw Anders, accolti festosamente dalla popolazione[203]. Tra il 17 e il 19 aprile il fronte tedesco venne definitivamente sfondato nel settore diArgentae le mobili colonne alleate dilagarono nella valle Padana.

Il10 aprileil Partito Comunista diramò la sua Direttiva n. 16 riguardo l'insurrezione generale; il16 aprileil CLNAI comunicò le direttive insurrezionali a tutte le forze della Resistenza e decretò anche la condanna a morte per Mussolini e tutti i gerarchi. Quindi il19 aprile1945, mentre gli Alleati dilagavano nella valle delPo, i partigiani diedero il via all'insurrezione generale con la parola d'ordine "Arrendersi o perire!". Dalle montagne, i partigiani confluirono verso i centri urbani del Nord Italia, occupando fabbriche, prefetture e caserme. Nelle fabbriche occupate dagli operai entrati in sciopero insurrezionale venne dato l'ordine di proteggere i macchinari dalla distruzione. Le sedi dei quotidiani furono usate per stampare i giornali clandestini dei partiti. Mentre avveniva ciò, le formazioni fasciste si sbandavano e le truppe tedesche battevano in ritirata; si consumava il disfacimento delle truppe nazifasciste, che davano segni di cedimento già dall'inizio del 1945.

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I partigiani a Milano il 28 aprile 1945, si riconosconoCino Moscatelli(con il cappello da alpino) e sulla sua sinistra,Pietro SecchiaeLuigi Longo

Dal 19 aprile la divisione partigiana "Bologna" guidata da Aldo Cucchi "Jacopo" diede inizio all'insurrezione nel capoluogo emiliano, mentre altri reparti scendevano dalle montagne; la mattina del21 aprile, furono però i soldati italiani del gruppo da combattimento "Friuli" ad entrare per primi a Bologna, passando per la Porta Maggiore. In giornata giunsero anche i polacchi del generale Anders con gli abruzzesi della Brigata Maiella, il "Legnano" e altri gruppi. Dopo scontri all'interno dell'area cittadina da parte di partigiani e forze regolari contro franchi tiratori e centri di resistenza fascisti, entro la serata venne completata la liberazione della città[204]. Il21 aprileebbe inizio l'insurrezione aFerrarae il 22 aModena; le brigate cittadine affrontarono aspri scontri contro le truppe tedesche in ritirata e contro i reparti fascisti, in attesa dell'arrivo delle colonne motorizzate alleate. I partigiani discesero dalle montagne e si impegnarono a cercare di bloccare le truppe tedesche in rotta aCasaltoneed aFornovo, dove, in quest'ultima località, si uniranno nelle ostilità con le truppe Alleatebrasilianegià impegnate nellacampagna d'Italia, nell'ultima grande battaglia campale in territorio italiano, conosciuta come laBattaglia della Sacca di Fornovo.

Tra il 24 ed il 25 aprile gli alleati liberarono ancheReggio EmiliaeParma, dove la resistenza cittadina aveva già preso in parte il controllo dei luoghi più importanti, e il29 aprilePiacenza. Nel complesso in Emilia, le forze partigiane di montagna furono in parte sorprese dalla velocità dell'avanzata alleata e quindi giunsero in ritardo nelle città già liberate dalle truppe regolari anglo-americane con il concorso delle formazioni GAP e SAP cittadine[205].

AGenovail comandante della piazza, generale Günther Meinhold, cercò di trattare, senza successo, con i partigiani della Divisione garibaldina Pinan-Cichero (guidati daAldo Gastaldi "Bisagno") appostati sulle montagne che dominano la città, mentre il capitano di vascello Bernighaus organizzava la distruzione del porto. Violenti scontri si accesero al centro della città tra le squadre GAP e i reparti tedeschi e fascisti, mentre i garibaldini della brigata Balilla guidata da "Battista" raggiunseroSampierdarena. Il generale Meinhold firmò la resa del presidio alle ore 19.30 del 25 aprile nelle mani del capo del CLN locale, l'operaio Remo Scappini[206], dopo che tutte le vie di uscita erano state bloccate dai garibaldini di "Bisagno". Il capitano di vascello Berlinghaus ed il capitano Mario Arillo della Decima MAS continuarono tuttavia la resistenza, decisi a eseguire le distruzioni previste; dopo nuovi scontri con i partigiani delle Divisioni Cichero e Mingo (comandati da "Miro" e "Boro") scesi in città la sera del 26 aprile anche gli ultimi reparti nazifascisti si arresero. I partigiani avevano salvato il porto dalla distruzione e catturato 6.000 prigionieri che furono consegnati agli alleati giunti il 27 aprile aNervi[207]. Solo labatteria tedesca di Monte Mororesistette ancora e si arrese alle truppe statunitensi in arrivo[208].

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Sfilata di automezzi dei partigiani per le vie di Bologna

InPiemontele formazioni partigiane scesero dalle montagne e puntarono su tutte le città principali rischiando lo scontro frontale con le divisioni tedesche in ritirata: mentre le unità gielliste più forti si diressero suCuneo, i garibaldini di "Barbato" e "Nanni" e gli autonomi di "Mauri" puntarono su Torino, nonostante l'invito del colonnello britannico Stevens (comandante delle missioni alleate) di non muoversi, e le Brigate Garibaldi di "Ciro" e Moscatelli avanzarono su Novara. Il 25 aprile iniziarono gli scontri per Cuneo; dopo aver costretto alla resa le unità dell'esercito di Salò (divisioni "Monterosa" e "Littorio"), i reparti partigiani giellisti di Ettore Rosa, "Detto" Dalmastro, "Gigi" Ventre, Nuto Revelli, Giorgio Bocca, affrontarono duri combattimenti con i tedeschi decisi a mantenere il controllo delle comunicazioni. Solo il29 aprile, dopo alcune trattative con i tedeschi, finalmente le forze partigiane gielliste, a cui si erano uniti i garibaldini dei comandanti Comollo e Bazzanini e gli autonomi di Pietro Cosa, liberarono la città, mentre rimasero a distanza sulle alte valli i reparti francesi[209].

ATorino, mentre alcune colonne nazifasciste si avviavano versoIvrea, per attendere gli alleati e arrendersi, i reparti fascisti repubblicani radunarono alcuni reparti e ingaggiarono aspri scontri con i partigiani che raggiunsero la città dalle montagne il 28 aprile. Le colonne militari tedesche del "gruppo Liebe" (due divisioni di fanteria) riuscirono a ripiegare, dopo violenti combattimenti, attraverso l'abitato. Quindi, mentre alcuni reparti repubblicani abbandonavano il capoluogo piemontese per avviarsi nellaValtellina, il grosso dei fascisti torinesi della Brigata NeraAthos Capellirimasti in armi decideva di continuare a combattere. Le Brigate Garibaldi di Giovanni Latilla "Nanni",Vincenzo Modica"Petralia" e Pompeo Colajanni "Barbato" (3.000 uomini), gli autonomi di Enrico Martini "Mauri" (1.000), i reparti "Giustizia e Libertà" (1.600), liberarono gran parte della città dopo violenti combattimenti e salvaguardarono i ponti in attesa dell'arrivo degli alleati che giunsero a Torino il 1º maggio[210].

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La brigata partigiana "Buranello" sfila aSestri Ponente

Fin da marzo aMilanoera stato costituito un "Comitato insurrezionale" formato da Luigi Longo, Sandro Pertini eLeo Valianiche la mattina del 24 aprile, dopo le prime notizie provenienti da Genova, prese la decisione di dare inizio all'insurrezione nel capoluogo lombardo; la sera dello stesso giorno le brigate SAP diedero inizio ai combattimenti nelle fabbriche della periferia, mentre alcuni reparti garibaldini si avvicinavano da sud e da ovest[211]. Il 25 e il 26 i partigiani fecero notevoli progressi e raggiunsero la cerchia dei Navigli, mentre alcuni reparti fascisti avevano già abbandonato la città. I tedeschi restarono in armi nei loro quartieri, senza combattere secondo gli ordini del generale Wolff; la Brigata NeraAldo Resegaabbandonò le sue posizioni dentro la città, la Guardia Nazionale Repubblicana si sciolse spontaneamente. La Guardia di Finanza si unì agli insorti, mentre la Decima MAS, invece di ripiegare in Valtellina, rimase accasermata e si arrese senza combattere[212]. Il27 aprilealle ore 17.30 arrivarono per primi in città con poche difficoltà i garibaldini delle brigate dell'Oltrepò Paveseguidate daItalo Pietra"Edoardo" eLuchino Dal Verme"Maino". Il 28 aprile arrivarono i partigiani delle Brigate Garibaldi della Valsesia di Cino Moscatelli, provenienti a Novara, mentre altri reparti occuparonoBusto Arsizioe le strade per la Valtellina su cui in teoria avrebbero dovuto ripiegare gli ultimi reparti della RSI[213].

Il pomeriggio del28 aprilea Milano in piazza Duomo si tenne una grande manifestazione popolare per celebrare la liberazione e la vittoria della Resistenza con la presenza di molti capi partigiani e politici, tra cui Cino Moscatelli, Luigi Longo, Pietro Secchia, Giovanni Pesce. Le truppe alleate arrivarono a Milano il 1º maggio 1945.

Il25 aprile, giorno dell'inizio dell'insurrezione a Milano, è stata assunta quale giornata simbolica della liberazione d'Italia dal regime nazifascista e, denominataFesta della Liberazione, viene da allora commemorata in tutta la nazione.

Fine della Repubblica Sociale e morte di Mussolini[modifica]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Operazione SunriseCaduta della Repubblica Sociale Italiana e Morte di Benito Mussolini.
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Pier Bellini delle Stelle "Pedro", il comandante del reparto partigiano che catturò Mussolini e i gerarchi

Disorientato dalla scoperta delle trattative segrete del generale Wolff con gli Anglo-americani, Mussolini, dopo un inutile tentativo nel pomeriggio del 25 aprile di trattare con gli esponenti del CLNAI con la mediazione del cardinaleSchuster[214]alle ore 20 dello stesso giorno decise di abbandonare Milano in direzione del lago di Como, per motivi ancora non chiari[215]. Con la partenza del Duce, seguito da una lunga colonna di fascisti in armi e di gerarchi, le forze della Repubblica sociale a Milano si disgregarono.

Giunto aComola sera del 25 aprile, Mussolini ripartì il 27, percorrendo con i gerarchi e un reparto di SS della guardia del Duce al comando del tenente Birzer, la strada lungo la riva occidentale del lago; dopo un vano tentativo dei ministri Tarchi e Buffarini Guidi di entrare inSvizzera, bloccato dalle guardie di finanza, la colonna, a cui si erano aggiunti Pavolini e la Petacci, riprese verso nord, rafforzata dall'arrivo di un gruppo di soldati tedeschi dellacontraerea. Alle porte diMusso, la colonna venne bloccata da reparti partigiani della 52ª Brigata Garibaldi guidati dal comandantePier Bellini delle Stelle "Pedro"; dopo una lunga trattativa, i soldati tedeschi, compresa la guardia SS di Birzer, ottennero il diritto di passaggio verso la Germania, mentre gli italiani vennero abbandonati nelle mani dei partigiani. Nonostante un tentativo di travestimento da soldato tedesco, Mussolini venne riconosciuto e catturato[216].

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Walter Audisio, il "comandante Valerio" guidò la cattura e la fucilazione sommaria di Mussolini

Dopo essere stati condotti aDongo, Mussolini e la Petacci vennero separati dagli altri gerarchi e portati aGiulino di Mezzegra; i due prigionieri vennero alloggiati per la notte in una casa contadina. Poche ore dopo Mussolini venne consegnato dai suoi catturatori ad un gruppo di partigiani inviati dal CLNAI di Milano, guidati daWalter AudisioeAldo Lampredi, due importanti esponenti del Partito Comunista all'interno delle forze della Resistenza. Quindi, il 28 aprile 1945, Mussolini e la Petacci vennero uccisi, verosimilmente dopo le ore 16, da Audisio "colonnello Valerio" e dal partigianoMichele Moretti"Pietro" lungo un muro di cinta di una villa su una strada isolata[217]

Dopo l'esecuzione Audisio e Lampredi ritornarono a Dongo dove erano stati radunati i fascisti catturati insieme a Mussolini e alla Petacci; alle ore 17.17 i partigiani della 3ª Divisione Garibaldi-Lombardia, guidati dal comandanteAlfredo Mordini"Riccardo", fucilarono, davanti al muretto affacciato sul lago, quindici gerarchi, tra cui Pavolini, Barracu, Bombacci, Mezzasoma, Liverani, Zerbino, e il fratello della Petacci, Marcello[218]Solo il maresciallo Graziani, che aveva abbandonato la colonna in precedenza, riuscì a sfuggire e venne catturato dagli alleati al quartier generale delle SS aCernobbio. I cadaveri di Mussolini, della Petacci e dei gerarchi fucilati vennero trasportati a Milano e esposti in piazzale Loreto, luogo di una precedentesanguinosa rappresaglia nazifascista, dove furono oggetto di oltraggi da parte della popolazione[219].

Il29 aprile1945il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia diramò un comunicato in cui affermava che "la fucilazione di Mussolini e dei suoi complici è la conclusione necessaria di una fase storica che lascia il nostro paese ancora coperto di macerie materiali e morali"[220]. Il 29 aprile la Resistenza italiana ebbe formalmente termine, con la resa incondizionata dell'esercito tedesco, e i partigiani assunsero pieni poteri civili e militari. Il2 maggioil generale britannicoAlexanderordinò la smobilitazione delle forze partigiane, con la consegna delle armi. L'ordine venne in generale eseguito e le armi in gran parte consegnate, in tempi diversi nei vari luoghi in dipendenza dell'avanzata dell'esercito alleato, della liberazione progressiva del territorio nazionale, e del conseguente passaggio di poteri al governo italiano.

Significato storico della Resistenza[modifica]

A giudizio delle stesse autorità alleate, la Resistenza italiana giocò un ruolo importante per l'esito della guerra in Italia e, a costo di grandi sacrifici umani, cooperò attivamente ad indebolire le forze nazifasciste, a minarne il morale ed a renderne precarie le retrovie, impegnando notevole parte delle unità militati o paramilitari del nemico[221]. Anche le fonti tedesche documentano che le forze partigiane furono causa di problemi e difficoltà militari per i comandi e le truppe della Wehrmacht[222].

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Monumento al partigiano diParma

Nel complesso il movimento partigiano ebbe, a partire soprattutto dall'estate 1944 con la costituzione del comando del CVL, una consistenza, coesione e capacità di combattimento notevoli, inferiori nel quadro della Resistenza Europa al nazismo ed ai collaborazionisti[223], solo all'Esercito Popolare Jugoslavo[224]. Peraltro il modello jugoslavo, considerato costantemente dalla dirigenza partigiana ed in particolare dai comandanti comunisti delle Brigate Garibaldi, l'esempio e il punto di arrivo ideale del movimento, rimase un mito ineguagliabile. Le differenze operative legate alle caratteristiche morfologiche del territorio, alla differente durata del fenomeno, alla diversa consistenza numerica; la presenza di modelli organizzativi caratteristici della situazione jugoslava e quindi difficilmente riproducibili in Italia, resero impossibile al movimento partigiano raggiungere l'efficienza ed i risultati dell'Esercito Popolare Jugoslavo che riuscì nella parte finale della guerra a divenire un vero esercito in grado di sostenere una guerra regolare contro la potenza occupante[225].

Oltre alla sua importanza militare la Resistenza ebbe grande importanza dal punto di vista morale e politico, dimostrando nei confronti degli Alleati, la capacità di ripresa, di sacrificio e di combattimento di almeno una parte degli italiani, e la loro nuova fiducia nei valori dell'antifascismo. Inoltre le dimensioni, l'idealità e l'efficacia del movimento partigiano influirono sugli assetti istituzionali e sul futuro italiano; secondo lo storico Santo Peli: "senza la resistenza armata, molto probabilmente, avremmo avuto un’Italia monarchica, e non sarebbe stata scritta una Costituzione profondamente innovativa sul piano della giustizia sociale"[226]. Senza dubbio tuttavia le aspirazioni di gran parte degli elementi comunisti, socialisti e azionisti (largamente maggioritari nel movimento partigiano) a favore di un nuovo Stato democratico con il coinvolgimento delle masse popolari e con riforme strutturali, sociali ed economiche, non si realizzarono pienamente; in questo senso la Resistenza italiana non riuscì ad operare una rottura veramente profonda con il passato[227].

Secondo lo storico Miller[228], la Resistenza italiana fu un mito fondativo della Repubblica nell'era post-bellica[229]. La guerra civile fu solo uno dei suoi inevitabili aspetti[230]. Tuttavia il più importante risultato della Resistenza non fu la liberazione di molte città italiane bensì la coabitazione forzata di formazioni politiche reciprocamente ostili: in due anni di combattimenti contro un nemico comune, i leader di questi movimenti si guardarono per la prima volta con rispetto. Tale mutua comprensione, nata durante la Resistenza, probabilmente salvò l'Italia dal tipo di guerra civile che avviluppò invece la Grecia post-bellica. I fondatori della democrazia italiana strategicamente allargarono la definizione di "resistenza" per includere non solo coloro che combatterono ma anche quelli che appoggiarono la lotta contro il Fascismo, attivamente o passivamente, e persino coloro che avessero sofferto sotto il regime. Con questa definizione, la Resistenza divenne un'autentica esperienza nazionale.[231]Secondo Miller, nonostante il mito fondativo sia stato poi "abbattuto" dalle strumentalizzazioni politiche da una parte e dalle revisioni accademiche dall'altra, esso può ancora offrire un insieme di valori degni di essere emulati in qualsiasi società democratica, rappresentando uno dei momenti più luminosi della storia dell'Italia unita.[232]

Le diverse anime della Resistenza[modifica]

Fin dalla discussione sorta in seno ai partiti politici a seguito della lettera di intenti presentata dal Partito d'Azione nel novembre 1944, si evidenziarono le profonde differenze di obiettivi e di metodi presenti all'interno delle forze antifasciste. Durante il cosiddetto "dibattito delle cinque lettere", di fronte alle proposte azioniste di costituire un vero "governo del CLNAI" con poteri straordinari al nord, i comunisti, teoricamente in accordo, in pratica mantennero la posizione togliattiana di unità nazionale e di sostegno al governo "unitario" di Roma, i socialisti si limitarono a espressioni teoriche massimaliste, mentre la Democrazia Cristiana respinse nettamente le proposte, favorendo l'instaurazione di una classica democrazia parlamentare[233]

Nella dirigenza comunista apparentemente il segretario generaleTogliatti, seguendo anche le indicazionistaliniane, aveva abbandonato propositi rivoluzionari immediati ed adottato una politica tendente a rafforzare l'influenza e la diffusione di massa del PCI ed a introdurre pacificamente riforme politiche e sociali avanzate con l'accordo dei tre partiti popolari (comunista, socialista e democristiano) a.org/wiki/Resistenza_italiana#cite_note-234">[234]. Per gli azionisti ed i socialisti invece il fulcro delle riforme consisteva nella estromissione della monarchia e di tutta la classe dirigente compromessa con il fascismo e del potere economico che del fascismo aveva beneficiato[235]. Per contro, le aspirazioni di Bonomi e De Gasperi, come rappresentanti di tendenze più moderate (socialdemocraziaper Bonomi ecristianesimo democraticoper De Gasperi) erano di rendere questo processo il più morbido possibile, evitando una rottura traumatica con il passato[235].

Tuttavia nella Resistenza italiana, in una parte della componente maggioritaria comunista, erano ancora molto presenti elementi contraddittori come il mito di Stalin, accostato a ideali libertari («viva la libertà! viva Stalin!» fu il grido in punto di morte di molti partigiani) e della Unione Sovietica, alla quale si ascriveva il merito essenziale della vittoria e il cui modello di governo veniva descritto come «forma superiore di democrazia», nella quale si presumeva esistesse una apertura alla partecipazione popolare: alla contraddizione più evidente, quella fra il modello sovietico e la linea ufficiale del PCI, fu tentato di porre rimedio proponendo la "democrazia sovietica" quale chiave di interpretazione della "democrazia progressiva" di stampo occidentale che il partito propugnava per l'Italia[236].

La posizione ambigua della dirigenza comunista non favorì l'abbandono definitivo di velleità combattentistiche fra coloro che consideravano la vittoria militare contro i nazifascisti solo il presupposto per un nuovo ordine politico, e che non abbandonarono la speranza di uno sbocco rivoluzionario della situazione politica del dopoguerra. Peraltro, sia da parte comunista che da parte azionista, sussisteva qualche diffidenza sulle intenzioni delle future istituzioni italiane, considerando necessario mantenere una funzione di vigilanza nel caso di un ritorno delle forze reazionarie. La consegna delle armi agli alleati fu quindi riluttante; rilevanti quantitativi di armi ed equipaggiamenti vennero in molti casi occultati, con la tacita approvazione dei capi partigiani comunisti del Nord Italia[237][238].

I contrasti interni al Partito d'Azione, la politica togliattiana del compromesso e dell'accordo con la Democrazia Cristiana e la volontà dei partiti moderati (democristiani e liberali), supportati dagli Alleati occidentali, di frenare le spinte radicali del movimento partigiano e delle forze di sinistra provocarono la caduta del governo guidato da Ferruccio Parri, in carica dal21 giugno1945al4 dicembre1945ed espressione politica dei partiti del Comitato di Liberazione Nazionale, inaugurando la fase di governi guidati da De Gasperi, preludio alla svolta politico-elettorale dell'aprile 1948 che avrebbe portato all'emarginazione delle componenti progressiste maggioritarie all'interno della Resistenza[239].

I caduti della Resistenza e le vittime della repressione nazifascista[modifica]

Secondo alcune fonti i caduti per la Resistenza italiana (in combattimento o uccisi a seguito della cattura) sarebbero stati complessivamente circa 45.000; altri 20.000 sarebbero rimasti mutilati o invalidi[240]; i soldati regolari morti nelle formazioni che combatterono accanto agli Alleati nella Campagna d'Italia furono invece circa 3.000[241].

Le donne partigiane combattenti sarebbero state 35 mila[242],mentre 70 mila fecero parte dei Gruppi di difesa della donna; 4.653 di loro furono arrestate e torturate. 2.750 furono deportate in Germania, 2.812 fucilate o impiccate; 1.070 caddero in combattimento; 15 vennero decorate con la medaglia d'oro al valor militare[senza fonte].

I civilideportatidai tedeschi furono circa 40.000, tra cui 7.000ebrei; i sopravvissuti furono circa il 10%[243]; dei 2.000 deportati ebrei dalghetto di Romail16 ottobre1943tornarono vivi solo in quindici. Tra i soldati italiani che dopo l'Armistizio di Cassibiledell'8 settembresi trovarono a combattere, privi di direttive precise, contro laWehrmachtsul territorio nazionale o nelle regioni occupate morirono in circa 45.000 (esercito 34.000, marina 9.000 e aviazione 2.000): 20.000 nei combattimenti subito dopo l'armistizio, 10.000 nei Balcani, 13.400 nei trasporti via mare[243][244].

Secondo alcuni studi, furono invece circa 40.000 i militari italiani che morirono neilager nazisti, su un totale di circa 650.000 che fu internato inGermaniaePoloniadopo l'8 settembre[243][245]e che, per la maggior parte (il 90% dei soldati e il 70% di ufficiali), rifiutarono le periodiche richieste di entrare nei reparti della RSI in cambio della liberazione[246].

Si stima che in Italia nel periodo intercorso tra l'8 settembre 1943 e l'aprile 1945 le forze tedesche (sia laWehrmachtche leSS) e le forze della Repubblica Sociale Italiana compirono più di 400stragi(uccisioni con un minimo di 8 vittime), per un totale di circa 15.000 caduti tra partigiani, simpatizzanti per la resistenza, ebrei e cittadini comuni[247]; i civili non combattenti uccisi dalle forze nazifasciste in operazioni di repressione, rastrellamento e rappresaglia furono circa 10.000[243].

Aspetti controversi della Resistenza[modifica]

Processi e copertura ai nazifascisti nel dopoguerra[modifica]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi CIA: Arruolamento di ex nazifascisti e amnistia Togliatti.

Per diversi motivi molti procedimenti giudiziari relativi a queste stragi non furono mai portati avanti, in parte a causa di tre successiveamnistie. La prima intervenuta il22 giugno1946detta "amnistia Togliatti"[248]; la seconda approvata il18 settembre1953dalgoverno Pellache approvò l'indultoe l'amnistiaproposta dalguardasigilliAntonio Azaraper tutti i reati politici commessi entro il18 giugno1948[249]; la terza approvata il4 giugno1966[250]. Inoltre laGermania Ovestera dal1952alleata con l'Italia sotto l'ombrellodellaNATO, per cui non risultava politicamente opportuno dare risalto ad episodi ormai ritenuti parte del passato coinvolgenti cittadini tedeschi.

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Entrata delleFosse Ardeatine, luogo del tragico eccidio nazista

C'era poi il rischio giudicato imbarazzante per le istituzioni italiane che il precedente di un processo in cui si chiedeva la consegna deicriminali di guerratedeschi avrebbe poi obbligato l'Italia a consegnare a Stati esteri o a processare internamente i responsabili di crimini di guerra commessi dalle forze italiane durante ilventennio fascistae il periodo della Repubblica Sociale Italiana, sia in territorio nazionale che straniero, molti dei quali dopo la guerra erano stati riassorbiti all'interno dell'esercito o delle pubbliche amministrazioni.

Infine durante glianni sessantaseicentonovantacinque fascicoli riguardanti le straginazifascistein Italia vennero, per le ragione sopraesposte, "archiviati provvisoriamente" dal procuratore generale militare e i vari procedimenti furono bloccati, garantendo quindi l'impunità per i responsabili ancora in vita. Solo nel1994, durante la ricerca di prove a carico diErich Priebkeper lastrage delle Fosse Ardeatine, venne scoperta l'esistenza di questi fascicoli (trovati in quello che giornalisticamente è stato definito l'Armadio della Vergogna) e alcuni dei procedimenti furono riaperti, ad esempio quello a carico diTheodor Saevecke, responsabile dellastrage di Piazzale LoretoaMilano, ove furono fucilati per rappresaglia 15 tra partigiani ed antifascisti. La maggior parte delle indagini e delle denunce contenute nei fascicoli non portarono tuttavia ad un processo, poiché molti degli indagati risultarono essere non perseguibili in quanto già morti o per l'intervenutaprescrizionedei reati loro ascritti.

Le esecuzioni post-conflitto e le tensioni in seno alla Resistenza[modifica]
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Palmiro Togliatti, in qualità diMinistro della Giustiziafirmò l'omonima amnistiaper i reati politici

Nel clima dell'insurrezione e con spinte rivoluzionarie tra la base partigiana comunista, si verificarono numerosi eccessi e esecuzioni sommarie principalmente di fascisti o collaborazionisti[251], ma anche di appartenenti a brigate partigiane di diverso colore politico, preti e semplici esponenti delle classi sociali conservatrici e anticomuniste. Una forte componente di "lotta di classe" fu presente durante tutta la Resistenza, soprattutto nelle formazioni garibaldine comuniste[252]. Nei mesi seguenti la liberazione si ebbero fatti sanguinosi, che con intensità calante proseguirono per alcuni anni. Talvolta i responsabili o gli accusati di questi omicidi trovarono rifugio in paesi filosovietici come laCecoslovacchiao laJugoslavia.

Il numero degli uccisi di parte fascista dopo il 25 aprile è stato oggetto di un acceso dibattito con strumentalizzazioni in sede pubblicistica e politica; bisogna considerare in primo luogo che il termine effettivo delle ostilità con la Wehrmacht, con cui laRSIera alleata, si ebbe solo il3 maggio. Gli uccisi di parte fascista tra il 25 aprile e il 3 maggio, quindi, andrebbero considerati come morti durante.

Non si dispone allo stato attuale di cifre attendibili delle morti fasciste che distingua in modo chiaro tra esecuzioni immediatamente successive alla fine delle ostilità e omicidi, vendette e violenze verificatesi nei mesi seguenti nel clima ancora post-insurrezionale[253]. Da parte neofascista, l'ex ufficiale dellaXª Flottiglia MASe poi senatore delMovimento sociale italianoGiorgio Pisanòha parlato di 34.500 morti di parte fascista[254], mentre Bruno Spampanato, aderente alla Repubblica sociale italiana, primo direttore delSecolo d'Italiae deputato del MSI, ha parlato addirittura di 200 000 morti[255].

Queste cifre non sono mai state giustificate da fonti ritenute attendibili. A questo proposito, durante la seduta parlamentare dell'11 giugno 1952, ilministro dell'InternodemocristianoMario Scelbaparlò di sole 1.732 persone uccise per motivi politici nel'immediato dopoguerra[256].

Dichiarazione di Luciano Lama
sugli eccidi del secondo dopoguerra
Il desiderio di vendetta non è un crimine, è un risentimento. Ricordo bene quando mi dissero che avevano fucilato mio fratello. La rabbia ti sale alla testa, te la senti nelle mani quando imbracci un fucile. Qualcuno ha resistito altri no. Magari volevi vendicarti, ma non potevi, non dovevi...
Nessuno vuole giustificare i delitti del dopoguerra. Prima di giudicare però si deve sapere cosa accadde davvero. Una guerra qualunque può forse finire con il "cessate il fuoco". Quella no. La Resistenza fu una battaglia terribile, disperata e atroce. Vivevamo nascosti nelle buche dei campi di granoturco, eravamo circondati da nemici: non erano solo tedeschi e fascisti, c'erano le spie, ti potevano tradire in ogni momento. Vedevamo sparire i nostri compagni, fucilavano famiglie intere.
Eravamo sopraffatti dal dolore, dalla rabbia... Altrimenti non avremmo potuto... Non saremmo riusciti a sparare a chi ci guardava in faccia. Una cosa è tirare una cannonata, un'altra è uccidere chi ti sta di fronte. Ripugna. Si può fare solo se ci si crede ciecamente. Aiutano l'odio, la paura, l'utopia.
Concita De GregorioOra è il momento di ricordare,
la Repubblica8 settembre 1990

Secondo un'indagine della Direzione generale di Pubblica sicurezza svolta alla fine del 1946, invece, le persone uccise perché "politicamente compromesse" con il regime fascista sarebbero state 8197, a cui vanno aggiunte le 1167 "prelevate e presumibilmente soppresse", per un totale di 9364[257]. Queste cifre si accorda con l'entità di quelle dichiarate nel 1948 al Senato da Parri, che parlò di un numero di morti compreso tra 10.000 e 15.000"[258], secondo le indagini da lui fatte condurre quando era al governo. Gli storici contemporanei nel complesso concordano con queste cifre e valutano i morti fascisti o simpatizzanti a 10-12.000[253]

Le ragioni di questi comportamenti sono molteplici: desiderio di vendetta dopo tanti lutti e sofferenze, e odio sociale e ideologico; si può ritenere anche che i partigiani temessero, dopo la fine della fase insurrezionale, una punizione poco efficace o una totale impunità per i gerarchi fascisti che si erano macchiati di gravi crimini[259][260].

Successivamente alla "normalizzazione" postbellica, alcuni partigiani vennero sottoposto a processi per presunte "stragi" e "assassinii" compiuti nella Liberazione: il tema della persecuzione dei partigiani da parte della magistratura e delle forze politiche su cui si fondava la Repubblica divenne un argomento di discussione ricorrente per molte forze di sinistra, soprattutto causa il contrasto con l'impunità di cui godettero molti ex fascisti che si erano macchiati di reati molto gravi.

I governi della Repubblica effettuarono unaepurazionemolto parziale soprattutto nella pubblica amministrazione e nelle strutture economiche capitalistiche, a causa di necessità politiche di pacificazione che ebbero il loro culmine nell'amnistia firmata dall'alloraMinistrodiGrazia e GiustiziaTogliatti il 22 giugno1946, seguita, il 7 febbraio1948, da un decreto del sottosegretario alla presidenzaAndreotticon cui si estinguevano i giudizi ancora in corso dopo l'amnistia.

Tra gli importanti personaggi della RSI che videro ridotte le loro pene:i funzionari fascisti che collaborarono alla cattura di[senza fonte]Giovanni Palatucci(il commissario di polizia che aiutò la fuga di migliaia di ebrei); il comandante dellaXª Flottiglia MASJunio Valerio Borghese; il marescialloRodolfo Graziani.

Episodi di conflittualità all'interno del movimento resistenziale[modifica]
  • L'uccisione del comandanteLibero Riccardi, avvenuta nella tarda primavera del1944, da parte di una fazione di partigiani romagnoli che non condivideva le modalità di conduzione della lotta armata sin lì adottate da Libero e ne giustificò l'eliminazione con accuse (da alcune fonti considerate infondate) di diserzione e furto.
  • Esecuzione diDante Castellucci, avvenuta il22 luglio1944su accuse, secondo le ultime ricerche, di un probabile infiltratoOVRA[261]nelle file del movimento partigiano. Ciò corrisponderebbe alle dichiarazioni diLaura Seghettini, fidanzata diFacio[262].
  • La Strage della Missione Strassera, avvenuta il26 novembre1944. L'episodio provocò forti contrasti politici nel dopoguerra e rimane oggetto di opposte valutazioni. Il più importante imputato della strage, il comandante garibaldino comunistaFrancesco Moranino, dopo una lunga controversia politica e giudiziaria, venne graziato dal presidente della RepubblicaGiuseppe Saragat, ottenendo il riconoscimento che l'episodio di cui era stato accusato era da considerare un "atto di guerra" (nell'ambito della guerra di Liberazione) e quindi giuridicamente legittimo[263].
  • Eccidio di Porzûs, avvenuto il7 febbraio1945. Considerato da alcune fonti un episodio di odio ideologico da parte di comandanti garibaldini comunisti inviati a sedare i contrasti tra ireparti "osovani"e le formazioni partigiane jugoslave[63], le testimonianze di monsignorAldo Moretti, medaglia d'oro della Resistenza e fra i comandanti dellaOsoppo, riportate suFamiglia Cristiananel 1997 e in seguito sui sitiANPIhanno riportato in evidenza elementi per interpretare i tragici fatti dell'Eccidio di Porzus in connessione con manovre dei servizi segreti alleati, allo scopo di ledere l'unità delle forze partigiane ed evitare che nel dopoguerra in zona potesse prendere predominanza politica una unione fra cattolici e comunisti. I contatti effettivamente vi furono, patrocinati anche dalgoverno del Sud, all'epoca legittimo governo italiano, che aveva inviato nel marzo 1945Antonio Marceglia, uno dei partecipanti all'impresa di Alessandriae poi appartenente aMariassalto, sbarcato a La Spezia, a cercare un contatto con gliex compagni di reparto della X MAS; il 28 marzo Marceglia si incontrò a Venezia conJunio Valerio Borgheseil quale gli disse che i contatti con la Osoppo, in quanto unica formazione partigianaautonomaerano stati presi, maerano stati interrotti per ragioni di forza maggiore[264]. In precedenza, il 22 novembre 1944, il Partito Comunista Italiano (e non il CLNAI) aveva dato l'ordine ai partigiani italiani della zona di passare alle dipendenze del IX Corpus jugoslavo per favorire la creazione di (secondo le parole di Togliatti in una lettera a Vincenzo Bianco, rappresentante del PCI nel IX Corpus,
« una condizione profondamente diversa da quella che esiste nella parte libera dell'Italia. Si creerà insomma una situazione democratica[265] »

La dipendenza fu accettata dai circa 3500 partigiani comunisti della divisioneGaribaldi-Natisonema non dagli autonomi della Osoppo, tra i quali militava una ragazza, Elda Turchetti, uccisa e ritenuta successivamente dai comunisti una spia della X MAS ma possibilmente anche un intermediario secondo altre fonti[265].

  • L'omicidio diMario Simonazzi, il comandante Azor[266][267], comandante cattolico popolare e apprezzato, militante nelleSquadre di Azione Patriottica(SAP), ucciso quasi certamente qualche giorno prima della liberazione (il corpo venne ritrovato alcuni mesi dopo) e l'agguato subito il27 gennaio1946dal giornalistaGiorgio Morelli, che accusò dell'omicidio Azor i comunisti locali. Morelli morì poco tempo dopo, in seguito alle ferite riportate nell'attentato del quale era rimasto vittima.
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