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25 APRILE FESTA DELLA LIBERAZIONE GIORNALINO ARTIGIANALE A CURA DI ANGELA CECERE 1°PARTE

25 Aprile 2013, 08:06am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

                    25 APRILE FESTA DELLA LIBERAZIONE

   GIORNALINO ARTIGIANALE A CURA DI ANGELA CECERE

                                       1°PARTE

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IL 25 APRILE

La Festa della Liberazione è una delle feste istituzionali più importanti. Il 25 aprile di ogni anno si commemorano importanti eventi storici della Seconda Guerra Mondiale che portarono alla fine della dittatura fascista e alla liberazione di quasi tutte le città del Nord dall'occupazione tedesca.
La liberazione avvenne nel 1945 ad opera del movimento della Resistenza Partigiana, costituito da differenti soggetti politici - cattolici, socialisti, comunisti, monarchici, liberali, azionisti - che, animati dal desiderio di libertà, si riunirono nel CLN, il Comitato di Liberazione Nazionale. Questa data rappresenta, di fatto, la fine della Seconda Guerra Mondiale in Italia: di lì a pochi giorni avviene la resa delle truppe tedesche. Da qui inizia il periodo transitorio che porterà alla nascita della Repubblica Italiana il 2 giugno 1946 e all'emanazione della sua Costituzione. Il 25 aprile ricorda, quindi, la liberazione dell'Italia e la fine del conflitto ma innanzitutto il fenomeno della Resistenza, movimento di opposizione all'occupazione tedesca, nato a seguito dell’armistizio dell’8 settembre del 1943 e di cui fecero parte in totale circa 300.000 uomini e donne, e i cui caduti furono 44.700.
Foto: IL 25 APRILE La Festa della Liberazione è una delle feste istituzionali più importanti. Il 25 aprile di ogni anno si commemorano importanti eventi storici della Seconda Guerra Mondiale che portarono alla fine della dittatura fascista e alla liberazione di quasi tutte le città del Nord dall'occupazione tedesca. La liberazione avvenne nel 1945 ad opera del movimento della Resistenza Partigiana, costituito da differenti soggetti politici - cattolici, socialisti, comunisti, monarchici, liberali, azionisti - che, animati dal desiderio di libertà, si riunirono nel CLN, il Comitato di Liberazione Nazionale. Questa data rappresenta, di fatto, la fine della Seconda Guerra Mondiale in Italia: di lì a pochi giorni avviene la resa delle truppe tedesche. Da qui inizia il periodo transitorio che porterà alla nascita della Repubblica Italiana il 2 giugno 1946 e all'emanazione della sua Costituzione. Il 25 aprile ricorda, quindi, la liberazione dell'Italia e la fine del conflitto ma innanzitutto il fenomeno della Resistenza, movimento di opposizione all'occupazione tedesca, nato a seguito dell’armistizio dell’8 settembre del 1943 e di cui fecero parte in totale circa 300.000 uomini e donne, e i cui caduti furono 44.700.

Il 25 Aprile
La Festa Nazionale della Libertà, della Liberazione e della Democrazia garantita dalla nostra Costituzione. Vieni a scoprirne la storia e il significato.

La "Festa della Liberazione" ricorda la fine del periodo nazi-fascista e, appunto, la liberazione dell'Italia dalla dittatura di Mussolini (alleato di Hitler) e la vittoria dei Partigiani antifascisti che organizzarono la Resistenza per riconquistare la libertà e la democrazia.
Proprio il 25 aprile 1945 i Partigiani (con l'aiuto e l'appoggio degli Alleati americani e inglesi) entrarono vittoriosi nelle principali città, liberando l'Italia e gettando le basi per una nuova democrazia.

I Partigiani erano uomini, donne, ragazzi, soldati, sacerdoti, lavoratori, operai, contadini, socialisti, cattolici, comunisti: insomma, gente di diverse idee politiche o fede religiosa, e di diverse classi sociali, ma che avevano deciso di impegnarsi in prima persona (rischiando la propria vita) per porre fine al fascismo e fondare in Italia una democrazia, basata sul rispetto dei diritti umani, della libertà individuale, senza distinzione di razza, di idee, di sesso e di religione.

La Costituzione Italiana attuale, nata dalle idee di democrazia e di libertà degli antifascisti, fu elaborata negli anni successivi proprato contro il fascismo. Si dice, in

Oggi la "Festa del 25 aprile" viene chiamata anche Festa della Libertà: è un'occasione per ricordare che la libertà non è un valore gratuito che esiste automaticamente o una condizione che si mantiene da sola.

La libertà va difesa giorno per giorno: ancora oggi, nella nostra nazione, esistono persone e politici che non sempre agiscono nel rispetto della libertà e della democrazia e tutti noi dobbiamo tenere sempre gli occhi ben aperti se vogliamo custodire questo bene prezioso che garantisce alle persone di vivere al meglio possibile.

Qualcuno ha anche cercato di confondere le idee, usando la parola "libertà" e la denominazione di "Festa della Libertà" con significati che non hanno alcun riferimento ai valori del 25 Aprile ma si rifanno solo al nome di un partito politico.

Ma, come si sa, la storia del 25 Aprile è chiara e definita e quei valori sono in vigore per tutti (anche per chi li misconosce, non li condivide o per chi è ignorante di storia).
La Costituzione della Repubblica Italiana vale anche per loro.
Come ha detto il Presidente della Repubblica Napolitano, la Festa della Liberazione è di tutti.

Certo, di tutti coloro che conoscono la storia e che sanno e riconoscono che la Costituzione Italiana è nata dalla Resistenza e dall'Antifascismo.
Chi non sa questo (o finge di non saperlo) non sa nemmeno che cosa sia il 25 Aprile e perché lo si festeggi ogni anno.

 

 

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Partigiani garibaldini in piazza San MarcoVenezia nei giorni della liberazione

 

La Resistenza italiana, comunemente chiamata Resistenza, anche detta Resistenza partigiana o secondo Risorgimento[1] fu l'insieme dei movimenti politici e militari che in Italia dopo l'armistizio di Cassibile si opposero al nazifascismo[2][3] nell'ambito della guerra di liberazione italiana. Alcuni storici hanno evidenziato più aspetti contemporaneamente presenti all'interno del fenomeno della Resistenza: "guerra patriottica" e lotta di liberazione da un invasore straniero; insurrezione popolare spontanea; "guerra civile" tra antifascisti e fascisti, collaborazionisti con i tedeschi; "guerra di classe" con aspettative rivoluzionarie soprattutto da parte di alcuni gruppi partigiani socialisti e comunisti.[4]

Il movimento della Resistenza – inquadrabile storicamente nel più ampio fenomeno europeo della resistenza all'occupazione nazifascista – fu caratterizzato in Italia dall'impegno unitario di molteplici e talora opposti orientamenti politici (comunistiazionistimonarchicisocialisticattoliciliberalirepubblicanianarchici), in maggioranza riuniti nel Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), i cui partiti componenti avrebbero più tardi costituito insieme i primi governi del dopoguerra[5].

La Resistenza costituisce il fenomeno storico nel quale vanno individuate le origini stesse della Repubblica Italiana: l'Assemblea Costituente fu in massima parte composta da esponenti dei partiti che avevano dato vita al CLN, i quali scrissero la Costituzione fondandola sulla sintesi tra le rispettive tradizioni politiche ed ispirandola ai princìpi della democrazia e dell'antifascismo.

Il periodo storico in cui il movimento fu attivo, comunemente indicato come "Resistenza", inizia dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 (il CLN fu fondato a Roma il 9 settembre) e termina nei primi giorni del maggio 1945, durando quindi venti mesi circa. La scelta di celebrare la fine di quel periodo con il 25 aprile 1945 fa riferimento alla data dell'appello diramato dal CLNAI per l'insurrezione armata della città di Milano, sede del comando partigiano dell'Alta Italia.

 

L'antifascismo [modifica]

La Resistenza italiana affonda le sue radici nell'antifascismo, sviluppatosi progressivamente nel periodo che va dalla metà degli anni venti, quando già esistevano deboli forme di opposizione al regime fascista, fino all'inizio della seconda guerra mondiale. Inoltre nella memoria dei combattenti partigiani, specialmente quelli di ispirazione comunista e socialista, rimaneva vivo il ricordo del cosiddetto "biennio rosso" e delle violente lotte contro le squadre fasciste nel periodo 1919-1922, considerate da alcuni esponenti dei partiti di sinistra (tra cui lo stesso Palmiro Togliatti) una vera "guerra civile" in difesa delle classi popolari contro le forze reazionarie[6].

Dopo l'omicidio del deputato socialista Giacomo Matteotti (1924) e la decisa assunzione di responsabilità da parte di Mussolini, nel Regno d'Italia prese avvio il processo ditotalitarizzazione dello Stato che darà luogo ad un sempre maggiore controllo e a severe persecuzioni degli oppositori, a rischio di carcerazione e di confino.

Gli antifascisti si organizzarono quindi in clandestinità in Italia e all'estero, creando con grande difficoltà una rudimentale rete di collegamenti, che però non produsse risultati pratici di rilievo, restando frammentati in piccoli gruppi non coordinati, incapaci di attaccare o di minacciare il regime, se si esclude qualche attentato realizzato in particolare dagli anarchici. La loro attività si limitava al versante ideologico: era copiosa la produzione di scritti, in particolare tra le comunità degli esuli antifascisti, che però non raggiungevano le masse e non influivano sull'opinione pubblica[7]. Alcuni storici[8] hanno anche sottolineato come il movimento della Resistenza possa presentare legami con la Guerra di Spagna, in particolare con coloro i quali avevano militato nelle Brigate Internazionali.[9].

Solo la guerra e soprattutto l'andamento disastroso su tutti i fronti delle operazioni belliche e il progressivo distacco delle masse popolari dal regime (evidenziato anche dai grandi scioperi del marzo 1943), condussero alla subitanea disgregazione dello Stato fascista dopo il 25 luglio, seguito, dopo i tormentati quarantacinque giorni del governo Badoglio, dall'Armistizio di Cassibile dell'8 settembre 1943. La catastrofe dello Stato nazionale e la rapida e aggressiva occupazione di gran parte dell'Italia da parte dell'esercito del Reich offrì alle forze politiche antifasciste, uscite dalla clandestinità, la possibilità di organizzare la lotta politico-militare contro l'occupante e il governo collaborazionista di Salò[10], subito costituito dalle autorità naziste intorno a Mussolini, liberato dalla prigionia sul Gran Sasso dai paracadutisti tedeschi, ed ai superstiti fascisti, decisi a riprendere la lotta a fianco della Germania e a vendicarsi dei "traditori" interni[11].

Resistenze [modifica]

Subito dopo l'armistizio dell'8 settembre, nonostante il disfacimento complessivo delle forze armate italiane in tutti i teatri operativi in patria ed all'estero, vi fu anche una breve "resistenza militare" ad opera di reparti del Regio Esercito, per ordine superiore, per scelta volontaria delle truppe (Divisione Acqui, distrutta nella tragica battaglia di Cefalonia) o per iniziativa di ufficiali a capo di formazioni dislocate neiBalcani e in Egeo (come Inigo Campioni e Luigi Mascherpa, protagonisti delle battaglie di Rodi e Lero). Inoltre si combatté l'unica vera e propria campagna condotta con successo dalle truppe italiane contro i tedeschi dopo l'8 settembre, la liberazione della Corsica. Da ricordare è anche la difesa di Porta San Paolo ad opera di formazioni dell'esercito affiancate dalla popolazione civile durante il breve tentativo di difendere Roma. Della "resistenza militare" fece parte anche la rete di informatori organizzata nella capitale dal colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo (il Fronte Militare Clandestino della Resistenza, FCMR); strettamente legata alla Monarchia e conservatrice, la struttura operò anche in polemica con le altre formazioni resistenziali ed ottenne qualche risultato, ma venne infine smantellata dai tedeschi e lo stesso Montezemolo fu catturato e ucciso[12].

La "resistenza militare", condotta da componenti delle Forze Armate, riconoscibili come personale in uniforme "sottoposto alla giurisdizione militare"[13], va comunque distinta dalla Resistenza propriamente detta, artefice della guerra partigiana, durante la quale i partigiani, volontari legati in gran parte alle formazioni politiche antifasciste, si impegnarono nella guerriglia in montagna e in collina, nel sabotaggio, nella lotta armata nelle città. Anche diversi militari sfuggiti alla cattura da parte dei tedeschi si unirono al movimento partigiano costituendo formazioni "autonome" (conosciuti anche come "azzurri" o "badogliani"[14]) come quelle capeggiate dagli ufficiali Enrico Martini ("Comandante Lampus" o "Mauri"), e Piero Balbo ("Comandante Nord"), il gruppo "Cinque Giornate" del colonnello Carlo Croce e l'Organizzazione Franchi, la struttura di sabotaggio e informazioni, strettamente legata ai servizi segreti britannici[15], costituita da Edgardo Sogno.

Infine artefici di un altro tipo di "resistenza" all'occupante tedesco ed al governo collaborazionista di Salò furono i soldati italiani catturati dopo l'8 settembre ed il collasso delle unità dell'esercito; su circa 800.000 prigionieri, solo 186.000 decisero di aderire al nuovo governo fascista per venire impiegati in prevalenza come ausiliari non combattenti, mentre oltre 600.000 soldati rifiutarono e vennero internati inGermania dove, con la denominazione di IMI, furono ridotti alla condizione di lavoratori servili, furono sottoposti ad un duro trattamento e subirono privazioni e violenze[16].

 

Creazione dei Comitati di Liberazione Nazionale[modifica]

 

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Comitato di Liberazione Nazionale.

 

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Bandiera delCLN

Fin dalla sera dell'8 settembre, poche ore dopo la comunicazione radiofonica del marescialloBadoglio, aRomasei esponenti politici dei partiti antifascisti, usciti dalla clandestinità a seguito del crollo del regime dopo il25 luglio, si riunirono e costituirono il primo "Comitato di Liberazione Nazionale" (CLN), struttura politico-militare che avrebbe caratterizzato la Resistenza italiana contro l'occupazione tedesca e le forze collaborazioniste fasciste dellaRepubblica di Salòin tutto il periodo della guerra di liberazione[18].

I sei componenti eranoIvanoe Bonomi,Alessandro Casati,Alcide De Gasperi,Mauro Scoccimarro,Pietro NennieUgo La Malfa; già l'indomani mattina Nenni ebbe un primo contatto telefonico con altri esponenti politici aMilanoe il12 settembreil politico socialista si recò nel capoluogo lombardo dove, nonostante il rifiuto diFerruccio Parridi assumere subito la guida delle formazioni antifasciste, venne a sua volta costituito un altro Comitato di Liberazione Nazionale che più tardi sarebbe diventato il coordinatore della guerra partigiana al nord con il nome di CLNAI ("Comitato di Liberazione nazionale Alta Italia")[19].

Nei giorni seguenti si moltiplicarono i Comitati di liberazione locali per organizzare la lotta armata nelle regioni occupate dai tedeschi: aTorino, aGenova, aPadovasotto la direzione diConcetto Marchesi,Silvio Trentin, edEgidio Meneghetti, aFirenzeconPiero Calamandrei,Giorgio La PiraeAdone Zoli. Entro l'11 settembrela struttura dei CLN era costituita e i comitati passarono rapidamente alla lotta armata ed alla clandestinità di fronte al rafforzarsi del potere politico militare delle forze tedesche e del nuovo Stato repubblicano fascista, mentre il15 settembreadAronai primi capi delle formazioni partigiane organizzate in montagna (Ettore Tibaldi,Vincenzo Moscatelli) e i rappresentanti dei CLN (Mario eCorrado Bonfantini, Aldo Denini, l'avvocato Menotti) si incontrarono per discutere dettagli organizzativi e strutture di comando[20].

Lo storicoPaolo Sprianoha illustrato tre caratteristiche fondamentali della Resistenza italiana presenti fin dal suo inizio e rimaste come elementi caratterizzanti per gran parte della sua storia. In primo luogo il movimento si formò e crebbe partendo praticamente dal nulla in una situazione politico-militare estremamente critica; in secondo luogo le circostanze del crollo del fascismo, scaturito da un azione autonoma di ristrette autorità di potere compromesse con il regime e senza una reale partecipazione popolare, e il drammatico dissolvimento dello stato dopo l'8 settembre, condussero ad un rifiuto da parte di gran parte del movimento resistenziale di ogni compromesso con le forze conservatrici raccolte intorno al re e al maresciallo Badoglio. Infine l'assenza, nel momento della costituzione, di un reale riconoscimento da parte alleata della Resistenza italiana e di conseguenza di una sua rappresentatività nelle strutture di comando alleate, a differenza di altri movimenti resistenziali europei[21]. Secondo le parole di Spriano: "le capitali della Resistenza non saranno né Algeri, né Londra, né Mosca, né Brindisi o Salerno, ma la macchia e le città della guerriglia e della cospirazione clandestina"[22].

Le formazioni partigiane[modifica]
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Vincenzo Moscatelli"Cino", commissario politico delleBrigate GaribaldidellaValsesia

In realtà mentre si costituivano i Comitati di Liberazione nelle varie città in cui si estendeva rapidamente l'occupazione tedesca, i primi gruppi di ribelli erano già in fase di organizzazione spontanea nelle regioni più impervie dell'Italia settentrionale e centrale, con collegamenti minimi con le strutture clandestine politiche cittadine a causa della confusione generale seguita all'8 settembre ed al totale fallimento delle gerarchie delRegio Esercito, che rifiutarono di organizzare unità volontarie per attaccare i tedeschi ed si arresero con i loro comandi senza combattere[23].

I primi raggruppamenti si costituirono nellePrealpie nel Preappennino per facilitare gli approvvigionamenti dalla pianura e per poter disporre di aree arretrate di sicurezza in alta montagna. Organizzati e comandati in un primo momento da giovani ufficiali inferiori e sottufficiali dell'esercito in dissoluzione, questi primi gruppi, costituiti da poche decine di elementi, vennero rafforzati dai primi capi politici che salirono in montagna per prendere parte alla lotta e organizzarla[24]. Nel tempo peraltro si assisterà ad una progressiva politicizzazione di molti ufficiali inferiori dell'esercito ed a una militarizzazione dei capi politici comunisti e azionisti, sempre più concentrati sull'organizzazione tecnica e sull'efficienza della guerra partigiana contro i nazifascisti[25].

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IlmaggioredegliAlpiniEnrico Martini"Mauri", comandante delle formazioni autonome delleLangheeMonferrato

Le motivazioni dei primi gruppi di partigiani, calcolati alla metà di settembre in appena 1.500 uomini[26], furono complesse e legate principalmente all'odio verso i tedeschi ed il fascismo, al rifiuto di accettare il disastro e l'umiliazione nazionale, alla fedeltà, presente in molti ufficiali, all'ordine costituito rappresentato dalla Monarchia, alla necessità di sottrarsi alla cattura ed alla deportazione, alla paura delle vendette dei fascisti, alle motivazioni politiche di palingenesi sociale degli elementi comunisti e azionisti ed infine anche a sentimenti di avventurosità giovanile. Importante fu inoltre il ruolo giocato dagli ufficiali inferioriAlpiniche, ritornati delusi e furenti contro i tedeschi ed ilRegimedallacampagna di Russiache era costata loro tante perdite[27], costituirono nuclei di comandanti combattivi ed esperti della guerra in montagna[28].

Elemento fondamentale di coesione tra i partigiani fu l'antifascismo, il rifiuto totale della disastrosa "guerra fascista" subalterna all'alleato tedesco; il disprezzo e la critica radicale alRegio Esercitoe soprattutto agli ufficiali superiori considerati inetti ed imbelli. In particolare tra le formazioni garibaldine comuniste e tra igiellistisi diffuse un netto rifiuto delle gerarchie militari compromesse con il fascismo, e di tutte le formalità di gradi, divise, ordini, rituali, tipici degli eserciti. La disciplina era basato soprattutto sulla coesione, sulle motivazioni e sull'autoconvincimento, mentre il soldo assegnato ai partigiani erano molto limitato ed uguale per tutti[29]. I capi delle formazioni partigiane venivano selezionati sul campo ed ottenevano ruolo e comando sulla base delle capacità mostrate e del consenso dal basso di tutti i membri combattenti delle formazioni con procedure completamente estranee alla rigida gerarchizzazione degli eserciti regolari, indipendentemente dal grado eventualmente posseduto in precedenza nel "disciolto" esercito[30]. Accanto al comandante militare tutte le formazioni partigiane, tranne i reparti autonomi, avevano un "commissario politico" con parità di grado, che condivideva la responsabilità operativa e assumeva soprattutto la funzione di rappresentante politico incaricato dell'istruzione e dell'assistenza morale e pratica dei combattenti[31]

Il rifiuto del "fallito" Regio Esercito da parte della grande maggioranza dei partigiani non permise una vera coesione morale tra i combattenti della Resistenza e i reparti dell'Esercito faticosamente costituiti al Sud per combattere a fianco degli Alleati, considerati dai partigiani, nonostante la retorica propagandistica dispiegata non solo dalle autorità regie ma anche dagli stessi partiti del CLN, modesti resti di un'istituzione completamente screditata[32].

Formazioni partigiane all'inizio della Resistenza[modifica]

Alla metà di settembre i nuclei più forti di partigiani erano nell'Italia settentrionale, circa 1.000 uomini, di cui 500 inPiemonte, mentre nell'Italia centrale erano presenti circa 500 combattenti, di cui 300 raggruppati nei settori montuosi diMarcheeAbruzzo[26].

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Dante Livio Bianco, comandante delle Brigate Giustizia e Libertà nellavalle Stura

InPiemontele formazioni si costituirono nelle valli alpine, specialmente nelle Alpi Marittime: In Val Pesio sorsero le formazioni autonome del capitano Cosa; in val Casotto iniziarono ad organizzarsi le efficienti formazioni autonome guidate dal maggiore degli AlpiniEnrico Martini"Mauri"; nelle colline diBovessalirono i reduci della IV Armata guidati daIgnazio Vian; in Valle Gesso si costitui la formazioneItalia Liberaper iniziativa diDuccio Galimberti,Dante Livio BiancoeBenedetto Dalmastroda cui nasceranno le formazioni deigiellisti[33]. Altre formazioni autonome si formarono in Val d'Ossola sotto la guida diAlfredoeAntonio Di Dio, fratelli e ufficiali effettivi, in val Strona conFilippo Beltrami, in val Toce conEugenio CefiseGiovanni Marcorae in val Chisone, guidati dal sergente alpinoMaggiorino Marcellin"Bluter"[34].

Le formazioni gielliste egaribaldine comunistesi organizzarono a Frise (unità gielliste con Luigi Ventre, Renzo Minetto,Giorgio Bocca, tutti ufficiali degli Alpini); a Centallo (autonomi e giellisti organizzati da altri tre ufficiali alpini tra cuiNuto Revelli), invalle Po, dove, sotto la guida diPompeo Colajanni"Barbato", ufficiale di cavalleria comunista, si organizzò una forte formazione garibaldina conGiancarlo Pajetta,Antonio Giolitti,Guastavo Comollo; in val Pellice (giellisti); nelBiellese(nuclei di comunisti con vecchi antifascisti come Guido Sola, Battista Santhià eFrancesco Moranino"Gemisto"); soprattutto inValsesiadove si costituirono le formazioni comuniste garibaldine guidate da combattenti prestigiosi come Vincenzo Moscatelli "Cino",Eraldo Gastone"Ciro" ePietro Secchia"Vineis", importante dirigente delPCI[35].

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Nuto Revelli, comandante delle Brigata Giustizia e Libertà "Carlo Rosselli" in valle Stura

Altri nuclei di partigiani si costituirono inLombardianel Varesotto, dove il colonnelloCarlo Croceorganizzò sul monte San Martino un gruppo di soldati sbandati; nellaValsassina, nelle valli bergamasche. NelVenetoe inFriulila situazione era ancor più confusa: nella provincia di Gorizia era attiva fin dal 1941 la crescente resistenza slovena. Si formarono numerosi gruppi cattolici tra cui quello di Mario Cincigh, e azionisti (conFermo Solarie Alberto Cosattini), mentre i comunisti, guidati da capi come Giovanni Calligaris,Mario Lizzero, Otello Modesti,Giovanni Padoan"Vanni" eFerdinando Mautino"Carlino" cominciarono a costituire le formazioni garibaldine che avrebbero poi dato vita alla Divisione Natisone.[36].

Nel resto dell'Italia occupata dai tedeschi si organizzarono altri gruppi inEmilia, inRomagna(guidati dal comunistaArrigo Boldrini), inToscana, sulpasso dei Giovie sulmonte Morello, inUmbria(con la partecipazione di ex-prigionieri slavi); nelleMarche, dove sotto la guida diSpartaco Perinialcune centinaia di uomini si radunarono alcolle San Marco; infine inAbruzzodove albosco Marteseconfluirono militari sbandati e volontari comunisti e giellisti[37], mentreEttore Troiloiniziò costituire la sua"banda Patrioti della Maiella"che il 5 dicembre 1943 avrebbe attraversato le linee del fronte entrando a far parte dello schieramento alleato e participando con distinzione a tutta la campagna d'Italia lungo il versante adriatico[38].

Fin dal novembre 1943 i comunisti costituirono a Milano la prima struttura organizzativa unificata: il comando generale delleBrigate GaribaldiconLuigi Longo, già dirigente delleBrigate InternazionaliinSpagna, come responsabile militare ePietro Secchia, ex operaio biellese e buon organizzatore, come commissario politico; i componenti iniziali del comando furono, oltre a Longo e Secchia,Antonio Roasio,Francesco Scotti,Umberto Massola,Antonio CicalinieAntonio Carini[39]. Le altre organizzazioni non costituirono comandi unificati ma si assistette comunque ad una proliferazione di Brigate, Divisioni e Gruppi di divisioni, in realtà costituite da poche migliaia di uomini e con strutture organiche rudimentali.

Crescita della Resistenza[modifica]

A novembre1943le forze partigiane erano salite a 3.800 uomini di cui 1.650 in Piemonte, in maggioranza ancora raggruppati in formazioni autonome sotto la guida di ufficiali inferiori come Vian (che verrà ucciso dai tedeschi nell'aprile1944), Dunchi, "Aceto", Marcellin, Superti, Beltrami e soprattutto Martini "Mauri". Crebbero però anche le formazioni politiche: i garibaldini, con Colajanni "Barbato", Moscatelli "Cino", Gastaldi "Bisagno", Mautino "Carlino", i giellisti con Bianco, Galimberti, Dalmastro, Agosti, i cattolici con i fratelli Di Dio e Mario Cencigh. In questa fase iniziale si precisarono subito i contrasti di impostazione generale presenti tra alcune componenti militari, legate alla Monarchia, e le formazioni partigiane legate ai partiti politici antifascisti; in collegamento con i propositi conservatori della dirigenza del Regno e con l'accordo delle potenze anglosassoni, sorsero quindi istanze a favore di una resistenza limitata al sabotaggio ed alla raccolta di informazioni in attesa dell'arrivo delle forze regolari alleate[40].

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Pompeo Colajanni"Barbato", ex ufficiale di cavalleria e comandante garibaldino invalle Po

Queste posizioni "attesiste", promosse inizialmente da "esperti" militari di alto grado, furono sostenute direttamente dal maresciallo Badoglio e dal Re, preoccupati dalla crescita del movimento partigiano, totalmente svincolato dal loro controllo. In realtà l'attesismo militare venne rapidamente messo da parte dopo i fallimenti nell'autunno 1943 dei comandi unificati guidati da generali dell'esercito nel Veneto e in Toscana e dopo l'ambiguo comportamento del generaleRaffaello Opertiin Piemonte. Le energiche iniziative dei dirigenti comunisti (tra cui Pietro Secchia) e azionisti, preoccupati per un possibile ritorno delle forze conservatrici, spinsero al contrario per un'intensificazione dell'attività partigiana e per un attivismo immediato, indipendentemente dalle difficoltà organizzative e operative, per favorire una crescita della Resistenza[41].

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Formazione partigiana in movimento durante la Resistenza

Malgrado le difficoltà, le divisioni e le prime massicce operazioni di repressione nazifasciste, le forze partigiane continuarono a sopravvivere e ad aumentare numericamente nei primi mesi del 1944, rafforzate costantemente anche dai molti giovani che salirono in montagna per sfuggire ai bandi di arruolamento forzato diramati dal maresciallo Graziani. A febbraio e a marzo 1944 la forza partigiana al nord raddoppiò di numero cite_note-42">[42]. I richiamati che non risposero al bando del maresciallo approvato da Mussolini e sollecitato dalle autorità tedesche, furono molto numerosi (in novembre 1943 su 186.000 coscritti si presentarono solo in 87.000), ma soprattutto furono molto elevati i casi di diserzione dopo l'arruolamento che salirono dal 9% di gennaio 1944 al 28% del dicembre nonostante il decreto delle autorità fasciste sui procedimenti di rigore e la pena di morte del 18 febbraio 1944 ed i successivi provvedimenti di clemenza del 18 aprile 1944 e del 28 ottobre 1944[43][44].

Al30 aprile1944, alcune fonti hanno calcolato che le forze della Resistenza ammontassero ormai a 20.000-25.000, considerando anche i GAP, i SAP e gli ausiliari, con una massa combattente in montagna di circa 12.600 uomini e donne, di cui 9.000 al nord e 3.600 al centro-sud. I garibaldini erano ora la maggioranza ed erano saliti a circa 5.800, con 3.500 autonomi, 2.600 giellisti e 700 cattolici[45].

Deve peraltro essere chiarito che solo una parte minoritaria dei componenti delle varie formazioni appartenevano effettivamente ai vari partiti politici[46]. Solo i capi e i dirigenti principali delle varie brigate e divisioni erano organicamente collegati ad una parte politica, mentre i singoli partigiani in generale non appartenevano ad alcun partito ed entravano nelle varie formazioni non solo per colleganza ideale, ma anche per emulazione, per convenienza pratica, sulla base della fama e dell'efficienza dei capi e dei reparti[47] Le rivalità tra le varie formazioni furono presenti, ma nella maggior parte dei casi si limitarono a conflitti sulla distribuzione dei reparti sul territorio, sulla divisione delle scarse risorse disponibili, sulla distribuzione dei materiali aviolanciati dagli alleati che preferirono rifornire con precedenza le formazioni autonome o moderate a scapito soprattutto dei garibaldini[48].

 

I partigiani[modifica]
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Luigi Longo, "Gallo", il comandante generale delle Brigate Garibaldi

Dotate di scarso equipaggiamento, le formazioni partigiane non adottavano divise, vestivano in modo disparato e utilizzavano fazzoletti colorati di riconoscimento: rossi nelle formazioni garibaldine, verdi nei reparti di Giustizia e Libertà, azzurri nei gruppi autonomi. Nell'ultimo anno la maggior parte dei gruppi partigiani adottò distintivi sui copricapi e nelle giubbe: la stella rossa per i garibaldini, lo scudetto con la fiaccola e le lettere G e L per i giellisti, le coccarde tricolori per gli autonomi[49]. Si cercò inoltre di standardizzare un vestiario comune basato su giacche a vento e pantaloni lunghi, si adottò un sistema di insegne di grado, semplice e poco appariscente[50]. Le armi e le munizioni non erano abbondanti; fornite dai lanci dagli aerei alleati o dal bottino catturato al nemico, consistevano principalmente neifucili e moschetti mod. 91, nei mitraMPtedeschi,MAB38italiani,Stenbritannici; raramente erano disponibilicarabine M1americane e mitraMarlinoThompson. Tra le armi di squadra erano disponibili mitragliatrici leggereBredae qualcheBren,mortai 81, mentre totalmente assenti erano le armi pesanti e le artiglierie[51].

Riguardo alla denominazione dei combattenti della Resistenza divenne presto popolare il termine, di origine medievale utilizzato dai condottieri e dalle milizie di un partito[52], "partigiani", connesso al concetto di difesa della propria terra ed anche con qualche richiamo al comunismo[53]. I vertici politici invece gli preferirono a livello ufficiale "volontari per la libertà", poiché "partigiani" fu respinto dai comunisti e dai democristiani, e destò perplessità negli azionisti (che al suo posto proposero il termine "patrioti")[54]. Altri termini più raramente adottati per designare i combattenti furono quelli di "ribelle", "fuori legge" ed anche "banditi", che era la denominazione usuale dei nazifascisti. In effetti "bande" furono inizialmente denominate le formazioni combattenti e solo più tardi si parlò di "brigate" e "divisioni", mentre tentativi propagandistici di costituire "corpi d'armata partigiani" non ebbero seguito[55].

Brigate e Divisioni[modifica]
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Pietro Secchia, commissario politico delleBrigate Garibaldidurante la Resistenza

Il comando generale delleBrigate Garibaldicomuniste, guidato da Longo e Secchia, organizzò in totale, durante la Resistenza, 575 formazioni, costituite da squadre, bande, battaglioni, brigate, divisioni e comandi territoriali di zona; a questi gruppi si aggiunsero nelle città gli uomini e le donne dei GAP e dei SAP; costituite intorno ad un nucleo di esperti e determinati comandanti comunisti, i garibaldini mostrarono impegno e combattività subendo il numero più alto di perdite tra tutte le formazioni della Resistenza[56]. I reparti garibaldini si organizzarono in Liguria (Brigate e poi Divisioni "Cichero", "Pinan-Cichero", "Vanni" e "Mingo"), in Piemonte (1ª Divisione "Leo Lanfranco" di Colajanni, Latilla e Modica, e le Divisioni "Gramsci", "Pajetta" e "Fratelli Varalli" di Gastone e Moscatelli), in Lombardia (Brigata "Redi" e Divisioni "Lombardia", coordinate daPietro Vergani, vicecomandante del CVL), in Veneto (Divisioni "Garemi", "Nanetti" e "Friuli-Natisone"), in Emilia (Divisione "Modena")[57].

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Sandro Pertini(nella foto) eGiuseppe Saragatfurono liberati dal carcere diRegina Coeligrazie a un'operazione delleBrigate Matteotti.

La più importante ed incruenta azione delle formazioni socialiste (Brigate Matteotti) avvenne il 25 gennaio 1944, e produsse l'evasione dal carcere diRegina CoelidiSandro PertinieGiuseppe Saragat, che erano stati catturati nell'ottobre del1943e condannati a morte. L'azione, organizzata daGiuliano Vassallicon l'aiuto diGiuseppe Gracceva,Massimo Severo Giannini,Filippo Lupis,Ugo Galae il medico del carcereAlfredo Monaco[58][59]ebbe successo grazie ad uno strategemma[60].

Anche gli azionisti, guidati da Ferruccio Parri, strutturarono le loroformazioni Giustizia e Libertàin brigate e divisioni (cosiddette "Divisioni Alpine Giustizia e Libertà"), coordinati da comandi regionali; le formazioni gielliste, reclutate con grande rigore, disciplinate e motivate subirono la maggiore percentuale di caduti in combattimento rispetto alle forze disponibili[61]. In Piemonte, regione con le formazioni partigiane più numerose e efficienti, venne anche costituito un "Comando militare regionale piemontese" (CMRP), affidato alla direzione del generaleAlessandro Trabucchi(rappresentante i reparti autonomi), diFrancesco Scotti(garibaldini), diDuccio Galimbertiper gli azionisti e diAndrea Camiaper i socialisti[62].

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Ferruccio Parri, "Maurizio", il comandante delle formazioniGiustizia e Libertà

LeFiamme Verdicattoliche costituirono brigate e divisioni attive soprattutto nel bresciano e nel bergamasco, tra cui le formazioni dei fratelli Di Dio coinvolte nei combattimenti nellaval d'Ossola. I gruppi autonomi si organizzarono in brigate e divisioni e ci furono anche gruppi di divisioni come il1º Gruppo Divisioni Alpinedel comandante "Lampus"/"Mauri", attivo nelleLanghee nelMonferratoe guidato da una serie di validi ufficiali come Bogliolo, Lulli, Ardù, Martinengo, Piero Balbo.

LeBrigate Osoppo, operanti soprattutto inFriulied inVeneto, vennero fondate adUdineil 24 dicembre 1943 e ragruppavano elementi volontari di ispirazione laica, liberale, socialista e cattolica già attivi dopo l'8 settembre nella Carnia e nel Friuli. Tale raggruppamento autonomo ebbe al comando Candido Grassi, "Verdi", Manlio Cencig "Mario", capitani del Regio Esercito Italiano e don Ascanio De Luca, già cappellano degli Alpini in Montenegro. Le formazioni Osoppo ebbe rapporti spesso conflittuali con i reparti garibaldini comunisti, furono in contrasto con le forze partigiane sloveno-jugoslave[63]e furono coinvolte, sullo sfondo di tali tensioni, anche nel tragico episodio dell'Eccidio di Porzûs, verificatosi il7 febbraio1945, il più grave episodio di conflittualità interna al movimento resistenziale. A marzo del 1945 gli osovani operavano con cinque divisioni[64].

Altre formazioni[modifica]

 

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Anarchici e Resistenza e Bandiera Rossa (movimento).

 

Operanti al di fuori delCLNma di qualche importanza, dal punto di vista militare,agivano formazioni partigiane anarchichelocali come leBrigate Bruzzi Malatestache talvoltamantenevano rapporti di interventoarmato con altre formazioni legate a Giustizia e Libertà e alPSIcome le Brigate Matteotti e alla formazione romana sempre diGiustizia e Libertàal comando diVincenzo Baldazzi. Dove gli anarchici non riuscirono a organizzare formazioni autonome confluirono nelle Brigate Garibaldi, come nel caso diEmilio Canzi, soprannominato ilcolonnello anarchicocomandante unico delle XIII zona operativa del piacentino[65].

Un'altra formazione non direttamente collegata al CLN fu il movimentoBandiera Rossa, operante principalmente aRomache ebbe 68 militanti fucilati allefosse Ardeatine, numero molto elevato (corrispondente a poco meno di un quinto del totale degli uccisi);[66]questo gruppo era numericamente la più forte formazione partigiana attiva nella capitale, ufficialmente costituita da almeno 1.185 miliziani[67]. I partigiani di Bandiera Rossa Roma agivano spesso in cooperazione con i militanti della "banda del Gobbo"; il "Gobbo" era legato politicamente ai socialisti, direttamente con Pietro Nenni.

Inoltre ancora al di fuori del CLN (mantenendo o meno collegamenti per questioni operative) per quanto riguarda i partigiani anarchici agivanomolte formazioni libertarieche operavano nell'alta Toscana come ilBattaglione Lucettie laElio Lunense[68], ad esempio, e diverse formazioni autonomeSAPdi indirizzo libertario operavano aGenovae nel ponente ligure. A Genova l'inizio armato delle ostilità verso inazifascistiè da ascrivere probabilmente ad un gruppo ancora non organizzato dicomunisti anarchici di Sestri[69]

Combattenti stranieri[modifica]

Alla lotta partigiana in Italia aderirono anche alcuni gruppi di disertori tedeschi, il cui numero è difficile da valutare in quanto, per evitare rappresaglie contro le loro famiglie residenti in Germania, usavano nomi fittizi e spesso venivano considerati dai loro reparti d'origine comedispersie nondisertoriper una questione di propaganda. Un caso emblematico di adesione alla lotta partigiana è quello del capitanoRudolf Jacobs. In certe zone vi fu anche la presenza, notevole, di soldatisovieticipassati con i partigiani dopo la fuga dai campi di prigionia. Combattenti valorosi furonoFëdor Andrianovič Poletaev,Nikolaj Bujanov, Danijl Varfolomeevic Avdveev, il “Comandante Daniel”[70], tutti decorati conmedaglia d'oro al valor militare[71]. Il numero dei partigiani sovietici è stimabile con cifra di 5.000/5.500, di cui oltre 700 in Piemonte[72]. Infine anche combattenti slavi presero il comando di alcune importanti formazioni partigiane durante la Resistenza: lo slovenoAnton Ukmar"Miro" (nato aProsecco, nel comune diTrieste) comandò la divisione garibaldina "Cichero", mentre il serbo Grga Čupić "Boro" guidò la divisione "Mingo" in Liguria[73].

I GAP e le SAP[modifica]

Contemporaneamente alla costituzione delle prime "bande" partigiane nelle montagne, si organizzarono, soprattutto per iniziativa dei comunisti, nuclei di militanti della Resistenza in azione in piccoli gruppi nelle grandi città dominate dai nazifascisti per diffondere l'insicurezza, la paura ed il terrore tra i nemici[74]. Organizzati in piccole cellule di tre-quattro elementi i GAP ("Gruppi di azione patriottica") e comandati sovente da veterani che avevano già combattuto in Spagna contro il fascismo; i GAP seguivano rigide regole di compartimentazione, operavano isolati e dimostrarono grande determinazione, coraggio e forte motivazione. Gli attentati, diretti contro importanti personalità fasciste o naziste, contro ufficiali, o contro ritrovi e locali frequentati dalle truppe occupanti, miravano anche a provocare i nazifascisti, ad innescare la rappresaglia ed a accentuare l'odio e la vendetta. Oltre ai GAP inoltre si costituirono nelle fabbriche, con funzioni di sabotaggio e controllo, i SAP ("Squadre di azione patriottica"), una vera e propria milizia clandestina di fabbrica con l'obiettivo di rendere più ampia possibile la partecipazione popolare al momento insurrezionale.[75].

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Giovanni Pesce"Visone", principale militante dei GAP a Milano

I GAP furono attivi a Torino, guidati prima daAteo Garemie poi dall'abileGiovanni Pesce"Visone"; in questa città furono uccisi nel novembre 1943 il fascista Vassallo e il seniore della milizia Domenico Giardina. Dopo la cattura e la fucilazione di Garemi, Pesce eIlio Barontini"Dario" (già impegnato in Spagna ed inEtiopiaper organizzare la resistenza abissina insieme aFrancesco Scotti[76]e coordinatore dei GAP a Bologna) riorganizzarono i GAP nel capoluogo piemontese. Il 5 gennaio 1944 "Visone" riuscì ad uccidere da solo quattro ufficiali tedeschi dentro un ristorante[77]ed il 3 marzo 1944 colpì a morteAther Capelli, direttore della "Gazzetta del Popolo"[78]. A Milano, i militanti dei GAP furono più numerosi guidati daEgisto Rubinie Italo Busetto; dopo un primo attentato il 2 ottobre 1943, il 18 dicembre tre gappisti riuscirono a uccidereAldo Resega, federale del capoluogo lombardo, fuggendo in bicicletta[79].

Altri nuclei clandestini si organizzarono a Bologna, con Ilio Barontini; a Genova, guidati daGiacomo Buranelloe a Firenze, dove il gruppo diAlessandro SinigagliaeBruno Fanciullacciuccise il 1° dicembre 1943 il colonnello Gino Gobbi. Anche a Roma si attivarono nuclei gappisti, reclutati soprattutto nell'ambiente universitario; nonostante il fallimento di un attentato dinamitardo al teatro Adriano il 1° ottobre 1943 contro il maresciallo Graziani e il generale Stahel, i militanti, tra cuiAntonello Trombadori,Carlo Salinari,Rosario Bentivegna,Franco Calamandrei,Carla Capponi, portarono a termine numerose azioni cruente con cariche esplosive contro reparti tedeschi o in locali e alberghi frequentati dai nazifascisti[80].

Le perdite tra i GAP furono pesanti di fronte alla dura repressione degli apparati nazifascisti: a Torino furono catturati e uccisiGiuseppe BravineDante Di Nanni, a Firenze venne colpito a morte in un conflitto a fuoco Alessandro Sinigaglia, a Genova cadde Giacomo Buranello, i nuclei di Milano e Roma subirono altre perdite, nelle prigioni di via Tasso vennero raccolti e spesso torturati i combattenti della Resistenza catturati[81]. Inoltre gli attentati, scatenando le violente rappresaglie nazifasciste su ostaggi e popolazione, suscitarono perplessità tra i moderati e critiche da parte del clero cattolico. Il 23 marzo 1944 ebbe luogo, per azione di Bentivegna, Calamandrei e Capponi, il sanguinosoattentato di via Rasellacontro un reparto tedesco, che provocò l'immediata e spietatarappresaglia delle Fosse Ardeatine[82].

Il 15 aprile venne ucciso a Firenze da un nucleo dei GAP guidato da Bruno Fanciullacci, il filosofoGiovanni Gentile; anche questo episodio diede luogo a polemiche e critiche. Gentile aveva pienamente aderito alla RSI, era diventato presidente dell'Accademia d'Italia e con i suoi scritti e la sua statura intellettuale aveva giustificato le violenze e la repressione contro la Resistenza[83][84]Nonostante queste difficoltà e l'accentuarsi della repressione durante il duro inverno del 1944, i gappisti non rinunciarono alle loro pericolose azioni: il17 luglio1944 un gruppo costituito da sei partigiani guidati daAldo Petacchiassaltò il carcere diVeronae riuscì a liberare, dopo un violento conflitto a fuoco in cui morirono due gappisti, il dirigente comunistaGiovanni Roveda[85]. I GAP continuarono a colpire le autorità e gli apparati del nemico fino ai giorni della Liberazione.

Comandi e comitati di vertice[modifica]
IL CLNAI[modifica]
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Alfredo Pizzoni, presidente del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI)

Anche a Milano fin dai giorni di settembre era stato costituito un Comitato di Liberazione Nazionale che assunse subito grande importanza, i dirigenti del CLN di Roma guidato da Bonomi riconobbero a gennaio1944la necessità di un coordinamento della lotta partigiana al nord e quindi vennero delegati al comitato di Milano tutti i poteri politico-militari per l'Alta Italia, nonostante qualche divergenza con il comitato di Torino. Diretto dall'indipendenteAlfredo Pizzoni("Longhi"), il comitato milanese si trasformò in CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) e per il resto della Resistenza guidò con efficacia la lotta partigiana nel cuore della Repubblica Sociale e dell'apparato militare tedesco[86].

I componenti iniziali del CLNAI furono: i liberaliGiustino Arpesanie Casagrande, i comunistiGirolamo Li CausieGiuseppe Dozza, gli azionisti Albasini Scrosati eFerruccio Parri, i socialisti Veratti (poi deceduto) e Viotto, i democristiani Casò eEnrico Falck. Successivamente la composizione mutò: si aggiunsero i liberali Anton Dante Coda e Filippo Jacini; tra i comunisti, Dozza si recò in Emilia e a Li Causi si aggiunseroEmilio SerenieLuigi Longoche poi passò al CVL; tra gli azionisti, Parri passò al CVL e ad Albasini si aggiunseroRiccardo LombardieLeo Valiani; tra i socialisti si aggiunsero Marzola,Sandro Pertini,Rodolfo Morandi; tra i democristiani, Casò fu sostituito daAchille Marazzaa cui si aggiunse anche Augusto De Gasperi. La presidenza del CLNAI restò a Pizzoni sino alla Liberazione; il 27 aprile 1945 al suo posto subentrò il socialista Morandi.

Il ruolo del CLNAI crebbe di importanza durante la guerra; dopo la delega dei poteri al nord ottenuta dal CLN di Roma il 31 gennaio 1944, finalmente il26 dicembre1944 anche il governo di unità nazionale di Bonomi affidò i poteri di direzione nell'alta Italia al CLNAI, che quindi di fatto assunse il ruolo di "terzo governo" o "governo ombra " nei territori occupati[87].

Organizzato come un "governo straordinario del Nord", il CLNAI riuscì a mantenere la coesione tra le diverse posizioni politiche, mantenne i rapporti, a volte difficili, con gli Alleati, si occupò del problema del finanziamento della guerra partigiana (compiti assunti soprattutto da Pizzoni e Falck) attraverso reti di collegamento con laSvizzera; inoltre concluse anche accordi di collaborazione con la Resistenza francese e jugoslava[88].

Il CVL[modifica]

Alla metà del 1944 le forze politiche della Resistenza e il CLNAI presero la decisione, inizialmente su proposta di Longo, di creare una nuova struttura militare unificata di tutte le forze partigiane combattenti; il19 giugnoil CLNAI decretò la costituzione di un comando generale militare per l'alta Italia, a capo del cosiddettoCorpo Volontari della Libertà(CVL), ovvero il complesso dei reparti partigiani attivi. Il nuovo comando, ufficialmente costituito a partire dal1 luglio1944, venne suddiviso in quattro sezioni: operativa (comprendente a sua volta gli uffici operazioni, informazioni, propaganda e aviorifornimenti), sabotaggio, mobilitazione e servizi[89]. La cosiddetta politica dell'unificazione si impose solo dopo notevoli contrasti tra le forze politiche del CLN.

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Il generaleRaffaele Cadorna, comandante generale delCVL

Dopo il ritorno diPalmiro Togliattiin Italia il 27 marzo 1944 e la sorprendente "svolta di Salerno" illustrata dal segretario generale, che indicava la necessità di costituire un governo di unità nazionale (poi costituito il 22 aprile) e di concentrarsi nella lotta di liberazione rinviando le questioni costituzionali e politiche al dopoguerra[90], i comunisti proposero l'unificazione delle forze della Resistenza, sperando in questo modo di porre le basi per la trasformazione dei partigiani in un esercito regolare da integrare con quello del sud. Gli azionisti invece, che aderirono solo con grande riluttanza alle proposte togliattiane, miravano alla costituzione di un braccio politico-militare a disposizione del CLN inteso come nuovo "governo democratico", mentre i socialisti furono apertamente critici, temendo un ritorno delle gerarchie reazionarie. A livello delle formazioni combattenti, i partigiani garibaldini e giellisti si mostrarono in gran parte scettici, aderirono solo formalmente all'iniziativa e mantennero ufficiosamente le vecchie denominazioni, salvaguardando le loro tradizioni e i loro rituali[91].

Sorse quindi il problema della scelta del capo del comitato generale del CVL. Il CLNAI propose al generale Alexander l'invio al nord del generaleRaffaele Cadornacome consigliere militare, e, dopo il consenso alleato, il generale arrivò al nord lanciandosi con il paracadute nel bergamasco, quindi, dopo essersi trattenuto tra leFiamme Verdidel bresciano, raggiunse Milano. Dopo una serie di contrasti e di polemiche sul ruolo effettivo riservato al generale, anche a causa delle manovre diEdgardo Sognodirette ad organizzare un rigido controllo dei moderati e degli alleati sulle forze partigiane, si giunse ad un compromesso. Il generale Cadorna divenne ufficialmente il comandante del CVL con poteri limitati, membri aggiunti del comando furono designati il liberale Mario Argenton e il democristianoEnrico Mattei, ma la direzione reale della guerra partigiana rimase nelle mani dei due vice-comandanti Luigi Longo "Gallo" e Ferruccio Parri "Maurizio" che mantennero saldamente il controllo delle formazioni più numerose, efficienti e combattive garibaldine e gielliste[92].

Nell'inverno 1944 finalmente il CLNAI e il CVL ottennero un riconoscimento ufficiale dagli Alleati; il 14 novembre una delegazione della Resistenza, formata da Parri, Pajetta, Sogno e Pizzoni, raggiunse (viaLugano-Lione) Roma per incontrarsi con i comandanti alleati, diffidenti delle forze partigiane e timorose di un predominio comunista all'interno del movimento resistenziale. A partire dal 23 novembre aCasertasi svolsero i difficili colloqui tra le due delegazioni guidate da Parri e dal generale britannicoHenry Maitland Wilson, comandante supremo alleato del fronte Mediterraneo. Dopo alcuni contrasti e alcuni chiarimenti, il generale Wilson, avendo ottenuto garanzie sul passaggio immediato di poteri nelle zone liberate alle autorità alleate e sulla consegna delle armi, firmò il7 dicembreil patto con le forze della Resistenza, riconoscendone l'autorità al nord, garantendo finanziamenti e rifornimenti, programmando la collaborazione operativa. I delegati del CLNAI fecero quindi ritorno a Milano, mentre Giancarlo Pajetta rimase a Roma come rappresentante della Resistenza[93].

Guerra partigiana[modifica]

 

« Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra costituzione. »
(Piero Calamandrei, Discorso ai giovani sulla Costituzione nata dalla Resistenza. Milano, 26 gennaio 1955)

 

Esordi partigiani e le insurrezioni al sud[modifica]

 

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Quattro giornate di Napoli.

 

Le prime esperienze del movimento partigiano nelle settimane dopo l'8 settembre 1943 furono dolorose e difficili, di fronte alla potenza dell'apparato militare germanico ed ai metodi repressivi spietati dell'invasore: la "Brigata Proletaria", costituita dagli operai diMonfalconeguidati daOstelio Modesti, organizzarono, in cooperazione con reparti della resistenza slovena, unaaspra difesa a Goriziama vennero infine dispersi dall'intervento di una divisione di fanteria tedesca[94]; aMeinasullago Maggioresi verificarono le prime deportazioni e le prime uccisioni di ebrei; aBovesi repartiWaffen-SS, durante un rastrellamento alla caccia del gruppo ribelle diIgnazio Vian, dispersero i partigiani, distrussero il villaggio e uccisero sommariamente alcune decine di civili; sulmonte San Martino, il gruppo del colonnello Carlo Croce "Giustizia", attestato su posizioni fisse in attesa del nemico, accettò lo scontro diretto e venne facilmente sbaragliato il 13 novembre dalle colonne tedesche[95].

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Insorti durante lequattro giornate di Napoli

Nonostante le infelici esperienze iniziali il movimento partigiano tuttavia continuò ad esistere, crebbe di numero, iniziò ad organizzarsi grazie all'apporto dei primi comandanti politici direttamente collegati con i CLN e operò le opportune scelte tattiche, fondate sullo stanziamento in montagna, sulla mobilità e sulla guerriglia, evitando scontri diretti convenzionali contro le superiori forze nazifasciste.

Mentre nel nord e centro Italia si costituivano ed entravano in azione le prime formazioni partigiane, le operazioni alleate al sud proseguivano con una certa difficoltà di fronte all'efficace resistenza delle truppe tedesche. L'avanzata angloamericana e la metodica ritirata tedesca verso le posizioni predisposte dellaLinea Gustav, iniziata il 19 settembre, innescarono una serie di ribellioni spontanee da parte delle popolazioni meridionali che, prive di collegamenti organici con il movimento politico della Resistenza e poco organizzate, tuttavia intralciarono i nazifascisti e provocarono violente reazioni repressive sui civili. La prima insurrezione cittadina ebbe luogo aMateradal 21 settembre e terminò con successo dopo l'arrivo delle truppe alleate; il 27 settembre ebbero inizio lequattro giornate di Napoli, una ribellione confusa, spontanea e disorganizzata che infastidì i tedeschi senza tuttavia impedirne le rappresaglie sistematiche (che si prolungarono fino ai primi di ottobre durante l'insurrezione diNola) e la ritirata strategica[96].

Altri nuclei consistenti di resistenza e ribellione al sud contro le forze occupanti tedesche ed il fascismo repubblicano si organizzarono inAbruzzoe nelPiceno. Nellaprovincia di Teramoil raduno di ribelli nel bosco Martese, guidato da capi come i fratelli Rodomonte e Armando Ammazzalorso, venne disperso dalle truppe tedesche, ma i superstiti si riorganizzarono e iniziarono la guerriglia, mentre nella provincia diAscoli, sul colle San Marco, il concentramento partigiano guidato da Spartaco Perini venne distrutto dopo un duro scontro il3 ottobre. Il 5 ottobre ebbe inizio invece la sfortunata insurrezione diLancianoche venne sedata con brutale violenza dalle truppe tedesche[97].

Repressioni e rappresaglie[modifica]

Tra dicembre 1943 e gennaio 1944 le forze tedesche organizzarono le prime massicce operazioni di repressione antipartigiana al nord, sostenute dai reparti fascisti di Salò e caratterizzate da grande determinazione e da metodi intimidatori e terroristici anche nei confronti dei civili[98]: le truppe della Wehrmacht, addestrate e ben organizzate, ritornarono dal 28 dicembre a Boves dove gli autonomi di Ignazio Vian furono dispersi; solo il comandante e 40 uomini trovarono rifugio in valle Peiso. Dopo nuovi successi nella val Gesso e nella val Maira, i tedeschi trovarono grosse difficoltà in val Grana, dove i giellisti della brigata "Italia libera" di Duccio Galimberti e Livio Bianco si batterono con notevole abilità e mantennero la coesione sfuggendo alla distruzione; dopo una serie di scontri i partigiani ripiegarono aParalupdove si riorganizzarono[99].

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Il comandante garibaldinoFelice Cascione, medico e capo dei partigiani nei monti sopraImperia, ucciso in azione il27 gennaio1944 adAlto.

Anche nella provincia delmonte Rosai garibaldini di Gastone e Moscatelli evitarono la disfatta e contennero l'offensiva tedesca rimanendo uniti e combattivi. Finì invece in un disastro la battaglia diMegolodel 13 febbraio 1944 dove il comandanteFilippo Beltrami, preferì lo scontro frontale contro i nemici senza ripiegare. I partigiani vennero sbaragliati con pesanti perdite e caddero sul campo lo stesso Beltrami, il monarchicoAntonio Di Dioed i comunistiGaspare PajettaeGianni Citterio[100].

NelFriulile operazioni di repressione tedesche in gennaio furono particolarmente massicce contro i garibaldini della brigata Friuli; il comandanteGiacinto Calligaris"Enrico" venne ucciso e la formazione venne praticamente distrutta, mentre le forze tedesche dispiegarono metodi di lotta violenti e costellati di devastazioni e rappresaglie. I partigiani superstiti riuscirono tuttavia a ripiegare dietro l'Isonzoe ben presto cominciar

ono a riorganizzarsi entrando in collegamento con le forti unità della Resistenza slovena che già nel settembre 1943 erano penetrate nella regione abbandonandosi a violente vendette sulla popolazione italiana prima di essere respinte dai tedeschi[101]. Questi primi mesi della Resistenza furono molto duri per i partigiani che ancora poco organizzati, quasi privi di armi e munizioni, non sostenuti dagli Alleati, dovettero affrontare una vera lotta per la sopravvivenza[102]. In Liguria i garibaldini della brigata "Cichero" sfuggirono alla distruzione ma adAlto, sulle montagne sopraImperia, venne ucciso il27 gennaioFelice Cascione, medico e comandante dei partigiani della zona; in Piemonte "Barbato" riuscì a salvare pochi decine di uomini in un rifugio sotto ilMonviso[103].

Nonostante le difficoltà concrete e lo scarso interesse delle potenze alleate per la lotta partigiana, manifestato francamente a Parri dai capi dei servizi anglo-americani in Svizzera (il britannico John McCaffery e lo statunitense Allen Dulles) in un incontro il 3 novembre 1943, la Resistenza riuscì a sopravvivere durante l'inverno ed a svilupparsi qualitativamente e quantitativamente principalmemte grazie alla favorevole situazione generale sui fronti di guerra che faceva prevedere un crollo delTerzo Reich, all'afflusso dei giovani renitenti alle leve della Repubblica di Salò che, pur creando problemi di coesione e di organizzazione alle vecchie e sperimentate formazioni, permisero un aumento numerico imponente dei combattenti, ed anche alla crescente ostilità della popolazione ed in particolare della classe operaia verso il regime fascista e l'occupante tedesco[104].

Gli scioperi generali dal 1 al8 marzo1944, promossi soprattutto dai comunisti, a cui presero parte oltre 500.000 lavoratori del nord, si conclusero con un successo politico per le forze antifasciste nonostante alcuni fallimenti locali ed i limitati risultati pratici raggiunti; le autorità nazifasciste, a dispetto della violenta repressione, non riuscirono a fermare le manifestazioni e persero ulteriore credibilità nei confronti della popolazione mentre divenne evidente la crescente influenza delle forze politiche di sinistra e l'ostilità della classe operaia verso le ambigue politiche sociali della Repubblica di Salò[105].

 

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