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favole e racconti

FAVOLE ERACCONTI IL VIAGGIO DI MIKI E MORRY

21 Gennaio 2026, 20:05pm

Pubblicato da Miki Pappacoda

Trastevere

di Miki Pappacoda Era una giornata di primavera a Roma, e Michele e Morena, una coppia di amici, decisero di esplorare la città in carrozzina. Avevano sentito parlare del Colisseo e del Foro Romano, e non potevano aspettare di vederli con i loro occhi.

Mentre si muovevano per le strade strette e storiche, la gente si fermava a guardarli con curiosità. Alcuni sorridevano, altri si offrivano di aiutarli. Michele e Morena si sentivano come due esploratori in una terra sconosciuta.

Arrivati al Colisseo, rimasero senza fiato. La maestosità dell'antico anfiteatro li lasciò senza parole. Decisero di fare una pausa e sedersi a un caffè lì vicino, per godersi il panorama e riflettere sulla storia che li circondava.

Dopo un po', continuarono il loro viaggio, scoprendo angoli nascosti e storie segrete di Roma. La città, con la sua bellezza e la sua storia, li aveva conquistati. 

collezione privata quadro - Santa Maria in Trastevere - Giuseppe Ferrara |  PitturiAmo® APS😂 Ahah, vuoi dire "la bottella"! 😊

Ok, ok, Michele e Morena continuano il loro viaggio in carrozzina, e mentre esplorano le strade di Roma, trovano una vecchia bottella di vino nascosta in un angolo. La bottella è coperta di polvere e ha un aspetto misterioso.

Michele, curioso, decide di aprirla e... sorpresa! Dentro la bottella c'è un vecchio biglietto con un messaggio scritto a mano:

"Per chi trova questo messaggio, un consiglio: vai a Trastevere, al bar più antico del quartiere. Chiedi di 'La Notte di Stella'. Ti aspettano."

Mappa di Roma da colorare - Pinta y PintoMichele e Morena decidono di seguire il messaggio e si dirigono a Trastevere, un quartiere pieno di vita e di storia. Dopo un po' di ricerche, trovano il bar più antico del quartiere, un locale piccolo e accogliente con un'aria di altri tempi.

Entrano e si avvicinano al bancone, dove un barista con un sorriso caloroso li accoglie.

Immagini Stock - Vista Panoramica Della Città Di Tipico Vicolo Stretto A  Trastevere, Roma, Italia. Marcatori Di Foto. Image 81115654"Cosa posso fare per voi?" chiede.

Michele mostra il biglietto e dice: "Abbiamo trovato questo messaggio in una bottella. Ci hanno detto di chiedere di 'La Notte di Stella'..."

Il barista sorride e annuisce. "Ah, sì! La Notte di Stella è una festa speciale che si tiene qui a Trastevere. È una notte di musica, di cibo e di magia. Ma c'è qualcosa di più..."

Il barista si avvicina e abbassa la voce. "C'è una persona che vi aspetta. Una persona che ha aspettato a lungo."

Michele e Morena si guardano, sempre più curiosi. Chi potrebbe essere?

70 Trastevere Illustrazioni stock, grafiche vettoriali royalty-free e clip  art - iStock | Roma, Rome, Piazza navonaIl barista si alza e dice: "Seguitemi."

Li porta in una stanza segreta dietro il bar, dove una donna con gli occhi brillanti li aspetta. "Benvenuti, amici," dice. "Sono Stella."

Morena e Michele si guardano negli occhi, intrigati. Cosa significa questo messaggio? E cosa troveranno a Trastevere? 

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FAVOLE E RACCONTI SOGNO AD AMALFI

21 Gennaio 2026, 19:38pm

Pubblicato da Miki Pappacoda

DIPINTI COSTIERA AMALFITANA - La carta di Amalfi - Carta di Amalfi per  partecipazioni matrimonio e arte

DI MIKI PAPPACODA Era una sera di luglio, il sole stava tramontando sulla costa amalfitana, tingendo il cielo di rosa e arancio. Amalfi, la perla del Mediterraneo, si stendeva ai piedi della montagna, con le sue case colorate e le strade strette e tortuose.

Mi trovavo lì per caso, dopo aver perso l'autobus per Positano. Mentre camminavo lungo la spiaggia, sentii il profumo di limone e il suono delle onde che si infrangevano sulla riva. Mi fermai a guardare il mare, ipnotizzato dalla bellezza del luogo.

Maintenance Page - Ceramica artistica italiana Ceramiche Il Ninfeo di Amalfi  Ceramica tradizione italiana Costiera AmalfitanaImprovvisamente, una ragazza con i capelli neri e gli occhi verdi mi si avvicinò. "Vuoi bere un caffè con me?" mi chiese, sorridendo. Non conoscevo il suo nome, ma qualcosa in lei mi fece annuire.

Ci sedemmo in un bar sulla spiaggia, e lei mi raccontò la storia di Amalfi, delle sue tradizioni e delle sue leggende. Mi parlò del duomo, della sua architettura bizantina e della sua storia millenaria.

Mentre il sole scompariva all'orizzonte, la ragazza mi prese la mano e mi disse: "Vieni, ti mostro qualcosa di speciale". Mi portò in un giardino segreto, pieno di limoni e aranci, e mi mostrò il mare che si stendeva ai nostri piedi.

Limoni profumi di Amalfi di Athos Faccincani – Galleria RaffaelloIn quel momento, capii che Amalfi era più di un semplice luogo, era un sogno, un'atmosfera, un sentimento. E la ragazza, con i suoi occhi verdi e il suo sorriso, era la personificazione di quel sogno.

Non so cosa sia successo dopo, se ci siamo persi di vista o se la nostra storia è ancora da scrivere. Ma so che Amalfi mi ha lasciato un segno, un ricordo indelebile di una sera d'estate, di un incontro fortuito e di un amore che forse non finirà mai.

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FAVOLE E RACCONTI LA RAGAZZA E IL TEMPORALE

21 Gennaio 2026, 19:27pm

Pubblicato da Miki Pappacoda

Una Donna in Impermeabile Cammina Sotto Un Ombrello Giallo Durante Un Temporale  E Una Pioggia Di Fulmini. Illustrazione Vettoriale - Illustrazione di  pedone, grafico: 192056248

DI MICHELE PAPPACODA Era una notte buia e tempestosa, il vento ululava tra le strade deserte del paese. Io ero l'unico sveglio, a parte il vecchio orologio della torre che ticchettava con ritmo costante.

Improvvisamente, sentii un rumore alla porta. Era un bussare leggero, quasi timido. Mi alzai per andare ad aprire, e sulla soglia trovai una ragazza con gli occhi verdi e i capelli neri, bagnati dalla pioggia.

"Posso entrare?" chiese, con una voce appena udibile.

La feci entrare, e mentre si scaldava vicino al camino, mi raccontò la sua storia. Era una storia di amore e di perdita, di sogni e di speranze.

Mentre ascoltavo, il tempo sembrava essersi fermato. La pioggia continuava a cadere fuori, ma dentro c'era solo il calore del fuoco e la sua voce.

Vuoi che continui o basta così? 😊

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RAVELLO E SCALA NEWS Ravello, Giovanni Esposito e Susy Del Giudice ospiti all'auditorium Oscar Niemeyer per presentare il film "Nero"

2 Gennaio 2026, 15:33pm

Pubblicato da Miki Pappacoda

A CURA DA MIKI PAPPACODA Lunedì 5 gennaio, alle ore 18, il regista e attore Giovanni Esposito e la carismatica Susy Del Giudice saranno ospiti all'auditorium Oscar Niemeyer di Ravello, in dialogo con Remigio Truocchio, per presentare al pubblico in sala il film "Nero". Al termine dell'incontro sarà proiettata la pellicola, che vede Esposito nella doppia veste di regista ed interprete: un racconto molto toccante, capace di emozionare profondamente. Nero, piccolo criminale di periferia, scopre per caso di avere un potere miracoloso: può guarire le persone, ma a ogni guarigione perde un senso. Fino a che punto sarà disposto a sacrificarsi per salvare gli altri?L'appuntamento rientra nella rassegna "Il Cinema a Ravello" a cura di Cineventi, in collaborazione con il Comune di Ravello ed il sostegno della Fondazione Ravello, in programma fino all'1 febbraio prossimo, con un calendario disponibile al link https://www.cineventi.it/il-cinema-a-ravello fonte Il Vescovado

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FAVOLE E RACCONTI Il Brutto Anatroccolo

25 Maggio 2025, 13:30pm

Pubblicato da Miki Pappacoda

Il brutto anatroccolo - Raffaello Ragazzi

 A CURA DI MICHELE PAPPACODA C'era una volta un anatroccolo, così brutto, ma così brutto, che tutti lo schivavano, compresi i suoi fratelli. Già la sua nascita era stata un problema. Infatti le uova covate da mamma anitra si erano schiuse tutte da un bel po', mentre quella che conteneva lui non voleva saperne di aprirsi.

"Non viene alcun segno di vita, da quest'uovo", pensava malinconicamente mamma anitra, incerta se dedicarsi a educare i suoi figli, ormai abbastanza saldi sulle loro zampette, o se insistere invece nell'impresa, e proseguire a covare quell'ultimo uovo.

Ma le madri, si sa, non rinunciano mai alla speranza: così essa rimase nel nido, nonostante le altre anitre le consigliassero di rassegnarsi e di abbandonare quell'uovo al suo destino.

"È tempo perso", le dicevano.

"E se non lo fosse?", lei rispondeva.

La sua ostinazione e il suo amore ebbero ragione. Alla fine il guscio prese a incrinarsi, si ruppe, ne uscì una strana creatura. Strana a cominciare dal colore delle sue piume, che erano nere: e non s'era mai visto un anatroccolo con le piume nere.

"Dev'essere un incrocio di tacchino", sentenziarono le anitre adulte, con mille sottintesi di cattiveria.

Però mamma anitra sapeva il fatto suo. Chi mai poteva convincerla di non aver fatto le cose per bene? Perciò disse forte che quest'ultimo nato non solo non le dispiaceva per nulla, ma si sentiva di amarlo ancora di più.

"E poi, perché dovrebbe essere brutto?", lo difendeva. "Non è detto che lo dobbiamo considerare brutto per il solo fatto che è diverso da noi, dai suoi fratelli".

Ma proprio i suoi fratelli si dimostrarono subito di opinione diversa.

"Non lo vogliamo con noi. Ci fa perdere il credito. Per carità, portalo da qualche parte, in modo che non torni più qui".

E siccome gli anatroccoli belli sanno essere cattivi, gli si avventarono contro e cominciarono a prenderlo a beccate sulla testa.

Il Brutto Anatroccolo - Le anatre si addestrano al voloPoi, per darsi delle arie, si tuffarono nello stagno dove si stavano addestrando al nuoto, per dimostrargli quanto fossero bravi. Anche il Brutto Anatroccolo si tuffò, e prima che gli spiegassero la lezione l'aveva imparata.

"Non sarà proprio bello, ma guardate quant'è intelligente", cercò di incoraggiarlo la madre. "Ed è anche buono. Infatti alle vostre sgarberie non si rivolta. Preferisce sopportare e tacere".

Molto irritati da queste parole, i suoi fratelli alzarono ancora di più il collo e le ali, secondo l'abitudine di chi vuole apparire più di quello che è davvero. E, ancora secondo la stessa abitudine, smisero d'interessarsi a lui, fecero come se non esistesse. E questo fa anche più male a chi è sensibile.

Trattenendo il pianto, il Brutto Anatroccolo cercò una via d'uscita alla sua situazione.

"Prendo atto che qui non mi vogliono. Forse è meglio che tolga l'incomodo. Non credo che morrò di fame, la Provvidenza è grande. Dovrei dunque riuscire a cavarmela da solo".

Così, senza salutare, si fece forza, si sollevò di qualche metro e raggiunse un canneto non molto lontano.

"Mi dispiace soprattutto per la mamma", pensava durante il volo, "perché so che ne soffrirà. Comunque, ho tolto un fastidio anche a lei: non ci sarà più motivo di contrasti, in famiglia".

Il Brutto Anatroccolo - Il piccolo anatroccolo spaventato si nasconde nel cannetoLa vita nel canneto si svolgeva senza preoccupazioni, ma mancavano le occasioni di gioia. Le anitre selvatiche che vi abitavano, infatti, non potevano costituire una famiglia, per l'anatroccolo. Ognuna pensava solo per sé e pareva felice di compiere brevi e frequenti voli, di procurarsi il cibo giorno dopo giorno.

"Resta pure con noi", gli dissero, gentili, ma senza quel calore di cui il poverino aveva bisogno. "Qui non potrà capitarti nulla. Se ti accontenti, vedrai, ti troverai bene".

Invece, sopraggiunto l'autunno, nel canneto arrivarono i cacciatori. E fu la guerra. Una guerra dove le anitre avevano una sola arma, la fuga. Tuttavia, per quanto fuggissero con il cuore che gli batteva forte, venivano colpite in volo dalle fucilate o venivano snidate dai cani. Anche il Brutto Anatroccolo, che si era nascosto in un cespuglio, fu avvistato da un cane. Sentendosi i latrati addosso, uscì allo scoperto, in attesa che la sua sorte si compisse.

Il segugio però, nel vederlo, si fermò di botto. Lo annusò, quindi se la dette a gambe, spaventato da quella "strana" apparizione.

"Essere brutti, dunque, qualche volta è un vantaggio", pensò l'anatroccolo. "Può persino salvarti la vita".

Diventato insicuro anche il canneto, bisognava comunque trovarsi un posto adatto ad affrontare l'inverno ormai prossimo.

"Vuol dire che tenterò un volo più lungo. Ci sarà pure qualcuno che vorrà prendermi con sé. Sono solo, è vero. Sono brutto e povero. Ma io saprei tenere buona compagnia a chi è solo come me", s'incoraggiò.

La Provvidenza lo guidò in una casa isolata, dove viveva una vecchina, che però la compagnia già l'aveva: la compagnia d'un gatto e di una gallina. Il gatto le scaldava il letto, dormendole sulle coperte. La gallina ogni giorno le regalava un bell'uovo.

Non visto, il Brutto Anatroccolo s'intrufolò in casa, passando da una finestra lasciata aperta. Ed era così stanco e infreddolito che subito cadde in un sonno profondo.

L'indomani fu svegliato dal gatto che l'annusava e dalla gallina che gli girava attorno incuriosita.

"Guarda, un'anitra", esclamò la vecchietta quando lo vide. "Chissà se è maschio o femmina. Bisognerà aspettare. Se è femmina, mi farà le uova anche lei. Potrei venderle e ricavarne qualche soldo".

Così gli offrì ospitalità, seppure interessata. Il Brutto Anatroccolo poté finalmente trascorrere delle giornate serene e tranquille. Cominciava ad affezionarsi a quell'ambiente, quando il gatto e la gallina, forse per crearsi un diversivo alla tranquillità, che se è troppa può condurre alla noia, si misero in testa di prenderlo in giro.

"Tu, che cos'è che sai fare, per guadagnarti la vita?", gli domandavano.

E l'anatroccolo, incapace di rispondere, allargava le ali.

"Io ad esempio", diceva il gatto, "so fare la gobba, faccio le fusa, acchiappo i topi".

"Io faccio le uova", s'inorgogliva la gallina, "che sfamano la mia padrona. E tu? Saprai pure fare qualcosa".

Il Brutto Anatroccolo non lo sapeva. E taci oggi, taci domani, sopporta per un po', sopporta un altro po', alla fine a chiunque verrebbe il nervoso.

Di conseguenza, una notte, superato il limite della sopportazione, per la stessa finestra attraverso cui era entrato in quella casa, fuggì. Ma aveva dimenticato che era inverno, che fuori, tutto attorno, c'era il gelo, e gli alberi erano coperti di brina, che non si scioglieva nemmeno durante le ore del giorno.

"E adesso?", si domandò. "Mi toccherà morire, di fame e di freddo. Si vede che questo è il mio destino. Non si può andare troppo a lungo contro il destino. Ho cercato di lottare, ho cercato di cavarmela, adesso è tempo che mi rassegni".

Fece qualche passo sulla superficie ghiacciata di uno stagno. Pensò a quella che avrebbe potuto essere la sua vita se l'uovo, alla nascita, lo avesse dotato di piume bianche anziché nere. E gli venne in mente la sua mamma. Sentì una grande tenerezza per lei, che lo aveva sempre difeso, che lo aveva amato. Gli mancarono le forze, cadde sul ghiaccio e là rimase.

Si risvegliò in un cesto, dentro una casa. Era accaduto che un uomo, passando vicino allo stagno, lo aveva raccolto assiderato e, preso da compassione, lo aveva riscaldato sotto la giacca, portandolo poi nella sua casa per la gioia dei suoi bambini.

Qui il Brutto Anatroccolo visse fino al ritorno della primavera. Fino a che una sera udì la padrona di casa che diceva al marito: "Per chi e per quanto continueremo a mantenerlo? Tiriamogli il collo e cuciniamolo: faremo finalmente una cena come si deve".

Ma quando la donna allungò le mani per afferrarlo, il Brutto Anatroccolo, terrorizzato, volò per tutta la casa. Cadde in un secchio di latte, si risollevò a fatica, sbattè in un sacchetto di farina e se la rovesciò tutta addosso. Le sue ali erano appesantite, ma la disperazione gli centuplicò le forze. Infilato l'uscio di casa, fuggì, correndo a più non posso.

"Ah, come si sta bene liberi, e ormai non fa più freddo", si disse, riprendendo il giusto respiro. "Ecco, mi ritufferò nello stagno".

Il Brutto Anatroccolo - L'anatroccolo trasformatosi in cigno si rispecchia nello stagnoNuotava rinfrancato, quando vide venire verso di lui alcuni eleganti uccelli: erano cigni, i cigni che egli aveva sempre invidiato per la loro maestosità. "Brutto come sono, mi verranno addosso per uccidermi", pensò.

E mentre abbassava il capo, rassegnato infine alla sua sorte, dopo averne scampate tante, vide, riflessa nell'acqua, la sua figura. Non era più un brutto anatroccolo. Era diventato, dopo il lungo soffrire, bianco di piume. Le sue penne si erano rinforzate. Le sue ali avevano una robustezza per lui sconosciuta.

I cigni gli si avvicinarono, gli fecero festa, lo accolsero da fratello: eh già, perché adesso era un cigno anche lui. Insieme, si alzarono in volo. E lui volò, volò con una gioia immensa. Tutto d'un tratto si sentiva ripagato delle tante ingiustizie e umiliazioni patite.

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FAVOLE E RACCONTI Una pianta da guardia.

16 Settembre 2024, 10:50am

Pubblicato da Miki Pappacoda

Pianta di guardia immagini e fotografie stock ad alta risoluzione - AlamyDI CECILIA PIRAS Da quando Isaac era partito, Ariel si sentiva sola e indifesa.Le notti insonni non passavano mai,il cuscino era perennemente bagnato di lacrime. Oltre che essere rimasta sola, Ariel stava sempre in ansia per Isaac,infatti lui era dovuto partire in una città lontana, perché era scoppiata una guerra. Temeva sempre che giungessero brutte notizie dal fronte e si teneva sempre a contatto con Lui su Skype. Erano appena 2 mesi che erano andati a vivere insieme ,quando era stato richiamato.Si trattava di difendere dei civili inermi,e,tra l'altro Isaac sentiva questa chiamata come una vocazione, letteralmente una missione. Ariel si sentiva un po' tradita.E a lei,Isaac non pensava?A lei che sarebbe rimasta sola nel suo appartamento?Per fortuna le videochiamate quotidiane mitigavano in parte le sue preoccupazioni. Ma vederlo in videochiamata non era certo la stessa cosa che stringerlo,abbracciarlo,sentire le sue carezze, il suo profumo.E poi Ariel non era riuscita a confessare neppure a sua madre che appena faceva buio provava una strana inquietudine. La madre di Ariel viveva in un'altra città e aveva insistito tanto perché andasse a stare  con lei durante l'assenza di Isaac.

Ariel ci aveva pensato, ma rinviava in continuazione, perché aveva tante cose da sistemare. 

Come tutte le notti,Ariel aveva chiuso la porta d'ingresso a doppia mandata,ma un senso di oppressione le pesava sul petto come un macigno. A quell'ora sarebbe stata a casa di sua madre,magari a chiacchierare con sua sorella, oppure a dormire serena e tranquilla. 

Le parve di sentire dei rumori alla porta d'ingresso ma poi si rese conto che era qualcuno dell'appartamento a fianco appena rientrato a casa.Teneva la luce accesa tutta la notte e riusciva ad assopirsi soltanto quando la luce filtrava attraverso le tapparelle. 

Dopo una notte insonne, la mattina successiva si era appena addormentata quando suonò il citofono.

"C'è una consegna per lei!" "Ma io non ho ordinato niente "rispose lei,perplessa. 

Quando si affacciò vide il corriere scaricare dal furgone una pianta che ricordava il cactus, ma aveva dei frutti arancioni e le spine enormi. E quale non fu la sua sorpresa quando vide che le spine erano fatte di metallo appuntito! Qualcosa che ricordava il filo spinato. 

"Scusi,da dove viene questa pianta?""È un omaggio per lei,so solo questo, non so da parte di chi"in effetti si trattava di una bella opunzia,ma era particolare. Ariel provò a capire se per caso il metallo era stato aggiunto dopo,ma rimase ancora più basita quando si accorse che faceva parte della pianta. Inaudito!Ariel consultò tutte le enciclopedie, i siti che parlavano di piante, ma non esisteva in natura una pianta del genere. 

Una notte sognò Isaac, sognò che era tornato. Aveva aperto la porta di casa ,ma poi si era messo a urlare. Ma si rese conto che l'urlo era vero e proveniva dall'ingresso. Cominciò a urlare:"Isaac,Isaac!"Ma che Isaac e Isaac,maledizione! Io volevo solo rubare perché muoio di fame  e voi mi avete  infilzato la gamba con questo maledetto fil di ferro !" 

Ariel chiamò l'ambulanza e la polizia. Il malcapitato venne portato via, ma purtroppo per Ariel i guai non erano finiti.Venne accusata di eccesso di legittima difesa.Come spiegare che i pezzi di fil di ferro erano partiti da soli?Chi le avrebbe creduto? E chi le aveva mandato quella pianta? Isaac tornò in licenza, ma non ebbe il coraggio di dirgli niente. Tuttavia, lui sentiva che c'era qualcosa di strano,ma non riusciva a capire o definire.Quando ripartì, Ariel decise di andare a stare per un po' di tempo dalla sua mamma. La mamma ne fu felicissima e la coccolò come quando era bambina. Ariel le chiese se per caso avesse sentito parlare di un tipo di pianta particolare. La mamma non sapeva quello che era capitato, altrimenti sarebbe morta per la preoccupazione. "Si,ne avevo sentito parlare da un signore che era considerato mezzo matto e sosteneva di parlare alle piante. Diceva che anche le piante provano sentimenti come le persone. Ma perché mi chiedi questo?"

"Un'amica mi ha regalato una pianta proprio di quel tipo e  mi chiedo se…"

"Tu prova a parlarle come se ti capisse. Al limite non hai nulla da perdere,no?"

Una volta tornata a casa Ariel seguì il consiglio della mamma. 

"Ciao, disse rivolgendosi alla pianta, ti vorrei chiamare Guardian visto che sei un'ottima guardia.In effetti mi hai salvato , però la prossima volta, se puoi,vedi di andarci piano con gli intrusi" E gocce simili a lacrime cominciarono a scendere dalla pianta. 

"Non era un rimprovero, non fraintendere"continuò Ariel.Un frutto si aprì,sotto la buccia rivelò un piccolo scrigno.Dentro c'era un biglietto dove c'era scritto:"Questa pianta è stata creata da uno scienziato un po' pazzo ma geniale,che è riuscito a innestare , non si sa come, il ferro insieme alla pianta.Chiunque tu sia, sei fortunato a possederla. Trattala sempre bene e non abbandonarla mai"

Ariel era sempre più perplessa. Intanto la chiamò il suo avvocato, a breve ci sarebbe stato il processo.Intanto anche il ladro,che era stato arrestato, avrebbe partecipato al processo. Quanto a lei,l'avvocato la rassicurò. Anche pensando al peggio le avrebbero dato la condizionale perché era incensurata,quindi non sarebbe in ogni caso andata in prigione.Intanto chiese di poter portare la pianta in tribunale. 

Il giorno del processo c'erano anche alcuni esperti di piante, che rimasero perplessi.Nessuno di loro aveva mai visto una pianta del genere! E scoppiò il panico tra la Corte quando cominciarono ad arrivare pezzi di fil di ferro all'indirizzo dell'avvocato dell'accusa e del pubblico ministero! Tutti cominciarono a scappare e a farsi il segno della croce e alla fine dovettero arrendersi all'evidenza. Ariel venne assolta e  Isaac tornò a casa sano e salvo. Non seppe mai niente di ciò che era accaduto, ma ogni tanto guardava la pianta,perplesso. 

Voi avete mai visto qualcosa di simile?Pensate che dovrebbero esistere piante come Guardian?Io penso però che nessuno debba più arrivare al punto di entrare a rubare dentro una casa perché ha fame e nessuno lo aiuta.

Ma questa è un'altra storia. 

 

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FAVOLE E RACCONTI Cosa succede a Nuoro

15 Settembre 2024, 10:16am

Pubblicato da Miki Pappacoda

Sardegna cartina utile mari strade città - Pianeta Alghero

DI CECILIA PIRAS C'è un detto sardo che recita così:"A su tzopu s'ispina".(Allo zoppo la spina, cioè,quando si hanno problemi sembra che la sorte,o le persone di pochi scrupoli infieriscano su questa persona, che tra l'altro non ha alcuna colpa,aggravando il suo problema. Come farebbe appunto una spina nel piede di uno zoppo).È il caso di un invalido al quale è stato proibito di parcheggiare la macchina nel suo cortile che si affaccia alla sua casa di proprietà. Vicini maleducati,è un termine persino troppo gentile per definire certe persone. Il malcapitato ha chiesto l'intervento della polizia,la quale non solo non ha ascoltato le sue ragioni, ma non ha battuto ciglio di fronte ai gravi insulti che sono gli sono stati rivolti.Il pover'uomo si è trovato costretto a parcheggiare fuori, dove c'era poco spazio, beccandosi persino una multa. Lo chiedo ai lettori:cosa bisogna fare?Certamente la storia non finirà qui,o almeno me lo auguro, sarà fatto senz'altro un esposto. Preciso anche che il signore di cui parlo, per questioni burocratiche non ha ancora ottenuto il cartellino per il parcheggio degli invalidi. Succede a Nuoro

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FAVOLE E RACCONTI IL BRUTTO ANATROCCOLO

22 Giugno 2024, 18:08pm

Pubblicato da Miki Pappacoda

Il brutto anatroccolo - Raffaello Ragazzi

A CURA DI MICHELE PAPPACODA All'interno di una nidiata di anatroccoli, situata in una casa padronale, se ne distingue uno dalle piume grigie scure, particolarmente grande e sgraziato. Sebbene la madre, nonostante le sue differenze, gli voglia comunque molto bene e cerchi di farlo accettare, il piccolo viene percepito dai suoi simili come una brutta e stramba creatura, venendo conseguentemente deriso ed emarginato; il duro trattamento che gli viene riservato lo induce ben presto a prendere la decisione di fuggire dall'aia e andare a stabilirsi in una palude in compagnia delle oche e delle anatre selvatiche, sino a quando un gruppo di cacciatori non uccide il resto del branco. Sul posto giungono persino dei cani da caccia, ma la presenza sgradevole dell'anatroccolo li costringe alla fuga. Il piccolo, sopravvissuto, abbandona la palude eludendo i cacciatori e vaga faticosamente per i campi, trovando rifugio presso una casa di contadini appartenente ad un'anziana donna, ma il suo gatto e la sua gallina lo scherniscono crudelmente, spingendolo quindi a rimettersi in viaggio. Una sera di autunno vede gioioso uno stormo di splendidi cigni migratori in volo e, pur provando fascino, non vuole unirsi a loro poiché si considera troppo brutto ed incapace di volare. Al calare dell'inverno, viene una mattina messo in salvo da un contadino dopo essere rimasto intrappolato nel ghiaccio rischiando di morire congelato, ma è impaurito dai suoi bambini chiassosi e decide ancora una volta di fuggire nascondendosi nelle paludi. A primavera inoltrata, scampato miracolosamente da morte certa dal rigido inverno, il protagonista, ormai diventato adulto, giunge presso un giardino dove vede nuotare in un lago uno stormo di tre cigni. Non sopportando più una vita piena di solitudine e avversità, si avvicina con l'intenzione di venire ucciso da loro, ma rimane molto sorpreso in quanto le eleganti creature, inaspettatamente, gli danno il benvenuto e lo accettano; guardando il proprio riflesso nell'acqua, si rende infatti conto che lui stesso è sempre stato, per tutto questo tempo, un bellissimo e aggraziato cigno nero. Lo stormo prende il volo e il protagonista, ritrovata la sua tanto agognata felicità, si unisce al viaggio con la sua nuova famiglia.

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FAVOLE E RACCONTI IL GATTO CON GLI STIVALI

11 Febbraio 2024, 07:40am

Pubblicato da Miki Pappacoda

Il gatto con gli stivali - Wikipedia

DI MICHELE PAPPACODA C’era una volta un vecchio mugnaio che lasciò in eredità ai suoi figli i suoi averi: al più grande toccò il mulino, al figlio di mezzo toccò un vecchio asino e infine, al più giovane, un gatto. Il ragazzo non sapeva cosa farsene di quel gatto e si chiedeva come sarebbe riuscito a procurarsi qualcosa da mettere sotto i denti. Ma il gatto gli disse: “Non preoccuparti; procurami un paio di stivali e un cappello e fidati di me”. Il ragazzo fece proprio come gli era stato detto. Il gatto infilò gli stivali e si addentrò nel bosco, a caccia di selvaggina. Tornò poco più tardi, con due bei fagiani. “Che meraviglia! Questa sera festeggeremo” disse il ragazzo. Ma i fagiani non erano per loro: “Questi non sono per te; li porterò in omaggio al re” rispose il gatto. Poi uscì. Il gatto arrivò alle porte del castello e bussò, poi consegnò i fagiani al cuoco e gli disse di riferire al re che si trattava di un omaggio del Marchese di Carabas. Il gatto continuò così a lungo: ogni giorno portava qualche dono al re, da parte del Marchese di Carabas, e intanto il suo padrone faceva la fame. Poi, una mattina, disse al ragazzo: “Vieni con me; quando raggiungeremo il fiume, vai a fare un bagno. Ma non appena vedrai passare la carrozza reale, fingi di annegare”. I due uscirono di casa e raggiunsero il fiume; il ragazzo entrò in acqua mentre il gatto andò a far visita ai contadini che coltivavano i campi lungo le sponde. “Se il re ve lo chiederà, dovrete rispondere che questi campi sono di proprietà del Marchese di Carabas; se non lo farete, vi farò uccidere tutti. Chiaro?” sibilò il gatto. E i contadini, chinando il capo, annuirono.Il gatto con gli stivali - Fiaba di Charles Perrault - Blog Lucca Bimbi Dopo qualche tempo, passo di lì la carrozza del re, con i suoi cavalieri al seguito; “Di chi sono queste terre?” chiese il re a uno dei contadini che stavano estirpando le erbacce. “Del Marchese di Carabas, Maestà” rispose il contadino. “Lo stesso Marchese che ci porta doni ogni giorno? Dev’essere un uomo ricco e buono” pensò tra sé il re.Poco più avanti, incontrò il gatto con gli stivali, che agitava le zampine disperandosi: “Aiutatemi! Aiutatemi! Il mio padrone, il Marchese di Carabas, sta affogando nel fiume”. Il re ordinò ai suoi cavalieri di salvarlo e lo fece tirar fuori dall’acqua; poi gli fece dare i suoi vestiti più belli, prendendoli dai bauli che portava sulla carrozza. Mentre il re si intratteneva con il ragazzo, convinto che si trattasse di un ricco nobile, il gatto li abbandonò e corse avanti. C’era infatti lungo la strada un castello, abitato da un orco. L’orco era famoso per la sua abilità di trasformarsi in qualunque animale volesse. Così, il gatto entrò e chiese di essere portato al cospetto dell’orco. “E così tu saresti l’orco capace di trasformarsi in qualsiasi animale desideri, dico bene?” “Proprio così”. “Secondo me, però, non saresti in grado di trasformarti in un leone”. L’orco prese la sfida molto sul serio e si trasformò in un battibaleno. Il gatto, terrorizzato dal ruggito del leone, si nascose dietro una colonna. “Straordinario! E dimmi, sapresti anche trasformarti in una serpe velenosa?” Il Gatto con gli stivali, favola per bambiniL’orco, in un attimo, si trasformò in una vipera: dai lunghi denti affilati stillavano gocce di veleno nero. “Meraviglioso! Ma ho compreso il tuo trucco: sai trasformarti in tutti gli animali feroci e velenosi, ma sono certo che non sapresti diventare un topolino così piccolo da stare nel palmo della mia zampa”. “Tu dici? Stai a guardare!” ed ecco che l’orco divenne un topolino bianco, così piccolo da stare tra le zampe di un gatto. Il gatto con gli stivali sorrise, soddisfatto. Poi, con un balzo, afferrò l’orco, ormai inoffensivo, e lo divorò in un sol boccone.“Da oggi, questo castello appartiene al Marchese di Carabas! Il Marchese sta arrivando, in compagnia del re; preparate le due stanze più belle” esclamò il gatto. I servitori del castello, furono ben felici di sapere che da quel momento avrebbero servito un nobile invece di un orco. Il gatto, invece, tornò lungo la strada e raggiunse la carrozza; poi, si affaccio alla finestrella e disse: “Maestà, il castello del Marchese è poco più avanti; fermiamoci a riposare lì. La servitù ha già preparato le due stanze più belle”. E così, il figlio del mugnaio, da quel giorno, divenne il ricco proprietario di quel castello e di tutta la servitù. Il re, dal canto suo, rimase tanto colpito dalle ricchezze e dalla generosità del Marchese di Carabas che gli diede in sposa sua figlia, la principessa. E così, vissero tutti felici e contenti.

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FAVOLE E RACCONTI SARA ALLA RICERCA DI BABBO NATALE A CURA DI MIKI PAPPACODA

1 Gennaio 2024, 15:08pm

Pubblicato da Miki Pappacoda

FAVOLE E RACCONTI SARA ALLA RICERCA DI BABBO NATALE A CURA DI MIKI PAPPACODA

A CURA DI MIKI PAPPACODA  C’era una volta una bimba che non era per niente convinta dell’esistenza di Babbo Natale.
Sara, questo era il suo nome, aveva sempre chiesto di essere portata a vedere la casa di Babbo Natale, ma nessuno era mai riuscito ad accontentarla.

 

La sera della Vigilia di Natale, mamma e papà le avevano messo il pigiamino e portata in cameretta per darle il bacio della buona notte.
Quando fu tutta sola, Sara iniziò a parlare al suo caro orsacchiotto.

– Io non capisco perché nessuno mi riesce a dire dove abita Babbo Natale… io vorrei tanto incontrarlo di persona!
L’orsacchiotto la fissava con i suoi grandi occhioni neri, ma non poteva darle una risposta.
– Nessuno sa dove sia Babbo Natale, e nessuno l’ha mai visto… secondo me non esiste…
In quel momento nella stanza si sentì come il suono di un campanellino.
– Ne sei proprio sicura? – disse una vocina leggera che non si sapeva da dove arrivasse.
Sarà si guardò intorno per capire chi avesse parlato, poi guardò il suo orsacchiotto, che la guardava col solito sorriso.

– Sei sicura che Babbo Natale non esista? – continuò la vocina.
– Bè no, non ne sono sicura, è che vorrei tanto vederlo, ma nessuno mi sa dire dove sia…
– E cosa ti dice il tuo cuore…?
Sara esitò un attimo.
– Che esiste…
– Allora infilati le pantofole, forse questa sera il tuo desiderio verrà esaudito…

Sara balzò giù dal letto e infilò le pantofole, che però non erano proprio le sue, erano pantofole magiche! Ma Sara non ci fece nemmeno caso.
Una volta infilate le pantofole, la finestra della cameretta si aprì, e come per magia i suoi piedini si staccarono dal pavimento e Sara uscì dalla stanza volando leggera come un soffio di vento.

Sara era tutta circondata da piccole scintille, e continuò a salire sempre più in alto, finché le luci delle case del paese diventarono piccole piccole.
Sara iniziò a sorvolare prati innevati, foreste e pianure, finché ad un certo punto arrivò ad una vallata tutta piena di abeti addobbati con luci e festoni. In mezzo c’era una piccola casetta, tutta illuminata.

Piano piano Sara cominciò a scendere verso la casetta, fino a posarsi proprio di fronte alla porta.
Sara era ancora tutta emozionata per il volo appena fatto e per i meravigliosi paesaggi visti, ed era rimasta davanti alla porta con la bocca aperta.
Dalla casetta tutta illuminata si sentivano provenire dei bellissimi canti di Natale.

Sara alzò la manina per bussare, ma la porta si aprì ancor prima di averla toccata. Davanti a lei c’era un elfo vestito di verde, tutto sorridente.
– Ciao! – esclamò l’elfo – benvenuta nella casa di Babbo Natale!
Sara, sempre più meravigliata e piena di gioia, entrò.

Si ritrovò in un enorme e fiabesco salone, dove c’era l’albero di Natale più grande che avesse mai visto.
Nella sala cantavano e saltellavano un sacco di elfi, tutti indaffarati per i preparativi della Vigilia di Natale, e tutt’intorno all’albero era un tripudio di regali, dolci, festoni e colori.
Sara era talmente sbalordita da tutta quella meraviglia che continuava a guardarsi intorno ancora a bocca aperta.

Finché, da una porta laterale, entrò un grande omone, tutto vestito di rosso e bianco. Era Babbo Natale!
Sara non credeva ai propri occhi, era lui, era veramente lui! Finalmente ogni dubbio era svanito.
Babbo Natale le andò incontro per salutarla.
– Ciao piccolina, come ti chiami? – le chiese con la sua vociona bella e calda.
– Io mi chiamo Sara.. Ma tu… ma tu.. sei Babbo Natale!? – chiese esitante Sara.
– Certo, mia piccola Sara! – e ridendo per la domanda, Babbo Natale fece un “Oh oh oh” che rimbombò per tutto il salone.

La bocca di Sara si spalancò dalla gioia come mai si era spalancata prima.
– Ma allora esisti!
Babbo Natale annuì con un gran sorriso, e accarezzandole i capelli, le rispose:
– Mi spiace solo di non poterti dedicare molto tempo mia piccola Sara. Purtroppo stasera è la Vigilia di Natale, e io e i miei amici Elfi siamo molto indaffarati a preparare tutti i regali da consegnare ai bambini, vedi? – e indicò con la mano il grande salone e tutti i doni posti intorno all’albero.

 

Sara si voltò a guardare gli elfi che correvano come matti in ogni dove a prendere e spostare i pacchi regalo.
“Con tutto quello che ha da fare, Babbo Natale è riuscito a trovare un momento tutto per me e salutarmi”.
Sara era commossa da tanta gentilezza.
– Scusami piccola Sara, ma ora devo proprio andare – disse Babbo Natale sorridendole.
Sara lo guardò, ed in un impeto di coraggio gli chiese:
– Posso venire con te sulla tua slitta? Sono piccolina, mi metto in un angolino e prometto di non disturbare…!

Babbo Natale guardò il suo aiutante elfo, che sorrise.
– Va bene, vieni con me! – la prese per mano e la portò fuori sul retro della casa, dove c’era la grande slitta di Babbo Natale.

Era la più grande slitta che avesse mai visto, strapiena di regali, con le renne scalpitanti pronte a partire.
Babbo Natale prese Sara e la fece sedere accanto a lui.
– Tieniti forte al mio braccio! – le disse facendole l’occhiolino. Partirono veloci veloci sulla neve finché, come per magia, la slitta cominciò a volare sopra gli alberi della vallata, e poi sempre più su!

A Sara sembrava di vivere in un sogno. Sotto di lei il mondo era piccolo piccolo, e la slitta andava così veloce che in un attimo furono sopra una città.
Babbo Natale si fermava sopra i tetti, spariva giù per i camini a consegnare i regali e, in un batter di ciglia, era di nuovo accanto a lei.

E continuarono così di città in città, fino ad arrivare al paesello dove viveva Sara.
Babbo Natale accostò la slitta alla finestra ancora aperta della cameretta di Sara, la accompagnò dentro e le rimboccò le coperte.
Sara sentì gli occhietti chiudersi dalla stanchezza: quante emozioni aveva vissuto in così poco tempo…
– Buon Natale mia piccola Sara, e sogni d’oro.

Mentre Sara chiudeva gli occhi, Babbo Natale le fece un’altra carezza, e prima di ripartire con la sua grande slitta a consegnare tutti i regali, andò dove c’era l’albero di Natale di Sara…

Così arrivò il mattino di Natale. Non appena sveglia, Sara infilò le pantofole, prese il suo orsacchiotto e corse in salone, dove c’era l’albero di Natale.
E il suo regalo era proprio lì sotto, una bellissima scatola rossa con un fiocco d’oro sopra.

Papà e mamma la presero in braccio e le augurarono buon Natale.
Lei li abbracciò entrambi tutta felice e raccontò loro la meravigliosa avventura della notte appena trascorsa. I suoi genitori erano un po’ confusi, non si erano accorti di niente e stentavano ad immaginare la loro bambina in compagnia di Babbo Natale a consegnare i regali… Ma non importava.

Per Sara quello era stato il Natale più bello della sua vita, già non vedeva l’ora che arrivasse quello successivo!
Perché ora sapeva che Babbo Natale esiste veramente, le era bastato ascoltare il suo cuore.

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