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favole e racconti

FAVOLE E RACCONTI In viaggio con le rondini verso l'Africa

26 Luglio 2021, 10:18am

Pubblicato da Miki Pappacoda

Conosciamo le rondini: chi sono, come vivono, come convivonodi LUCA TAMBURRINO 

Mi chiamo Olindo e la storia che sto per raccontarvi, accaduta quando ero un bambino di otto anni, ha dell’incredibile, ma vi assicuro che l’ho vissuta veramente ed è stata l’esperienza più bella della mia vita. Non so come accadde, ma il fatto è che un bel giorno mi ritrovai, come per magia, a vivere nel corpo di una rondine e a migrare verso luoghi di straordinaria bellezza. Tutto cominciò quando feci quella monelleria di buttare giù un nido di rondini abbarbicato sotto la grondaia di casa mia. Due povere rondinelle avevano impiegato ben tre settimane per costruirlo, lavorando sodo tutti i giorni, portando nei loro becchi fili di paglia e fango, e quando lo finirono, fui preso da uno strano sentimento, fatto un po' di dispetto e un po' di insano divertimento, impugnai un lungo bastone e lo colpii, facendolo cadere giù. Le due rondini tornarono proprio in quel momento e, quando videro la loro casa abbattuta, cominciarono a garrire e a cinguettare, compiendo dei voli incrociati sulla mia testa, erano visibilmente arrabbiate. All’improvviso sentii una forza misteriosa che mi attanagliava le braccia e cominciò a sollevarmi verso il cielo. A quel punto cominciai ad avere tanta paura. «Cosa mi sta succedendo?», pensai incredulo, e preso dallo spavento, gridai forte: «Mamma, aiuto, voglio scendere!» A un tratto, quella forza magica che mi aveva tenuto prigioniero fino a quel momento, mi abbandonò e cominciai a cadere giù, a capofitto verso il suolo. Stavo per spiaccicarmi a terra, quando accadde qualcosa di veramente inaspettato: le mie braccia divennero ali e mi accorsi di saper volare, proprio come un uccello. Le rondini a cui avevo distrutto il nido mi inseguirono in volo e avevano tutta l’intenzione di punirmi per quello che avevo fatto. «Non fatemi del male, vi prego!», esclamai, dopo che mi ero posato sull’antenna di una casa, poco distante dalla mia. «Sei cattivo!», disse stizzita la signora rondine, «e te la meriti proprio una bella lezione!» «Perdonatemi vi prego!», dissi con voce supplichevole, «ditemi come posso rimediare e farò tutto quello che mi chiederete», aggiunsi. «Bene!», disse il signor rondine, «vogliamo credere nel tuo pentimento, ma se vuoi che ti perdoniamo dovrai aiutarci a ricostruire il nido che hai distrutto.» «Ricostruirlo? Ma io non so farlo… io non sono una rondine come voi, sono un umano e voglio solo tornare a casa dai miei genitori», risposi. «Purtroppo per te, ragazzo, sei diventato una rondine, esattamente come noi due, ed è stato lo spirito protettore degli uccelli migranti a trasformarti, noi l'abbiamo visto mentre ti gettava addosso il suo incantesimo.» Mi guardai le braccia e vidi che erano ricoperte di lunghe penne nere. Poi mi guardai le piume del corpo e le zampe e mi resi conto che il signor rondine aveva ragione, ero proprio diventato una rondine. «No, non voglio essere una rondine, voglio tornare ad essere un bambino!», esclamai, cominciando a piangere e a singhiozzare. «Non piangere, ragazzo!», disse il signor rondine, con tono affettuoso, «Mi presento, io sono Alfred e lei è mia moglie Irina. E tu, come ti chiami?», domandò. «Mi chiamo Olindo!», risposi dopo qualche secondo, ancora singhiozzando. «Olindo, per favore aiutaci a ricostruire il nido e pregheremo per te lo spirito protettore degli uccelli migranti, affinché ti faccia ritornare ad essere di nuovo un bambino umano, che ne dici?» Accettai di aiutarli e per due settimane volai con loro, avanti e indietro, portando nel becco fili d’erba e fango per completare il prima possibile l’opera e tornare ad essere di nuovo un bambino come lo ero prima. Vedevo tutti i giorni mia madre e mio padre disperarsi, perché non sapevano che fine avessi fatto, e io non potevo far nulla per consolarli. «Mamma, papà, sono Olindo! Aiutatemi, sono diventato una rondine!», gridai un giorno, mentre volavo basso sulle loro teste per farmi sentire, ma il mio grido d’aiuto era per loro solo un incomprensibile garrito di una rondine e ignoraro completamente le mie richieste d'aiuto. Passarono due settimane e il nido era finalmente ultimato. Fummo tutti molto felici e dopo esserci abbracciati – il loro modo di abbracciarsi è protendere in avanti le ali, gli uni verso gli altri – pregammo insieme lo spirito che mi aveva trasformato in rondine, ma non accadde un bel nulla, e alla quarta settimana io ero ancora una rondine ed ero costretto a mangiare insetti per sopravvivere. Nel frattempo si dischiusero le uova che Irina aveva deposto nel nido e da quelle uova nacquero tre bei rondinini, due maschi e una femmina che Alfred e Irina chiamarono: Joseph, Benjamin ed Elsie. I rondinini crescono in fretta e in pochi giorni erano già capaci di volare e cacciare insetti. Diventammo molto amici i figli di Alfred ed io, e Alfred mi trattava come se fossi stato anch’io uno dei suoi figli. Passai tutta l’estate in loro compagnia, finché arrivò settembre e si prepararono per migrare verso l’Africa, ma io decisi di non andare con loro, volevo restare a casa, con i miei genitori. Anche se non potevo parlare con loro, mi rincuorava averli vicino. Il giorno prima della partenza, Alfred cercò di convincermi a partire con loro, «ragazzo mio, se non verrai con noi morirai», disse, «sei una rondine e il freddo dell’inverno ti ucciderà, capisci?», aggiunse col tono affettuoso di un padre. Arrivò il giorno della partenza e ci riunimmo per l’ultima volta, tutti insieme, sul fil di ferro teso sul balcone di casa mia, quello che mia madre usava per stendere i panni. «Olindo, ti prego, vieni con noi. Se resti morirai e quando torneremo a primavera non ci sarai più», disse Elsie con tono convincente. Ero indeciso, non riuscivo a risolvermi sul da farsi, ma quando spiccarono il volo per partire, mi feci coraggio e volai via con loro. Facemmo un lungo viaggio, dalla Campania alla Sicilia, insieme ad altre rondini e alcuni altri uccelli migranti. Arrivati in riva al mare, ci riposammo per un giorno intero, perché il giorno dopo avremmo dovuto attraversare il mare ed è una traversata piuttosto faticosa. Partimmo di mattina presto e, dopo aver volato a lungo senza riposarci un attimo, arrivammo sulle coste della Tunisia, dove ci riposammo ancora per un giorno intero, perché il giorno dopo avremmo dovuto attraversare il deserto, un percorso ben più arduo della traversata del mare. La migrazione fu lunga e faticosa, ma dopo tanto volare, finalmente arrivammo in Botswana, sul delta del fiume Okavango. In quel posto dove il fiume moriva per dissetare il deserto, si riunivano molti animali, c’era da bere per tutti ed era un posto bellissimo. Le albe erano fresche e luminose e i tramonti accendevano di rosso le oasi sul delta del fiume. Anche il cielo notturno era uno spettacolo, le stelle si contavano a milioni e sembrava quasi di poterle toccare. Fu proprio contemplando quei meravigliosi tramonti e quei cieli stellati che Elsie ed io ci innamorammo, e quando a primavera ritornammo in Italia, il nido di Alfred e Irina che era ancora al suo posto sotto la grondaia, divenne nostro. In quel nido ci amammo e nacquero i nostri figli. Riuscii appena a vederli uscire dai loro gusci i miei tre implumi rondinini, e a sentirli pigolare con i becchi all’insù. In quel preciso istante, caddi dal nido e nonostante battessi forte le ali non riuscivo più a volare, ma fui sostenuto da una forza invisibile che mi accompagnò delicatamente verso terra. A quel punto accadde la magia: tornai ad essere di nuovo un bambino umano. Durante quella metamorfosi che durò pochi secondi, riuscii a sentire per l’ultima volta la voce della mia dolce Elsie che gridava il mio nome, dopodiché sentivo solo una rondine cinguettare, mentre volava sopra la mia testa. Dopo oltre un anno da quell’ avventura, in compagnia delle rondini, riuscii finalmente ad abbracciare mia madre e mio padre, che furono molto felici di rivedermi vivo, ma non riuscivano a credere alla mia storia. A settembre vidi mia moglie Elsie ripartire verso l’ Africa, con i nostri tre figli, e provai un profondo senso di nostalgia. È strana la vita: ero stato nostalgico del ritorno a casa, dai miei genitori, e ora che li avevo riabbracciati ero nostalgico dei giorni passati in Africa, con Elsie e la sua famiglia; e adesso con loro c’erano anche i miei figli. Aspettai con ansia l’ arrivo della primavera, per vederli tornare, ma non tornarono, né mia moglie né i miei figli. Per molti giorni rimasi a guardare se nel nido ci fosse qualcuno, ma era sempre vuoto. Un bel giorno vidi arrivare una rondinella che venne a posarsi sulla mia spalla, e aveva una lunga penna nel becco che sembrava la penna di un’ ala di rondine. La presi e subito dopo la rondinella cominciò a cinguettarmi qualcosa all’orecchio. All’inizio sentivo solo un cinguettio, ma dopo un po’ cominciai a capire quello che mi diceva: «Papà, sono tua figlia Irina, purtroppo la mamma non ce l’ha fatta a superare il deserto, e i miei due fratelli sono migrati altrove con le loro mogli. Quella che hai in mano è la piuma di un’ala della mamma, conservala in ricordo del suo grande amore per te. Addio papà!», e volò via.

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FAVOLE E RACCONTI Il prode piccolo sarto

16 Luglio 2021, 11:29am

Pubblicato da Miki Pappacoda

FAVOLE E RACCONTI Il prode piccolo sarto

INSERITO DA MORENA MOTTA Una mattina d'estate, un piccolo sarto sedeva al suo tavolo, davanti alla finestra, e cuciva. Giù per la strada veniva una contadina gridando: -Marmellata buona! Marmellata buona!-. Queste parole suonarono piacevoli all'orecchio del piccolo sarto; sporse la testolina dalla finestra e chiamò: -Quassù, brava donna! Qui spaccerete la vostra merce-. La donna salì e dovette aprire tutta la sua cesta. L'omino ispezionò bene ogni pentola, e infine comprò soltanto un quarto di libbra, cosicché‚ la donna se ne andò di pessimo umore e brontolando. -Che Dio benedica la mia marmellata- disse il piccolo sarto -e mi dia forza e vigore!- Prese del pane, ne tagliò un pezzo per il lungo e ci spalmò sopra la marmellata. -Deve avere un buon sapore- disse -ma prima di morderlo voglio finire il farsetto.- Mise il pane accanto a s‚, riprese a cucire e dalla gioia faceva punti sempre più lunghi. Nel frattempo l'odore della marmellata era salito su per la parete fino ad arrivare a un nugolo di mosche che si precipitarono giù. Ma il piccolo sarto ogni tanto si voltava a guardare il pane, e così scoprì le intruse. -Olà- esclamò -chi vi ha invitato?- e le cacciò via. Ma le mosche, che non capivano la lingua, non si lasciarono respingere e tornarono ancora più numerose. Il piccolo sarto perse la pazienza, prese un pezzo di stoffa dalla sua cassetta e: -Aspettate, ve la darò io!- e giù colpi. Quando la smise e contò, ben sette mosche gli giacevano davanti morte stecchite. -Sei così bravo?- disse ammirato fra s' e s'. -Deve saperlo tutta la città.- E in fretta e furia si tagliò una cintura, la cucì e vi ricamò sopra a grandi lettere: -Sette in un colpo!-. -macché‚ città!- proseguì -tutto il mondo lo deve sapere!- E il cuore gli balzava di gioia come un codino d'agnello. Poi si legò la cintura intorno alla vita e frugò per tutta la casa se non ci fosse nulla da portarsi via, poiché‚ voleva andarsene per il mondo. Ma in casa trovò solamente un vecchio formaggio e se lo cacciò in tasca. Davanti alla porta con un colpo di fortuna acchiappò un uccello che andò a tenere compagnia al formaggio. Poi prese la strada fra le gambe e salì su di un'alta montagna, e quando ne ebbe raggiunto la cima ecco là seduto un gran gigante. -Ehilà, camerata!- disse il piccolo sarto al gigante -te ne stai qui seduto a guardarti il mondo? Io pure mi sono incamminato per provare le mie forze. Hai voglia di venire con me?- Il gigante lo guardò e disse: -Tu, essere miserabile!-. -Proprio!- disse il piccolo sarto, si sbottonò la giacca e mostrò al gigante la cintura: -Qui puoi leggere che uomo sono-. Il gigante lesse. -Sette in un colpo!- pensò che si trattasse di uomini uccisi e incominciò ad avere un po' di rispetto per il piccolo sarto. Ma prima volle metterlo alla prova: prese in mano una pietra e la strinse fino a farne gocciolare fuori dell'acqua. -Adesso fallo tu- disse il gigante -se ne hai la forza.- -Tutto qui?- disse il piccolo sarto. -Lo so fare anch'io.- Mise la mano in tasca, tirò fuori il formaggio guasto e lo spremette tanto che ne sgorgò il succo. -E' ancor meglio, non è vero?- disse. Il gigante non sapeva che dire, e non poteva credere che quell'omino fosse capace di tanto. Raccolse allora una pietra e la gettò così in alto che si stentava a vederla. -Adesso, anatroccolo, fallo anche tu- disse al piccolo sarto. -Subito- rispose questi. -Il tuo tiro era buono, ma la pietra ha pure dovuto ricadere a terra; adesso te ne lancerò io una, che non tornerà.- Mise la mano in tasca, prese l'uccello e lo lanciò in aria. L'uccello, felice di essere libero, salì e volò via. -Ti piace il tiro, camerata?- domandò il sarto. -Lanciare, sai lanciare bene- disse il gigante -ma adesso vediamo se sei capace di portare qualche bel peso.- Lo condusse a una grossa quercia pesante, che giaceva al suolo abbattuta, e disse: -La porteremo insieme fuori dal bosco-. -Tu prendi il tronco in spalla- disse l'omino -io solleverò e porterò i rami e le fronde; è la parte più pesante.- Il gigante sollevò il tronco e se lo mise sulle spalle, mentre il sarto si sedette dietro su di un ramo, e il gigante dovette portare lui e l'intero albero. Il sarto là dietro era allegrissimo e fischiettava delle canzoncine, come se portare alberi fosse un gioco da ragazzi. Dopo aver trascinato tutto quel peso per un tratto di strada, il gigante non ne pot‚ più e disse: -Ascolta, devo lasciare cadere l'albero-. Il piccolo sarto saltò giù e afferrò l'albero con entrambe le braccia, come se l'avesse portato, e disse al gigante: -Sei così grosso e non sai portare un albero!-. Proseguirono insieme e, passando vicino a un ciliegio, il gigante afferrò la chioma dell'albero, dov'erano i frutti più maturi, e la diede al sarto, perché‚ mangiasse anche lui. Ma il piccolo sarto era troppo debole per resistere alla forza dell'albero e fu scagliato in aria. -Come mai, non hai la forza di tenere quella bacchettina?- domandò il gigante. Ed egli rispose: -Credi che sia un gran che per uno che ne ha colpiti sette in una volta? Sai perché‚ l'ho fatto? Perché‚ qua sotto i cacciatori sparano nella macchia. Fallo anche tu se ne sei capace-. Il gigante provò, ma non riuscì a saltare oltre l'albero poiché‚ finiva sempre tra i rami e vi si impigliava; così anche questa volta il piccolo sarto ebbe il sopravvento. Il gigante disse: -Vieni nella nostra caverna e pernotta da noi-. Il piccolo sarto lo seguì di buona voglia. Il gigante gli diede allora un letto dove poteva riposarsi. Il piccolo sarto però non si coricò, ma si rannicchiò in un angolo. A mezzanotte il gigante venne con una sbarra di ferro, con un colpo sfondò il letto e pensò: "Finalmente è finita con quella cavalletta, così non si farà più vedere." Il giorno dopo i giganti andarono nel bosco e avevano completamente dimenticato il piccolo sarto, che credevano morto, quand'eccolo arrivare tutto allegro e baldanzoso. I giganti, sbigottiti, ebbero paura di essere tutti uccisi e fuggirono a precipizio. Il piccolo sarto proseguì per la sua strada, sempre dietro la punta del suo naso, fino a quando giunse nel cortile di una reggia, e siccome era stanco si sdraiò nell'erba e si addormentò. Mentre dormiva giunse della gente del re, l'osservarono da ogni parte e lessero sulla cintura: -Sette in un colpo!-. -Ah- dissero -cosa vorrà questo gran guerriero, qui, in tempo di pace? Dev'essere certamente un potente signore.- Avvertirono il re e gli dissero: -In caso di guerra sarebbe un uomo utile e importante; non dovete lasciarvelo scappare!-. Al re piacque il consiglio e inviò al piccolo sarto uno dei suoi uomini che appena egli si fosse svegliato, doveva offrirgli di entrare al suo servizio. Il sarto accettò e disse: -Sono venuto proprio per questo, per servire il re- Così fu ricevuto con grandi onori, e gli venne assegnato un alloggio particolare. Ma i guerrieri gli erano ostili e si auguravano che andasse all'inferno. -Come andrà a finire?- dicevano fra loro. -Se attacchiamo lite e lui mena botte, ne cadono sette a ogni colpo. Noialtri non possiamo fargli fronte!- Si risolsero quindi ad andare tutti insieme dal re, lo pregarono di congedarli e dissero: -Non siamo fatti per resistere a un uomo così forte-. Il re era spiacente di dover perdere tutti i suoi servi a causa di uno solo, se ne sarebbe sbarazzato volentieri e rimpiangeva il momento in cui l'aveva incontrato. Ma non osava congedarlo, perché‚ temeva ch'egli l'uccidesse con tutto il suo popolo e occupasse il trono. Meditò a lungo e alla fine ebbe un'idea: mandò a dire al piccolo sarto che, siccome egli era un così grande eroe, voleva fargli una proposta. In un bosco del suo regno c'erano due giganti che facevano gran danno con rapine, assassinii, incendi; nessuno poteva avvicinarli anche se armato. Se egli li avesse uccisi, gli avrebbe dato sua figlia in sposa e metà del regno per dote; inoltre cento cavalieri l'avrebbero accompagnato per dargli manforte. "Sarebbe un bel colpo per un uomo come te" pensò il piccolo sarto. "Una bella principessa e un mezzo regno non sono mica male!" -Oh, sì- rispose -i giganti li domerò e i cento cavalieri non mi occorrono: chi ne abbatte sette in un colpo non può temerne due.- Così si mise in cammino e, quando giunse al limitare della foresta disse ai cavalieri: -Rimanete fuori, con i giganti me la sbrigherò io- Entrò e guardò di qua e di là. Finalmente li trovò entrambi che dormivano sotto un albero e russavano tanto da far oscillare i rami. -Il gioco è fatto!- disse il piccolo sarto; si riempì le tasche di pietre e salì sull'albero. Poi incominciò a gettare una pietra dopo l'altra sul petto di uno dei due giganti, fino a quando questi si svegliò stizzito, urtò il compagno e disse: -Ehi, perché‚ mi batti?-. -Tu sogni- rispose l'altro -non ti batto affatto.- Stavano di nuovo per addormentarsi, quando il piccolo sarto gettò al secondo una pietra sul petto; quello saltò su e disse: -Cosa hai intenzione di fare, cosa mi getti?-. -Non ti getto proprio nulla- disse il primo. Litigarono per un po' ma, siccome erano stanchi, lasciarono stare e chiusero di nuovo gli occhi. Allora il piccolo sarto ricominciò il suo gioco, scelse la pietra più grossa, e la gettò con tutte le sue forze sul petto del primo gigante che gridò: -Questo è troppo!-, saltò su come un pazzo e picchiò il compagno. All'altro non andò a genio e lo ripagò di ugual moneta; allora si infuriarono tanto che divelsero gli alberi, e si azzuffarono finché‚ caddero morti. -Meno male- disse il piccolo sarto -che non hanno divelto l'albero su cui stavo, sennò avrei fatto un brutto salto!- Scese poi allegro dall'albero, sfoderò la spada e, in tutta tranquillità, affibbiò loro qualche bel fendente nel petto, poi andò dai cavalieri. -Là giacciono i due giganti- disse. -Ho fatto loro la festa, ma ci voleva proprio uno che ne abbatte sette in un colpo, perché‚, messi alle strette, hanno ancora divelto degli alberi!- -Siete ferito, per caso?- domandarono i cavalieri. -Ci vuol pratica- rispose il piccolo sarto -ma non mi hanno torto un capello.- I cavalieri non volevano credergli e s'inoltrarono nella foresta: trovarono i giganti immersi nel loro sangue, e intorno gli alberi divelti. Allora essi si meravigliarono ed ebbero ancora più paura del piccolo sarto perché‚ non dubitavano che li avrebbe uccisi tutti qualora gli fossero stati nemici. Ritornarono al castello e raccontarono tutto al re; poi giunse anche il piccolo sarto e disse: -Ora voglio la principessa e metà regno-. Ma il re si era pentito della sua promessa e pensava di nuovo a come togliersi dai piedi l'eroe, al quale non voleva affatto dare la figlia. Così gli disse che se la voleva sposare doveva prima catturare un unicorno che correva nella foresta arrecando danno a uomini e animali. Il piccolo sarto ne fu felice, prese una cordicella, andò nella foresta e ordinò alla scorta di aspettarlo fuori poiché‚ voleva catturare da solo l'unicorno. Penetrò poi nella foresta, e vagò qua e là in cerca dell'unicorno. Ben presto arrivò l'unicorno e si avventò dritto contro il sarto per infilzarlo. -Piano, piano!- diss'egli. Si fermò aspettando che l'animale gli fosse ben vicino, poi saltò rapidamente dietro un albero. L'unicorno correva tanto veloce che non ebbe il tempo di cambiare direzione, cosicché‚ si avventò contro l'albero e infisse il corno nel tronco così saldamente che, pur usando tutta la sua forza, non riuscì a ritrarlo e rimase imprigionato. Allora il piccolo sarto sbucò da dietro l'albero, gli mise la cordicella intorno al collo e lo condusse prima dai compagni e poi dal re, cui rammentò la promessa fattagli. Il re si impaurì, ma escogitò una nuova astuzia e gli disse che, prima che si tenessero le nozze, egli doveva catturargli un cinghiale che correva nella foresta; i cacciatori lo avrebbero aiutato. -Volentieri- disse il piccolo sarto -è la cosa meno difficile.- Così andò ancora una volta nella foresta lasciando fuori i cacciatori, ed essi ne furono ben contenti perché‚ il cinghiale li aveva già accolti spesso in modo da levare la voglia di dargli la caccia. Quando il cinghiale vide l'omino, gli si avventò contro con la schiuma alla bocca arrotando i denti, e voleva buttarlo a terra. Ma il piccolo sarto si trovava accanto a una cappella, vi balzò dentro e, agilmente, uscì subito dalla finestra. Il cinghiale lo aveva seguito, ma quando il piccolo sarto balzò fuori corse a chiudere la porta, e la bestia rimase imprigionata perché‚ non riusciva a saltare fino alla finestra. Egli chiamò allora i cacciatori affinché‚ vedessero la preda, e poi si recò dal re e disse: -Ho catturato il cinghiale e, con esso, anche la principessa-. E' facile immaginare se il re fosse contento o no della notizia; ma non sapeva più che cosa obiettare, dovette perciò mantenere la promessa e accordargli la figlia. Almeno credeva che egli fosse un eroe; se avesse saputo che non si trattava che di un piccolo sarto, gli avrebbe dato più volentieri una corda. Così le nozze furono celebrate con gran pompa e poca gioia, e di un sarto si fece un re. Dopo alcuni giorni, di notte, la giovane regina udì il piccolo sarto dire, sognando: -Garzone, fammi la giubba e rattoppami i calzoni, o ti darò il metro sulle orecchie-. Allora capì di dove sbucasse il suo signor sposo, e, il mattino dopo, si lamentò con il padre e lo pregò di aiutarla a liberarsi di quell'uomo che non era che un sarto. Il re la consolò e disse: -La notte prossima, lascia aperta la tua camera da letto; fuori ci saranno i miei servi e, quando sarà addormentato, entreranno e lo faranno prigioniero-. La donna ne fu contenta; ma l'armigero del re aveva sentito tutto e, siccome era affezionato al giovane signore e gli era fedele, corse da lui e gli raccontò tutto. Il piccolo sarto disse di buon animo: -Metterò riparo alla cosa-. La sera andò a letto con la moglie all'ora solita e fece finta di dormire; ella si alzò, aprì la porta e si rimise a letto. Allora il piccolo sarto incominciò a gridare con voce squillante: -Garzone, fammi la giubba e rattoppa i calzoni, o ti darò il metro sulle orecchie! Ne ho presi sette in un colpo, ho ucciso due giganti, catturato un unicorno e un cinghiale: e dovrei avere paura di quelli là fuori, davanti alla camera?-. Quando udirono queste parole, tutti fuggirono come se fossero stati rincorsi da mille diavoli, e nessuno osò avvicinarsi al sarto. Così egli era e rimase re per tutta la vita.

dei fratelli Grimm

FONTE www.grimmstories.com

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FAVOLE E RACCONTI La lepre e la tartaruga

13 Luglio 2021, 11:00am

Pubblicato da Miki Pappacoda

FAVOLE E RACCONTI La lepre e la tartaruga

INSERITO DA MORENA MOTTA La lepre si vantava con tutti gli animali: “Nessuno può battermi in una gara di velocità; sfido chiunque a correre con me e a superarmi!”
La tartaruga accettò la sfida, con tanta calma e il sorriso sulla bocca.
“Questa poi!” rise la lepre “Una tartaruga che vorrebbe battermi nella corsa”.
Ma la tartaruga sembrava seria: “Non vantarti prima della vittoria; vuoi fare questa gara o no?”
La lepre accettò, così fu stabilito il percorso e dato il via. Naturalmente, la lepre partì come un fulmine e superò la tartaruga; a poca strada dal traguardo, poiché non vedeva più il suo avversario, decise di fare un sonnellino, per mostrare alla tartaruga quanto le fosse superiore.
Tuttavia, la tartaruga, avanzava passo dopo passo e non impiegò molto a raggiungere la sua avversaria; poi, visto che quella ancora dormiva, andò avanti e tagliò il traguardo. Quando la lepre si svegliò, ormai era troppo tardi e la tartaruga aveva vinto la gara; così, disse alla lepre:”Non basta correre, bisogna partire in tempo”.

I propri avversari, per quanto deboli, non devono mai essere sottovalutati.

FONTE https://portalebambini.it

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FAVOLE E RACCONTI La volpe e l’uva

8 Luglio 2021, 14:18pm

Pubblicato da Miki Pappacoda

FAVOLE E RACCONTI La volpe e l’uva

INSERITO DA MORENA MOTTA C’era una volta una volpe molto furba e altrettanto famelica; la sua fama era tale che tutti gli animali erano fuggiti dal bosco in cui abitava, per paura di finire divorati. Alla fine, la volpe si era trovata senza più nulla da mettere sotto i denti. L’animale, spinto dalla fame, aveva abbandonato il bosco e fu così che si ritrovò in un vigneto.
Dai tralci di vite penzolavano dei grossi grappoli d’uva: gli acini erano dolci e succosi e avevano un aspetto delizioso. Così, la volpe, si sollevò sulle zampe posteriori per afferrare qualche grappolo; tuttavia, non era alta a sufficienza e non riusciva nemmeno a sfiorare gli acini. Dopo qualche tentativo, la volpe prese la rincorsa e cercò di raggiungere l’uva saltando: anche questa volta, però, non riuscì.
Poiché tutt’intorno a lei si stava radunando una folla di animali curiosi, la volpe, per non fare brutta figura, se ne andò col petto gonfio, esclamando ad alta voce: “Quest’uva è ancora acerba”.

Spesso, le persone denigrano ciò che non riescono ad avere.

di Esopo

FONTE https://portalebambini.it

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FAVOLE E RACCONTI La zanzara e il leone

2 Luglio 2021, 11:03am

Pubblicato da Miki Pappacoda

FAVOLE E RACCONTI La zanzara e il leone

INSERITO DA MORENA MOTTA C'era una piccola zanzara assai furba e spavalda. Stanca di giocare con le solite amiche, decise un giorno, di lanciare una sfida al Re della foresta. Si presentò così davanti al sovrano che era il leone e lo salutò con un rispettoso inchino. Il grande Re che era intento a schiacciare uno dei suoi pisolini più belli lungo la riva di un fiume, lanciò una distratta occhiata all'insetto. "Oh! Buongiorno".

Rispose Sua Maestà spalancando la bocca in un possente sbadiglio.
La zanzara disse: "Sire, sono giunta davanti a Voi per lanciarvi una sfida!" Il leone, un po' più interessato, si risvegliò completamente e si mise ad ascoltare.

'Voi " continuò l'insetto "credete di essere il più forte degli animali eppure io dico che se facessimo un duello riuscirei a sconfiggervi!" Il Sovrano divertito disse: "Ebbene se sei tanto sicura,proviamo!" In men che non si dica il piazzale si riempì di animali d'ogni genere desiderosi di assistere alla sfida. Il " Singolar Tenzone" ebbe inizio. L'insetto andò immediatamente a posarsi sul largo naso dell'avversario cominciando a pungerlo a più non posso. Il povero leone preso alla sprovvista tentò con le sue enormi zampe di scacciare la zanzara ma, invece di eliminarla, egli non fece altro che graffiarsi il naso con i suoi stessi artigli. Estenuato, il Re della foresta, si gettò a terra sconfitto. Così, la piccola zanzara fu acclamata da tutti i presenti. Levandosi in volo colma di gioia, la zanzara non si accorse però della tela di un ragno tessuta tra due rami e andò ad imprigionarvisi proprio contro. Intrappolato in quell'infida ragnatela l'insetto scoppiò in lacrime, consapevole del pericolo che stava correndo. Fortunatamente il leone, che aveva assistito alla scena, con una zampata distrusse la tela e liberò la piccolina dicendo:

"Eccoti salvata mia cara amica. Ricordati che esiste sempre qualcuno più forte di te! E questo me lo hai insegnato proprio tu!" La zanzara, da quel giorno imparò a tenere un po' a freno la propria spavalderia.

Le persone troppo sicure di sé riescono, a volte, a superare gli ostacoli più grossi ma inciampano spesso nelle difficoltà più piccole.

favola di Esopo

FONTE www.lefiabe.com

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FAVOLE E RACCONTI Quel che fa il babbo è sempre giusto

29 Giugno 2021, 11:15am

Pubblicato da Miki Pappacoda

FAVOLE E RACCONTI Quel che fa il babbo è sempre giusto

INSERITO DA MORENA MOTTA Ora voglio raccontarti una storia che ho sentito quando ero piccolo, e da allora ogni volta che ci ho ripensato, mi è sembrata più bella; perché alle storie succede come a molti uomini: guadagnano con l'età, e questo è piacevole!
Tu sei certo stato in campagna, e hai certamente visto una vecchia casa di contadini col tetto di paglia; muschio e erba ci crescono da soli e un nido di cicogne si trova proprio in cima della cicogna non si può fare a meno. Le pareti sono pencolanti, le finestre basse, anzi ce n'è una sola che si può aprire; il forno per cuocere il pane spunta in fuori come una pancia rotonda, e il cespuglio di sambuco si piega sopra la siepe verso una piccola pozza d'acqua con un'anatra e gli anatroccoli, proprio sotto il salice nodoso. Già, e poi c'è il cane alla catena, che abbaia a tutti.
Proprio una casa simile si trovava in campagna, e lì viveva una coppia, un contadino con la moglie. Con quel poco che possedevano avrebbero potuto ben fare a meno di un cavallo che pascolava proprio vicino al fosso della strada maestra. Il contadino lo cavalcava per andare in città, i vicini lo prendevano in prestito e poi lo ricambiavano con qualcos'altro, ma per loro sarebbe certo stato meglio vendere quel cavallo o scambiarlo con qualche altra cosa che si sarebbe rivelata più utile. Ma che cosa?
«Questo lo capisci meglio tu, babbo!» disse la moglie. «Adesso c'è il mercato in città, vai là col cavallo e vendilo in cambio di soldi o di qualcos'altro di buono. Quello che fai tu va sempre bene. Vai al mercato!»
E così gli avvolse il fazzoletto intorno al collo, perché quello lo sapeva fare meglio di lui, anzi gli fece un nodo doppio, che era più elegante, poi gli pulì il cappello con il palmo della mano e lo baciò sulla bocca. Quindi lui partì sul cavallo che doveva vendere o scambiare; era un uomo: di lui ci si poteva fidare.
Il sole bruciava e non c'era nessuna nuvola. La strada era piena di polvere; c'erano moltissime persone che andavano al mercato in carrozzella, a cavallo o addirittura a piedi. Faceva un caldo eccezionale e non c'era neppure un po' d'ombra sulla strada.
Passò uno con una mucca, proprio graziosa come può essere una mucca.
"Questa dà sicuramente dell'ottimo latte!" pensò il contadino, poteva essere un ottimo affare averla. «Ehi, tu con la mucca!» disse «noi due dobbiamo parlare. Vedi questo cavallo? credo che costi più di una mucca, ma per me è lo stesso. A me torna più utile la mucca. Li scambiamo?»
«Certo!» disse l'uomo con la mucca, e così li scambiarono.
Ormai era fatta e il contadino poteva benissimo tornarsene a casa: aveva ottenuto quello che voleva; ma avendo pensato di andare al mercato, volle andarci ugualmente, giusto per vederlo. Così s'incamminò con la mucca. Camminava spedito e la mucca con lui. Raggiunsero un uomo che conduceva una pecora. Era una bella pecora, grassa e con un bel mantello di lana.
"Mi piacerebbe averla!" pensò il contadino. "Non le mancherebbe certo l'erba vicino al fosso e d'inverno potrebbe stare in casa con noi. In fondo sarebbe meglio per noi avere la pecora, che non la mucca." «La scambiamo?»
«Sì!» Naturalmente l'uomo accettò subito. Così venne fatto il cambio e il contadino proseguì con la pecora lungo la strada maestra.
Vicino a un muretto vide un uomo con una grande oca sotto al braccio.
«È proprio pesante quello che hai lì!» disse il contadino «è bella grassa e piena di penne. Starebbe proprio bene, quando c'è bel tempo, vicino alla nostra pozza d'acqua. Così la mamma potrebbe conservare le bucce per qualcuno! Ha sempre detto: "Se solo avessimo un'oca!," ora potrebbe averla e l'avrà. Facciamo cambio? Io ti do la pecora in cambio dell'oca e in più ti ringrazio.»

Figurarsi se l'altro non accettò; e così fecero cambio e il contadino ebbe l'oca. Vicino alla città il traffico si fece più intenso, era un vero viavai di persone e di bestie. La strada affiancava un fosso fino al campo di patate del gabelliere dove era legata la sua gallina perché non volasse via per la confusione. Era proprio una bella gallina, con gli occhi ammiccanti. "Coccodè!" diceva. Cosa volesse dire, non lo so, ma il contadino quando la vide pensò: "È la più bella gallina che io abbia mai vista, è molto più bella della chioccia del prete; mi piacerebbe proprio averla! Una gallina trova sempre un chicco, può pensare da sola a se stessa, sarebbe un ottimo affare se la ottenessi al posto dell'oca." «Facciamo cambio?» chiese. «Facciamolo» disse l'altro «non è una cattiva idea!» e così fecero cambio.
Il gabelliere ricevette l'oca e il contadino la gallina.
Aveva fatto proprio tanti affari andando in città; ora faceva caldo e era stanco, e aveva voglia di un'acquavite e di un pezzo di pane; così, passando vicino a un'osteria, volle entrare, ma il garzone ne stava uscendo con un sacco pieno di qualcosa e i due si scontrarono.
«Che cos'hai lì?» chiese il contadino.
«Mele marce» rispose il garzone. «Un sacco pieno per i maiali.»
«E quante sono! Mi piacerebbe mostrarle alla mamma. L'anno scorso abbiamo ottenuto soltanto una mela dal vecchio albero vicino alla torbiera; l'abbiamo conservata e tenuta sulla dispensa finché non marcì. "Dà un'impressione di benessere!" diceva la mamma; qui potrebbe proprio vederlo il benessere! Già, vorrei mostrargliele.»
«Che cosa offrite in cambio?» chiese il garzone.
«Offrire? Ti do la mia gallina» e così fece, ebbe le mele, entrò nella locanda, si avvicinò al banco, mise vicino alla stufa accesa il sacco delle mele e non ci pensò più. C'erano molti stranieri nella locanda, vari sensali di cavalli e di buoi, e due inglesi così ricchi che avevano le tasche sfondate dalle monete d'oro. Agli inglesi piace scommettere, e ora state a sentire cosa accadde.
Suss, Suss! che rumore proveniva dalla stufa? erano le mele che cominciavano a arrostire.
«Che cos'è?» chiesero, e presto vennero a saperlo con tutta la storia del cavallo cambiato per una mucca, fino a arrivare alle mele marce. «Ah, le beccherai di certo da tua moglie quando tornerai a casa!» dissero gli inglesi. «Te ne darà tante.»
«Mi darà baci, non botte» rispose il contadino. «La mamma dirà: "Quello che fa il babbo è sempre giusto!."»
«Scommettiamo?» chiesero quelli. «Una montagna di monete d'oro: cento monete fanno un quintale e mezzo!»
«Uno staio pieno!» disse il contadino. «Io posso riempirlo solo con le mele, e con me stesso e la mamma per colmare la misura.»
«D'accordo!» dissero, e così scommisero.
La carrozza dell'oste fu preparata, gli inglesi ci salirono, anche il contadino ci salì insieme alle sue mele marce, e così giunsero alla casa del contadino.
«Buona sera, mamma!»
«Buona sera a te, babbo!»
«Ho fatto il cambio.»
«Ah, bene!» disse la donna, e lo abbracciò dimenticando il sacco e i forestieri.
«Ho cambiato il cavallo per una mucca.»
«Ottimo per il latte!» commentò la donna. «Ora avremo latte, burro e formaggio in tavola: un ottimo cambio!»
«Ma poi la mucca l'ho scambiata con una pecora!»
«E questo è ancora meglio!» disse la donna «tu pensi sempre a tutto; abbiamo erba giusto per una pecora. Avremo così latte di pecora e formaggio pecorino e poi delle belle calze di lana, sì, addirittura delle camicie da notte di lana. E queste la mucca non le dà di certo! Le mucche perdono il pelo. Sei proprio pieno di attenzioni!»
«Ma poi la pecora l'ho cambiata con un'oca!»
«Così avremo finalmente l'oca arrosto per San Martino, babbo mio! Tu pensi sempre a farmi felice: è proprio carino da parte tua! L'oca può stare legata e diventerà ancora più grassa per San Martino!»
«Sì, ma ho cambiato l'oca con una gallina!» continuò l'uomo.
«Una gallina! proprio un buon cambio» commentò la moglie. «La gallina fa le uova, le cova, così avremo i pulcini, e potremo mettere su un intero pollaio: è quello che ho sempre desiderato!»
«Sì, ma poi ho fatto cambio con un sacco pieno di mele marce!»
«Adesso sì che ti do un bacio!» disse la donna. «Grazie, marito mio! Ora ti racconterò qualcosa. Quando era via, ho pensato di farti una cena: frittata con cipolle. Avevo le uova ma mi mancavano le cipolle, allora andai alla casa del maestro; loro le hanno, lo so bene, ma la moglie è molto avara, poveretta! Le ho chiesto di prestarmele. "Prestarle?" ha detto lei "nel nostro giardino non cresce niente, neppure una mela marcia, neppure questa potrei prestarle!" Adesso potrò prestargliene dieci, un intero sacco! È proprio da ridere, babbo!» e così gli stampò un bacio sulla bocca.
«È proprio bella» commentarono gli inglesi. «Peggio stanno e più sono felici. I nostri soldi sono spesi bene» e così diedero uno staio pieno di monete d'oro al contadino che aveva ricevuto baci e non botte.
C'è sempre da guadagnare quando la moglie riconosce e dichiara che quello che fa il babbo è la cosa migliore.
Vedi, questa è la storia! L'ho sentita quando ero piccolo e ora l'hai sentita anche tu; ora anche tu sai che quello che fa il babbo è sempre giusto.

di Hans Christian Andersen

FONTE www.andersenstories.com

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FAVOLE E RACCONTI La rana e il bue

17 Giugno 2021, 10:00am

Pubblicato da Miki Pappacoda

FAVOLE E RACCONTI La rana e il bue

INSERITO DA MORENA MOTTA Un giorno una rana vide in un prato un bue e, toccata dall'invidia per una così grande mole, gonfiò la sua pelle rugosa. Domandò poi ai suoi figli se non fosse più grossa del bue.

Quelli dissero risposero in coro: "Noooo".

Di nuovo, con uno sforzo maggiore, tese la pelle e chiese di nuovo chi dei due fosse più grosso. 

I figlioletti risposero: "Il bueeee".

Infine, mentre provò a gonfiarsi ancora di più, inspirò moltissima aria finché... BOOOOOM!

Perché chi troppo vuole... 

FONTE www.nostrofiglio.it

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FAVOLE E RACCONTI La gallina dalle uova d'oro

11 Giugno 2021, 09:55am

Pubblicato da Miki Pappacoda

FAVOLE E RACCONTI La gallina dalle uova d'oro

INSERITO DA MORENA MOTTA Un contadino trovò un giorno nel suo pollaio un uovo tutto d’oro. Pensò di aver visto male, si avvicinò meglio, lo prese in mano…

“È proprio d’oro” disse al colmo della gioia “d’oro zecchino!”.

Prese il prezioso uovo e, con molta cura, lo portò in casa.
Anche la moglie rimase dapprima stupita poi felice disse al marito:
“Siamo ricchi. Abbiamo una gallina che fa le uova d’oro. Non saremo più costretti a lavorare”.
“Aspettiamo a essere così sicuri” rispose il marito “può essere un caso. Non sappiamo ancora se
possediamo una gallina che ci fa le uova d’oro o se questo è piovuto, chissà come, dal cielo”.

Il giorno seguente ansioso ed emozionato il contadino entrò nel pollaio. L’uovo d’oro era là, e l’uomo tirò un gran sospiro di sollievo.
“È proprio vero!” gridò quindi alla moglie uscendo di corsa dal pollaio.
“Abbiamo una gallina che fa uova d’oro. Dobbiamo scoprire quale fra le nostre pollastre ci fa le uova d’oro, così la separeremo dalle altre e la nutriremo meglio”.

Spiarono a lungo il pollaio e scoprirono qual’era la preziosa gallina, poi costruirono solo per lei un pollaio più spazioso e più bello in cui la rinchiusero da sola a fare le uova d’oro. Non ebbero più bisogno di lavorare e diventarono ricchi.

Però, man mano che si arricchivano e che la loro fattoria si ingrandiva senza che dovessero lavorare, i due cominciarono a chiedersi perchè dovevano stare ad aspettare un solo uovo al giorno e dicevano:
“Certo che un uovo al giorno non è poi tanto! Se ne facesse almeno due!”.
“Secondo me” dichiarò un giorno il contadino “questa gallina ha un mucchio d’oro nella pancia e noi stiamo qui ad aspettare un piccolo uovo al giorno, mentre potremmo diventare ricchissimi in un momento solo”.

Con questo pensiero in testa uccise la gallina che faceva le uova d’oro, ma trovò che dentro era fatta come tutte le galline. Così, per l’avidità di arricchirsi, perse anche la possibilità di ricevere quanto aveva ricevuto fino a quel giorno.

FONTE www.filastrocche.it

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FAVOLE E RACCONTI La corsa delle tartarughe

10 Giugno 2021, 10:58am

Pubblicato da Miki Pappacoda

FAVOLE E RACCONTI La corsa delle tartarughe

A CURA DI MORENA MOTTA Le tartarughe vedevano sempre il Giro d'Italia e alla fine venne anche a loro la voglia di correre in bicicletta. Difatti comperarono delle biciclette, con molti sforzi impararono a suonare il campanello e a montare in sella e, quanto a pedalare, ci misero un po' di più, ma alla fine ci riuscirono.
Figuratevi che festa, il giorno della partenza! Una dozzina di tartarughe - scelte per partecipare alla corsa - si erano fatte dipingere la corazza a strisce di tutti i colori, col numero e la marca della bicicletta: Bianchetti, Legnetti e più ne hai più ne metti.
Tutte le altre tartarughe si distesero lungo il percorso, per fare il tifo. Una tartaruga più grossa delle altre fece la parte dell'automobile della giuria, e sulla sua schiena presero posto i giudici e i giornalisti con gli occhiali neri.
Fu dato il segnale della partenza e i corridori cominciarono a correre, il più piano possibile per non stancarsi.
L'automobile della giuria però non poté partire, perché la tartaruga autista si era bell'e addormentata. I giurati, troppo pigri per seguire la corsa con le loro gambe, la imitarono mettendosi ben presto a russare.
I corridori, fatti pochi passi, si dispersero nel bosco a cercare qualche mucchietto di foglie secche per riposare. Il pubblico, non vedendo arrivare la corsa, si stancò di aspettare e si addormentò.
Per farla breve, dieci minuti dopo il segnale di partenza dormivano tutti quanti. E non si seppe mai chi avesse vinto la corsa, perché al traguardo non arrivò nessuno.
Povere tartarughe! Ma non somigliano a quei bambini che dicono "Farò questo, farò quello", e poi se ne dimenticano per la strada?

(da G. Rodari, "Zoo di storie e versi", Torino, Einaudi, 1995)

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FAVOLE E RACCONTI La cicala e la formica

9 Giugno 2021, 07:43am

Pubblicato da Miki Pappacoda

FAVOLE E RACCONTI La cicala e la formica

INSERITO DA MORENA MOTTA In una calda estate, un’allegra cicala cantava sul ramo di un albero, mentre sotto di lei una lunga fila di formiche faticava per trasportare chicchi di grano.
Fra una pausa e l’altra del canto, la cicala si rivolge alle formiche: “Ma perché lavorate tanto, venite qui all’ombra a ripararvi dal sole, potremo cantare insieme!”
Ma le formiche, instancabili, senza fermarsi continuavano il loro lavoro..
“Non possiamo! Dobbiamo preparare le provviste per l’inverno! Quando verrà il freddo e la neve coprirà la terra, non troveremo più niente da mangiare e solo se avremo le dispense piene potremo sopravvivere!”
“L’estate è ancora lunga e c’è tempo per fare provviste prima che arrivi l’inverno!
Io preferisco cantare! Con questo sole e questo caldo è impossibile lavorare!”
Per tutta l’estate la cicala continuò a cantare e le formiche a lavorare.
Ma i giorni passavano veloci, poi le settimane e i mesi. Arrivò l’autunno e gli alberi cominciarono a perdere le foglie e la cicala scese dall’albero ormai spoglio. Anche l’erba diventava sempre più gialla e rada. Una mattina la cicala si svegliò tutta infreddolita, mentre i campi erano coperti dalla prima brina.
Il gelo bruciò il verde delle ultime foglie: era arrivato l’inverno.
La cicala cominciò a vagare cibandosi di qualche gambo rinsecchito che spuntava ancora dal terreno duro e gelato.
Venne la neve e la cicala non trovò più niente da mangiare: affamata e tremante di freddo, pensava con rimpianto al caldo e ai canti dell’estate.
Una sera vide una lucina lontana e si avvicinò affondando nella neve: “Aprite! Aprite, per favore! Sto morendo di fame! Datemi qualcosa da mangiare!”
La finestra si aprì e la formica si affacciò: “Chi è? Chi è che bussa?”
“Sono io, la cicala! Ho fame, freddo e sono senza casa!”
“La cicala?! Ah! Mi ricordo di te! Cosa hai fatto durante l’estate, mentre noi faticavamo per prepararci all’inverno?”
“Io? Cantavo e riempivo del mio canto cielo e terra!”
“Hai cantato?” replicò la formica, “Adesso balla!”

di Esopo

FONTE http://tuttoscuola.altervista.org

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