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favole e racconti

FAVOLE E RACCONTI Pelle d'asino

2 Marzo 2021, 10:40am

Pubblicato da Miki Pappacoda

FAVOLE E RACCONTI Pelle d'asino

C’era una volta un re così grande, così amato dai suoi popoli, così rispettato dai vicini e dagli alleati, che si potea dire il più avventurato dei sovrani. La sua fortuna era anche confermata dalla scelta fatta d’una principessa non meno bella che virtuosa, con la quale viveva nel massimo accordo. Dalla loro unione una figlia era nata, così colma di grazia che non faceva lor lamentare di non avere una più larga figliolanza.
Il lusso, il gusto, l’abbondanza regnavano a palazzo; i ministri erano bravi e giudiziosi; i cortigiani virtuosi e affezionati; fedeli e laboriosi i servi; vaste le scuderie, con cavalli magnifici coperti di ricche gualdrappe; se non che gli stranieri che venivano ad ammirare quelle scuderie stupivano in vedere nel posto più appariscente un asino con tanto d’orecchi. Non già per capriccio aveva il re collocato la bestia a quel modo. Le virtù di quel rarissimo asino meritavano la distinzione, poichè così straordinariamente la natura lo aveva dotato, che il suo strame, non che apparir sudicio, era tutte le mattine largamente coperto di scudi e monete d’oro d’ogni sorta, che si andava a raccogliere al suo primo svegliarsi.
Ora, poichè le vicende della vita non risparmiano mai i re e poichè ai beni si mescola sempre qualche male, volle il cielo che la regina fosse colta da un subitaneo malore, contro il quale la scienza medica nulla potette. La desolazione fu generale. Il re, sensibile e affezionato, tuttochè si dica che il matrimonio è la tomba dell’amore, si affliggeva smisuratamente, portava voti a tutte le chiese del regno, offriva la propria vita in cambio di quella della sposa adorata; ma i numi e le fate furono sordi. Sentitasi prossima a morire, disse la regina al marito piangente: “Permettetemi, prima di morire, che io vi domandi una grazia: se mai vi venisse voglia di riammogliarvi…” A. queste parole, il re mandò un grido da spaccare il cuore, afferrò le mani della moglie, le bagnò di lagrime, giurò che era inutile di parlare di seconde nozze. “No, no, disse, cara regina, parlatemi piuttosto di seguirvi. — Lo Stato, riprese la regina con fermezza, esige un erede e poichè soltanto una figlia io vi ho data, è naturale che vi si faccia pressione perchè abbiate dei figli a voi somiglianti; ma io vi chiedo ardentemente, per tutto l’amore che mi portaste, di non cedere alle insistenze del vostro popolo, se non quando avrete trovato una principessa più bella di me. Voglio che me lo giuriate, e così morrò contenta.”
Si sospetta che la regina, la quale non mancava di amor proprio, avesse preteso quel giuramento, nella sicurezza che nessuna donna al mondo potesse rivaleggiar con lei. Finalmente morì. Lo strepito che fece il marito non si può dire: pianti, singhiozzi giorno e notte, furono la sua unica occupazione.
Ma i grandi dolori non durano. E poi anche i grandi dello Stato si riunirono e vennero a pregare il re che si riammogliasse. La proposta provocò un novello scoppio di lagrime. Il re si scusò col giuramento fatto, sfidando tutti i consiglieri a trovare una principessa più bella della buon’anima. Ma il consiglio non fece caso della promessa, e disse che poco importava della bellezza, purchè la regina fosse virtuosa e non sterile; che la sicurezza dello Stato esigeva un erede; che la figlia del re possedeva, in verità, tutte le doti d’una gran regina, ma che bisognava poi darla in moglie ad uno straniero; e che allora o costui se la porterebbe via o, regnando con lei, i figli non sarebbero più considerati dello stesso sangue, e che quindi, non essendovi ora altri principi del suo nome, i popoli vicini potrebbero suscitar delle guerre da portare la rovina del regno. Il re, colpito da queste considerazioni, promise che avrebbe pensato a contentarli.
Cercò infatti, fra le principesse da marito, quella che più gli convenisse. Tutti i giorni gli si portavano bellissimi ritratti; ma non uno che avesse le grazie della defunta regina; epperò il re non si decideva. Per mala sorte, gli venne in testa che la propria figlia non soltanto era un incanto di bellezza, ma sorpassava inoltre la mamma in quanto a spirito e modi graziosi. La giovinezza di lei, la freschezza della carnagione, infiammarono a tal segno il re da spingerlo a rivelare ogni cosa, a dirle schietto di aver risoluto di sposarla, potendo ella sola scioglierlo dal giuramento.
Virtuosa e pudica com’era, poco mancò che la giovane principessa non venisse meno a quella orribile proposta. Si gettò ai piedi dei padre, e con quanto calore avea nell’anima, lo scongiurò di non costringerla a commettere un tal delitto.
Il re, fittosi in capo quel progetto bisbetico, avea consultato un vecchio Druido, per rassicurare la principessa. Il Druido, più ambizioso che pio, sacrificò all’onore di essere il confidente d’un gran re, l’interesse dell’innocenza e della virtù, e così abilmente s’insinuò nell’animo del re, tanto seppe temperare l’orrore del delitto, da persuadergli perfino che sposar la figlia era un’opera meritoria. Lusingato dai discorsi del furfante, il re lo abbracciò e tornò a palazzo più caparbio che mai. Fece dunque ordinare alla figlia di prepararsi all’obbedienza.
Straziata dal dolore, la giovane principessa non seppe altro immaginare che ricorrere alla fata dei Lilà, sua madrina. La stessa notte partì in un biroccino tirato da un grosso montone che sapeva tutte le vie. Arriva sana e salva. La fata, che le voleva bene, le disse di saper già tutto, che non si desse pena, che niente di male sarebbe successo, purchè eseguisse appuntino le sue istruzioni. “Perchè sarebbe un gran peccato, disse, di sposar vostro padre, ma voi, cara, potete, senza contradirgli, evitare il male; ditegli che vi dia, per contentare un vostro capriccio, una veste color del tempo; mai e poi mai, con tutto il suo amore e il suo potere, riuscirà ad averla”.
La principessa ringraziò la madrina, e il giorno appresso parlò al re, dichiarandogli che non avrebbe dato una risposta se prima non le si dava una veste color del tempo. Il re, animato dalla speranza, chiamò i più famosi operai, e ordinò loro la veste, minacciando, se non riuscivano, di farli tutti appiccare. Non gli toccò il dispiacere di ricorrere a questo eccesso; due giorni dopo la veste era pronta. Il firmamento, cinto da nuvole d’oro, non è così azzurro com’era quella splendida veste. La principessa ne fu afflitta e non sapeva come cavarsela. Il re insisteva per conchiudere. Bisognò di nuovo rivolgersi alla madrina, e questa, sorpresa di veder sventato il suo stratagemma, le consigliò di chiedere un altro vestito color della luna. Il re, che nulla le sapea rifiutare, fece chiamare i più esperti operai, e ordinò loro con tanta premura un vestito color della luna che tra l’ordine e l’esecuzione nemmeno ventiquattr’ore passarono.
La principessa, assai più contenta della magnifica veste che non delle tenerezze paterne, si disperò quando si trovò sola con le sue donne e con la sua nudrice. La fata dei Lilà, che tutto sapeva, accorse in aiuto dell’afflitta, e le disse: “Se non m’inganno, io credo che domandando un vestito color del sole, si verrà a capo di disgustare il re vostro padre, perchè non riuscirà mai ad averlo: ad ogni modo avremo guadagnato tempo”.

Il vestito fu chiesto; e il re innamorato diè volentieri tutti i diamanti e i rubini della corona per agevolare il lavoro, con ordine espresso di non risparmiare niente perchè il vestito fosse come il sole. E tale fu; tanto che, appena spiegato, tutti i presenti furono costretti a chiuder gli occhi. Fu allora che s’inventarono gli occhiali verdi e neri. Figurarsi la principessa! Una cosa così bella, un lavoro così artistico nessuno aveva visto mai. Confusa, allegando di aver male agli occhi, si ritirò in camera sua, dove la fata l’aspettava, più che mai mortificata; peggio ancora, arrabbiata.
“Ah! perbacco! esclamò, vedremo ora di mettere a una dura prova l’amore di vostro padre. Lo so che è testardo; ma sarà certo sbalordito della domanda che gli farete ora: chiedetegli la pelle d’asino a lui così caro e che sopperisce a tutte le spese della corte: andate, dite che quella pelle vi è indispensabile”.
La principessa, senza perder tempo, obbedì. Benchè sbalordito davanti a quel nuovo capriccio, il re non esitò un momento. Il povero asino fu sacrificato, e la pelle fu galantemente presentata alla principessa, che si diè nel punto stesso a percuotersi le guance e a strapparsi i capelli.
“Che fate, figlia mia? le gridò la madrina accorrendo. Ecco il momento più felice della vostra vita. Avvolgetevi in questa pelle, uscite dal palazzo, correte finchè le gambe vi bastano: quando si sacrifica tutto alla virtù, non può mancare il compenso. Andate. Penserò io a farvi seguire dai vostri vestiti: dovunque vi fermiate, la vostra cassetta con gli abiti e i gioielli vi seguirà sotto terra; ed ecco pure la mia bacchetta: battendo la terra, quando ne abbiate bisogno, subito la cassetta verrà fuori. Partite subito, non perdete tempo”.
Mille volte la principessa abbracciò la madrina, la pregò di non abbandonarla, s’infagottò nella brutta pelle, dopo essersi sporcato il viso con la fuliggine del camino, ed uscì dal ricco palazzo senza esser riconosciuta da anima viva.
La sparizione della principessa fece colpo. Il re, che aveva fatto preparare una festa magnifica, era inconsolabile. Più di cento gendarmi e di cento moschettieri furono spiccati sui passi della fuggitiva; ma la fata che la proteggeva la rese invisibile ad ogni ricerca.
Così, fu forza consolarsi.
La principessa intanto camminava. Cammina, cammina, non trovava mai chi la volesse, tanto la trovavano sporca. Entrò in una bella città, e proprio sulla porta trovò una fattoria, dove la fattora avea bisogno d’una vaiassa per lavare gli strofinacci, pulire i tacchini e il trogolo dei maiali. La principessa tanto era stanca, accettò l’offerta, e fu subito cacciata in un cantuccio della cucina, dove fu fatta segno alle beffe del servidorame, tanto era ributtante nella sua pelle d’asino. A poco a poco, non si badò più a lei; anzi la fattora prese a proteggerla, tanto la vide sollecita dei suoi doveri. La principessa guidava le pecore e i tacchini, come se altro non avesse mai fatto; e checchè facesse, non sbagliava mai.
Un giorno, seduta tutta afflitta presso una fontana, pensò di mirarvisi, e uno spavento la prese quando si vide così infagottata in quella orrenda pelle di asino. Tutta vergognosa, si lavò il viso e le mani, e diventò più bianca dell’avorio. La gioia di vedersi così bella le fece venir la voglia di fare un bagno; ma subito dopo, ebbe di nuovo a indossar la pelle per tornare alla fattoria. Fortunatamente, il giorno appresso era festa; sicchè ella ebbe modo di tirar fuori la sua cassetta, di cavarne i vestiti, d’incipriarsi i capelli, d’indossare la bella veste color del tempo. La camera era così piccina che lo strascico della veste non trovava posto. La principessa si mirò e si ammirò, tanto che decise alla fine, per scacciar la noia, di indossare i suoi bei vestiti tutte le feste e le domeniche: e così fece. S’intrecciava nei capelli fiori e diamanti; dolevasi spesso che soli testimoni della sua bellezza fossero i montoni e i tacchini, che pur le volevano bene con tutta la sua orribile pelle d’asino.

Un giorno di festa che Pelled’Asino aveva indossato il vestito color di sole, il figlio del re, a cui la fattoria apparteneva, vi si fermò per riposarsi dalla caccia. Era giovane, bello, adorato dai genitori, idolatrato dal popolo. Gli fu offerta una rustica refezione; dopo della quale, ei si diè a girare di qua e di là pei cortili. Entrò così in un oscuro androne che aveva in fondo una porta chiusa. La curiosità lo spinse a metter l’occhio al buco della serratura; ma che colpo fu il suo, quando vide la principessa così bella, così sfarzosamente vestita, così nobile all’aspetto da parere una divinità? La furia del sentimento lo avrebbe spinto a sfondar la porta se non fosse stato il rispetto inspiratogli dalla magica apparizione.
Uscì a malincuore dall’oscuro androne, e subito domandò chi fosse la persona che abitava quella camera. Gli risposero che era una vaiassa, chiamata Pelled’Asino, perchè d’una pelle d’asino era vestita, che tanto era sudicia ed unta, che nessuno la guardava o le parlava; e che la si era presa per guardiana dei montoni e dei tacchini.
Poco soddisfatto di questi chiarimenti, il principe capì essere inutile chieder notizie a quella gente grossolana. Tornò alla reggia, più che mai innamorato, avendo sempre davanti agli occhi la divina visione balenatagli attraverso la serratura. Si pentì di non aver picchiato, e decise di farlo un’altra volta. Ma la furia del sangue, effetto dell’amore, gli diè la stessa notte una febbre così forte che in brevissimo tempo lo ridusse agli estremi. La regina madre, avendo in lui l’unico suo figlio, si disperava. Prometteva ai medici i più straordinari compensi; ma i medici, con tutta la loro scienza, a niente riuscivano.
Indovinarono finalmente che la causa del male era un dolore profondo; e ne avvertirono la regina, la quale corse subito al capezzale del figlio per interrogarlo e supplicarlo: “Parlasse franco: quand’anche si trattasse di ceder la corona, il re suo padre scenderebbe volentieri dal trono perchè il figlio vi montasse; se desiderava una principessa, dato pure che si fosse in guerra col padre di lei, tutto si porrebbe in opera per contentarlo; ma ad ogni modo, non si abbandonasse così, non morisse, poichè dalla vita di lui dipendeva la loro.”
Così parlando, un fiume di lagrime le sgorgava dagli occhi.
“Signora, rispose il principe con un fil di voce, io non sono così snaturato da ambire la corona di mio padre; faccia il cielo che egli viva a lungo e che mi abbia come il più fedele e devoto dei sudditi! In quanto a principesse, non ho ancora pensato ad ammogliarmi; e voi sapete che, obbediente come sono, farò sempre ed a qualunque costo il vostro volere. — Ah, figlio mio! proruppe la regina, nulla ci costerà per salvarti la vita; ma tu salva la mia e quella di tuo padre, confessandomi quel che desideri, e sta pur certo che ti sarà accordato. — Ebbene, signora! disse il principe, vi obbedirò: non voglio affrontare il delitto di mettere in pericolo due esseri che mi son cari. Sì, madre mia, io desidero che Pelled’Asino mi faccia una torta, e che questa subito dopo mi sia portata.”
La regina domandò sbalordita chi mai fosse Pelled’Asino. “È la più brutta bestiaccia che si possa immaginare, rispose un ufficiale che per caso avea visto la ragazza; una sudiciona, guardiana di tacchini, alloggiata nella vostra fattoria. — Non importa, disse la regina; mio figlio, tornando dalla caccia, avrà forse mangiato qualche cosa cotta da lei; è un capriccio d’ammalato; in somma, io voglio che Pelled’Asino gli faccia subito una torta.
Si corse alla fattoria, si chiamò Pelled’Asino, le si ordinò di fare una torta pel principe.
Vogliono alcuni che Pelled’Asino si fosse accorta del principe, quando questi spiava dalla serratura; e che poi, messasi alla finestra, l’aveva visto allontanarsi ed era rimasta colpita dalla bellezza del giovane. Comunque sia, o che l’avesse visto, o che ne avesse inteso a parlare, tutta lieta di aver un mezzo per farsi conoscere, Pelled’Asino si chiuse in camera, gettò via la pelle, si lavò il viso e le mani, si pettinò i biondi capelli, indossò un bel busto di argento, una gonna simile, e si diè a manipolare la torta con farina purissima, uova e burro. Mentre lavorava, sia per caso, sia a posta, un anello che aveva al dito cadde e si mescolò nella pasta. Fatta la torta, rimise la pelle, e consegnò quella all’ufficiale, a cui domandò notizie del principe; ma l’ufficiale le voltò le spalle senza degnarsi di risponderle.
Il principe prese la torta e con tanta furia la divorò, che i medici dichiararono esser quello un brutto segno. Poco mancò infatti che il principe non s’affogasse con l’anello; ma destramente se lo cavò di bocca, e mangiò più a rilento, mentre esaminava il fine smeraldo, incastonato in un così stretto cerchietto d’oro, che non poteva adattarsi che al più bel ditino del mondo.
Mille volte baciò quell’anello, se lo mise sotto il guanciale, e ad ogni poco lo tirava fuori, quando credeva non esser visto. Ma come fare per trovare colei cui quell’anello si adattasse? come ottenere che gli si facesse vedere la manipolatrice della torta? come confessare quel che avea visto pel buco della serratura, senza far ridere del fatto suo ed esser trattato da visionario? Tutti questi dubbi lo tormentarono a segno, che la febbre lo riprese; e i medici, non sapendo più che farsi dichiararono alla regina che il principe era ammalato d’amore.
La regina e il re accorsero insieme dal figliuolo. “Figlio, figlio mio! esclamò disperato il sovrano, parla, nomina colei che tu vuoi, noi giuriamo di dartela, fosse anche la più brutta delle schiave.” La regina, abbraciandolo, confermò il giuramento del re. “Babbo, mamma, rispose il principe commosso da quelle lagrime, io non penso mica a fare un matrimonio che vi dispiaccia; e, in prova di ciò, io vi dichiaro che sposerò solo colei, a cui andrà bene questo anello; (e così dicendo, tirava lo smeraldo di sotto al guanciale); non è credibile che una persona con un così bel dito sia una zoticona o una contadina.”
Il re e la regina presero l’anello, l’osservarono, e conchiusero che esso non poteva appartenere che ad una nobile damigella. Abbracciato il figlio e pregatolo di guarire, il re uscì, fece dar nei tamburi, fece sonar pifferi e trombe, non che gridare dagli araldi per tutta la città che si venisse a palazzo per provare un anello, e che colei cui l’anello si adattasse sposerebbe il principe ereditario.
Arrivarono prima le principesse, poi le duchesse, le marchese e le baronesse; ma checchè si sforzassero ad assottigliarsi il dito, a nessuna riuscì d’infilar l’anello. Si dovette scendere alle crestaie, le quali, per belline che fossero, avean sempre troppo grosse le dita. Il principe che stava meglio, facea da sè la prova. Finalmente si arrivò alle cameriere: peggio di peggio. Non c’era più alcuna che non si fosse provata a infilar l’anello, quando il principe domandò le cuoche, le guattere, le pecoraie. Vennero anche queste, ma le dita rosse e corte non entrarono nemmeno più in giù dell’unghia.
“Si è fatta venire quella tale Pelled’Asino, che mi ha fatto in questi giorni una torta?… domandò il principe. Tutti si misero a ridere, rispondendo di no, tanto quella era sudicia e unta. “Si vada a cercarla all’istante, disse il re; non sarà mai detto ch’io abbia eccettuato qualcuno.”
Si corse, ridendo a più non posso, a cercare la guardiana di tacchini.
La principessa, che aveva inteso i tamburi e le grida degli araldi, avea ben sospettato che l’anello suo fosse il motivo di tanto fracasso. Amava il principe; e poichè il vero amore è timido e senza vanità, trepidava sempre che qualche signorina non avesser il dito sottile come il suo. Fu dunque lietissima di sentir picchiare alla sua porta e di esser chiamata a corte. Da che avea saputo che si cercava un dito adatto all’anello, non so che speranza l’avea spinta a pettinarsi con più cura, a mettersi il busto d’argento con la gonna ricca di balze, di pizzi d’argento cosparsi di smeraldi. Alla prima bussata, si nascose subito nella pelle d’asino, ed aprì la porta. I messi, burlandosi di lei, le dissero che il re la voleva per farle sposare il principe; poi, sempre ridendo, la condussero dal principe, il quale, sbalordito a vederla così vestita, non osò credere che fosse la stessa da lui vista così bella e fastosa. Triste e mortificato esclamò: “Siete proprio voi che alloggiate in fondo all’androne nel terzo cortile della fattoria? — Sì, o signore, rispose ella. — Mostratemi la mano, disse il principe, tremando e sospirando.
Perbacco! chi mai se l’aspettava? Il re, la regina, i ciambellani, i signori di corte, tutti restarono a bocca aperta, quando videro uscire di sotto a quella pelle nera ed unta una manina delicata, bianca e color di rosa, con un ditino incantevole cui l’anello si adattò senza fatica… Poi, ad un leggiero movimento della principessa, la pelle cadde a terra, ed ella apparve così fulgida di bellezza che il principe, con tutta la sua debolezza, si mise alle ginocchia di lei e le abbracciò con un ardore che la fece arrossire; ma nessuno se ne accorse, perchè il re e la regina vennero ad abbracciarla, domandandole se voleva essere la sposa del loro figliuolo. La principessa, confusa da tante carezze non che dall’amore del principe, stava per ringraziare, quando il soffitto si aprì e la fata dei Lilà, discendendo sopra un carro fatto di rami e fiori del suo nome, narrò con grazia squisita la storia della principessa.
Il re e la regina, contentissimi di scoprire una grande principessa in Pelled’Asino, raddoppiarono le loro carezze; ma il principe fu ancor più commosso e più innamorato alla virtù di lei.
L’impazienza fu tale in lui per affrettare il giorno delle nozze, che appena s’ebbe il tempo di fare i preparativi. Il re e la regina non facevano che abbracciare la futura nuora. Questa aveva intanto dichiarato di non poter sposare, senza il consenso del padre; epperò lo s’invitò subito, senza dirgli chi fosse la sposa, come appunto aveva consigliato la fata dei Lilà, che a tutto presiedeva. Arrivarono sovrani da tutti i paesi, chi in portantina, chi in baroccio; i più lontani, montati su tigri, aquile, elefanti; ma il più magnifico e il più potente fu il padre della principessa, il quale s’era fortunatamente scordato della sua folle passione e avea sposato una regina vedova e bella, da cui non aveva avuto figli. La principessa gli corse incontro; ei la riconobbe, l’abbracciò teneramente, non permise che s’ inginocchiasse. Il re e la regina gli presentarono il figlio, che da lui fu accolto con affetto. Le nozze si fecero con tutta la pompa immaginabile. Ma i giovani sposi, poco curanti di tante magnificenze, non guardavano che a sè.
Il re, padre del principe, fece il giorno stesso coronare il figlio, e checchè questi si opponesse, lo mise in trono. Durarono le feste circa tre mesi; ma l’amore dei due sposi durerebbe tutt’ora, tanto si volean bene, se essi non fossero morti cento anni dopo.

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FAVOLE E RACCONTI La bella addormentata nel bosco

18 Febbraio 2021, 16:37pm

Pubblicato da Miki Pappacoda

FAVOLE E RACCONTI La bella addormentata nel bosco

C’erano una volta un re ed una regina che desideravano tanto avere un erede e che finalmente ebbero una bambina, a cui diedero il nome di Aurora. Organizzarono una grande festa e invitarono tutti i sovrani delle terre confinanti e tutte le fate dei regni, eccetto la Fata della Montagna, così anziana che nessuno si ricordava più della sua presenza.

Le fate iniziarono a dare i doni magici ad Aurora: la bellezza, la grazia, la gentilezza, l’intelligenza, la simpatia, l’abilità a fare tutto. Era quasi il turno della settima, che avrebbe dovuto pronunciarsi sull’amore, quando arrivò la Fata della Montagna.

Era offesa per essere stata dimenticata e così disse “Non mi avete invitato, ma voglio anch’io fare un dono alla principessa: sarà la più bella principessa fino all’età di sedici anni, quando si pungerà con un fuso e morirà”. Detto questo, la fata sparì in una nuvola nera.

I genitori erano disperati, ma la settima fata disse: “Non posso annullare il suo incantesimo ma posso aggiungere il mio: se si pungerà cadrà in un sonno di cento anni, da cui sarà svegliata dal bacio del vero amore”. Il re allora fece distruggere tutti i fusi.

Passarono sedici anni: Aurora era nel castello di campagna ed iniziò ad esplorare le stanze. In una stanza viveva una vecchina sorda che non aveva mai sentito del divieto di filare con l’arcolaio. Aurora fu stupita dal fuso che non aveva mai visto prima e volle provare ad usarlo ma si ferì e cadde a terra come morta.

Giunse la settima fata, che avvolse tutti gli abitanti del castello in un incantesimo che li fece cadere in un sonno profondo, poi avvolse tutto il castello in un impenetrabile foresta di rovi.

Trascorsero cento anni ed un giorno passò lì vicino il principe di un paese confinante. Rimase incuriosito dai rovi e dal castello che spuntava e chiese ad un eremita se sapeva qualcosa: “Mio nonno mi disse che lì dormiva una principessa di rara bellezza: tanti principi hanno provato a raggiungerla ma non ci sono riusciti!”.

Il principe volle tentare ed iniziò ad addentrarsi nella foresta. Magicamente, i rovi si aprivano e lo lasciavano passare, permettendogli di giungere al castello.

Il principe iniziò ad esplorarlo e nella camera da letto trovò la principessa addormentata; era così bella che non poté fare a meno di baciarla.

Aurora si ridestò e ringraziò il suo salvatore.
I due giovani si sposarono e vissero felici e contenti.

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FAVOLE E RACCONTI Biancaneve e i sette nani

12 Febbraio 2021, 11:15am

Pubblicato da Miki Pappacoda

FAVOLE E RACCONTI Biancaneve e i sette nani

C’era una volta Biancaneve, una principessa che viveva con suo padre il Re e una matrigna tanto bella quanto cattiva.
Grimilde, la matrigna di Biancaneve, era riuscita a sposare il Re perché era in realtà una strega, e gli aveva fatto un sortilegio.

Da quel giorno, alla corte del castello tutto era diventato più triste.
Grimilde pretendeva di essere servita e riverita in ogni cosa, e aveva fatto in modo che Biancaneve fosse considerata poco più di una serva qualunque.
Ma Biancaneve sopportava anche le peggiori scortesie perché, per tornare felice, le bastava ricordare la sua cara mamma che ora non c’era più.

Grimilde, poi, aveva uno specchio magico, che poteva rispondere a tutte le sua domande, ma lei ne faceva una sola soltanto:
– Specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame? – chiedeva ogni mattina appena sveglia.
E lo specchio, che era uno specchio magico serio, le rispondeva la verità.
– Mia signora, voi siete la più bella di tutte.
E Grimilde sorrideva maligna…

Ma Biancaneve diventava ogni giorno più bella e Grimilde era invidiosa, per questo le faceva fare i lavori più umili, sperando che così rimanesse meno bella di lei.
Finché un giorno, dopo la solita domanda di Grimilde, lo specchio rispose:
– Mia signora, è Biancaneve la più bella del reame…
Grimilde iniziò a gridare infuriata e per poco non ruppe lo specchio dall’ira.
Quella notte non chiuse occhio, e pensò ad un piano per far sparire Biancaneve, così da rimanere la più bella del reame.

Al mattino chiamò il cacciatore, suo servitore, e gli ordinò di portare Biancaneve nel bosco e riportarle il suo cuore, come prova per averla uccisa.
Il povero cacciatore a malincuore obbedì.

– Dove mi portate signor cacciatore? – chiedeva Biancaneve, ma il cacciatore rimaneva zitto e con lo sguardo basso.
Quando furono finalmente nel bosco profondo, si fermarono. Il cacciatore avrebbe dovuto prendere il fucile, ma voleva troppo bene a Biancaneve per poterle fare del male.
– Cosa succede signor cacciatore? – chiese Biancaneve?
– Grimilde vuole essere la più bella del reame, e quindi mi ha dato l’ordine di portarti qui nel bosco e…

Ma il cacciatore non riuscì a finire la frase. Pensò che bastava lasciare la ragazza da sola lì nel bosco, al resto ci avrebbero pensato i lupi.
Salutò Biancaneve con un cenno della mano, e con le lacrime agli occhi scappò via.

Biancaneve, che ancora non aveva ben compreso cosa era successo e perché era stata portata lì, iniziò a guardarsi attorno impaurita, non era mai stata da sola nel profondo bosco.
Iniziò a correre a destra e sinistra, senza riuscire a ritrovare il sentiero che portava al castello, finché non si imbatté un una piccola casetta.

Impaurita e stanca bussò alla porta, ma nessuno aprì. Scostò lentamente la porta chiedendo il permesso, ma nessuno rispose.
Si ritrovò dentro ad una minuscola cucina, con un piccolo tavolo e sette piccole sedie tutt’intorno.
Sulla tavola c’erano del pane e dell’acqua. Biancaneve ne prese un pochino per placare la fame e la sete, e poi si mise a curiosare per la casetta.

Si ritrovò in una stanza da letto con sette piccoli lettini. Era veramente meravigliata e si sedette su uno di questi, ma per la stanchezza si appisolò.

A svegliarla ci pensò un gran fracasso proveniente dalla cucina. Era già sera e dall’altra stanza arrivavano voci di uomini che si chiedevano chi mai fosse entrato nella loro casa.
Così Biancaneve corse in cucina.
– E tu chi sei?! – Esclamarono i sette piccoli ometti quando la videro arrivare.
– Io sono Biancaneve, dovete scusarmi per essere entrata in casa vostra senza permesso ma… – e Biancaneve raccontò loro tutta la sua triste storia.

Quando ebbe finito, i sette nani si guardarono e sentenziarono all’unanimità:
– Non preoccuparti Biancaneve, rimani pure a casa nostra, sei la benvenuta. Ti offriremo riparo e protezione dalla matrigna cattiva.
– Vi ringrazio miei cari ometti – disse Biancaneve – mi saprò sdebitare, non dubitate! – e prese subito a preparare la cena e sistemare casa.
I sette nani, che si chiamavano Brontolo, Cucciolo, Dotto, Eolo, Gongolo, Mammolo e Pisolo, non potevano essere più felici.

Il giorno dopo Grimilde si alzò tutta felice pensando di essersi liberata di Biancaneve, e chiese al suo specchio:
– Specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?
Ma lo specchio rispose:
– Mia signora, è Biancaneve la più bella del reame, e ora vive nel bosco insieme a sette piccoli nani.

– Non è possibile! – gridò Grimilde – l’ho fatta portare nel bosco dal cacciatore, guarda, questo è il suo cuore! – e mostrò un cofanetto di legno.
– Quello nel cofanetto, è il cuore di un capretto! – le rispose lo specchio.
Grimilde gridò furiosa contro lo specchio ed il cacciatore infedele, e decise che avrebbe risolto lei personalmente la questione.
Corse nelle segrete del castello dove nascondeva il suo laboratorio di pozioni magiche e iniziò a fare stregonerie.

Biancaneve intanto era tutta felice che i sette nani la avessero accolta come una sorella. Mentre loro di giorno andavano a lavorare nella vicina miniera, lei preparava il pranzo, rassettava la casa e lavava i panni.
E la sera si divertivano un sacco a raccontarsi storie e filastrocche.

Ma un giorno alla porta della casetta bussò una vecchia signora dai capelli bianchi e vestita di cenci.
– Buongiorno vecchina, cosa posso fare per lei?
– Buongiorno mia cara fanciulla, sono una povera vecchia che vende mele, ne vuoi una? – disse la vecchia.
– Le vostre mele rosse sono bellissime, ma io non ho soldi per pagarvi… – rispose Biancaneve.

La vecchia sorrise e le disse:
– Siete così bella mia giovane fanciulla che ve ne regalo una, tenete, mangiatela pure.
Biancaneve prese la mela e la portò alla bocca…
Ma non appena ne morse un pezzettino, Biancaneve cadde svenuta a terra!

La vecchia allora si mise a ridere, ridere e ridere, e poco dopo in un “puff” si tramutò in Grimilde che si era camuffata da vecchia e aveva avvelenato la mela.
Così, mentre Grimilde spariva nel bosco, Biancaneve giaceva a terra come morta.
La sera i sette nani tornarono a casa, e vedendola così si disperarono e piansero tutta la notte.

Il giorno dopo, non ebbero il coraggio di seppellirla tanto era ancora bella, e prepararono per lei una bara di cristallo che sistemarono in una piccola radura. Piangendo la lasciarono lì in compagnia di scoiattoli e uccellini.
Verso sera passò di lì il principe del reame vicino, Florian, che tornava a casa dalla battuta di caccia.
Incuriosito da quella teca di cristallo con dentro una ragazza si avvicinò, e quando vide la bellezza di Biancaneve se ne innamorò subito.

Lui non sapeva che Biancaneve era stata avvelenata da Grimilde e pensava stesse solo riposando di un sonno profondo.
Così la prese tra le braccia. Ma proprio in quel momento il piccolo pezzo di mela avvelenata che Biancaneve aveva ancora in bocca, cadde a terra.
Il principe Florian la baciò, e Biancaneve che non aveva più il veleno in bocca poco a poco rinvenne e si risvegliò.
Anche Florian era un bel giovane e Biancaneve fu felice di ritrovarsi fra le sue braccia.

Florian portò Biancaneve al suo castello, le giurò eterno amore e promise di proteggerla per sempre dalle grinfie della sua matrigna.
Quando organizzarono il banchetto di nozze fu invitata anche Grimilde, che verde d’invidia e di rabbia per la bellezza di Biancaneve andò via e scomparve. Da quel momento nessuno la vide più.

Biancaneve tornava spesso e volentieri far visita ai suoi amici nani, ed ogni volta era sempre una grande festa!
E vissero tutti felici e contenti.

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FAVOLE E RACCONTI Cenerentola 👠 storia completa e videofiaba

9 Febbraio 2021, 11:37am

Pubblicato da Miki Pappacoda

INSERITO DA MIKI PAPPACODA Cenerentola, grazie al magico aiuto della fata madrina, parteciperà al gran ballo indetto dal Principe, e perdendo una scarpetta di cristallo riuscirà a coronare il suo sogno!

 

Le origini di Cenerentola si perdono nella notte dei tempi, la prima versione moderna però è di Giambattista Basile col titolo di La gatta Cenerentola, poi verranno Charles Perrault, i fratelli Grimm ed infine Walt Disney col suo famoso cartone animato del 1950, che ci ha regalato Cenerentola per come la conosciamo oggi e di cui nel 2015 è stato realizzato anche un film. Noi di fabulinis abbiamo creato la nostra versione adatta anche ai bambini più piccoli, speriamo tanto che vi piaccia! 

C’era una volta una ragazza di nome Lucrezia, ma da tutti veniva ormai chiamata Cenerentola…
Dovete infatti sapere che Cenerentola era stata una bimba molto sfortunata, crebbe senza la mamma fin da quando era molto piccola. Il caro papà per cercare di darle una figura materna sposò una vedova, anche lei con due figlie, con le quali era sempre dolce e benevola, ma si rivelò poi molto severa e ingiusta con Cenerentola.

Il padre cercava sempre di rincuorarla, ma ahimè anche lui poco dopo morì di malattia. E così Cenerentola si ritrovò sola, ma grazie al sorriso del papà che portava sempre nel cuore rimaneva sempre allegra e sorridente.
La matrigna iniziò a trattarla sempre peggio, le faceva fare tutte le faccende domestiche e i lavori più pesanti facendosi servire come se fosse una gran signora. Mentre le sorellastre le facevano ogni tipo di scherzo, visto che erano invidiose della sua naturale bellezza.

Così la sera, stanca ed esausta, Cenerentola si rintanava in un angolo della casa, vicino al caminetto acceso e caldo.
Proprio dal tempo passato vicino al caminetto, sporcandosi i vestiti con la cenere, le sorellastre presero a chiamarla col nomignolo di Cenerentola. Ma a lei non importava, aveva infatti scoperto che dietro al camino c’era la tana di alcuni piccoli topolini che le tenevano compagnia e la rallegravano nei momenti di sconforto.

Un giorno però nel paese accadde un fatto davvero straordinario. Dal castello arrivò un messaggero del Re che proclamò:
“Il figlio del re, il Principe erede al trono, ha indetto un gran ballo nelle sale reali a cui sono invitate tutte le ragazze del regno in età da marito!”

Quando la matrigna lo venne a sapere prese le sue due figlie e iniziò a prepararle come principesse per il gran ballo.
Cenerentola, che stava correndo a destra e sinistra per obbedire agli ordini delle tre donne, sognava ad occhi aperti di quanto sarebbe stato bello poter partecipare a quel gran ballo.

Così prese coraggio e disse alla matrigna:
– Voglio anche io partecipare al ballo! L’invito è aperto a tutte le ragazze del regno in età da marito…
La matrigna e le sue sorellastre, guardandola tutta impolverata e vestita di stracci, si misero a ridere.
– Come pensi di presentarti al castello? Vestita di stracci sporchi?! – e se ne andò via facendole capire che non c’era nessuna possibilità che lei partecipasse al ballo.

Così arrivò la sera del ballo, Cenerentola vide la matrigna e le sorellastre prepararsi, vestirsi con abiti meravigliosi e indossare splendidi gioielli. Aspettò che uscissero di casa, e una volta che si furono allontanate corse a piangere disperata nell’angolino vicino al camino.
I topini suoi amici uscirono dalla tana e cercarono di consolarla strofinando il loro musetto contro le guance bagnate dalle lacrime di Cenerentola.

Le sue lacrime erano così tante che caddero per terra, sopra un piccolo mucchietto di cenere. Ma da quel mucchietto di cenere accadde una cosa inaspettata, piano piano come per magia, una piccola luce iniziò a brillare sempre più forte, finché davanti a Cenerentola non si materializzò una fata!
– Su non fare così piccola Cenerentola mia… – disse la fata Madrina.
– Chi ha parlato!? – esclamò Cenerentola che aveva ancora gli occhi pieni di lacrime e non riusciva a vederci bene.
– Sono io, la tua fata Madrina, e vedrai che adesso sistemeremo un po’ di cose…
– La mia fata Madrina… ? – chiese stupita Cenerentola – … e cosa dovremmo sistemare?
– Beh, tanto per iniziare, ti piacerebbe partecipare al gran ballo di stasera?
– Ma certo! Mi piacerebbe tanto… – rispose Cenerentola che si stava ancora asciugando le lacrime col dorso delle mani – … ma come faccio? Non ho neppure un abito da sera…
– Di questo non ti devi preoccupare, piuttosto portami una zucca e raduna qui i tuoi amici topolini.
– Una zucca? – chiese sorpresa Cenerentola, ma senza chiederle il perché si precipitò nell’orto a prenderne una bella tonda e gliela portò.

Così, la fata Madrina di fronte agli occhi stupefatti di Cenerentola, pronunciò una formula magica e trasformò la zucca in una splendida carrozza, e i topolini in magnifici cavalli bianchi che la trainavano.
Cenerentola rimase a bocca aperta, e non riusciva a pronunciare nemmeno una parola per la meraviglia.

– E ora veniamo a te, mia bella fanciulla – disse la fata che in un colpo di bacchetta magica trasformò l’abito fatto di stracci di Cenerentola in un magnifico vestito da sera color bianco perla, degno di una regina.
– Ma… ma… ma è stupendo! – balbettava Cenerentola – come posso ringraziarti fata Madrina!?
La fata sorrise e disse:
– Piuttosto, ti mancano ancora delle scarpette, degne di questi piedini così piccoli e graziosi – e così ai piedi di Cenerentola comparvero delle magnifiche scarpette di cristallo che le calzavano alla perfezione.

Ora Cenerentola sembrava veramente una principessa.
– E ora vai, corri al ballo ma ricorda solo una cosa, la più importante: questa magia durerà solo fino a mezzanotte, entro il dodicesimo rintocco del campanile tutto ciò che ho fatto sparirà! La carrozza tornerà zucca, i cavalli topolini e il tuo vestito sarà di nuovo di stracci!


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Cenerentola, che ancora non credeva a quello che le stava succedendo, non se lo fece ripetere due volte, salì sulla carrozza e partì per il castello.
Al castello era tutto un susseguirsi di musiche e danze, e Cenerentola fu ricevuta con gli omaggi che si fanno ad una principessa.
Le persone presenti al gran ballo iniziarono a chiedersi da dove mai venisse quella fanciulla così bella ma di cui nessuno sapeva il nome.
Il Principe aveva promesso un ballo a tutte le ragazze presenti, ma quando finalmente fu il turno di Cenerentola, non volle più ballare con nessun’altra.

Tutte le altre ragazze diventarono verdi d’invidia, comprese la matrigna e le sorellastre di Cenerentola.
Così il Principe e Cenerentola continuarono a ballare per tutta la serata, tanto che lei si scordò del del tempo che passava…
Ma ci pensò il campanile a ricordarle che ormai era giunta la mezzanotte, e la campana iniziò a fare i primi rintocchi.
Cenerentola fu presa dal panico.

– Mi scusi sua maestà, ma io ora devo proprio andare… – si congedò frettolosamente dal Principe che non capiva il perché di una fuga così improvvisa, così decise di rincorrerla.
Cenerentola correva veloce, ma mentre scendeva la scalinata che portava alla carrozza perse una delle scarpette di cristallo. Fece per voltarsi a riprenderla, ma mancava ancora un solo rintocco di campana e tutta la magia sarebbe svanita, e il Principe avrebbe visto chi era in realtà.
Così saltò sulla carrozza e gridò ai cavalli di correre al galoppo verso casa.

Al Principe non rimase altro da fare che raccogliere la scarpetta di cristallo, e vedere la carrozza di quella fanciulla senza nome che si allontanava a tutta velocità.
Non appena dal campanile arrivò il dodicesimo rintocco, la carrozza svanì, i cavalli ritornarono ad essere topolini e Cenerentola tornò ad essere vestita di stracci. Per fortuna erano ormai abbastanza lontani dal castello e nessuno vide nulla, così a Cenerentola toccò fare l’ultimo tratto di strada a piedi, in compagnia dei topolini.

Il giorno dopo la matrigna e le sorellastre erano furenti, avevano saputo che il Principe aveva ordinato alle sue guardie di cercare la splendida fanciulla senza nome. Per essere certi che la fanciulla fosse quella giusta, avrebbero fatto calzare la scarpetta di cristallo per scoprire quella al cui piede avrebbe calzato alla perfezione.
Dopo qualche giorno dunque le guardie bussarono anche alla porta della casa di cenerentola.
– Vai a nasconderti subito nell’orto – disse la matrigna a Cenerentola – che sennò ci fai fare brutta figura.

Così Cenerentola si mise a fare lavori nell’orto, mentre intanto cercava di origliare cosa stesse succedendo in casa. Ovviamente a nessuna delle due sorellastre, per quanto provassero e riprovassero, la scarpetta di cristallo andava bene.
Così le guardie dopo innumerevoli prove sentenziarono che nessuna delle due era la ragazza del ballo.
Ma quando uscirono di casa, ad una delle guardie cadde l’occhio proprio nell’orto dove stava Cenerentola, e vista la ragazza la chiamarono per farle provare la scarpetta.

– Ma cosa volete far provare la scarpetta a quella ragazza, non vedete che è vestita di stracci? – disse la matrigna quando si accorse delle intenzioni delle guardie – non avrebbe mai potuto partecipare al gran ballo conciata a quel modo!
– Noi abbiamo l’ordine di far provare la scarpetta a tutte le ragazze del regno, nessuna esclusa!
La matrigna dopo quelle parole non ebbe il coraggio di aggiungere nulla.

A Cenerentola batteva forte il cuore, quella era la scarpetta di cristallo che aveva usato al ballo, e il Principe aveva ordinato di cercare per tutto il regno la ragazza che l’aveva indossata!
E questa ragazza era proprio lei!
Mentre la guardia si inchinava per infilarle la scarpetta Cenerentola tremava, e per la paura chiuse gli occhi, finché non sentì la scarpetta perfettamente calzata sul piede e la guardia esclamare a gran voce:
– E’ lei!!!

Cenerentola riaprì gli occhi, la scarpetta era lì sul suo piccolo piedino.
– Non è possibile! – esclamò la matrigna.
– Non è possibile! – ribatterono le due sorellastre.
Le guardie invece chiamarono una carrozza ed invitarono Cenerentola a salirci sopra.
– Sua maestà il Principe la sta aspettando a corte – dissero le guardie facendola salire, e la carrozza partì verso il castello sotto sguardo esterrefatto della matrigna e delle sorellastre.

E così una volta giunta a corte il Principe riconobbe in Cenerentola la bellissima ragazza con cui aveva ballato un’intera sera.
Così le propose di sposarla, Cenerentola felice come non mai accettò, e di lì a poco si sarebbero celebrate le più belle nozze del regno.
E vissero tutti felici e contenti.

— Fine della fiaba —
Copyright e Testi © Silvia e William – fabulinis.com

 

 Guarda la videofiaba raccontata da Silvia

 

🔊 Ascolta qui l’audiofiaba di Cenerentola

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FAVOLE E RACCONTI Cenerentola

8 Febbraio 2021, 12:05pm

Pubblicato da Miki Pappacoda

FAVOLE E RACCONTI Cenerentola

C’era una volta un gentiluomo che, morta la prima moglie, si sposò con una donna di una superbia incredibile. Aveva costei due figlie che in tutto e per tutto le somigliavano. Dal canto suo, il marito aveva una figlia così dolce e buona che non si può immaginare: assomigliava alla sua mamma, che era stata la più brava donna di questo mondo. Subito dopo che fossero state celebrate le nozze, la matrigna diede libero sfogo alla sua cattiveria. Non poteva soffrire le doti della ragazza, che rendevano ancor più odiose le figlie sue. La incaricò dei più bassi servizi della casa: toccava a lei lavare i piatti e spazzar le scale e fare tutte le faccende domestiche; dormiva in cima alla casa, in un granaio, sopra un misero letto fatto di paglia, mentre alle sorelle erano assegnate camere con pavimenti intarsiati, letti di ultima moda, e specchi in cui si miravano da capo a piedi. La povera ragazza soffriva tutto con pazienza, nè osava lamentarsi col padre, perchè questi l’avrebbe sgridata, visto che si faceva comandare a bacchetta dalla moglie. Finito il suo lavoro, si metteva accanto al camino e si sedeva nella cenere, epperò in casa la si chiamava comunemente Cucciolona; la minore delle due sorelle, non tanto sgarbata quanto l’altra, la chiamava Cenerentola. Eppure Cenerentola, infagottata com’era nei suoi vestiti, era cento volte più bella delle sorelle sfarzosamente vestite.

Accadde che il figlio del re diede un ballo, invitandovi tutte le persone importanti. Anche le nostre due sorelle ebbero l’invito, perchè facevano gran figura nel paese. Eccole tutte contente e affaccendate per scegliere gli abiti e le acconciature che stessero loro meglio: nuova fatica per Cenerentola, perchè doveva lei stirare la biancheria delle sorelle e metterla a posto. Non si parlava che dei vestiti da mettersi. “Io, disse la maggiore, mi metterò l’abito di velluto rosso con i pizzi d’Inghilterra.” “Per me, disse l’altra, non avrò che la solita veste; ma in compenso mi metterò il mantello fiorato d’oro e la collana di diamanti, che non è mica una cosa da niente”. Si mandò a chiamare la sarta perchè aggiustasse le cuffiette a doppia gala. A Cenerentola anche domandarono un parere, perché sapevano che aveva buongusto. Cenerentola le consigliò che meglio non si poteva e si offrì perfino di pettinarle, al che le due sorelle si degnarono di accettare. Mentre si facevano pettinare, le dicevano: “Ti piacerebbe andare al ballo, Cenerentola? “Ahimè! signorine, voi mi prendete in giro; non è cosa per me” “Hai ragione; sarebbe un gran ridere, se si vedesse al ballo una Cucciolona.” Un’altra le avrebbe pettinate alla diavola; ma Cenerentola era buona e le pettinò a perfezione. Stettero quasi due giorni senza mangiare, tanto erano fuor di sè dalla gioia; più di dodici laccetti si spezzarono, a furia di stringere i busti per far loro la vita sottile; e tutti i momenti si miravano allo specchio.

Arrivò finalmente il giorno felice. Le due sorelle andarono, e Cenerentola le seguì con gli occhi finchè potette. Quando non le vide più, si mise a piangere. La comare che la vide tutta in lagrime, le domandò che avesse. “Vorrei… vorrei tanto…” Piangeva così forte che non potette finire. La comare, che era in realtà una Fata, le disse: “Vorresti andare al ballo, non è così?” Oh, sì! sospirò Cenerentola,” “Ebbene, dice l’altra, se sarai buona, ti faccio andare”. Se la portò in camera e le disse: “Va in giardino e portami una zucca.” Cenerentola subito andò a cogliere la più bella che le riuscì di trovare, e la portò alla comare, senza capire come mai quella zucca l’avrebbe fatta andare al ballo. La comare la vuotò, e quando non fu rimasta che la sola scorza, la percosse con la sua bacchetta, e la zucca fu subito mutata in una bella carrozza tutta dorata. Andò poi a guardar nella trappola, e trovativi sei topolini ancora vivi, disse a Cenerentola di alzare un tantino la griglia che chiudeva la trappola. I topolini ne uscirono ad uno ad uno; ed ella subito un colpo di bacchetta, e ogni topolino fu tramutato di botto in un bel cavallo; in meno di niente si ebbe così un magnifico gruppo di sei cavalli d’un bel grigio sorcio pomellato. Vistala poi in pensiero su che cosa tramutare in un cocchiere, disse Cenerentola: “Vado a vedere chi sa mai ci fosse qualche sorcione nella trappola grande; ne faremo un cocchiere.” “Hai ragione, approvò la comare, va a vedere”. Cenerentola le portò la trappola, e c’erano infatti tre sorcioni: la Fata ne prese uno, che avea tanto di baffi grandi, e toccatolo appena, lo trasformò in un grosso cocchiere, che aveva dei baffi che più belli che si erano mai visti. Poi le disse: “Va in giardino, troverai dietro l’innaffiatoio sei lucertole, portale qui.” Appena le ebbe, le mutò in sei lacchè, che montarono subito dietro la carrozza coi loro abiti ufficiali, e vi si tennero attaccati come se non avessero fatto altro per tutta la vita. La Fata disse allora a Cenerentola: “Ecco fatto, adesso puoi andare al ballo: sei contenta?” Sì, ma come faccio ad andarci, con questi miei abiti cenciosi addosso?” La comare non fece che toccarla con la bacchetta, e nel punto stesso gli abiti cenciosi diventarono d’oro e d’argento, tempestati di pietre preziose. Le diede poi un paio di scarpette di vetro, le più belle del mondo. Così adornata, Cenerentola montò in carrozza; ma la comare le raccomandò, sopra ogni cosa, di non passar mezzanotte; un momento di più che rimanesse al ballo, la carrozza sarebbe ridiventata zucca, i cavalli sarebbero tornati topolini, i lacchè lucertole e gli abiti sfoggiati più cenciosi che mai. Promise Cenerentola alla comare di lasciare il ballo prima di mezzanotte, e partì, fuor di sè dalla contentezza.

Il figlio del re, avvertito dell’arrivo d’una grande principessa, che nessuno conosceva, le corse incontro. Le porse la mano per farla scendere di carrozza, e la portò nella sala dove gl’invitati erano raccolti. Un gran silenzio si fece; cessò il ballo, tacquero i violini, tanto si era intenti a contemplare le grandi bellezze della sconosciuta. Si sentiva solo un confuso vocio: “Ah! com’è bella!” Anche il re, tuttochè vecchio, non si stancava di guardarla, ripetendo sommesso alla regina che da tantissimo tempo non gli capitava di vedere una persona così bella ed amabile. Tutte le dame osservavano con grande attenzione l’acconciatura e gli abiti di lei, per averne il giorno dopo dei simili, a patto di trovare così belle stoffe e sarti abbastanza bravi. Il figlio del re la fece sedere al posto d’onore, e poi la prese per mano, invitandola a ballare; e Cenerentola ballò con tanta grazia da suscitare una sempre più viva ammirazione. Si servì poi una bellissima cena, che il giovane principe non toccò nemmeno, tanto era occupato a contemplar la fanciulla. Questa andò a sedere accanto alle sorelle e le colmò di gentilezze, offrendo loro perfino delle arance e dei limoni datile dal principe: il che le maravigliò assai, perchè non la conoscevano. Mentre così discorrevano, Cenerentola sentì battere le undici e tre quarti; fece subito una grande riverenza alla compagnia e scappò via più in fretta che poteva. Arrivata a casa, corse dalla comare, la ringraziò, le disse che con tanto piacere sarebbe tornata al ballo la sera appresso, perchè il figlio del re l’aveva invitata. Prese poi a narrarle tutto ciò che era accaduto, e in quel mentre le due sorelle bussarono alla porta. Cenerentola andò ad aprire. “Come arrivate tardi!” esclamò sbadigliando, fregandosi gli occhi e stirando le braccia come se allora allora si fosse svegliata; eppure, da che s’erano lasciate, non l’era mai venuto voglia di dormire. “Se tu fossi venuta al ballo, disse una delle sorelle, non ti saresti annoiata: ci è venuta una bella principessa, la più bella che si possa mai vedere. Mille finezze ci ha fatto; ci ha dato delle arance e dei limoni.” Cenerentola era fuor di sè dalla gioia; domandò come si chiamasse quella principessa, ma le sorelle risposero che nessuno la conosceva, che il figlio del re non trovava più pace, e che tutto avrebbe dato per saper chi fosse. Cenerentola sorrise e disse: “Era proprio molto bella? Beate voi! Oh, se potessi anch’io vederla… Sentite, signorina Javotte, prestatemi l’abito giallo che voi indossate tutti i giorni.” “Davvero! esclamò la signorina Javotte; prestare il mio bell’abito a una sudicia Cucciolona come te! Fossi matta!” Cenerentola si aspettava questo rifiuto, e ne fu contentissima, perchè si sarebbe trovata molto imbarazzata se la sorella avesse consentito a prestarle il vestito.

La sera successiva, le due sorelle andarono al ballo, e Cenerentola pure, ancora più bella del giorno prima. Il figlio del re le stette sempre a fianco, susurrandole ogni sorta di cose gentili; la fanciulla non s’annoiava e dimenticò quel che la comare le aveva raccomandato; sicchè sentì sonare il primo colpo di mezzanotte, quando pensava che non fossero ancora le undici. Si alzò e scappò via leggera come una cerva; il principe le corse dietro, ma non riuscì a raggiungerla. Nella fuga, una scarpetta di vetro le cadde, e il principe la raccolse con gran cura. Cenerentola tornò a casa con l’affanno, senza carrozza, senza lacchè, e con indosso le sue vesti cenciose: di tutta la sua magnificenza non avanzava che una scarpetta, la compagna di quella cadutale dal piede. Fu domandato alle guardie di palazzo se avessero visto uscire una principessa; dissero di aver visto uscire solo una ragazza assai mal vestita, che sembrava più che altro una contadina.

Quando le sorelle tornarono dal ballo, Cenerentola domandò loro se si fossero divertite anche stavolta, e se la bella signora c’era stata; risposero di sì, ma che se n’era scappata al tocco di mezzanotte, e con tanta furia da lasciarsi cadere una delle sue scarpine di vetro, la più bella del mondo; che il figlio del re l’aveva raccolta, che per tutto il resto del ballo non aveva fatto che guardarla, e che certamente era innamorato pazzo della bella creatura a cui la scarpina apparteneva. Ed era proprio vero; perchè, pochi giorni dopo, il figlio del re fece bandire a suon di tromba ch’egli avrebbe sposato colei al cui piede quella scarpa fosse giusta di misura. Si cominciò prima a provarla alle principesse, poi alle duchesse, poi a tutta la corte, ma inutilmente.

La si portò dalle due sorelle, che fecero tutto il possibile per farvi entrare il piede, ma non vi riuscirono. Cenerentola, che le guardava e aveva riconosciuto la sua scarpina, disse ridendo: “Vediamo un pò se mi va a me!” Le sorelle si misero a ridere e a prenderla in giro. Il gentiluomo, incaricato di provare la scarpina, guardò fisso Cenerentola, e avendola trovata molto bella, disse che la cosa era giusta e ch’egli aveva ordine di provarla a tutte le ragazze. Fatta sedere Cenerentola e accostatale la scarpina al piedino, vide che la si calzava senza fatica e vi si adattava come se fosse di cera. Grande fu lo stupore delle due sorelle, ma anche maggiore, quando videro che Cenerentola toglieva di tasca la scarpina compagna e se la calzava. Arrivò a questo punto la comare, e con un colpo di bacchetta fece diventare gli abiti di Cenerentola ancor più sfarzosi di tutti gli altri. Allora le due sorelle riconobbero in lei la bella principessa del ballo. Le si gettarono ai piedi, e le domandarono perdono di tutti i mali trattamenti che le avean fatto soffrire. Cenerentola le fece alzare, le abbracciò, perdonò loro di tutto cuore, e le pregò di volerle sempre bene. Tutta adorna com’era, la si portò dal giovane principe, questi la trovò più bella che mai, e pochi giorni dopo la sposò. Cenerentola, che era non meno buona che bella, fece alloggiare le due sorelle a palazzo reale, e le maritò, lo stesso giorno, a due gran signori della Corte.

Versione di Perrault

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FAVOLE E RACCONTI Hansel e Gretel

5 Febbraio 2021, 12:47pm

Pubblicato da Miki Pappacoda

FAVOLE E RACCONTI Hansel e Gretel

In un bosco abitava un povero taglialegna con sua moglie e i suoi due bambini: Hänsel e Gretel.

Una sera,  la moglie lo convinse che era necessario abbandonare i bambini nel bosco, altrimenti sarebbero morti tutti di fame, ma i ragazzini li udirono. Hansel uscì di casa, raccolse dei sassolini bianchi  e se li mise in tasca.

Il giorno seguente tutta la famiglia andò nel bosco prima dell'alba, durante il percorso Hansel seminò i suoi sassolini. I genitori lasciarono i bimbi in mezzo al bosco, dicendo che andavano a spaccare legna, ma si fece notte fonda e non tornarono a riprenderli.

Al sorgere della luna Hansel prese Gretel per mano; i ciottoli brillavano come monete nuove di zecca e indicavano loro il cammino. Camminarono tutta la notte e quando fu mattina giunsero a casa. Il padre si rallegrò di cuore quando vide i suoi bambini, poiché‚ gli era dispiaciuto doverli lasciare soli; la madre finse anch'essa di rallegrarsi, ma segretamente ne era furiosa.

Qualche tempo dopo la situazione peggiorò ancora di più e la madre propose di condurre i bambini più addentro nel bosco, cosicché non riuscissero più a tornare a casa. Stavolta però Hansel non riuscì a raccogliere i sassolini e, lungo il percorso, seminò delle briciole di pane che degli uccellini mangiarono, così non riuscirono a ritrovare la strada di casa. 

Quando i bambini ebbero udito quel discorso, Hänsel si alzò per raccogliere di nuovo i ciottoli, ma quando giunse alla porta, la madre l'aveva chiusa. Tuttavia consolò Gretel e disse: "Dormi, cara Gretel, il buon Dio ci aiuterà."

Allo spuntar del giorno ebbero il loro pezzetto di pane, ancora più piccolo della volta precedente. Per strada Hänsel lo sbriciolò in tasca; si fermava sovente e gettava una briciola per terra. "Perché‚ ti fermi sempre, Hänsel, e ti guardi intorno?" disse il padre. "Cammina!" - "Ah! Guardo il mio piccioncino che è sul tetto e vuole dirmi addio." - "Sciocco," disse la madre, "non è il tuo piccione, è il primo sole che brilla sul comignolo." Ma Hänsel sbriciolò tutto il suo pane e gettò le briciole per via.
Camminarono invano, stanchi e affamati per tre giorni, quando giunsero di fronte ad una casina fatta di pane e ricoperta di focaccia, con le finestre di zucchero trasparente.

Decisero di mangiare un po' di quella casetta, quando sentirono una strana voce, poi la porta si aprì e comparve una vecchia decrepita che prese entrambi per mano e li condusse dentro la sua casetta. 

 Fu loro servita una buona cena, latte e frittelle, mele e noci; poi furono preparati due bei lettini bianchi, e Hänsel e Gretel si coricarono e pensavano di essere in Paradiso. Ma la vecchia era una strega cattiva che attendeva con impazienza l'arrivo dei bambini e, per attirarli, aveva costruito la casetta di pane. Quando un bambino cadeva nelle sue mani, lo uccideva, lo cucinava e lo mangiava.

Il mattino dopo prese Hansel e lo rinchiuse in una stia poi ordinò a Gretel di farsi che il fratello ingrassassae per bene perché se so lo voleva mangiare.  Gretel si spaventò e pianse, ma dovette fare quello che voleva la strega.

Ora ad Hänsel venivano cucinati ogni giorno i cibi più squisiti, poiché‚ doveva ingrassare; Gretel invece non riceveva altro che gusci di gambero. Ogni giorno la vecchia chiedeva a Hansel di sporgere le dita per sentire se era diventato abbastanza grasso, ma Hansel le sporgeva sempre un ossicino di pollo. Allora un giorno la vecchia si stancò e decise che l'avrebbe mangiato comunque. Chiese a Gretel di preparare un paiolo pieno d'acqua e di metterla a bollire. Gretel dovette ubbidire ma le venne un'idea. Chiese alla strega di mostrarle come doveva fare per controllare se il forno era pronto e quando la vecchia glielo mostrò, lei la spinse dentro e la chiuse dentro al forno bollente ed ella morì.

Gretel corse a liberare Hänsel e insieme si riempirono le tasche di tutte le perle e pietre preziose di cui era piena la casa, poi se ne andarono.Tutta la casetta era piena di perle e di pietre preziose: essi se ne riempirono le tasche e se ne andarono in cerca della via che li riconducesse a casa. Dopo breve tempo ritrovarono la loro casa: il padre si rallegrò di cuore quando li rivide, poiché‚ non aveva più avuto un giorno di felicità da quando i suoi bambini non c'erano più. La madre invece era morta. Ora i bambini portarono ricchezze a sufficienza perché‚ non avessero più bisogno di procurarsi il necessario per vivere.

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FAVOLE E RACCONTI Cappuccetto rosso

22 Gennaio 2021, 16:17pm

Pubblicato da Miki Pappacoda

FAVOLE E RACCONTI Cappuccetto rosso

C'era una volta una cara ragazzina; solo a vederla le volevan tutti bene, e specialmente la nonna, che non sapeva piu' cosa regalarle. Una volta le regalò un cappuccetto di velluto rosso, e, poichè le donava tanto ch'essa non volle più portare altro, la chiamarono sempre Cappuccetto Rosso.

Un giorno sua madre le disse:
- Vieni, Cappuccetto Rosso, eccoti un pezzo di focaccia e una bottiglia di vino, portali alla nonna; è debole e malata e si ristorerà. Mettiti in via prima che faccia troppo caldo; e, quando sei fuori, va' da brava, senza uscir di strada; se no, cadi e rompi la bottiglia e la nonna resta a mani vuote. E quando entri nella sua stanza, non dimenticare di dir buon giorno invece di curiosare in tutti gli angoli.
-Farò tutto per bene, - disse Cappuccetto Rosso alla mamma e le diede la mano.
Ma la nonna abitava fuori, nel bosco, a una mezz'ora dal villaggio. E quando giunse nel bosco, Cappuccetto Rosso incontrò il lupo. Ma non sapeva che fosse una bestia tanto cattiva e non ebbe paura.
- Buon giorno, Cappuccetto Rosso, - egli disse.
- Grazie, lupo.
- Dove vai cosi presto, Cappuccetto Rosso?
- Dalla nonna.
- Cos 'hai sotto il grembiule?
- Vino e focaccia: ieri abbiamo cotto il pane; così la nonna, che è debole e malata, se la godrà un po' e si rinforzerà.
- Dove abita la tua nonna, Cappuccetto Rosso?
- A un buon quarto d'ora di qui, nel bosco, sotto le tre grosse querce; là c'è la sua casa, è sotto la macchia di noccioli, lo saprai già, - disse Cappuccetto Rosso.
Il lupo pensava: " Questa bimba tenerella è un grasso boccone, sarà piu' saporita della vecchia; se sei furbo, le acchiappi tutt'e due". Fece un pezzetto di strada vicino a Cappuccetto Rosso, poi disse:
- Vedi, Cappuccetto Rosso, quanti bei fiori? perché non ti guardi intorno? Credo che non senti neppure come cantano dolcemente gli uccellini! Te ne vai tutta contegnosa, come se andassi a scuola, ed è così allegro fuori nel bosco!
Cappuccetto Rosso alzò gli occhi e quando vide i raggi di sole danzare attraverso gli alberi, e tutto intorno pieno di bei fiori, pensò: " Se porto alla nonna un mazzo fresco, le farà piacere; è tanto presto, che arrivo ancora in tempo ". Dal sentiero corse nel bosco in cerca di fiori. E quando ne aveva colto uno, credeva che più in là ce ne fosse uno più bello e ci correva e si addentrava sempre più nel bosco.
Ma il lupo andò difilato alla casa della nonna e bussò alla porta.
- Chi è?
- Cappuccetto Rosso, che ti porta vino e focaccia; apri. - Alza il saliscendi, - gridò la nonna: - io son troppo debole e non posso levarmi.
Il lupo alzò il saliscendi, la porta si spalancò e, senza dir molto, egli andò dritto a letto della nonna e la ingoiò.
Poi si mise le sue vesti e la cuffia, si coricò nel letto e tirò le coperte .. Ma Cappuccetto Rosso aveva girato in cerca di fiori, e quando n'ebbe raccolti tanti che più non ne poteva portare, si ricordò della nonna e S'incamminò. Si meravigliò che la porta fosse spalancata ed entrando nella stanza ebbe un'impressione cosi strana che pensò:

" Oh, Dio mio, oggi, che paura! e di solito sto cosi volentieri con la nonna! " Esclamò:
- Buon giorno! - ma non ebbe risposta.
Allora s'avvicinò al letto e scostò le cortine: la nonna era coricata, con la cuffia abbassata sulla faccia e aveva un aspetto strano.
- Oh, nonna, che orecchie grosse!
- Per sentirti meglio.
- Oh, nonna, che occhi grossi!
- Per vederti meglio.
- Oh, nonna, che grosse mani!
- Per meglio afferrarti.
- Ma, nonna, che bocca spaventosa!
- Per meglio divorarti!.
E subito il lupo balzò dal letto e ingoiò il povero Cappuccetto Rosso.
Saziato il suo appetito, si rimise a letto, s'addormentò e cominciò a russare sonoramente.
Proprio allora passò li davanti il cacciatore e pensò: " Come russa la vecchia! devo darle un'occhiata, potrebbe star male ".

Entrò nella stanza e, avvicinatosi al letto, vide il lupo.
- Eccoti qua, vecchio impenitente, - disse, - è un pezzo che ti cerco.
Stava per puntare lo schioppo, ma gli venne in mente che il lupo avesse mangiato la nonna e che si potesse ancora salvarla: non sparò, ma prese un paio di forbici e cominciò a tagliare la pancia del lupo addormentato. Dopo due tagli, vide brillare il cappuccetto rosso, e dopo altri due la bambina saltò fuori gridando:
- Che paura ho avuto! com'era buio nel ventre del lupo!
Poi venne fuori anche la vecchia nonna, ancor viva, benché respirasse a stento. E Cappuccetto Rosso corse a prender dei pietroni, con cui riempirono la pancia del lupo; e quando egli si svegliò fece per correr via, ma le pietre erano cosi pesanti che subito s'accasciò e cadde morto.
Erano contenti tutti e tre: il cacciatore scuoiò il lupo e si portò via la pelle; la nonna mangiò la focaccia e bevve il vino che aveva portato Cappuccetto Rosso, e si rianimò; ma Cappuccetto Rosso pensava: " Mai più correrai sola nel bosco, lontano dal sentiero, quando la mamma te l'ha proibito ".

Raccontano pure che una volta Cappuccetto Rosso portava di nuovo una focaccia alla vecchia nonna, e un altro lupo volle indurla a deviare. Ma Cappuccetto Rosso se ne guardò bene e andò dritta per la sua strada, e disse alla nonna di aver incontrato il lupo, che l'aveva salutata, ma l'aveva guardata male:
- Se non fossimo stati sulla pubblica via, mi avrebbe mangiato.
- Vieni, - disse la nonna, - chiudiamo la porta, perché non entri.
Poco dopo il lupo bussò e gridò:
- Apri, nonna, sono Cappuccetto Rosso, ti porto la focaccia.
Ma quelle, zitte, non aprirono; allora Testa Grigia gironzolò un po' intorno alla casa e infine saltò sul tetto, per aspettare che Cappuccetto Rosso, la sera, prendesse la via del ritorno; l'avrebbe seguita di soppiatto, per mangiarsela al buio. Ma la nonna si accorse di quel che tramava. Davanti alla casa c'era un grosso trogolo di pietra, ed ella disse alla bambina:
- Prendi il secchio, Cappuccetto Rosso, ieri ho cotto le salsicce, porta nel trogolo l'acqua dove han bollito.
Cappuccetto Rosso portò l'acqua, finché il grosso trogolo fu ben pieno.
Allora il profumo delle salsicce sali alle narici del lupo, egli si mise a fiutare e a sbirciare in giù, e alla fine allungò tanto il collo che non poté più trattenersi e cominciò a sdrucciolare: e sdrucciolò dal tetto proprio nel grosso trogolo e affogò.
Invece Cappuccetto Rosso tornò a casa tutta allegra e nessuno le fece del male.

Fratelli Grimm

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FAVOLE E RACCONTI Il gatto con gli stivali

18 Gennaio 2021, 14:58pm

Pubblicato da Miki Pappacoda

FAVOLE E RACCONTI Il gatto con gli stivali

Un mugnaio, morendo, non lasciò altra eredità ai suoi tre figliuoli che un mulino, un asino e un gatto.
Le divisioni perciò furono presto fatte, e non ci fu bisogno di chiamare né il notaio, né il procuratore, i quali avrebbero finito col mangiarsi anche quel poco che c'era.
Il maggiore si prese il mulino, il secondo l'asino e il più giovane dei fratelli dovette accontentarsi del gatto.
Quest'ultimo però non poteva darsi pace di essere stato trattato cosi male e diceva tra sé :
"I miei fratelli potranno guadagnarsi la vita onestamente mettendosi in società; io invece, quando avrò mangiato il mio gatto e mi sarò fatto un colletto col suo pelo, dovrò rassegnarmi a morire di fame".
II Gatto, che aveva compreso ogni cosa, pur fingendo di non darsene per inteso, disse con aria seria e grave:
"Non tormentatevi così, padrone ! Procuratemi invece un sacco e un paio di stivali, perché io possa camminare tra gli sterpi del bosco, e vedrete che non siete stato cosi sfortunato come credete nell'eredità".
Sebbene il padrone del Gatto non facesse molto affidamento su quelle parole, tuttavia non disperò di ricevere da lui un po' d'aiuto nella sua miseria.
Quante volte, infatti, lo aveva visto fare dei giochi di abilità per prendere i topi, ora lasciandosi penzolare e tenendosi per le zampe posteriori, ora nascondendosi nella farina e facendo il morto!
Allorché il Gatto ebbe ottenuto ciò che aveva chiesto, infilò gli stivali alla brava, si pose il sacco sulle spalle, tenendone i cordoni con le due zampe davanti, e si diresse verso una riserva di caccia, dove si trovavano molti conigli selvatici.
Giunto là, mise un po' di crusca e d'insalata nel sacco, e si stese a terra come se fosse morto, in attesa che qualche coniglietto giovane e poco esperto degli inganni di questo mondo venisse a cacciarsi in quella trappola, spinto dalla voglia di mangiare ciò che il Gatto vi aveva astutamente posto dentro.
Si era appena sdraiato, che la sua trovata funzionò.
Nel sacco, infatti, era entrato un coniglietto ! Quel furbacchione di un gatto tirò alla svelta i cordoncini, poi prese la bestiolina e la uccise senza misericordia.
Tutto trionfante per la preda fatta, si recò dal Re e domandò di parlargli.
Lo fecero salire agli appartamenti di Sua Maestà; e qui il Gatto, fatta una grande riverenza al sovrano, disse:
"Sire, accettate questo coniglio di riserva, che vi manda il
marchese di Carabas" (era questo un nome inventato li per li dalla fertile fantasia del nostro Gatto).
"Di' al tuo padrone" rispose al Re "che lo ringrazio e che ho molto gradito il suo presente".
Un'altra volta il Gatto andò a nascondersi in mezzo al grano, c dispose sempre il sacco in modo che stesse aperto. Appena vi entrarono due pernici, tirò i cordoncini e le prese tutte e due.
Si recò nuovamente dal Re, come aveva fatto per il coniglio. Il sovrano gradi moltissimo anche questo regalo, e fece dare una mancia all'insolito servitore.
Il Gatto continuò cosi per due o tre mesi a portare di quando in quando al Re la selvaggina che, diceva lui, aveva cacciato il suo padrone.
Un giorno, avendo saputo che il Re doveva andare a fare una passeggiata in carrozza lungo la riva del fiume assieme alla figlia, che era la più bella Principessa del mondo, disse al padroncino:
"Se badate al mio consiglio, la vostra fortuna é fatta: andate a fare il bagno nel fiume, nel punto che io vi indicherò, e poi lasciate fare a me".
Il sedicente marchese di Carabas fece quello che il Gatto gli aveva consigliato, senza sapere quale fosse lo scopo di tutto ciò. Mentr'era nell'acqua, il Re si trovò a passare da quelle parti,
c il Gatto si mise a urlare con quanto fiato aveva in gola :
"Aiuto ! Aiuto ! Il marchese di Carabas sta annegando!"
A quel grido il Re mise fuori la testa dal finestrino, e, riconoscendo il Gatto, che gli aveva portato tante volte la selvaggina, ordinò alle guardie di correre in aiuto del marchese di Carabas.
Intanto che il povero marchese veniva ripescato dal fiume, il Gatto si avvicinò alla carrozza e raccontò al Re che, mentre il suo padrone era nell'acqua, erano sopraggiunti dei ladri, che gli avevano rubato i vestiti, sebbene il poveretto si fosse affannato a gridare "al ladro! al ladro!"
Invece era stato quel furbacchione del Gatto a nascondere gli abiti del padrone sotto una grossa pietra!
Il Re ordinò immediatamente agli ufficiali addetti al suo guardaroba di andare a prendere uno dei suoi vestiti più belli per il marchese di Carabas.
Quando il giovane li ebbe indossati, si presentò al Re, e questi gli usò mille gentilezze.
Quegli abiti gli stavano veramente bene e mettevano in risalto la naturale bellezza dei suoi tratti e 1'eleganza della persona, tanto che la figlia del Re se ne senti subito attratta.
Bastarono due o tre occhiate, un poco tenere, per quanto molto rispettose, perché la fanciulla se ne innamorasse perdutamente.
Il Re riprese la passeggiata interrotta e volle che il giovane salisse sulla carrozza e li accompagnasse.
Il Gatto, felice di vedere che tutto procedeva secondo il suo disegno, andò avanti per conto suo.
Lungo la strada incontrò alcuni contadini che falciavano un prato e disse loro:
"Buona gente che falciate l'erba, se non dite al Re, quando passerà di qui, che questo prato appartiene al marchese di Carabas, finirete tagliati a pezzettini come carne da polpette".
Tosto sopraggiunse il Re, che per l'appunto chiese ai contadini di chi fosse quel prato che stavano falciando. E quelli risposero in coro, spaventati dalle minacce del Gatto:
"Del marchese di Carabas".
"Avete una bella proprietà!" disse il Re al marchese.
"Come vedete, Sire" rispose il giovane, "é terra fertile, e tutti gli anni mi dà un ottimo raccolto".
L'astuto Gatto, che li precedeva sempre, incontrò alcuni mietitori e disse loro:
"Buona gente che tagliate il grano, se non dite che queste
messi appartengono al marchese di Carabas, finirete tagliati a pezzettini come carne da polpette".
Il Re, che passò di là subito dopo, volle sapere di chi fosse tutto quel grano che vedeva.
"È del marchese di Carabas" risposero i mietitori; e il Re se ne rallegrò col giovane.
Il Gatto, che camminava sempre davanti alla carrozza, continuava a dire la stessa cosa a tutti quelli che incontrava lungo la strada; cosi il Re non finiva più di meravigliarsi delle grandi ricchezze del marchese di Carabas.
Finalmente il nostro Gatto giunse a un bel castello di proprietà di un Orco, che era il più ricco che si fosse mai visto; infatti tutte le terre che il Re aveva percorso con la carrozza, erano di sua proprietà.
Il Gatto, che aveva avuto l'accortezza di informarsi chi fosse quell'Orco e quali prodigi sapesse compiere, chiese di potergli parlare, dicendo che non aveva voluto passare così vicino al suo castello senza avere l'onore di venirgli a rendere omaggio.
L'Orco lo ricevette con la buona grazia che può avere un Orco e lo fece accomodare perché si riposasse.
Allora il Gatto prese a dire:
"Mi hanno assicurato che avete la capacità di mutarvi in ogni sorta di animali; che potete, per esempio, trasformarvi in leone oppure in elefante".
"È vero" rispose l'Orco con fare brusco, "e, per dimostrarvelo, diventerò un leone sotto i vostri occhi".
Il povero Gatto si spaventò talmente nel vedersi davanti quella bestia feroce, che si rifugiò sulle grondaie, non senza qualche difficoltà e col rischio anche di cadere, a causa degli stivali, che non erano certo adatti per camminare sulle tegole.
Dopo un po', avendo visto che l'Orco aveva ripreso le sue solite sembianze, si decise a scendere e ammise di avere avuto molta paura.
"Mi hanno anche assicurato" riprese a dire il Gatto, "ma io stento a crederci, che avete la facoltà di trasformarvi anche in un animale piccolissimo, come la talpa e il topo: vi confesso però che tutto ciò mi sembra davvero impossibile".
"Impossibile?" disse l'Orco. "Ora vedrete!"
Cosi dicendo si mutò in un topolino e prese a correre sul pavimento della stanza.
Il Gatto, appena lo vide, si gettò come un lampo su di lui e ne fece un boccone.
In quel mentre il Re, che nel passare di là aveva notato il magnifico castello dell'Orco, volle entrare per visitarlo.
Il Gatto, udendo il rumore della carrozza, che attraversava il ponte levatoio, corse incontro al Re e gli disse:
"Vostra Maestà sia la benvenuta nel castello del marchese di Carabas!"
"Ma come, marchese!" esclamò il Re; "questo castello é dunque vostro? Non ho mai visto niente di più bello: che eleganza ed armonia di linee, quale grandiosità e che splendidi giardini. Visitiamone l'interno, se non vi dispiace".
Il marchese offrì la mano alla giovane Principessa, e assieme seguirono il Re, il quale si era avviato per primo.
Entrarono in una grande sala, dove trovarono pronta una magnifica colazione, che l'Orco aveva fatto preparare per i suoi amici. Questi avrebbero dovuto venire a trovarlo proprio quel giorno, ma poi non osarono farlo, avendo saputo che era giunto il Re.
Il Sovrano, conquistato dalle buone maniere del marchese di Carabas, - che dire poi della figlia, che ne era innamoratissima - e vedendo la vastità dei suoi possedimenti, gli disse, dopo aver bevuto cinque o sei bicchieri di vino:
"Dipende soltanto da voi, marchese, se volete diventare mio genero".
Il marchese si profuse in riverenze, accettò volentieri l'onore che il Re gli faceva, e il giorno stesso sposò la Principessa.
Naturalmente il gatto rimase con gli sposi. Ebbe un bel cuscino di seta accanto al fuoco, nella sala del trono durante l'inverno, ed una bella cuccetta sotto il pergolato d'estate.
Il figlio del mugnaio diventò dunque il marito della Principessa, ma, siccome era un giovane onesto e sincero, non volle continuare ad ingannare la moglie ed il Re.
Raccontò come erano andate veramente le cose, spiegò per filo e per segno quello che aveva architettato il gatto, dalla prima fortunata caccia nel bosco al colpo maestro dell'uccisione dell'Orco e alla conquista del castello.
Liberato da questo peso, visse felice con la sua sposa ed ebbe tanti figliuoli, che giocarono allegramente col gatto per nulla meravigliati di vedergli indosso gli stivali ed ascoltarono anch'essi, divertendosi un mondo, la storia del cattivo Orco, trasformato in topino e divorato dal gatto.

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FIABE E RACCONTI LA STELLA ALPINA

15 Gennaio 2021, 09:59am

Pubblicato da Miki Pappacoda

FIABE E RACCONTI LA STELLA ALPINA

Una leggenda delle Alpi, la commovente storia della piccola Stella alpina...

 
 
 

stella alpinaSulle Alpi viveva un montanaro con la figlia, chiamata Stella.

Il padre era grande e grosso; la figlia era piccola. Il padre era forte; la figlia era debole.

Stella aveva i capelli biondi, gli occhi celesti, la pelle bianca e le labbra pallide.

Il montanaro le accarezzava dolcemente la testa, temeva che quel suo fiorellino delicato non resistesse al freddo della montagna. Infatti, un brutto giorno, tornando di fuori, trovo Stella con le gote accese dalla febbre. In tre giorni la bambina volò in cielo.

la stella alpina

Da allora, ogni notte, il montanaro usciva di casa, saliva sulla cima del monte, guardava il cielo stellato e chiamava:

- Stellina! Stellina!

Chiamava e piangeva e le lacrime cadendo imprimevano una stella sulla neve.

La mattina, dov’erano cadute le lacrime di quel povero babbo, gli altri alpigiani trovarono sbocciati strani fiori mai visti. Sembravano fatti di neve e avevan la forma di stella. Erano le stelle alpine fiorite in ricordo della figliola dell’alpigiano.

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FAVOLE RACCONTI LA STORIA DI HEIDI

15 Gennaio 2021, 09:56am

Pubblicato da Miki Pappacoda

FAVOLE RACCONTI LA STORIA DI HEIDI

Heidi_2Heidi è una vivace bambina di 5 anni, è solare e molto altruista. E’ la protagonista di un famoso romanzo scritto da Johanna Spyri nel 1880, ambientato fra la Svizzera e la Germania verso la fine dell’Ottocento; da tale romanzo è stata tratta una serie animata di grande successo che è arrivata in Italia per la prima volta nel 1978. La storia racconta di questa bimba che vive con la zia Dete da quando i genitori sono deceduti. La zia trova lavoro presso una ricca famiglia di Francoforte, non potendo portarsi dietro anche la bambina, decide di portarla dal nonno paterno, un uomo solitario che vive in una baita su un monte. Tutte le persone che Dete incontra durante la salita si preoccupano di cosa possa capitare alla bambina, così piccola, sola con quel vecchio scorbutico, che in paese chiamano “vecchio orso”. Ma con Heidi il vecchio si dimostra per quello che è, un nonno premuroso, accogliente, capace di educare e farsi ubbidire. Sicché, a dispetto di quello che tutti pensano, Heidi si trova subito bene con il nonno sulle Alpi. Con lui passa due anni, nei quali impara a guidare le capre, a mungere, a preparare il formaggio, a conoscere i nomi dei fiori e delle erbe, ma non sa né leggere né scrivere; allora la zia Dete torna per prendersi la bambina e portarsela a Francoforte, per darle un’istruzione. Heidi è costretta a lasciare non solo il nonno, ma anche l’amico Peter, un pastorello di 12 anni che guida al pascolo le capre di tutto il villaggio.

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Ma a Francoforte Heidi non si trova bene. Viene ospitata in casa dei signori Sesemann per far compagnia a Clara, una bambina costretta sulla sedia a rotelle perché affetta da poliomielite. Clara non ha la madre e il padre è sempre in giro per lavoro, così le bambine sono affidate all’educazione della signorina Rottenmeier, che riserva numerosi rimproveri alla piccola Heidi. Pur trovandosi bene con la nuova amica Clara, Heidi è malinconica e desidera tornare alle sue montagne; non mangia e inizia a deperire e così, per il suo bene, il medico di famiglia consiglia di rimandarla dal nonno in montagna. Clara ci rimane male, ma le viene promesso che sarebbe andata a trovarla.

Heidi_4E così in giugno Clara va a trovare Heidi, si divertono molto col nonno e le caprette, mentre Peter, sentendosi messo da parte fa precipitare la carrozzella di Clara giù per il monte. L’avvenimento è in realtà lo stimolo per tutti a spingere Clara a camminare da sola, e così avviene.

La serie animata come detto giunse per la prima volta in Italia nel 1978 (52 puntate) con la sigla cantata da Elisabetta Viviani, che a sorpresa entrò nella Top ten dei 45 giri. Dopo tanti anni, la serie è molto apprezzata anche dalle nuove generazioni, mantenendo sempre un buon livello di ascolto. Hayao Miyazaki, grazie anche a questo lavoro , è diventato uno dei più stimati registi di film animati al mondo, ricevendo nel 2007 il Premio alla Carriera al Festival del cinema di Venezia.

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