Il Giornale Vettica di Amalfi Online Velasca Vimercate News nel Mondo nato nel mese di gennaio 2010 dalla volontà del titolare Michele Pappacoda di dare spazio a tanti diversamente abili, grazie all'inserimento di news, di sentirsi realizzati in qualcosa di personale uscendo dai mille problemi che la disabilità ci impone quotidianamente.
INSERITO DA MICHELE PAPPACODA Una donna italiana di 47 anni, Mara Facchettidi Brandico, e un uomo di 32 anni di origine marocchina, Moustafa El Chanisono stati trovati morti questa mattina nel bresciano ad Azzano Mella: i corpi dei due, che avevano una relazione, sono stati ritrovati in tempi diversi. Lui impiccato in un parco pubblico, lei abbandonata senza vita nelle campagne. Secondo gli inquirenti si è trattato di un omicidio-suicidio. Il primo corpo trovato è stato quello di unmarocchino di 32 anni, che si è impiccato nel parco pubblico del paese. A pochi chilometri di distanza, nelle campagne di Azzano, è stato poi ritrovato il cadavere della donna. L'uomo aveva annunciato conun messaggio su Facebookad un'amica di voler uccidere la 47enne, con la quale aveva un rapporto da tempo. I due erano residenti a Brandico, paese a pochi chilometri di distanza dal luogo dove si è consumato l'omicidio-suicidio.
A far scattare l'allarme è stato un ingegnere che doveva effettuare un sopralluogo al parco pubblico e ha trovato il cadavere dell'uomo, mentre alcuni residenti nelle cascine di Azzano avevano avvertito i carabinieri della presenza di un'auto con tracce di sangue. Il padre di Mara Facchetti era stato ucciso in una rapina in auto nel 1993 a Offlaga, nel Bresciano.
INSERITO DA MORENA MOTTA Denunciataper avertentato di avvelenare le sue bambineviene scagionata. Marina Addati, 32anni di Napoli, è statascagionata dalle accuse di avvelenamentodelle figlie di 3 mesi e 3 anni perché dalle indagini è emerso che le piccole potrebberosoffrire di una mutazione geneticache non consente loro di espellere i farmaci.
La donna, dunque, avrebbe somministrato loro le giuste dosi di farmaco e nel modo corretto, ma i loro corpi non avrebbero espulso, come accade normalmente, il farmaco, creando un accumulo che ha causato l'intossicazione. La figlia di 3 mesi fu portata all'ospedale Santobono di Napoli, le sue condizioni erano gravi, tanto che andò in coma. I medici trovarono un livello altissimo di un farmaco nel suo sangue, anche se la terapia di cui aveva parlato la donna era finita da un mese.
Era il 2015, scattarono subito i sospetti di avvelenamento e la donna fu segnalata. Quando nel 2017 la mamma si recò in ospedale con la figlia più grande che aveva gli stessi sintomi di avvelenamento, furono fatti test approfonditi e nel corpo della bambina di 3 anni i medici trovano benzodiazepine. Marina è stata arrestata, ha passato 34 mesi in carcere, ha perso la podestà genitoriale, le due bambine sono state affidate a una comuità protetta e la terza figlia, che aveva avuto da poco al momento dell'arresto, non ha mai conosciuto sua madre.
Marina però non c'entrava nulla. Le figlie sono infatti affette da unamalattiache ha causato loro un vero e proprioavvelenamento da medicine. La madre non ha mai fatto niente per mettere la loro vita in pericolo, né avrebbe le conoscenze mediche necessarie per avvelenare in quel modo le figlie. Ora la 32enne è tornata libera e chiede di poter riabbracciare le sue bambine. DI ALESSIA STRINATI LEGGO.IT
INSERITO DA MORENA MOTTA Come sta Sinisa Mihajlovic? Dopo 4 mesi di cure, questa mattina si è tenuta una conferenza stampa allo Stadio Dall'Ara di Bologna sulle condizioni di salute dell'allenatore serbo, che dalla scorsa estate sta lottando contro la leucemia.Nella sala stampa c'è stato un fuori programma con i calciatori che sono entrati per fare una sorpresa al loro allenatore, e capitan Dzemaili a dare il saluto di tutta la squadra: «Non dovevate essere in campo?», li accoglie con ironia Sinisa: «Fanno di tutto per non allenarsi». «Dire che ci sei mancato è poco, siamo stracontenti che sei tornato con noi. Volevamo starti vicino», le parole di Dzemaili.«In questi quattro mesi difficili ho conosciuto medici straordinari, infermieri che mi hanno curato, sopportato e supportato. So che ho un carattere forte, anche difficile», ha detto Mihajlovic fermandosi più volte per la commozione. «Chi meglio di loro - ha aggiunto facendo i nomi - può capire quanto sia difficile fisicamente e psicologicamente affrontare una cosa del genere. Voglio ringraziare tutti di cuore. Ho capito subito che ero nelle mani giuste».«In questi 4 mesi ho pianto e non ho più le lacrime. Mi sono rotto le palle di piangere», ha aggiunto l'ex allenatore di Sampdoria, Milan e Torino dopo che il primario di Ematologia, Michele Cavo, aveva detto che «le lacrime sono catartiche», commentando il momento di commozione che aveva appena avuto il tecnico.
CITA VASCO ROSSI: SONO ANCORA QUA Cita Vasco Rossi Sinisa Mihajlovic per spiegare il suo stato d'animo. «Io sono ancora qua. Questo per me è importante, non mollerò niente. Cercherò di essere ancora presente», ha detto nella conferenza stampa allo stadio Dall'Ara. Il tecnico serbo ha voluto ricordare anche la frase della canzone di Eros Ramazzotti che aveva postato la moglie quando è uscito dall'ospedale dopo l'ultimo ciclo di terapie, 'più bella cosa non c'è': «Era adatta. Rispecchiava tutto quel percorso e il risultato finale».
LA MOGLIE E I FIGLI «Ora mi godo ogni minuto della giornata. Tutto quello che prima consideravo normale ora me lo godo in un'altra maniera. Sembra una cosa da niente ma prendere una boccata d'aria è una cosa bellissima». Sono le parole commosse di Sinisa Mihajlovic spiegando il nuovo punto di vista con cui guarda alla vita dopo gli ultimi 4 mesi e mezzo passati a lottare contro la leucemia. «Un ringraziamento particolare, e il più sentito, va a mia moglie e ai miei figli. Mia moglie è stata tutti i giorni con me. Mi ha dimostrato di nuovo, anche se non ce n'era bisogno, che sono un uomo fortunato ad avere accanto una donna come lei. È l'unica persona che conosco che ha più palle di me. Ti amo», spiega commosso il tecnico serbo.
«Poi ringrazio i miei figli. Loro hanno accettato subito, fosse stato possibile, di offrirsi come donatori del midollo. Una enorme dimostrazione di amore verso di me. Ringrazio anche mio fratello e mia madre», conclude Mihajlovic. «Non mi sono mai sentito un eroe per quello che sto facendo. Solo un uomo, sì forte, con carattere, che non molla mai. Ma sempre un uomo con la sua fragilità». Racconta Mihajlovic, nella conferenza stampa al Dall'Ara. «E queste malattie non le puoi vincere solo con coraggio, servono le cure. Passare quattro mesi in una stanzetta senza prendere una boccata d'aria non è facile, è difficile, bisogna essere forti di testa. Paura? Ce l'ho anche io, è normale».
PRIMARIO: SIAMO ANCORA IN FASE PRECOCE «Siamo ancora in una fase precoce. Abbiamo bisogno di tempo per cercare di capire la risposta finale» del paziente, «per monitorare Sinisa, le possibili complicanze». Così Michele Cavo, primario dell'Ematologia del policlinico Sant'Orsola di Bologna. Sinisa Mihajlovic, sottolinea Cavo, è stato circondato da «un affetto trasversale» che «gli ha dato forza». Ma «a dispetto di questo carattere estremamente robusto e vigoroso si è sempre fidato ciecamente di noi anche quando i 'no' gli stavano stretti».
«Sinisa mi ha chiesto di chiudere un cerchio aperto da 4 mesi. Legittimo dal suo punto di vista, ma per noi», medici, «il cerchio non è ancora chiuso». «Per ora -ha aggiunto Michele Cavo, primario di ematologia del Sant'orsola- siamo felici di averlo restituito in questa ottima forma a tutta la comunità, sia quella laica sia quella sportiva», ma il monitoraggio delle condizioni del paziente continuerà.
INSERITO DA MORENA MOTTA DopoLondra, ancora un attacco in Europa. Secondo quanto riportato dalla polizia olandese tre minorenni sono stati accoltellati aL'Aia, in Olanda. Su Twitter le forze dell'ordine precisano di essere«in contatto con le loro famiglie»e che i«tre ragazzi sono stati già dimessi dall'ospedale». L'aggressione è avvenuta all'uscita di un negozio in una delle vie centrali della città. Colpiti dei ragazzi che stavano facendo shopping durante ilBlack Friday.L'attentatore al momento sarebbe in fuga. Su Twitter la polizia ha fornito la descrizione di un uomo di carnagione scura di circa 45-50 anni che indossa una sciarpa e una tuta da jogging grigia. Non ci sarebbero al momento elementi che lascino emergere un movente terroristico ma un portavoce delle forze dell'ordine ha affermato che«tutti gli scenari sono ancora aperti». Contattata da Leggo, Silvia Girardi, una giovane italiana che studia a l'Aia, era sul posto al momento dell'attacco: «Hanno accoltellato tre uomini, cosi si dice- racconta - di fronte o dentro ad Hudson Bay a Spui, la principale via dei negozi dell'Aia. Dicono sia un uomo sulla quarantina, cappotto grigio, sciarpa, pantaloni neri, pelle leggermente scura». «Il centro è tutto bloccato: polizia, pompieri, ambulanze - ha aggiunto - una ragazza mi ha detto che un uomo è morto(notizia che poi è stata smentita, ndr.). All'inizio si parlava di sparatoria».
Una fonte "ben informata" - ha scritto il De Telegraaf - riferisce che le vittime sembrano essere state scelte a caso. Secondo la fonte, la situazione ricorda l'attacco sulla terrazza dell'Aia del maggio 2018, in cui furono uccise tre persone. L'attacco arriva a poche ore dall'attentato avvenuto sul London Bridge, a Londra, dove due persone sono morte a coltellate prima che l'aggressore venisse ucciso dalla polizia. Oltre alle vittime ci sarebbero almeno otto feriti. L'attentatore indossava un finto giubotto esplosivo.Solamentetre giorni fa, il 26 novembre,la polizia olandese ha arrestato due persone sospettate di pianificare un attacco terroristico di matrice jihadista. Secondo quanto riporta l'agenzia Anp, l'attacco prevedeva l'impiego di giubbotti esplosivi e almeno un'autobomba ed era previsto per la fine dell'anno. Non è chiaro quale fosse l'obiettivo dell'attentato. I due sospettati, di 20 e 34 anni, sono stati fermati lunedì rispettivamente all'Aia e nella vicina Zoetermeer. Nel corso delle perquisizioni non sono stati rinvenuti armi o esplosivi. Tuttavia, nascosti nella casa di uno dei due arrestati, gli investigatori hanno rinvenuto un'ascia e un pugnale.
DI MICHELE PAPPACODA Due poliziotti sono stati investiti da un'auto che procedeva contromano in via in Aquiro, a pochi passi da Montecorio, a Roma. I due agenti del Reparto mobile sono rimasti lievemente feriti e portati in ospedale. Alla guida della macchina, sprovvista di assicurazione, un 51enne italiano che è stato portato al commissariato Trevi. La sua posizione è ora al vaglio.
INSERITO DA MICHELE PAPPACODA OmicidioLuca Sacchi, svolta nelleindaginisulla morte del ragazzo ucciso con un colpo di pistola aRomalo scorso 23 ottobre in zonaCaffarella. Tra i cinque destinatari di misure cautelari notificate dai Carabinieri c'è anche lafidanzataAnastasiya. Secondo quanto si è appreso, la ragazzaindagataè colpita dalla misura dell'obbligo di presentazione in caserma e la sua abitazione è stataperquisita.Per gli investigatori, la giovane avrebbe tentato di acquistare un ingente quantitativo di sostanze stupefacenti. Tra gliarrestatinell'operazione sul caso dell'omicidio diLuca Sacchic'è ancheGiovanni Princi, il pregiudicatoamicodel personal trainer. Secondo l'accusa Princi il 23 ottobre scorso ha svolto la trattativa con i pusher per l'acquisto di un ingente quantitativo di droga.
«Al momento non ci sono elementi per dire cheLuca Sacchisapesse che quella sera sarebbe avvenuta una compravendita didroga». Lo ha detto il Procuratore facente funzioni Michele Prestipino nel corso della conferenza stampa sull'omicidio di Luca Sacchi in Procura a Roma.
Dalle prime luci dell'alba, i carabinieri del Comando provinciale di Roma stanno eseguendo nella Capitale un'ordinanza, emessa dal gip di Roma su richiesta della locale Procura, che dispone misure cautelari nei confronti delle cinque persone per le indagini relative all'omicidio avvenuto la sera del 23 ottobre.
Destinatari della misura della custodia cautelare in carcere, per concorso in omicidio pluriaggravato, rapina aggravata, detenzione illegale e porto in luogo pubblico di un'arma comune da sparo sono i due ragazzi già reclusi, fermati nei giorni successivi all'omicidio, e un terzo ragazzo 22enne considerato colui che materialmente li ha armati. Si tratta diMarcello De Propris, finito in carcere con l'accusa di detenzione, cessione di sostanza stupefacente e concorso nell'omicidio di Luca Sacchi. Per gli inquirenti è stato il ventiduenne di San Basilio a fornire la pistola a Valerio Del Grosso e Paolo Pirino già in carcere per l'omicidio di Luca.
Valerio Del Grosso e Paolo Pirino, destinatari della misura di custodia cautelare in carcere e già fermati nei giorni immediatamente successivi all'omicidio diLuca Sacchi, secondo quanto emerso dalle indagini avrebbero dovuto consegnare15 chili di marijuana, forniti da un loro sodale, alla fidanzata di Luca, Anastasia Kylemnyk, all'amico 24enne della vittima e ad altri acquirenti (non ancora identificati) per un prezzo pattuito di 70mila euro. È quanto emerge dalle ricostruzioni dei carabinieri del nucleo investigativo di Roma.
Sempre dalle ricostruzioni emerge che invece di consegnare la droga Paolo Pirino ha colpito con una mazza da baseball Luca Sacchi e la fidanzata intimando a quest'ultima di consegnare lo zaino con i soldi. Alla resistenza dei due Valerio Del Grosso ha esploso un colpo d'arma da fuoco, da distanza ravvicinata, volutamente in direzione di Luca Sacchi causandogli delle lesioni che lo hanno portato al decesso diverse ore dopo.
INSERITO DA MICHELE PAPPACODA Massimo Bossetti,condannato in via definitiva all'ergastolo per l'omicidio diYara Gambirasio,ha ottenuto una piccola vittoria. LaCorte d'assise di Bergamoha autorizzato la difesa dell'uomo a esaminare tutti i reperti d'indagine, i vestiti che indossava la 13enne di Brembate (Bergamo) scomparsa il 26 novembre 2010 - tra cui slip, leggins, scarpe, giubbotto - e i campioni sulla traccia genetica.Lo apprende l'Adnkronos.
Nell'istanza presentata dai difensoriClaudio SalvagniePaolo Camporini,si sottolinea come «ad oggi alla difesa non è stato permesso alcun accesso ai reperti, a partire dai campioni di Dna ancora disponibili e conservati presso l'ospedale San Raffaele di Milano». Elementi tornati alla ribalta di recente. L'attività difensiva ha lo scopo di risolvere le «diverse anomalie» emerse nel processo a partire dalla traccia genetica, da sempre cuore del dibattimento. Una traccia mista, forse sangue, diYara e Ignoto 1in cui il Dna nucleare combacia con quello di Bossetti, ma non il Dna mitocondriale (indica la linea materna). La traccia biologica è la prova granitica per accusa e giudici.
L'assenza del Dna mitocondriale di Bossettinon inficia il risultato: è solo il Dna nucleare ad avere valore forense. «Quel Dna non è suo, non c'è stato nessun match, ha talmente tante criticità - 261 - che sono più i suoi difetti che i suoi marcatori», la tesi da sempre dei legali. La decisione di oggi della Corte consente alla difesa di avere accesso per la prima volta agli elementi della scena del crimine, tra cui i dvd contenenti le immagini fotografiche dei reperti effettuate dal Ris, ma soprattutto di analizzare il Dna e farlo con le nuove tecnologie. Con l'impiego di nuovi metodi «è fondamentalmente possibile - si legge nell'istanza presentata dai difensori e in possesso dell'Adnkronos - effettuare ulteriori prelievi, da cui non solo verificare quanto già emerso, ma ricavare altresì ulteriori informazioni potenzialmente utili anche ai fini investigativi e di ricerca di caratteristiche peculiari come l'originale ancestrale e il fenotipo dei Dna ignoti».
I nuovi esami che la difesa chiederà di fare con un incidente probatorio, quindi alla presenza dei consulenti di tutte le parti, potrebbe dare «una risposta scientificamente sostenibile» ai dubbi dei difensori. L'auspicio dei legali è di avere sulla traccia biologica «un'indagine più completa ed attendibile», da cui poter partire per chiedere la riapertura delcaso di Yara,colpita più volte e trovata senza vita il 26 febbraio 2011 in un campo di Chignolo d'Isola, per cui Bossetti sta scontando l'ergastolo nel carcere milanese di Bollate.
INSERITO DA MICHELE PAPPACODA Tre raid in meno di dodici ore,con killer e pistoleri spietati che sparano, uccidendo e seminano il terrore aNapoli.Basta poco a far ripiombare la città in un clima di terrore. E la sequenza di violenze irrompe facendo tornare in primo piano l’emergenza criminalità. Dopo l’omicidiocommesso nella serata di giovedì a Miano, altri due agguati hanno insanguinato le vie del centro storico: nel secondo caso, poi, i pistoleri non si sono fermati nemmeno di fronte alla folla che di buon mattino sciamava in una delle zone più popolate del ventre di Napoli, la Pignasecca: mentre si consumava il secondo agguato, infatti, per strada c’erano anche tanti bambini e ragazzi diretti verso due vicini istituti scolastici.
Ma cerchiamo di dare ordine alla sequenza convulsa dei fatti. Occhio agli orari, perché nella successione degli eventi possono indicare qualcosa di molto importante.
La serata di giovedì, come detto, si era aperta con l’omicidio diAlessandro Napolitano, massacrato a colpi di pistola poco lontano dal bar che gestiva insieme con il fratello, in via Cupa Capodichino, quartiere Miano. Mentre le luci degli uffici della Questura rimanevano accese fino a notte fonda - segno tangibile del lavoro degli investigatori - ecco arrivare la notizia di un nuovo agguato. Alle 2,25 al pronto soccorso dell’ospedale Pellegrini giungevaNicola Minieri, 19enne residente aiQuartieri Spagnoli:ai medici (e successivamente agli agenti della Polizia di Stato) ha riferito di essere stato avvicinato da due sconosciuti che - senza alcun motivo - gli avrebbero sparato mentre rincasava in vico Paradiso alla Salute. Versione, la sua, sulla quale gli investigatori nutrono più di un dubbio.
Non è finita. Passano poche ore ed ecco che si torna a sparare sempre nella stessa zona, questa volta lungo via Pasquale Scura. Un uomo armato, con il volto coperto da un casco integrale, fa irruzione all’interno del bar Sommella, a due passi da via Toledo, affollatissimo di clienti come ogni mattina. Le lancette dell’orologio segnano le 8,23 quando all’interno della caffetteria si scatena il panico: l’uomo armato va dritto verso il bancone, al di là del qualeAntonio Giarnieri,23enne incensurato, sta servendo cappuccini e colazioni: senza esitazioni lo sconosciuto prende la mira, fa fuoco tre volte e colpisce alle gambe il barista. Poi fugge. Le esplosioni generano ovviamente il terrore anche tra la gente in strada. Urla, disperazione e sgomento anche tra i ragazzi con gli zainetti sulle spalle che stanno per entrare a scuola. Trasportato al vicino pronto soccorso dell’ospedale Pellegrini il 23enne è fortunatamente fuori pericolo.
Tra le prime mosse investigative c’è, come sempre accade in questi casi, l’acquisizione delletelecamere di videosorveglianzapubblica e privata della zona. Almeno una delle sequenze visionate dagli esperti della Polizia scientifica inquadrerebbe l’arrivo del sicario a bordo di uno scooter, sul quale avrebbe poi guadagnato la via di fuga verso i vicoli dei Quartieri.
Una sequenza terrificante di violenza. Si tenga presente anche un altro particolare: l’ultimo agguato si è consumato mentre proprio ai Quartieri Spagnoli era in corso un’operazione di“alto impatto”dei carabinieri. Ma neanche questo sembra aver scoraggiato il pistolero. A proposito del blitz dei militari dell’Arma: oltre 100 persone controllate e decine di perquisizioni personali e domiciliari eseguite nei confronti di pregiudicati. Ma, soprattutto, sono state trovate due pistole: la prima - una Vzor calibro 7.65 di origine ceca - era nascosta nel copriruota di un’auto parcheggiata in vico Caricatoio (con sette colpi nel serbatoio); la seconda, una semiautomatica calibro 6x35, era nascosta in un’edicola votiva del Palazzo dei Veterani.
Ma torniamo ai due gambizzati. Gli investigatori non escludono che i fatti siano collegati, e si soffermano anche su un particolare: il fratello di Minieri, attualmente agli arresti domiciliari, sarebbe indicato da alcune informative di polizia giudiziaria come vicino agli ambienti del gruppo criminale deiSaltalamacchia, attivo ai Quartieri.
INSERITO DA MICHELE PAPPACODA Uno dei pochi boss di camorra della provincia a poter godere di un nascondiglio a Scampia durante la sua latitanza, per anni Giuseppe Gallo era riuscito a evitare processi e detenzione grazie all’attestazione di unaschizofrenia, una patologia che gli permetteva di incassare 720 euro mese di pensione di invalidità grazie alla connivenza di alcuni medici. Per il sistema sanitario campano era pazzo, per l’Antimafia uno spietato boss di camorra. Anni di indagini hanno permesso di dimostrare la seconda tesi e dal 2010 è detenuto al regime di massima sicurezza riservato ai capi di mafia più pericolosi. Tra un tentativo di suicidio e una perizia psichiatrica, Gallo è stato condannato in diversi processi e sta scontando ad oggi 20 anni definitivi per traffico internazionale di stupefacenti, con altre condanne pendenti: a parte quella per il duplice omicidio, anche altri 30 anni di reclusione per il rapimento, il pestaggio e le torture a due fratelli che non avevano pagato un carico di droga.
Nessun contatto con l’esterno, colloqui con i familiari limitati e controllati, isolamento dagli altri detenuti. In poche parole, il carcere duro riservato a boss e mafiosi per evitare che comunichino con gli affiliati liberi. Invece, il boss che per anni si è finto pazzo, percependo anche la pensione di invalidità, avevatre smartphonein cella al 41bis. La scoperta è stata effettuata nelcarcere di massima sicurezza di Parma, dove da mesi è detenutoGiuseppe Gallo, noto negli ambienti della camorra napoletana con i soprannomi «scignetella» e «Peppe ‘o pazzo», 43enne di Boscotrecase e capo del clan Gallo-Limelli-Vangone di Boscotrecase, una delle cosche più ricche, potenti e feroci della provincia.
Poche settimane fa, alla moglie è stato sequestrato un impero milionario, una parte dei beni nella disponibilità della cosca che secondo l’Antimafia superano i 100 milioni. Tre giorni fa Gallo è stato condannato in appello a 20 anni per aver partecipato al duplice omicidio diMassimo Frascogna e Ruggiero Lazzaro,nella faida innescata dagli Scissionisti a nord Napoli. Nella stessa giornata, collegato in videoconferenza con il tribunale di Torre Annunziata dove è in corso un altro processo sul traffico di droga, ha chiesto la parola ed ha attaccato platealmente alcuni collaboratori di giustizia. In particolare Antonio Maresca, ex imprenditore del settore catering al soldo del suo clan, accusato di essere «un bugiardo e anche un cattivo pagatore».
Detenuto al 41bis, appunto, ieri mattina gli agenti del Gom (gruppo operativo mobile) della Polizia penitenziaria e quelli del Nic (nucleo investigativo centrale) hanno scovato nella sua cella addirittura tre telefonini.Un iPhone e due apparecchi Android,tutti perfettamente funzionanti e dotati di schede sim sulle quali sono state avviati accertamenti. Gallo – sostengono gli investigatori – utilizzava quasi quotidianamente il cellulare e sono in corso indagini per accertare con chi parlava e soprattutto se questi telefoni venivano utilizzati o messi a disposizione anche da altri detenuti. Di questo rinvenimento, ovviamente, è stata informata la procura nazionale antimafia: Giuseppe Gallo, infatti, è il primo detenuto al 41bis trovato in possesso di cellulari, almeno il primo di cui si ha conoscenza.
Ieri, dunque, è stato scoperto per la prima volta in Italia che anche il regime del carcere duro è permeabile. Una falla incredibile, sulla quale sono in corso le indagini. Innanzitutto sui contatti avuti da Gallo direttamente dal carcere grazie ai suoi smartphone. Ma anche su chi ha frequentato negli ultimi mesi la cella del boss – tra personale del penitenziario, guardie, medici – che possano aver avuto contatti con lui. Infine, sui pochi parenti ancora autorizzati ai colloqui. Nel frattempo, il suo difensore, l’avvocato Ferdinando Striano, ha preferito non commentare l’insolito ritrovamento.
Castrocielo - Per l’uomo alla guida, un cinquantatreenne di Aquino, l’accusa resta quella di omicidio stradale perché non si è fermato a soccorrere la vittima
INSERITO DA MICHELE PAPPACODA Sarebbe morto per le ferite causate dall'impatto con l'auto: questo quanto emerso secondo le prime indiscrezioni trapelate dopo l'autopsia effettuata sull'ambulante Mohamed El Asyly, il sessantaduenne venditore ambulante, trovato lunedì mattina cadavere all'interno di un fosso lungo la Casilina a Castrocielo. Per l'uomo alla guida, un cinquantatreenne di Aquino, l'accusa resta quella di omicidio stradale perché non si è fermato a soccorrerela vittima. Era stata una giornata di ricerche. L'uomo era stato rintracciato nel pomeriggio di lunedì presso la sua abitazione dopo che i militari avevano appurato che fosse lui alla guida di quell'Alfa 146, di proprietà però del padre. Infatti, per i carabinieri della Compagnia di Pontecorvo, agli ordini del capitano Tamara Nicolai, il cinquantatreenne domenica sera intorno alle 18 aveva urtato con la sua auto il venditore ambulante proseguendo la propria corsa. Il cadavere dell'uomo era stato ritrovato solo il giorno dopo dentrouna cunetta,immerso nell'acqua. L'indagato, tramite il suo avvocato di fiducia Giacomo Delli Colli, aveva fatto sapere di non essersi accorto di nulla anche perché pioveva. All'aquinate sono stati revocati i domiciliari ma con l'obbligo di firma alla polizia giudiziaria.