INSERITO DA ANGELA CECERE
Case popolari senza ascensore, vita grama per anziani e disabili SALERNO - Quando a Salerno comincia la vita, qui cala il coprifuoco: i negozi abbassano le saracinesche e la gente si rintana in casa. Non c'è un cinema, non c'è un teatro, l'unico luogo di aggregazione è la parrocchia, Maria SS. del Rosario di Pompei, affidata da dicembre ad un sacerdote volenteroso, don Angelo Barra. La rivoluzione urbanistica e culturale del sindaco Vincenzo De Luca si è fermata alle porte di Mariconda, quartiere dormitorio dove stenterete a trovare traccia di un'edilizia di qualità. Anzi, nella zona di espansione ad oriente della fascia metropolitana il tempo sembra essersi come fermato, cristallizzato all'inizio degli anni Sessanta quando si scomodò da Roma l'allora presidente del Consiglio Amintore Fanfani per tagliare il nastro dei primi grandi complessi abitativi dell'Ina Casa e del Genio Civile. Laddove c'erano terre coltivate a ortaggi, grano e frutteto furono costruite le case popolari destinate agli alluvionati del 1954 costretti ad abbandonare le proprie abitazioni del centro storico, nella parte occidentale della città. Così di emergenza in emergenza, Mariconda, che si chiama così per il torrente dello stesso nome ma anche perchè quelle terre erano appartenute alla nobile e antica famiglia del ceppo dei Mariconda, ha continuato ad essere una città nella città, una sorta di piccola repubblica indipendente di cui i politici si ricordano solo in periodo di campagna elettorale. LA SENTINELLA DI QUARTIERE - Anche Antonio Bracciante, lavoratore del porto in pensione, abitava al rione Fornelle, nel cuore antico di Salerno, e fu sfollato dopo la disastrosa alluvione del 1954. A Mariconda è stato presidente della circoscrizione comunale che abbraccia tutta la zona orientale dal 2006 al 2011, fino a quando cioè le municipalità sono rimaste in vita. Però il senso civico, lo spirito di servizio gli sono rimasti attaccati addosso e così ogni giorno inforca la bicicletta e fa, senza che nessuno gliel'abbia mai chiesto, la sentinella del quartiere. Collaboratore «a titolo gratuito» dei servizi sociali del Comune e cintura nera di karate, è titolare da trent'anni di una palestra dove insegna ai ragazzi a vivere secondo le regole della lealtà sportiva. Ma non paragonatelo a Gianni Maddaloni e al suo impegno per Scampia, lui non vuole essere «niente e nessuno», aiuta solo chi realmente è in difficoltà. «Negli anni '70 - inizia a raccontare - Mariconda era peggio del Bronx, tristemente nota per la cronaca nera. Lo vedete quel palazzo là? Al quarto piano un giovane uccise due ragazze: si calò dal tetto e fece una strage per gelosia. E vi ricordate di Stefania Muraro? No? La bambina di sei anni ammazzata da un pedofilo, all'epoca il fatto fece grande scalpore». Nella villa comunale dedicata a Ciro Bracciante, il fratello di Antonio vittima della malasanità nel 1990, c'è una fontana intitolata proprio alla piccola Stefania. Già, la villa. È stato il segno, insieme al Parco del Mercatello, un immenso polmone verde inaugurato negli anni '90 dal presidente Oscar Luigi Scalfaro, del passaggio positivo e propositivo del sindaco De Luca. Oggi purtroppo è spesso vandalizzata e quell'ampia pedana in cemento rimasta desolatamente al centro testimonia il fallimento di qualsiasi insediamento di attività di ristoro. «Dagli anni '60 fino alla fine degli anni '80 - riprende Bracciante - del rione nessuno si è fregato, qui ognuno viveva seguendo la propria legge e lo spaccio di droga aveva toccato livelli da record. Dagli anni '90, grazie al sindaco Vincenzo Giordano e poi a De Luca, il quartiere è stato stravolto completamente e man mano la microdeliquenza si è notevolmente affievolita». Oddio, ogni tanto qualche brutto episodio ancora succede. Proprio Bracciante tempo fa affrontò e mise in fuga un delinquente armato che stava aggredendo due vecchiette. «Il quartiere siamo noi - dice l'ex presidente di circoscrizione - bisogna uscire dall'omertà, io quel tipo con la pistola l'ho denunciato e fatto condannare». L'ABBANDONO - Accanto alla villa Bracciante, in via Raffaele Mauri, lo stradone centrale, c'è quel che rimane di un centro commerciale che, nelle intenzioni di chi lo progettò, doveva rappresentare il cuore pulsante del commercio locale. Otto negozi ma solo uno occupato, da un fruttivendolo. Da quasi trent'anni. «Venite a vedere che schifo - dice Leonardo D'Amati, il fruttivendolo - qui hanno scassato pure il gabinetto. Eppure basterebbe che il Comune facesse un bando per la gestione dei locali ed evitare questo squallore. Ma il problema è un altro: questi spazi non sono stati mai accatastati». Altra strada, altro edificio inutilizzato: via Martir Luther King. Qui qualcuno ha fatto un sogno: che riapra la scuola materna «Mariele Ventre» inaugurata una ventina d'anni fa. «Per il comune è pericolante - osserva Bracciante - ma da dieci anni qui non è caduto manco un mattone. Quella invece (e ci indica un rudere adiacente) la chiamano la casa dei fantasmi, è completamente diroccata e prima o poi cade addosso a qualcuno». Da un'automobile scende un signore in t-shirt e pantaloncini , si chiama Francesco Elia: «Non sappiamo più a chi rivolgerci, qui fanno i lanci di sacchetti della spazzatura dalle auto e se vi permettete di dire qualcosa vi minacciano pure. Abbiamo speso 180 mila euro per ristrutturare il nostro fabbricato e non possiamo portare nessuno qui perchè ci vergogniamo. Ma perchè il comune non mette una telecamera, pure falsa, sarebbe già un deterrente?». Una centrale elettrica in attività e un palazzone enorme, ben diverso dalle case popolari anni '60, privo delle necessarie opere di urbanizzazione, completano la cartolina del posto. Ancora due piccole grandi storie prima di andar via: Peppino Giannatiempo ha una figlia disabile di 40 anni che soffre in silenzio, a casa: le palazzine che furono costruite dopo l'alluvione non sono dotate di ascensore, impossibile quindi poter fare uscire decine di anziani e disabili. E poi Nicola Esposito, sfrattato da una casa Iacp, che dorme da due anni in un furgone. Storie di umana rassegnazione che mal si addicono ad una città dalla prospettiva europea. Gabriele Bojano
CORRIERE DEL MEZZOGIORNO
25.07.2013.