Giornale Vettica di Amalfi Online Velasca Vimercate News nel Mondo www.mikivettica.over-blog.it
Il Giornale Vettica di Amalfi Online Velasca Vimercate News nel Mondo nato nel mese di gennaio 2010 dalla volontà del titolare Michele Pappacoda di dare spazio a tanti diversamente abili, grazie all'inserimento di news, di sentirsi realizzati in qualcosa di personale uscendo dai mille problemi che la disabilità ci impone quotidianamente.
news italia e dal mondo
SEZ.VIDEO E FOTO GALLERY Auto arriva in corsa, cane guida salva pedoni
PROPOSTO DA MICHELE PAPPACODA La telecamera mostra due persone, un uomo e una donna, che camminano mentre un cane si gira per guardare in dietro. Pochi istanti dopo, l'uomo segue il suo esempio e mette in salvo gli altri due, poi un'auto arriva a grande velocità travolgendo tutto ciò che trova sul marciapiede. Così Todd Jurek e Danielle Alvarado, - entrambi istruttori di cani guida per non vedenti - si sono salvati per un soffio, grazie al labrador di 18 mesi di nome O'Neill, durante un giro di addestramento nel cittadina di San Rafael, in California (Usa)
FONTE LA CITTA
CILENTO NEWS Rifiuti al cimitero Denunce a Roccapiemonte
INSERITO DA MICHELE PAPPACODA I Carabinieri del Nucleo operativo ecologico di Salernohanno apposto i sigilli di sequestro ad un'area di circa duecento metri quadrati di pertinenza del cimitero comunale di Roccapiemonte. Nell’area risultavano depositati considerevoli quantitativi di rifiuti provenienti dalle attività cimiteriali, quali rifiuti urbani prodotti nell’area cimiteriale e costituiti da lumini esausti e rifiuti vegetali, nonché rifiuti speciali costituiti da materiali lapidei, inerti provenienti da lavori di edilizia cimiteriale, terre e rocce da scavo, smurature e similari
I carabinieri hanno effettuato un sequestro preventivo in esecuzione di un decreto del gip del Tribunale di Nocera Inferiore. La Procura della Repubblica ha emesso un’informazione di garanzia a carico di due impiegati comunali.
FONTE LA CITTA
PUGLIA E CALABRIA NEWS Ilva: Florido resta ai domiciliari E' agli arresti dal 15 maggio per concussione

INSERITO DA MICHELE PAPPACODA TARANTO, - Il gip del tribunale di Taranto Patrizia Todisco ha respinto la richiesta di revoca degli arresti domiciliari presentata dall'ex presidente della Provincia di Taranto Gianni Florido (Pd), coinvolto nell'inchiesta sull'Ilva chiamata 'Ambiente svenduto'. Florido era finito in carcere il 15 maggio scorso con l'accusa di concussione (tentata e consumata) e aveva ottenuto i domiciliari dopo alcuni giorni PUGLIA E CALABRIA NEWS Morto anziano, ospedale non ha ambulanza Mezzo soccorso da altro nosocomio ma impiega 40 minuti

INSERITO DA MICHELE PAPPACODA - SERRA SAN BRUNO (VIBO VALENTIA), - Ha avuto un malore a Serra San Bruno mentre faceva la spesa in un supermercato vicino l'ospedale, distante appena cento metri, ma e' morto prima dell'arrivo dell'ambulanza, giunta dopo 40 minuti perche' proveniente da un centro vicino, Soriano Calabro. Il nosocomio di Serra, infatti, non aveva mezzi di soccorso disponibili perche' l'unica ambulanza era impegnata in un altro intervento. La persona deceduta e' Bruno Pelaggi, di 81 anni. SEZIONE SICILIA NEWS Taormina Fest, arriva The Killing Season Thriller ambientato dopo guerra Balcani con Travolta e De Niro

INSERITO DA MICHELE PAPPACODA - ROMA, Il TaorminaFilmFest annuncia una nuova anteprima mondiale, The Killing Season di Mark Steven Johnson, con Robert De Niro e John Travolta, un thriller ambientato dopo la guerra dei Balcani e che vede De Niro, per la prima volta, ritornare cacciatore di cervi, dai tempi del Cacciatore di Cimino: in realta' e' Travolta, reduce dal terribile conflitto, che caccera' lui per consumare una spietata vendetta legata alle crudelta' della guerra. SEZIONE VARIE NEWS LA STORIA DI VINCENZO ANDRAOUS
PROPOSTO DA MADDALENA CERASARI «Ho una brutta storia alle spalle. Una gran brutta storia, che incute timore. Non potrò mai scrollarmi di dosso il dolore che ho provocato. Ma oggi non nascondo più il mio passato. Anzi lo racconto per evitare che altri cadano nel mio abisso». Lui è Vincenzo Andraous, 57 anni, quasi tutti passati in carcere.
Tra le sbarre ha già trascorso 40 anni (è entrato per la prima volta a 14 anni), passando tra i penitenziari più duri della penisola. Condannato all’ergastolo perché implicato in tre omicidi di una violenza indicibile, (fuori e dentro il carcere), è stato coinvolto nelle nefandezze dei più temuti criminali, come il famoso Vallanzasca. E la stampa l’ha ribattezzato spesso con epiteti da brivido. Oggi dopo un lungo cammino di conversione, continua a scrivere su giornali e riviste, oltre a firmare libri e saggi che gli sono valsi già 80 premi letterari. Da oltre dieci anni sta pagando la sua pena, in regime di semilibertà, alla Casa del Giovane di Pavia, una comunità per ragazzi contro le dipendenze (alcol, droga, disagio). La passione che mette al servizio di questa struttura, svolgendo le mansioni di educatore, balza subito all’occhio, come il tatuaggio sul braccio forzuto, l’unico segno riconoscibile di un passato da cui si sente ormai lontano “secoli”.
È stato condannato per omicidi. Eppure lei ripete che tutto è cominciato con un sasso…
Sì. Sono originario di Catania, ma la mia famiglia si è trasferita quando ero ancora bambino in un paesino del nord-est. Ero uno dei pochi “terroni” e questo continuo ritornello mi portava a reagire malamente. Al campo sportivo ero sempre sotto un mucchio di dieci persone che pestavano il “terrone”. Fino a quando ho scoperto la potenza di un sasso con cui ho spaccato la testa a un mio amico. Ho cominciato a ottenere rispetto e ho capito che la violenza poteva mettere tutti in riga. È cominciata lì la discesa verso l’inferno.
La sua è stata un’infanzia difficile?
Sì. Mio padre è scomparso quando avevo 8 anni. E solo mia madre lavorava. Ma in fondo sono tutte giustificazioni: la famiglia, l’ambiente… Il vero problema ero io. Non volevo essere un passo indietro rispetto a chi aveva più di me. E ho cominciato a primeggiare seminando il terrore. Quel sasso mi ha portato a essere anche nella classe il bullo e ho collezionato presto varie espulsioni fino all’abbandono della scuola e della famiglia. Mia madre ci ha provato in tutti i modi: prima con le buone, indebitandosi per accontentarmi in ogni modo; poi con le botte (tante). Ma ormai non poteva più nulla: avevo dato vita a una banda di minorenni con la quale rubavo e mi sostenevo senza problemi. Entravo e uscivo da un carcere minorile all’altro: ma ne ero quasi fiero. Ero in preda a un vero delirio di onnipotenza.
Un delirio che da adulto l’ha coinvolta in tre delitti: uno nel 1977 a Milano per una rapina finita male e gli altri due nel 1981 nel carcere di Novara per una rivolta orchestrata da Vallanzasca.
Negli anni Settanta il carcere era un’arena, non c’era giorno che non succedesse un omicidio, una rivolta o un’evasione. Purtroppo ha prevalso in me ancora la follia attecchita da ragazzino: a 13 anni lanciai un cancellino contro una professoressa a scuola e tutti per paura della mia vendetta mi coprirono. Nessuno osò accusarmi. L’omertà è una legge di sangue. Anche in carcere. Ero diventato il mito anche delle carceri e questo mi ha "fottuto", mi ha ottenebrato la mente… Dal sasso, al cancellino alle armi, con la stessa logica di affermazione di potenza. Poi mi hanno attribuito tante altre cose. Ma io so che cosa ho commesso, me ne prendo tutta la responsabilità e continuo a pagarlo da 40 anni. Però se oggi sono una persona diversa, lo sono “nonostante” il carcere.
In che senso?
Devo ringraziare tanti direttori di carceri e tanti agenti penitenziari che mi hanno aiutato, accompagnato e trattato da uomo. Però mi chiedo: crediamo ancora che la pena abbia una funziona rieducativa come auspica la Costituzione? In carcere oggi ci vogliono più psicologi ed educatori: prevale l’aspetto coercitivo e non preventivo e rieducativo. Io porto il macigno di un passato orribile che mi rimarrà per tutta la vita: prova a portarti questo peso da 40 anni in un contesto dove rischi di perdere la vista e l’olfatto, in celle minuscole dove anziché un detenuto ce ne stanno tre. Sono stato rinchiuso dappertutto, da Pianosa all’Asinara… E dal 1982 al 1987 sono stato in isolamento, in una cella da 3 metri per 3. Sono evaso due volte nella mia vita, ma per fortuna non mi è mai balenato nella testa la scorciatoia del suicidio, neppure quando ero di fatto in una bara costruita su misura. Però non mi meraviglio che oggi la media è di 80-90 suicidi all’anno in carcere.
Qualcuno potrebbe obiettarle che è servito a farle cambiare strada.
No, io ho sbagliato e sto pagando. Ma il carcere duro non rende mansueti. Anzi in quelle condizioni aumentava la voglia di fare più male ancora, di vendicarmi quanto prima. La pena deve servire anche a riparare, per quanto possibile, al male commesso. Ho tolto la vita alle persone. È un carico che nessuna scorciatoia mi potrà annullare. In questi casi devi esser capace di farti aiutare. Altrimenti soccombi. E io ho avuto la grande fortuna di incontrare persone che mi hanno dato una mano.
Chi?
Uno su tutti è stato per me don Giuseppe Baschiazzorre. Una leggenda. Era il cappellano del carcere di Voghera, ora è morto. Lo incontrai negli anni ‘92-’93 e fu una svolta. Capii subito che con lui dovevo giocare a carte scoperte, non potevo più barare. Era un uomo prima che un prete. Era uno di quelli che si sedeva davanti a te e non aveva paura di prendersi un cazzotto. Però te lo dava anche. Lui mi ha insegnato che il rispetto vero per gli altri comincia quando poni un limite alle tue presunzioni e ascolti. Se lo fai non hai paura di dire all’altro “aiutami”. Con don Giuseppe non c’era più bisogno di scrivere e poi buttare via le carte per paura che qualcuno leggesse le mie fragilità. Lui mi diede subito fiducia e diventai animatore del Collettivo Verde, con il quale girammo per dieci anni in Italia impegnandoci in attività sociali e culturali. Ma un altro incontro decisivo è stato quello con don Franco Tassone. Lui ha giocato una partita terribile, non tanto con me, quanto con la città di Pavia…
Perché?
È stato lui a volermi alla Casa del Giovane. E 11 anni fa prendere Andraous non era semplice. Tanti dicevano che c’era dell’opportunismo da parte mia. Non era vero. Avrei potuto tante volte tornare alla vita passata. Ma io sono uno che ha sempre fatto scelte definitive: sia quando volevo delinquere, sia quando ho deciso di cambiar rotta. Con don Franco ci siamo intesi subito. È bastato un gesto. Mi ha chiesto di sovrapporre la mia mano alla sua: da allora è cominciato un percorso per il quale non ho più paura di sbagliare. E non lo farò.
Qual è il suo rimorso più grande?
Penso spesso ai familiari delle vittime. Ma il perdono non può essere sbandierato o richiesto tramite i giornali. È qualcosa che deve essere fatto privatamente e nel massimo silenzio tutti i giorni. Ho provato a sentirli e qualcuno mi ha anche perdonato. Per me è stato un attestato di conforto per il cammino che ho intrapreso.
Si è mai chiesto se fosse stato lei al loro posto?
Tante volte. E magari avrei reagito anche peggio. Per questo se mi odiano io li rispetto. Oltre a pagare in carcere, io sto cercando di chiedergli perdono tutti i giorni con la mia testimonianza nella casa del Giovane, nelle scuole e ovunque mi chiamino a parlare. Nulla di sovrumano, intendiamoci. Ma dando tutto me stesso. Non posso fare di più.
Sui suoi crimini hanno pesato anche le ideologie politiche degli anni passati?
Solo in parte. Ha sempre prevalso il delirio di onnipotenza. Io non ho mai aderito ad alcun partito. Ho sostenuto i Radicali solo al tempo del processo Tortora: sapevo che era innocente per questo mi son schierato con Pannella che era tra i pochi a difenderlo. Ma poi ho ridato indietro la tessera ai radicali per le loro posizioni sull’aborto per esempio o a favore della legalizzazione delle droghe. Per me non esiste la distinzione tra droghe leggere e pesanti: su 280 ragazzi tossicodipendenti che seguo alla Casa del Giovane 260 hanno cominciato con lo spinello, che oltre ad esser dannoso può esser responsabile anche della morte di altri innocenti (penso alle vittime della strada). Per quanto mi riguarda, non ho mai fatto uso di droga per delinquere. L’adrenalina più grande per me era saltare il bancone della banca, senza armi: una forma di “romanticismo improponibile”…
Ma oggi il vero problema sono i genitori che vogliono porsi come “amici” dei propri figli. Si è persa l’autorevolezza: dire sempre di sì costa meno fatica che educare alla responsabilità. E si tende a giustificarli sempre e comunque quando sbagliano.
Sentirla parlare così stride pensando al suo passato «orribile», come lo definisce lei stesso.
Me lo dicono spesso. Io però non ho più paura di riconoscere il mio passato: conosco ogni anfratto dei detriti che ho alle spalle. E più lo ripercorro più costruisco futuro, perché so che non farò più quegli errori. E c’è di più: mi spenderò fino alla fine perché gli altri non li facciano. Ma sia chiaro, io non uso mai la cattedra come docenza: è solo la cattedra di un colpevole. Poi dico sempre ai ragazzi, attenzione, non ho la pretesa di salvarvi, sarei un presuntuoso. Posso solo aiutarvi. Per essere salvati bisogna rivolgersi a qualcuno più in alto…
A chi?
A Cristo. Io grazie a quei sacerdoti ho scoperto la fede. Gesù è il mio più grande amico, lo vedo riflesso in tanti volti che incontro. Lui è davvero un eroe. Ha avuto rispetto degli altri senza usare mai la violenza. Altro che rivoluzionari alla Che Guevara. Gesù ha avuto rispetto perfino per chi l’ha tradito. Ho ripensato all’immagine di quella professoressa che colpii col cancellino: rimase per una frazione di secondo a mezz’aria e sopra di lei c’era il crocefisso. Avevano una somiglianza incredibile: la stessa sofferenza di una vittima innocente.
Non la scoraggia la dicitura della sua condanna: “fine pena mai”?
A volte ci penso. E mi domando: ma lo Stato può riconoscere che una persona dopo 40 anni di carcere è diversa? È intelligente pensare che abbia un valore da sfruttare? Io penso come don Enzo Boschetti, il fondatore della Casa del Giovane, che l’irrecuperabilità di una persona è solo un comodo rifugio della nostra intelligenza. Per questo ho chiesto la grazia. Ma son sicuro di non riceverla: manca la volontà politica (di ogni colore), prevale un certo spirito vendicativo, per cui nel mio caso sarebbero pochi anche 80 anni di reclusione. Ho aspettato vari anni prima di chiedere la grazia perché ci vuole un percorso serio. Mi fa sorridere che Vallanzasca e altri come lui dicano in un mese di voler fare gli educatori. Ma non intendo polemizzare con lui: è lui che continua a citarmi a sproposito, ma io ho tagliato con quel mondo. Dico solo che non basta un film. Io vengo da 11 anni di lavoro, di presunzioni prese a calci, ma non mi sento un educatore. Da anni non rilascio interviste, l’ho fatto per La Bussola, perché è un quotidiano cattolico che mi piace molto. Poi anche completamente libero lavorerei a tempo pieno per la Casa del Giovane…
È qui che ha incontrato anche sua moglie?
Sì, non so come ha fatto a innamorarsi di me. L’amore rende davvero ciechi. Dalle 8 alle 22 quando ritorno in prigione a Pavia posso vederla e dedicarmi alla Casa del Giovane che è diventata casa mia. Ora oltre ad alcolisti, tossicodipendenti, questa comunità che conta 18 strutture in Lombardia e Piemonte ha aperto le porte anche ai barboni. La sera ritorno in carcere stanchissimo, ma felice. Alla Casa del Giovane sperimenti davvero la correzione fraterna. Vige la regola di don Boschetti: “Si educa e si rieduca solo con l’amore e la fiducia”. Se venisse applicata nelle carceri sarebbe una rivoluzione.
Continua a scrivere sempre in maniera forsennata…
Scrivo saggi e articoli. E leggo di tutto, sono un onnivoro, in particolare i testi filosofici, i libri di Erri De Luca e la Bibbia. Ma ho smesso con la poesia. Prima pensavo che scrivere versi fosse l’unico strumento per tagliare la realtà. Oggi penso al contrario che è la realtà che formula poesia. Ritengo che la mia rivincita più grande sia Yelenia, la figlia della mia prima moglie scomparsa da tempo…
Perché una rivincita?
Lei mi ha spinto al cambiamento. Oggi ha 37 anni è sposata e mi ha regalato la gioia di esser nonno. Una rivincita perché non sono mai stato suo padre davvero. Quando è nata ero già latitante. Mi ha sempre visto al di là di un vetro in carcere quando mia madre la portava ai colloqui. Aveva sempre la testa bassa e io nel mio delirio pensavo che fosse una forma di rispetto per me. In realtà nei suoi occhi c’era la rabbia perché non mi interessavo a lei. Ho rischiato di farla diventare autistica. Non parlava più con nessuno. Soffriva terribilmente. A scuola l’additavano come la figlia del boia delle carceri, il killer senza scrupoli…
Quanto le pesano ancora questi epiteti?
Dieci anni fa mi facevano ancora male. Oggi non più. Purtroppo c’è anche tra i credenti la tendenza a giudicare chiunque senza nemmeno sapere il vissuto delle persone. Oltre il pregiudizio c’è sempre un uomo con la sua dignità. Continuo a lavorare su me stesso. Non in modo esigente. Di più: sono feroce.
Da "grande" nel male al proposito di esser grande nel bene, come l’Innominato di Manzoni…
Un altro mio cruccio è aver investito ogni mia energia nel male. “Pensa se l’avessi fatto nel bene, mi dicono tanti, chissà dove saresti arrivato”… Ma la verità è che mi corrode e mi spinge il rimorso del male fatto agli altri.
C’è ancora qualcuno che ha timore di accostarsi a lei?
Penso di no. Faccio tanti incontri e conferenze, parlo anche ai bambini. Non mi tiro indietro, sapendo che è un privilegio ma anche una grande responsabilità. Io non sono un maestro. Una volta andai a parlare ai ragazzi di una parrocchia. Finito l’incontro, mentre stavo andando via, una ragazzina corse verso di me, mi mise tra le mani un biglietto e scappò via subito. C'era scritto: “Ciao, sono Eva. Io non so se gli uomini ti hanno perdonato. Ma sono sicura che Dio ti ha perdonato”. Io quel biglietto ce l’ho ancora.
SEZIONE VARIE NEWS FRANCESCO FRATELLO LUPO
PROPOSTO DA MADDALENA CERASARI Qualche momento è corso via da quella fumata bianca, da quel “buonasera” pronunciato da un amico incontrato dopo tanto tempo.
Pochi attimi e l’Uomo è venuto avanti parlando del bene da fare senza ulteriore indugio per vincere il male, sfuggendo le parole comprate al banco della pietà per ottenere una cittadinanza del mondo per lo più da ricostruire con onestà e amore.
Ricordo che me ne stavo lì senza pensare al toto papa, alle scommesse, alle probabilità per questo o quell’altro conduttore-testimone delle scelte profeticamente umane, come delle erranze esistenziali.
In quel nome c’è stato più di quanto il cuore desiderava, un passo indietro per farne cento in avanti, Francesco è il nuovo Papa, come colui che tanto tempo fa scosse la Chiesa dalle sue fondamenta, quel giovane con le mani strette a pugno, e adulto con la spada, con il sangue, con le parole scagliate senza amore né onore.
Quel Francesco che osa dare le spalle alla sorte, alle eredità consolidate, alle verità nascoste nei colpi di maglio, quel Francesco poverello, ma che poverello non è stato mai, ricco assai più ricco delle tasche perennemente vuote.
Quel Francesco rivolto alla luna e al sole, all’uomo e alla natura, è nuovamente su quello spalto, su quella terrazza, sopra ogni testa, rinnova la storia che fa propria, dentro una preghiera sottovoce, in punta di piedi.
Abbiamo il Papa, stavo per dire il Papa buono, come lo fu un altro, come lo furono chi più, chi meno, tutti gli altri, ma su quel più e quel meno c’è a fare da ponte la resistenza e la capacità dell’umanità, che non sarà mai imbrogliata dagli eventi costruiti a misura, dagli accidenti scivolati giù da qualche palcoscenico.
Francesco è fratello lupo, non viene meno alla vita neppure da addormentato, due lupi che non si sbranano, invece s’incontrano ogni volta e si annusano, si mettono in cammino, compagni di viaggio; quanto lasciano dietro non sono segni incomprensibili di una grammatica sgangherata, ma punteggiatura visibile, contabile, sommabile, orme digitali due passi alla volta, si muovono prima, durante e dopo, senza prestare i fianchi alla disattenzione, eretti a mezzo e di traverso alle tante diaspore, alle troppe ritirate, alle opere di bene raccontate comodamente dai comodi rifugi, dove di accettabile non c’è nulla, neanche le ribellioni, le rivolte, le fughe da una giustizia ridotta a professarsi senza fissa dimora, perennemente ubriaca di promesse mai mantenute.
Papa Francesco è la Chiesa, forse non basta più la sola coerenza, occorre la generosità che fu di quel “Lupo Franscesco”, come ti sei voluto chiamare, il quale ci manda a dire ancor oggi quanto l’umiltà non possa sposarsi con l’imposizione, soprattutto quando quest’ultima giunge da quella Istituzione che a sua volta dovrebbe farne buon uso, come a noi stessi è stato chiesto, e continua a essere richiesto.
di Vincenzo Andraus
SEZIONE VARIE LIBERTA ' NON E' FARE QUELLO CHE VOGLIO
INSERITO DA MADDALENA CERASARI Cos’è la libertà, esistono davvero gli uomini liberi?
Osservo l’intorno, le strade dove i ragazzi stazionano perché non sanno cosa fare, dove il tempo è una comoda convenzione, una tabella di marcia da espletare, dove ogni surplus di tempo è da riempire in qualche modo.
Il vicolo cieco diventa il prosieguo per dare un contenuto al proprio essere, dove c’è la scoperta del contesto di forza, dove il legame cresce e si rafforza nella trasgressione.
Osservo meglio e vedo gli adulti tutti in corsa, tutti presi e affannati dalle mete da afferrare, dai rimpianti che premono alle porte, dai rimorsi che sono zittiti dal benessere da agguantare a tutti i costi, restano i segni della sconfitta di un ruolo, di una professione, di un lavoro che non ci sono più, la dignità subisce la resa definitiva.
Osservando ancora a questi giorni, ai giovani ed ai meno giovani nelle piazze, agli slogans, agli ordini impartiti, alle grida di gioia, alle urla di dolore, ai morti inconsapevoli ed ai feriti innocenti, ai giusti ed agli ingiusti, mi chiedo dove sta la libertà degli uomini liberi di non condividere né accettare deleghe in bianco; dove sta la libertà di dissentire, di sottrarsi dall’effetto di mille politiche confutate o che potranno esserlo in futuro.
Osservo e rifletto sulle libertà che non hanno colore né facili entusiasmi, le libertà che sono di tutti, e conoscono la paura, perché non rimane resto nelle tasche, solamente somme da pagare.
Libertà di manifestare, libertà di protestare, libertà di parola, libertà di prenderle e di darle, è la trama di un film già visto altre volte, ma ora sta dentro l’era digitale, e sebbene nulla del passato potrà mai ritornare, qui non c’è la possibilità di gridare: «Ehi, regista: fammi uscire dal copione di questo film, mi sono stancato, voglio ritornarmene a casa.
No, non è il gioco della playstation, non è possibile resettare, tornare indietro.
Oggi lo scenario investe una libertà che non è quella invocata ieri, perché coinvolge confini, terre, mondi, uomini e politiche diverse, divengono vere e proprie sottrazioni globali e più di qualche volta individuali, in questo presente ciò che più colpisce è il suono che fuoriesce da parole come solidarietà, giustizia, diritto, prendono parvenze del tutto sconosciute, a fatica stanno supine nelle parole valigia, dove facciamo stare tutto e il contrario tutto, cioè nulla.
Parole sgangherate, parole di un Vangelo lontano, stili di vita che dovrebbero essere diga insormontabile per qualunque spinta all’uso della violenza.
Non è con il bastone, con le botte, con la vita dispersa, che le richieste di giustizia, di solidarietà, di democrazia possono transitare da una istanza politica a una assunzione di responsabilità, a una scelta che è già azione morale, bensì con la fede della ragione, della mia passione e della tua, questa è l’unica consapevolezza che può avvicinare a un’idea di imparzialità, equità e giustizia.
di Vincenzo Androus
Fonte http://www.miradouro.it/node/62791
SEZIONE VARIE NEWS NEW YORK COL SENO FUORI PER LA SQUADRA DI BASKET: TIFOSE HOT IN KANSAS, LE FOTO SU TWITTER
INSERITO DA ANGELA CECERE
NEW YORK - Le tifose della Kansas University ci mettono il cuore nel sostegno alla loro squadra di basket, nel vero senso della parola. Petto in posa, infatti, nel fenomeno targato Twitter e denominato "Kuboobs". Il tifo si fa a suon di foto di decollétè esplosivi postati in rete. Il college però non ne può più e ha detto basta all'utilizzo del marchio "KU" a fini di merchandising. Infatti attorno al fenomeno si è sviluppata la produzione di braccialetti, magliette e quant'altro che accostano il nome dell'università alla "particolare" forma di tifo.
LEGGO.IT
13.06.2013.
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INSERITO DA DANIELA CAIRA


