Inserito da :Sotgia Marcella .La voce sofferta e bellissima di Michele Columbu, a suo modo un patriarca, apre e chiude il film “Su Re”, diretto da figlio Giovanni, il cui padre è stato, fino alla sua morte, un collaboratore, o meglio un suggeritore. La cornice narrativa cita il profeta Isaia che annuncia l’avvento di un Messia “senza apparenza né bellezza” e soprattutto “disprezzato”. Il richiamo alla profezia può indicare – secondo quando già dichiarato dal regista – una sorta di universalità e atemporalità dell’avvento di Cristo. O, per variare i punti di vista religiosi, un richiamo all’infinito di numero di Messia, veri o falsi, che, prima e dopo Cristo, hanno punteggiato la storia dell’ebraismo. E difatti, il racconto sinottico dei quattro vangeli canonici (Marco, Matteo, Luca, Giovanni), racchiuso nei suoi episodi finali (dall’arresto di Cristo alla crocifissione), frantumato tra passato e presente, con continui salti e richiami memoriali, è ambientato in un paesaggio che al di là della riconoscibilità dei luoghi (Monte Corrasi, con le sue rocce dirupate, le sue nebbie, e la sua solitudine ancestrale, primeggia), resta ancorato ad una civiltà ancora non occidentalizzata dal cristianesimo paolino. Costumi, dove si mescolano richiami storici e molta “sardità” da illustrazione pittorica, e lingua, con le sue infinite varianti – ma domina l’asprezza delle parlate barbaricine – accentuano l’estraneità nei confronti di una esegesi cristiana consolidata anche dalle tante “immaginette” cinematografiche del passato. Da quelle “immaginette”, come si sa, si staccò Pasolini con “Il Vangelo secondo Matteo”, ambientato in un’altra terra dirupata (Matera e le sue rocce), ma pensato come ritorno ad un messaggio di redenzione fatto proprio dalle masse diseredate del Terzo Mondo. Ma il film di Pasolini era, nonostante le invenzioni sceniche, rigorosamente filologico, mentre nel film di Columbu, proprio la struttura frantumata sembra voler richiamare una sorta di segreto osservatore che ricostruisce mentalmente – e appunto attraverso le sequenze più significative – una tragica vicenda a cui ha assistito e che non è interamente comprensibile, se non per quei tratti di terribile violenza e di beffardo sarcasmo verso i reietti. Sicché è anche possibile richiamare, al di là delle intenzioni del regista, la lettera in cui Gregorio Magno, alla fine del 500, si rivolgeva al capo barbaricino Ospitone, lamentando che le sue genti non fossero cristiane: quasi un riscontro, a metà strada tra storia e mito, di una tardiva evangelizzazione dell’isola e di un continuo sovrapporsi, comune a tutto il Meridione italiano, delle culture tradizionali paganeggianti con il cristianesimo e i suoi santi. È facile, infatti, richiamare, nel processo a Gesù – di fronte alle pietre di un nuraghe – una sorta di codice barbaricino esibito come cultura giuridica propria della comunità. Quasi una citazione, molto mascherata del celebre quadro di Mario Delitala sul “processo all’esattore”. Così, nonostante l’ancestralità che s’interroga sul mito della Sardegna non più preistorica, nelle straordinarie inquadrature del film, tra campi lunghi, primi piani (dominanti), movimenti di macchina volutamente convulsi, oscurità e nebbiosità, “Su Re”, è anche un’opera coltissima, che recupera dalla pittura altri richiami: da Grunewald, il Cristo ipertiroideo “senza bellezza” (Fiorenzo Mattu, già tra i protagonisti di “Arcipelaghi”, il primo lungometraggio del regista), da Brueghel una sorta di spaesamento/indifferenza nella tragica salita al calvario, da Antonello da Messina, in quella povertà degli stessi legni consunti che formano la croce. Asciutto ed essenziale (80 minuti di proiezione, senza musica e con ampi spazi di silenzio che agghiacciano, nonostante tutti conoscano la vicenda), è ovviamente un’opera che, come hanno già scritto i critici al Torino Film festival, si giustifica senza necessariamente invocare le origini regionali. Ma pure, poiché, da quando si è fatta avanti una sorta di “nouvelle vague” sarda che rivendica una sua specificità, il dibattito – a cui chi scrive non crede più di tanto – su che cosa significhi “cinema sardo” è ancora aperto, “Su Re”, il film di Giovanni Columbu – da oggi proiettato nelle sale dei maggiori centri dell’’isola – mette sul tavolo, al di là delle intenzioni dell’autore, una risposta. Che si può ovviamente discutere e perfino contestare.
21 marzo 2013.Fonte :La nuova Sardegna