INSERITO DA ANGELA CECERE
Hanno il volto stanco, gli occhi velati e la rabbia che graffia le loro parole. Sono i genitori di Antonia Amato, la piccola morta cinque giorni dopo la nascita per un errore dei medici dell’ospedale di Boscotrecase. La tragedia nel 2010, tre anni dopo la prima sentenza: 3 anni e 8 mesi all’ex primario Luigi Marciano, un anno e due mesi per Amedeo Desgro. Dopo l’errore in sala parto pensarono di insabbiare il caso alterando la cartella clinica della piccola. Per mamma Giuseppina e Michele la sentenza del gup Claudio Marcopido è addirittura «troppo lieve». Avrebbero voluto una condanna più forte, «da monito per altri medici senza scrupolo», dicono. Si tengono la mano i coniugi Amato. «I medici hanno avuto una pena lieve, noi due andiamo al cimitero quasi tutti i giorni per salutare nostra figlia». Giuseppina racconta il suo dolore. E’ arrabbiata e delusa. Triste. «Ho portato mia figlia in grembo per nove mesi per voi vederla morire in poche ore. Io dico uccisa, perché è questo che è successo». Sono passati tre anni da quel maledetto novembre del 2010, ma la donna non riesce ancora a rassegnarsi. «Doveva essere la nostra primogenita, l’inizio di una nuova vita. Invece in un istante tutto si è trasformato in inferno». Dalla gioia al dolore. «Antonia è morta perchè un medico è stato incapace di fare il proprio lavoro. Quello stesso medico, ed altri assieme a lui, hanno poi tentato di nascondere tutto, come se Antonia fosse stato un errore e basta». Nessuna pietà per i camici bianchi. Giuseppina e Michele ricostruiscono quei giorni dei quali non hanno dimenticato un solo secondo. «Di ciò che accadde in sala parto ricordo tutto», dice la donna. «Mi ero accorta che qualcosa non era andato per il verso giusto. Chiedevo all’ostretica cosa fosse successo, ma lei continuava a mentire, l’ha fatto persino dopo la morte di mia figlia». C’è un passaggio inquietante che non dimentica. «Dopo tre mesi dalla tragedia ho voluto incontrarla per capire ma è stato inutile. Mi ha messo sotto il naso la copia del tracciato falso che hanno inserito nella cartella clinica. Ce l’aveva a casa». Poi Giuseppina ha incontrato Marciano perché abitano a pochi metri l’una dall’altro. «Anche lui ha continuato a mentire». Questa è la rabbia maggiore, così come ammette Michele. «Avremmo anche capito l’errore umano, che sarebbe stato comunque una tragedia, ma non si può accettare la falsificazione delle cartelle cliniche. Nel tentativo di nascondere tutto sono stati dei mostri senza scrupolo». Giuseppina e Michele per la loro piccola Antonia avevano comprato tutto: dalla culla ai vestitini, anche i peluche già sistemati nella cameretta rosa «Tutte le cose di Antonia sono in uno scatolo», dice Giuseppina che non riesce a trattenere le lacrime. «Ricordo tutto, non potrò mai dimenticare». Michele prova a rincuorarla: «quello che è accaduto a noi purtroppo accade anche ad altre coppie, qualcuno non denuncia. Questa sentenza non servirà a ridarci nostra figlia ma convincerà tanti genitori a combattere i casi di malasanità». Loro l’hanno fatto, appoggiati dall’avvocato Michele Riggi. E lo faranno negli altri gradi di giudizio. Quelli contro Marciano e Desgro e quelli contro gli altri due imputati (Angelo Mascolo e l’ostetrica Gelsomina Donadio) a processo con il rito ordinario. «Ci aspettiamo pene severe». Giuseppina si alza, si dirige verso la stanza da letto. Nella culla c’è un maschietto di quattro mesi. E’ suo figlio, il fratellino di Antonia. «Un giorno anche lui dovrà sapere».
FONTE METROPOLIS
08 FEBBRAIO 2013