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il diario di michele pappacoda

IL DIARIO DI MICHELE PAPPACODA 28\ 01\ 2010 E 14/08/2009 BUON FERRAGOSTO DALLA COSTIERA AMALFITANA DA CHI NON PUO´ MUOVERSI.. MICHELE PAPPACODA

15 Maggio 2013, 10:06am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

http://www.positanonews.it/publicnew/articles/2010/Gennaio/Michele_2.jpg

Letto: 741 volte Ciao a tutti voi sono Michele Pappacoda in occasione del 15 agosto voglio fare gli auguri a tutti quelli che mi conoscono e in particolare a tutti gli ausiliari della viabilita sulla SS163 costiera amalfitana che da diversi anni svolgono il proprio lavoro con passione e egreggiamente mantenendo la SS163 nel loro orario di servizio sempre libera da ingorghi o traffico .Gli auguri d buon ferragosto sono: Per RITA PAOLILLO, ENRICO CRISCUOLO, EVA CAVALIER, MARIO PISANI, ALESSANDRO ALFIERI , ANTONIO ORIO, SIMON ESPOSITO, GAETANINA FIORILLO, MARIA MARCIANO STEFANIA AMATRUDA , FILOMENA FARACE,ROBERTA FALCONE, SIMONA STAIANO SIMONA CIOFFI, FRANCA PINTO, e tutti gli altri. Gli auguri anche al direttore dell'Associazione Antica Repubblica Marinara NICOLA AMATO. Siccome mi piace scrivere frasi ed altro sull'amicizia qui pubblico alcune frasi scritte da me. 1) La vera amicizia è come la salute non sappiamo apprezzarla finche non la perdiamo. 2) Non camminare davanti a me potrei non seguirti non camminare dietro di me potrei non saperti guidare cammina al mio fianco e saremo sempre amici. 3) Il vero amico tienilo con entrambi le mani.Buon feragosto anche al direttore di positano news MICHELE CINQUE e tutto lo staff , e poi per non dimenticare mia sorella Barbara e il suo ragazzo Antonio Molino che lavorano a Carpi Modena. BUON FERRAGOSTO A TUTTI MICHELE PAPPACODA Michele è un disabile e per muoversi ha bisogno di aiuto, si trova in uno stabile a Pogerola di Amalfi dove se nessuno lo trasporta non può uscire, non può vedere il mare, non può vedere i fuochi.. Noi staremo sempre in rete anche per lui, ma vorremmo tanto che il sindaco Antonio De Luca interessasse i servizi sociali, come ci ha assicurato, per trovare un rimedio per Michele che ha in se una piccola fortuna. Una straordinaria capacità di comunicare pensieri ed emozioni.. Buon Ferragosto Michele da Positanonews e da tutti i nostri lettori... Michele Cinque

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IL DIARIO DI MICHELE PAPPACODA 06/02/2010 LA STORIA IN BREVE DI BERLUSCONI RICERCA DI MICHELE PAPPACODA

15 Maggio 2013, 10:04am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

Silvio Berlusconi
Silvio Berlusconi

 VITA DI BERLUSCONI. CRONOLOGIA
 
1936. Nasce a Milano il 29 settembre, primo di tre figli (due maschi e una femmina) di Luigi Berlusconi, impiegato alla Banca Rasini, e Rosa Bossi, casalinga.
 
1954.Prende la maturità classica al liceo salesiano Copernico e s'iscrive all'Università Statale, facoltà di Giurisprudenza. A tempo perso, vende spazzole elettriche porta a porta, fa il fotografo ai matrimoni e ai funerali, suona il basso e canta nella band dell'amico d'infanzia Fedele Confalonieri (anche sulle navi da crociera).
 
1957. Primo impiego saltuario nella Immobiliare costruzioni.
 
1961. Si laurea in legge con 110 e lode, a Milano: tesi sugli aspetti giuridici del contratto pub- blicitario, e vince una borsa di studio di 2 milioni messa in palio dalla concessionaria Manzoni. Evita, non si sa come, il servizio militare. E si dà all'edilizia, acquistando un terreno in via Alciati, grazie alla garanzia fornitagli dal banchiere Carlo Rasini, che gli procura anche un socio, il costruttore Pietro Canali. Nasce la Cantieri Riuniti Milanesi.
 
1963. Fonda la Edilnord Sas: soci accomandanti Carlo Rasini e il commercialista svizzero Carlo Rezzonico (per la misteriosa finanziaria luganese Finanzierungesellschaft für Residenzen Ag). Nel 1964 apre un cantiere a Brugherio per edificare una città-modello da 4 mila abitanti. Nel 1965 è pronto il primo condominio, di cui però non riesce a vendere nemmeno un appartamento. Poi, non si sa come, riesce a venderlo al Fondo di previdenza dei dirigenti commerciali.
 
1965.Sposa Carla Elvira Dall'Oglio, genovese, che gli darà due figli: Maria Elvira (che si fa chiamare Marina - 1966) e Piersilvio (1969).
 
1968. Nasce l'Edilnord 2, acquistando terreni nel comune di Segrate, dove sorgerà Milano 2.
 
1969. Brugherio è completa con 1000 appartamenti venduti.
 
1973. Fonda la Italcantieri Srl, grazie ad altre due misteriose fiduciarie ticinesi, la Cofigen (legata al finanziere Tito Tettamanti) e la Eti AG Holding (amministrata dal finanziere Ercole Doninelli). Acquista ad Arcore, grazie ai buoni uffici dell'amico Cesare Previti, la villa Casati Stampa con tutti i terreni ad Arcore, a prezzo di superfavore. Previti infatti è pro-tutore dell'unica erede dei Casati Stampa, la contessina dodicenne Annamaria, e >contemporaneamente amico di Silvio e in affari con lui.
 
1974. Grazie a due fiduciarie della Bnl, la Servizio Italia e la Saf, nasce l'Immobiliare San Martino, amministrata da un ex compagno di università, Marcello Dell'Utri, palermitano. In un condominio di Milano 2 nasce una tv via cavo, Telemilano 58, che passerà ben presto all'etere col nome di Canale 5. Berlusconi si trasferisce con la famiglia a villa Casati, affiancato dal boss mafioso Vittorio Mangano, assunto in Sicilia da Dell'Utri come "fattore", cioè come amministratore della casa e dei terreni. Mangano lascerà Arcore soltanto un anno e mezzo - due anni più tardi, in seguito a due arresti e a un'inchiesta a suo carico per il sequestro di un ospite della villa amico di Berlusconi.
 
1975. Le due fiduciarie danno vita alla Fininvest. Nascono anche la Edilnord e la Milano 2. Ma Berlusconi non compare mai: inabissato e schermato da una miriade di prestanomi dal 1968 al 1975, quando diventa presidente di Italcantieri, e al 1979, quando assumerà la presidenza della Fininvest.
 
1977. Appena divenuto Cavaliere del Lavoro, acquista una quota dell'editrice de Il Giornale , fondato nel 1974 da Indro Montanelli.
 
1978-1983. Riceve circa 500 miliardi al valore di oggi, di cui almeno una quindicina in contanti, per alimentare le 24 (poi salite a 37) Holding Italiana che compongono la Fininvest, di cui si ignora tutt'oggi la provenienza. Sono gli anni della scalata di Bettino Craxi, segretario del Psi dal 1976, al potere e della sua ascesa al governo.
 
1978. Si affilia alla loggia massonica deviata e occulta "Propaganda 2" (P2) del maestro venerabile Licio Gelli, a cui è stato presentato dal giornalista Roberto Gervaso. Tessera numero 1816. Di lì a poco comincerà a ricevere crediti oltre ogni normalità dal Monte dei Paschi e dalla Bnl (due banche con alcuni uomini-chiave affiliati alla P2). E inizierà a collaborare, con commenti di politica economica, al "Corriere della Sera", controllato dalla P2 tramite Angelo Rizzoli e Bruno Tassan Din. La P2 verrà poi sciolta, in quanto "eversiva", con un provvedimento del governo Spadolini.
 
1980. Berlusconi fonda, con Marcello Dell'Utri, Publitalia 80, la concessionaria pubblicitarie per le reti tv. Conosce l'attrice Veronica Lario, al secolo Miriam Bartolini, che recita in uno spettacolo al teatro Manzoni di >Milano senza veli. Se ne innamora. La nasconde per tre anni in un'ala segreta della sede Fininvest in Via Rovani a Milano. Poi la donna rimane incinta e nel 1984, sempre nel segreto più assoluto, partorisce in Svizzera una bambina, Barbara. Berlusconi la riconosce. Padrino di battesimo, Bettino Craxi.
 
1981. I giudici milanesi Gherardo Colombo e Giuliano Turone, indagando sui traffici del bancarottiere mafioso e piduista Michele Sindona, trovano gli elenchi degli affiliati alla loggia P2. Ma Berlusconi non subisce danni dallo scandalo che travolge il governo, l'esercito, i servizi segreti e il mondo del giornalismo.
 
1982. Berlusconi acquista l'emittente televisiva Italia 1 dall'editore Edilio Rusconi.
 
1984. Berlusconi acquista l'emittente Rete 4 dalla Mondadori: ormai è titolare di tre network televisivi nazionali, e può entrare in concorrenza diretta con la Rai. Ma tre pretori, di Torino, Pescara e Roma, sequestrano gli impianti che consentono le trasmissioni illegali di programmi in "interconnessione", cioè in contemporanea su tutto il territorio nazionale. Craxi vara un decreto urgente (il primo "decreto Berlusconi") per legalizzare la situazione illegale. Ma il decreto non viene convertito in legge perché incostituzionale. Craxi ne vara un altro (il secondo "decreto Berlusconi"), minacciando i partiti alleati di andare alle elezioni anticipate in caso di nuova bocciatura del decreto. E nel febbraio '85 il decreto sarà approvato, dopo che il governo avrà posto la questione di fiducia.
 
1985. Berlusconi divorzia da Carla Dell'Oglio e ufficializza il legame con Veronica, che gli darà altri due figli: Eleonora (1986) e Luigi (1988). Le seconde nozze verranno celebrate, con rito civile, nel 1990, officiante il sindaco socialista di Milano Paolo Pillitteri, cognato di Craxi. Testimoni degli sposi, Bettino e Anna Craxi, Confalonieri e Gianni Letta.
 
1986. Berlusconi acquista il Milan Calcio e ne diviene presidente (nel 1988 vincerà il suo primo scudetto). Intanto fallisce l'operazione La Cinq in Francia, che chiuderà definitivamente i battenti nel '90. E' Jacques Chirac a cacciarlo dal suolo francese, definendolo "venditore di minestre".
 
1988. Il governo De Mita annuncia la legge Mammì sul sistema radiotelevisivo. Che in pratica fotografa il duopolio Rai-Fininvest, senza imporre al Cavaliere alcun autentico tetto antitrust. Berlusconi acquista la Standa. La legge verrà approvata nel 1990.
 
1989-1991. Lunga battaglia fra Berlusconi e De Benedetti per il controllo della Mondadori, la prima casa editrice che controlla quotidiani (La Repubblica e 13 giornali locali), settimanali (Panorama, Espresso, Epoca) e tutto il settore libri Grazie a una sentenza del giudice Vittorio Metta, che il tribunale di Milano riterrà poi comprata con tangenti dall'avvocato Previti per conto di Berlusconi, il Cavaliere strappa la Mondadori al suo concorrente. Una successiva mediazione politica porterà poi alla restituzione a De Benedetti almeno di Repubblica, Espresso e giornali locali. Tutto il resto rimarrà a Berlusconi.
 
1990. Il Parlamento vara la legge Mammì, fra le polemiche: Berlusconi può tenersi televisioni (nel frattempo è entrato anche nel business di Telepiù) e Mondadori, dovendo soltanto "spogliarsi" de Il Giornale (che viene girato nel '90 al fratello Paolo).
 
1994. Berlusconi, ormai orfano dei partiti amici, travolti dallo scandalo di Tangentopoli, entra direttamente in politica, fonda il partito di Forza Italia, vince le elezioni politiche del 27 marzo alla guida del Polo delle Libertà e diventa presidente del Consiglio. Il 21 novembre viene coinvolto nell'inchiesta sulle tangenti alla Guardia di Finanza. Il 22 dicembre è costretto a dimettersi, per la mozione di sfiducia della Lega Nord, che non condivide più la sua politica sociale e preme per la risoluzione del conflitto d'interessi.
 
1996. Berlusconi, indagato nel frattempo anche per storie di mafia, falso in bilancio, frode fiscali e soprattutto corruzione giudiziaria insieme a Previti, si ricandida alle elezioni politiche, ma perde. Vince il candidato del centrosinistra (Ulivo), Romano Prodi. Trascorrerà 5 anni all'opposizione, alle prese con una serie di inchieste giudiziarie e di processi, conclusi con diverse condanne in primo grado, poi trasformate in prescrizioni e (raramente) in assoluzioni in appello e in Cassazione.
 
2001. Il 15 maggio vince le elezioni alla guida della Casa delle Libertà e torna alla presidenza del Consiglio.
 Le capacità imprenditoriali di Berlusconi sono indubbie, come anche le sue doti diplomatiche grazie alle quali, come hanno avuto modo di riconoscere anche i suoi antagonisti politici, l'Italia ha spesso ottenuto meritato risalto d'immagine a livello internazionale. Di fatto, con la sua discesa in campo Berlusconi si è assunto una grande responsabilità di fronte a tutti gli italiani, e comunque proseguirà la storia contemporanea del Paese, nel bene o nel male, Berlusconi sarà uno degli autori che ne scriverà le pagine più importanti.

Michele Pappacoda                    mjcheva@live.it




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IL DIARIO DI MICHELE PAPPACODA 03/02/2010 STORIA DI SANT´AGOSTINO DI MICHELE PAPPACODA VIDEO E FOTO

15 Maggio 2013, 10:00am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

S. Agostino

Dalla nascita alla conversione (354-386)
Nacque il 13 novembre del 354, figlio, forse primogenito, d’un consigliere municipale e modesto proprietario di Tagaste nella Numidia. Se, come sembra, fu africano di razza oltre che di nascita, fu certamente romano di lingua, di cultura, di cuore. Studiò a Tagaste, a Madaura e, con l’aiuto del concittadino Romaniano, a Cartagine. Insegnò grammatica a Tagaste (374) e retorica a Cartagine (375-383), a Roma (384), a Milano (autunno 384-estate 386): qui come professore ufficiale. Conobbe a fondo la lingua e la cultura latina, non ebbe familiare il greco, ignorò il punico.
Educato cristianamente dalla piissima madre, Monica, restò sempre, nell’animo, un cristiano, anche quando, a 19 anni, abbandonò la fede cattolica.
La sua lunga e tormentata evoluzione interiore (373-386) cominciò con la lettura dell’Ortensio di Cicerone che lo entusiasmò per la sapienza, ma ne tinse i pensieri di tendenze razionaliste e naturaliste. Poco dopo, letta senza frutto la Scrittura, incontrò, ascoltò e seguì i manichei. Le ragioni principali furono tre: il proclamato razionalismo che escludeva la fede, l’aperta professione d’un cristianesimo spirituale e puro che escludeva l’Antico Testamento, la soluzione radicale del problema del male che i manichei offrivano.
Non fu un manicheo convinto, ma solo un manicheo fiducioso che la sapienza promessa gli venisse mostrata (De b. vita 4); fu invece un convinto anticattolico. Del manicheismo accettò i presupposti metodologici e metafisici: il razionalismo, il materialismo, il dualismo. Accortosi a poco a poco, attraverso lo studio delle arti liberali, particolarmente della filosofia, dell’inconsistenza della religione di Mani – la controprova gliela diede il vescovo manicheo Fausto – non pensò di tornare alla Chiesa cattolica, non si affidò a una corrente di filosofi " perché ignoravano il nome di Cristo " (Conf. 5, 14, 25); ma cadde nella tentazione scettica: " Gli accademici tennero a lungo il timone della mia nave " (De beata vita 4). Il cammino di ritorno cominciò a Milano. Cominciò con la predicazione di Ambrogio che dissipava le difficoltà manichee e offriva la chiave per interpretare l’Antico Testamento, continuò con la riflessione personale sulla necessità della fede per giungere alla sapienza, approdò nella convinzione che l’autorità su cui si appoggia la fede è la Scrittura; la Scrittura garantita e letta dalla Chiesa. Aveva opposto Cristo alla Chiesa, ora si accorgeva che la via per andare a Cristo era proprio la Chiesa.
Si è molto discusso e si discute sul momento della conversione di Agostino e sull’influsso che in essa ebbe la lettura dei platonici. Se si vuole restare fedeli ai testi agostiniani occorre fare una distinzione importante tra il motivo della fede e il contenuto della medesima: quello lo aveva conquistato prima della lettura dei platonici; questo lo chiarì, in parte, dopo. Nonostante molte questioni gli restassero ancora oscure, aderiva, come sempre aveva fatto, all’autorità di Cristo e, di nuovo ormai, all’autorità della Chiesa. " Rimaneva tuttavia saldamente radicata nel mio cuore la fede nella Chiesa cattolica... Certo una fede ancora rozza in molti punti e fluttuante oltre i limiti della giusta dottrina, però il mio spirito non l’abbandonava, anzi se ne imbeveva ogni giorno di più " (Conf. 7, 5, 7).
I platonici lo aiutarono a risolvere due grossi problemi filosofici, quello del materialismo e quello del male: il primo imparò a superarlo scoprendo nel suo mondo interiore, seguendo appunto il consiglio dei platonici (Conf. 7, 10, 16), la luce intelligibile della verità; il secondo intuendo la nozione del male come difetto o privazione di bene. Restava il problema teologico della mediazione e della grazia. Per risolverlo si volse a s. Paolo, dalla cui lettura comprese che Cristo non è solo Maestro, ma anche Redentore. Superato così l’ultimo errore, il naturalismo, il cammino di ritorno alla fede cattolica era terminato.
Ma a questo punto nasceva o, meglio, rinasceva un altro problema: la scelta del modo di vivere l’ideale cristiano della sapienza; se cioè convenisse rinunciare per esso ad ogni speranza terrena, e quindi anche alla carriera e al matrimonio, oppure no. La prima rinuncia, anche se la carriera si annunciava brillante (era vicina la presidenza d’un tribunale o d’una provincia), non gli costava molto; molto invece gli costava la seconda: a 17 anni, per mettere un freno all’erompente pubertà e restare in sintonia con la buona società (Solil. 1, 11, 19), s’era unito con una donna, da cui aveva avuto un figlio (morto tra il 389 e il 391), e a cui era restato sempre fedele (Conf. 4, 2, 2). Dopo lunghe esitazioni (Conf. 6, 11, 18-16, 26) e drammatici contrasti, non senza uno straordinario aiuto della grazia (Conf. 8, 6, 13-12, 30), la scelta fu fatta secondo il consiglio dell’Apostolo e le più profonde aspirazioni di Agostino: " Mi volgesti a te così a pieno, che non cercavo più né moglie né altra speranza di questo mondo " (Conf. 8, 12, 30). Era l’anno 386, inizio del mese di agosto.

Dalla conversione all’episcopato (386-396)
Meno di dieci anni, ma spiritualmente e teologicamente ricchissimi. Presa la decisione di rinunciare all’insegnamento e al matrimonio, verso la fine di ottobre si ritirò a Cassiciaco (probabilmente l’odierna Cassago nella Brianza) per prepararsi al battesimo, ai primi di marzo tornò a Milano, s’iscrisse tra i catecumeni, seguì la catechesi di Ambrogio e fu da lui battezzato, insieme all’amico Alipio e al figlio Adeodato, nella notte tra il 24 e il 25 aprile, vigilia di Pasqua: " e fuggì da noi l’inquietudine della vita passata " (Conf. 9, 6, 14).
Dopo il battesimo, la piccola comitiva decise di tornare in Africa per attuare laggiù " il santo proposito " di vivere insieme nel servizio di Dio. Prima della fine di agosto lasciò Milano e giunse a Ostia dove la madre, Monica, si ammalò improvvisamente e morì. Morta la madre Agostino decise di tornare a Roma e vi si trattenne fino a dopo la morte dell’usurpatore Massimo (luglio o agosto del 388), interessandosi alla vita monastica e continuando a scrivere libri; partì poi per l’Africa e si ritirò a Tagaste, dove con gli amici mise in opera il suo programma di vita ascetica (cfr. Possidio, Vita, 3, 1-2).
Nel 391 scese a Ippona per " cercare un luogo dove fondare un monastero e vivere con i miei fratelli ", ma vi trovò la sorpresa dell’ordinazione sacerdotale, che accettò riluttante (Serm. 355, 2; Ep. 21; Possidio, Vita 4, 2). Ordinato sacerdote, ottenne dal vescovo di fondare, secondo il suo piano, un monastero, dove " prese a vivere secondo la maniera e la regola stabilita ai tempi dei Santi Apostoli " (Possidio, Vita 5, 1), intensificando l’ascetismo, approfondendo gli studi di teologia e cominciando l’apostolato della predicazione. La consacrazione episcopale intervenne nel 395 o, secondo altri, nel 396. Fu per qualche tempo coadiutore d’Ippona, poi – almeno dall’agosto del 397 – vescovo. Lasciò allora il monastero dei laici, dov’era vissuto a capo di quella comunità, e per essere più libero nell’usare ospitalità verso tutti, si ritirò nella " casa del vescovo " facendone un monastero di chierici (Serm. 355, 2)

Dall’episcopato alla morte (396-430)
L’attività episcopale di Agostino fu davvero prodigiosa, tanto quella ordinaria per la sua diocesi quanto quella straordinaria per la Chiesa d’Africa e per la Chiesa universale.
Tra le attività ordinarie devono annoverarsi: il ministero della parola (predicò ininterrottamente due volte alla settimana – sabato e domenica – spesso per più giorni consecutivi o anche due volte al giorno); l’audientia episcopi per ascoltare e giudicare le cause, che gli occupavano non raramente tutta la giornata; la cura dei poveri e degli orfani; la formazione del clero, con il quale fu paterno, ma anche rigoroso; l’organizzazione dei monasteri maschili e femminili; la visita agli infermi; l’intervento a favore dei fedeli presso le autorità civili (apud saeculi potestates), che non amava fare, ma, quando lo riteneva opportuno, faceva; l’amministrazione dei beni ecclesiastici, della quale avrebbe fatto volentieri a meno, ma non trovò nessun laico che se ne volesse occupare. Ancor maggiore l’attività straordinaria: i molti e lunghi viaggi per esser presente ai frequenti concili africani o per venire incontro alle richieste dei colleghi; la dettatura delle lettere per rispondere a quanti, da ogni parte e di ogni ceto, si rivolgevano a lui; l’illustrazione e la difesa della fede.
Quest’ultima esigenza lo indusse ad intervenire senza posa contro i manichei, i donatisti, i pelagiani, gli ariani, i pagani. Fu l’anima della conferenza del 411 tra vescovi cattolici e vescovi donatisti e l’artefice principale della soluzione dello scisma donatista e della controversia pelagiana. Morendo il 28 agosto del 430 al terzo mese dell’assedio d’Ippona da parte dei Vandali, lasciò tre importanti opere incompiute, tra cui la seconda risposta a Giuliano architetto del pelagianesimo. L’ultimo scritto fu una lettera (Ep. 228), dettata forse dal letto di morte, sui doveri dei sacerdoti di fronte all’invasione barbarica. Sepolto presumibilmente nella Basilica pacis – la cattedrale –, le sue ossa, in data incerta, furono trasportate in Sardegna e da qui, verso il 725, a Pavia nella Basilica di s. Pietro in Ciel d’Oro, dove riposano.

Michele Pappacoda





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IL DIARIO DI MICHELE PAPPACODA 03/02/2010 STORIA DI SAN BIAGIO DA UNA RICERA DI MICHELE PAPPACODA

15 Maggio 2013, 09:58am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

San Biagio

Gli atti di questo martire, privi di consistenza storica, furono popolarissimi a partire dall'alto medioevo sia in Oriente sia in Occidente, dove giunsero attraverso diverse traduzioni latine (BHL 1376-1380) di un testo greco (BHL 276-277).

Biagio avrebbe subito il martirio per decapitazione, dopo una serie di torture (la più celebre delle quali è la scarnificazione con pettini per cardare la lana) inflittegli da un governatore romano di nome Agricola, e dopo aver miracolosamente camminato sulle acque di un lago nel quale il persecutore intendeva annegarlo; insieme a Biagio avrebbero subito il martirio sette donne e due fanciulli, figli di una di queste. In realtà, nella redazione più antica della storia il collegamento fra il martirio di Biagio e quello delle donne è piuttosto labile, assicurato soltanto da un elemento strutturale (il fatto che la storia di Biagio fa da cornice a quella delle donne), e anzi al racconto delle torture inflitte alle sette sante è riservato uno spazio maggiore.

Se nel racconto del martirio la vicenda del santo non appare diversa dalla tipologia abituale degli atti dei martiri, più singolari e caratteristici sono gli elementi di contorno. Biagio, uomo retto e probo, viene eletto vescovo della città, ma anziché risiedervi preferisce recarsi sulle montagne in una sorta di eremitaggio; qui lo vengono a visitare gli animali selvatici, che il santo tratta con rispetto e cura quando malati o feriti. Allo scoppio della persecuzione, i soldati inviati sul monte per catturare le fiere da far combattere con i cristiani nel circo scoprono la spelonca del santo, proprio per la grande quantità di animali selvatici che stazionano nei suoi pressi, e lo arrestano. Lungo la strada del ritorno, che si immagina piuttosto lunga, il santo converte molti pagani e compie due celebri miracoli. Il primo è il risanamento di un bambino che aveva una lisca di pesce in gola; è il santo stesso a dirci di avere dei poteri taumaturgici in questo senso, e di poter intercedere presso Dio a favore di chi, uomini o animali, avesse malanni dello stesso genere. Il secondo è la restituzione di un maiale a una vedova cui un lupo l'aveva rubato; più tardi, quando la donna andrà a visitare il santo, ormai rinchiuso nel carcere cittadino, recandogli la testa e i piedi dei maiale, assieme a frutti e semi e a ceri, Biagio accetterà i doni chiedendo di celebrare in futuro la sua memoria con gli stessi oggetti, cosa che ella farà quando riceverà la notizia della morte del santo.

La storia di Biagio appare dunque strettamente legata ad un mondo contadino e pastorale. Come oggi la leggiamo, la Passio appare in larga misura eziologica, perché fornisce un presupposto storico a usanze e riti che evidentemente erano già in vigore quando essa venne scritta, ma dei quali si era persa nozione dell'origine, con ogni probabilità da ricercarsi in culti e credenze precedenti al cristianesimo. Il potere di Biagio guaritore (inevitabilmente nella tradizione al santo si attribuirà la professione di medico; ma si tratta con ogni evidenza di una interpretazione dei suoi poteri taumaturgici) si esercita sugli animali ancor prima che sugli uomini; è particolarmente efficace quando applicata a infermità di un genere ben determinato; prevede una ritualità e un simbolismo ben preciso. Singolare è il fatto che sia il santo stesso a esplicitare quali siano i suoi poteri, quali riti debbano essere compiuti per renderli attivi, coni vadano effettuate le celebrazioni in su onore. Si osservi che il potere taumaturgico del santo non è legato a un determinato luogo, ma piuttosto a determinati oggetti (i ceri, i prodotti della terra): non esiste, o non è menzionato, un santuario di Biagio nel luogo di martirio Il suo magistero episcopale nella città di Sebaste appare quanto meno dubbio, perché il santo, pur essendo definito e nominato vescovo, non si comporta come tale, e anzi non pare avere rapporti precisi con la sua comunità. È più probabile che il nome della città sia stato scelto soprattutto per il grande numero di martiri che le venivano attribuiti: anche la morte di Biagio è legata a quella di una sorta di città santa, conosciuta in Oriente e in Occidente soltanto come culla di martiri. Come si vede, le coordinate di natura geografica appaiono assai evanescenti; ancora di più lo sono quelle di carattere cronologico, perché il martirio non è databile sotto un particolare sovrano (la tradizione più antica rintracciabile, notevolmente posteriore, fa il nome dell'imperatore Licinio: 307-323).

Alle caratteristiche di santo guaritore e al suo legame con abilità e poteri tipici del mondo agricolo e pastorale si deve l'enorme diffusione che la leggenda del santo ebbe in Oriente come in Occidente.

Fin dal VI sec. il greco Ezio di Amida, autore di trattati medici, citava l'intercessione del santo come potente rimedio contro le malattie della gola; e se questa parte del corpo fu sempre ritenuta quella più direttamente sottoposta alla sua azione, le credenze popolari considerarono l'intervento di Biagio utile anche per malattie più generali e anche per altre infermità specifiche (disturbi agli occhi, in area francese; alla vescica, in area tedesca).

Altrettanto potente è considerato Biagio come protettore degli animali domestici e come propiziatore del raccolto; la data della sua festa (3 febbraio in Occidente, 11 in Oriente), che coincide in alcune regioni dell'Europa meridionale con quella della prima semina, si ricollega alla ritualità della benedizione dei semi.

Non c'è regione d'Europa che non conosca un culto di Biagio, o non vanti il possesso di sue reliquie. Egli è, tra l'altro, il patrono di Dubrovnik; un importante monastero gli era dedicato nella Selva Nera, in Germania; era titolare di una chiesa a Costantinopoli; miracolose reliquie si trovavano a Canterbury. In Baviera nel tardo medioevo il suo culto fu associato con quello di altri santi guaritori nel gruppo dei «Quattordici ausiliatori», che ebbe grande diffusione in tutto il mondo germanico e nordico nell'età moderna. In Italia il culto di Biagio è particolarmente diffuso al Sud, dove sono numerosissime le chiese a lui dedicate.

Caratteristici sono i riti per la sua festa, che prevedono la benedizione dei cibi e della gola con due ceri accesi incrociati e che si ricollegano direttamente alle istruzioni che, secondo la Passio, il santo diede alla madre del bambino guarito e alla vedova su come celebrare la sua memoria e invocare il suo aiuto. In alcune aree si procede anche alla benedizione dei semi, per propiziare il raccolto; altrove vengono mangiati dei pani rituali, attraverso i quali i fedeli ottengono la protezione dai malanni della gola.

Nelle rappresentazioni iconografiche il santo appare in abbigliamento da vescovo, talvolta con in mano un pettine di ferro, a rappresentare gli strumenti con i quali fu torturato; altre volte appaiono raffigurati o almeno simboleggiati i celebri miracoli della guarigione dei bimbo e della restituzione del maiale. Il simbolo più tipico è però quello dei due ceri incrociati, a ricordo del rito istituito da Biagio. Le raffigurazioni più antiche in Occidente risalgono all'XI sec. e diventano frequentissime nel basso medioevo, in concomitanza con il diffondersi della leggenda e del culto del santo. Fra le opere più celebri si possono segnalare una pala di Hans Memling nella Cattedrale di Lubecca e un dipinto di Cranach (raffigurante i Quattordici Ausiliatori) ora a Hampton Court.

Michele Pappacoda                          mjcheva@live.it




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IL DIARIO DI MICHELE PAPPACODA 31/01/2010 STORIA DEL GIORNALISMO: DI MICHELE PAPPACODA

15 Maggio 2013, 09:57am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

Storia del giornalismo
Storia del giornalismo

Il giornalismo è la professione di chi, operando nel mondo dell'editoria, è specializzato nella raccolta, nell'elaborazione e nella trasmissione di notizie. Il rapporto con il pubblico è fondamentale: una notizia viene scritta affinché possa essere resa nota. I mezzi di informazione sono molteplici: dai giornali ai mass media (o mezzi di comunicazione di massa) elettronici, quali laradio, la televisione e la rete internet.

In senso lato, l'attività del giornalismo comprende - oltre a quella del giornalista - altre importanti figure professionali; ad esempio quelle del reporter e del fotoreporter, oltre che - sul versante del giornalismo televisivo e radiofonico - quelle del teleoperatore, del tecnico del suono e delmontatore, vale a dire l'addetto al montaggio dei servizi giornalistici.

Nel corso del tempo, e in particolare nella seconda metà del XX secolo, il giornalismo - e con esso la libertà di stampa - è stato al centro di importanti battaglie: il presupposto di partenza era - e tale viene ritenuto ancora - che una editoria libera da ogni condizionamento possa garantire una società e un convivere civile migliori. Non a caso il giornalismo è stato definito il Quarto potere (dopo quelli legislativo, esecutivo e giudiziario), per l'importanza che da sempre riveste nella società civile e per i forti interessi che coinvolge.

L'attività del giornalismo nel suo complesso e - in senso più ampio - quella del mondo dell'editoria (o almeno quello di certa editoria di un tempo) sono state ritratte magistralmente nel film Quarto potere (Citizen Kane), pietra miliare del cinema, interpretato e diretto nel 1941 da Orson Welles.

Storia del giornalismo

Va detto che, se il termine giornalismo è relativamente moderno, la sua storia è molto antica e si innesta, inevitabilmente, in quella della stampa, da quando cioè lo stampatore per eccellenza Johann Gutenberg perfezionò la tecnica di riproduzione di testi attraverso l'uso di caratteri mobili, rendendo così possibile l'abbassamento dei prezzi del libro, oggetto fino a quel momento riservato ad ambienti molto ristretti. I lontani antenati dei giornali di oggi, noti in Francia come canards (dal francese anatre, indicavano cioè il pettegolezzo), iniziano a circolare tra commercianti e banchieri nella seconda metà del 1200 e hanno una forte espansione nella prima metà del 1700: si tratta di fogli a numero variabile di pagine che raccolgono notizie di vario genere, spesso di carattere miracoloso e catastrofico. Fra i primi giornali italiani si ricordano: L'"Aviso" di Mantova; la "Gazzetta di Parma"; "I Fasti", pubblicati a Forlì dall'abate Giovanni Pellegrino Dandi. Le più antiche pubblicazioni mancano di una periodicità regolare, ma sono rappresentativi di un interesse crescente per lo scambio di informazioni su fatti legati all'attualità.

La Storia del giornalismo è la disciplina che studia l'evoluzione dei modi, dei metodi e dei canali di diffusione della notizia. La periodizzazione segue da vicino l'evoluzione della tecnologia e le rivoluzioni nella storia del giornalismo sono causate dalle contemporanee rivoluzioni tecnologiche e industriali.

Per questo la storia del giornalismo occidentale (molto influenzata dalle teorie del sociologo Marshall McLuhan) individua nella stampa a caratteri mobili di Johann Gutenberg l'invenzione capace di rivoluzionare tutte le comunicazioni principali e il punto di partenza per la storicizzazione dei media di informazione, e nelle successive quattro rivoluzioni tecnologiche l'inizio delle corrispondenti stagioni giornalistiche

Pregiornalismo

Con la diffusione dei Canard (fogli monotematici stampati) e dei Broglietti (fogli manoscritti) nel XVI secolo ad uso di mercanti e banchieri, si manifesta una primitiva cultura della notizia. Questi fogli aggiornavano i commercianti dei più recenti avvenimenti economici e commerciali e ovviamente delle eventuali guerre in corso. Guerre dalle quali dipendevano commercio ed economia.

Il giornalismo moderno e la rivoluzione industriale

Il 1702, anno di fondazione del Daily Courant di Samuel Buckley viene considerato anno d' inizio del Giornalismo Moderno. Il Daily Courant è il primo quotidiano moderno perché i suoi articoli rispondono al criterio delle cinque W, ovvero Who, Where, Why, What, How, il quotidiano inoltre si presenta con il motto di "credibilità e imparzialità", e promuove la distinzione tra fatti e opinioni. Il Daily Courant sarà esponente di una categoria di giornali che mettono in prima fila la notizia e in seconda fila l' interpretazione. Di corrente opposta invece il di poco successivoSpectator che esponeva i temi di attualità interpretati e schierati.

Età d'oro del giornalismo

È quel periodo che va dalla seconda rivoluzione industriale all'invenzione di nuovi media tipici della terza rivoluzione tecnologica. Viene chiamata età d'oro perché il giornalismo grazie all'introduzione della rotativa e del telegrafo, allo svilupparsi delle agenzie di stampa e grazie all'assenza di altri canali informativi alternativi (come saranno la radio, la televisione e internet poi) vede in questo periodo una straordinaria diffusione in termini qualitativi e quantitativi.

È l'epoca dello Yellow journalism negli Stati Uniti

L'analisi della nascita della pagina della cultura nel giornalismo Italiano nei primi del novecento è stato uno studio che ha portato a toccare tematiche storiche, letterarie e culturali in genere di ogni tipo. In questo sito, infatti, convergono argomenti che vanno da Napoleone Bonaparte e Galileo Galilei, passando per Dante Alighieri ed Alessandro Manzoni. Anche temi scientifici e storici come l'emigrazione italiana in America o Charles Darwin e l'evoluzionismo. Buona lettura.

Nell'ambito della storia del giornalismo un posto di particolare rilievo occupa l'invenzione della terza pagina, ovvero di una pagina di impostazione prevalentemente culturale che contribuisce ad arricchire e a valorizzare il contesto in cui essa è inserita. L'obiettivo di questo lavoro è quello di seguire, nelle sue linee essenziali, lo sviluppo diacronico di tale creazione e di sottolinearne il carattere fortemente innovativo, strettamente legato alla personalità del suo ideatore e al contributo, a livello di contenuti e di forma, che essa ha apportato. L'invenzione della terza pagina , databile all'inizio del XX sec. si inserisce in un processo di sviluppo del giornalismo che eredita e fa propria la forte tradizione del giornalismo inglese e di quello lombardo veneto.

IL GIORNALISMO IN FRANCIA E INGHILTERRA

Il giornale moderno era nato infatti nel clima del primo Illuminismo dalla fu­sione delle gazzette periodiche con la letteratura pamphlettistica, di tono prevalentemente polemico e satirico, in un contesto ideologico molto parti­colare, in cui il ceto intellettuale si apriva alle idee di riforma e in cui si an­dava affermando la libertà di stampa. Il giornalismo inglese, per primo, (è questo il caso del trisettimanale "The Review" "1704" di D. Defoe, del "Tatler" "1709" e del "The Spectator" "1711"), si era aperto al mondo della letteratura con l'introduzione di novelle filosofiche pubblicate a pun­tate nelle ultime pagine del giornale ; in particolare lo "Spectator" impegna­to su temi e polemiche di rinnovamento sociale e politico aveva fornito un modello e un punto di riferimento a celebri periodici italiani quali la "Gaz­zetta Veneta" di G. Gozzi, la "Frusta letteraria" di G. Baretti e soprattutto "Il Caffè" dei fratelli P. e A. Verri (1764). Parallela era stata la pubblica­zione di periodici più strettamente impegnati in campo culturale e filosofico sul modello del parigino "Journal des Savants". In seguito nel vivace ambiente della Francia orleanista si era cominciato a diffondere e a far presa sulle masse il giornalismo popolare, meno impegnato ideologicamente ma indirizzato a un gran numero di lettori, arricchito dalla pubblicazione di o­pere narrative a puntate, i famosi "feuilletons" ( tra i tanti fogli francesi di questo genere di pubblicazioni, esemplare resta "La Presse" di E. de Girardin ) che a partire dalla metà del XIX sec., furono diffusi anche in Italia con il nome di "romanzi d'appendice".

IL GIORNALISMO TRA CRONACA, POLITICA E CULTURA

Insomma, settimanali, periodici o quotidiani che fossero, essi presentavano un carattere complessivamente culturale oppure nell'ambito di altri temi (politici, sociali, ecc.) si limitavano a riservare uno spazio ridotto alla pubblicazione di opere narrative, in genere ancora sconosciute. Ed è probabilmente per questo motivo, come sottolinea il Falqui (2), che nessuno tra questi giornali fu in grado di individuare la formula giusta in grado di garantire un'adeguata connessione tra letteratura, politica, cronaca, attualità, finendo per morire lentamente dopo un grande entusiasmo iniziale e lasciando aperta la strada a diverse alternative.

Letteratura e giornalismo

Tra queste una funzione di anticipazione e una sorta di simbiosi tra letteratura e giornalismo prima della creazione della terza pagina venne svolta in Italia dalla pubblicazione della pagina letteraria festiva ("L'Opinione" e Il Fanfulla"), dall'introduzione nelle pagine di rubriche quotidiane di varietà ("L'Opinione", 1889) e dall'inserimento saltuario della materia culturale che ebbe poi ampio sviluppo la domenica, quando il giornale usciva in otto pagine ("Il Giorno" 1899). (3) Soffermando pertanto l'attenzione sulla situazione della stampa italiana del primo '900 si può affermare che rispetto al passato, immediatamente posteriore all'unificazione in cui il giornalismo aveva incontrato molte difficoltà oggettive (analfabetismo diffuso, limitazione dei diritti politici, mancanza di un'identità linguistica nazionale corrosa dalla sopravvivenza ei numerosi dialetti, vendita dei giornali limitata ai botteghini delle tipografie e delle librerie e presente soprattutto nelle forme dell'abbonamento, inesistenza della figura professionale del giornalista)4, essa raggiunge un livello di sviluppo e di affermazione di grande rilievo.

Michele Pappacoda                                       mjcheva@live.it




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IL DIARIO DI MICHELE PAPPACODA 31/01/2010 STORIA DI ROCCAPIEMONTE SALERNO DALLA RICERCA DI MICHELE PAPPACODA

15 Maggio 2013, 09:56am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

Roccapiemonte Salerno
Roccapiemonte Salerno

Storia

Il primo borgo che sorse nell'attuale comune di Roccapiemonte nacque dapprima vicino le mura della "Rocca di S.Quirico" costruita dal principe Longobardo di Salerno Guaimario nel 1042 sul monte Solano (i cui ruderi sono presenti ancor oggi) per difendere le valli circostanti dai Saraceniche in quel periodo depredavano L'Italia meridionale. Successivamente, man mano che il pericolo saraceno si diradava, il borgo si sviluppò ai piedi del monte Solano prendendo il nome di Roccapiedimonte("Rocca" dal nome del castello e "piedimonte" dal fatto che il borgo si trova ai piedi del monte Solano). Proprio il Monte Solano fu definito dal paesaggista e scrittore Edward Lear,in viaggio per queste zone nel 1847, un piccolo monte a forma di "Pan di Zucchero", con riferimento al famoso monte che si trova a Rio de Janeiro, in Brasile.

Nel 1059 la maggior parte del territorio della Rocca di S.Quirico fu assegnata da Roberto il Guiscardo all'abate di Cava dei Tirreni.Dal 1169, quando divenne castellano della rocca Guglielmo de Conturso, della famiglia degli Altavilla, si susseguirono come signori del feudo varie famiglie: infatti dopo la morte dell'ultimo Altavilla la rocca andò agli Svevi; nel 1279 andò a Giacomo di Brussone o Bursone, che aveva preso in moglie Ilaria Filangieri; dopo il 1340 divenne signora del feudo Angela de Capua, duchessa di Satriano. Successivamente il castello fu donato da Giovanna I d'Angiò a Nicolò Acciaiuoli(1349), e sotto Ladislao esso passò alla famiglia Latro. Nel XIV secolo il feudo di Roccapiemonte fu diviso in tre Università(circoscrizioni amministrative): Rocca Corpo,Rocca Monastero e Rocca Casalium; le quali rimasero fino a quando divennero liberi comuni nel1806.

Nel XVI secolo il feudo passò al duca di Castrovillari, a cui successe Giovanni Battista che nel 1550 fu però condannato a cedere il territorio a Isabella Caracciolo, che la governò in vece del figlio Troiano Spinelli. Nel 1625 il feudo, dopo essere passato tra le mani dei Gaudioso e dei D'Amato, fu alienato a Ettore Ravaschieri, principe di Satriano e duca di Cardinale per 32.600 ducati. Nel 1689 l'abate di Cava cedette definitivamente il feudo al conte Antonio Ravaschieri per 3000 ducati, con l'obbligo di inviare annualmente all'abbazia di Cava dei Tirreni tredici ducati e altrettante galline. Il governo dei Ravaschieri durò molto tempo estendendosi su tutte e tre le circoscrizioni; ultima discendente della famiglia è Ornella Fieschi Ravaschieri, figlia di Vincenzo, ultimo duca di Roccapiemonte.

STORIA RECENTE

Nel

territorio di Roccapiemonte sono presenti vari monumenti di una certa importanza: Sulle falde di una massiccia muraglia rocciosa del monte Caruso all'altezza di 252 metri è situato il Santuario di Santa Maria di Loreto. L’aspetto esterno, nella sua parte inferiore, è caratteristico del XII secolo.

Dedicata al patrono è la Chiesa di San Giovanni Battista, menzionata in un atto di donazione del 1081, con il quale Giliberto il Normannocedeva alcuni beni all’abate di Cava. L’edificio ha subito numerosi rifacimenti, i più significativi dei quali furono completati nel 1761. Nel 1859la chiesa venne ampliata nei bracci della crociera e fu arricchita della Cappella di Santa Maria delle Grazie, oggi restaurata, nella quale troneggia una bella immagine dell’Immacolata. La Chiesa di Santa Maria del Ponte sorse nel secolo XV per volontà della famiglia Rescigno. Nel XVI secolo fu restaurata e donata di una rendita di quattro ducati annui. L’edificio fu ampliato nel 1575 e restaurato dopo il terremoto del1857. Il 18 dicembre 1975 è stato consacrato un nuovo altare costruito in Birmania. Fa parte di questa la Cappella di San Nicola di Bari, risalente al XII secolo. Meritano una menzione anche la Chiesa di Santa Maria delle Grazie, sorta nel XII secolo nella frazione di Casali e ristrutturata nel secolo XVIII, che conserva la cappella di San Giuseppe che è appartenuta alla famiglia dei baroni Calvanese e quindi dei nobili Grimaldi, ramo degli omonimi Patrizi genovesi; e la Chiesa di San Pasquale, un tempo Chiesa di Santa Maria di Codola, restaurata nel 1951, che conserva un portale del XII secolo.

Presso la cinquecentesca villa Ravaschieri si trova un vero e proprio gioiello d'arte e architettura: La gentilizia cappella dell'Addolorata o diS.Vincenzo, risalente al 1720, progettata dall'architetto Ferdinando Sanfelice. La facciata originaria è stata sostituita da una gotica, mentre l'interno è composto da una navata unica a pianta ottagonale. L'edificio che un tempo conteneva cinque altari, oggi ospita due sarcofagi con le salme dell'ultimo duca di Roccapiemonte, Vincenzo Ravaschieri, e della sua consorte, Potenziani. All'interno è presente inoltre un bassorilievo in marmo del grande scultore Giovanni Duprè.

Pregevoli sono la Cappella dell’Arciconfraternita del Santissimo Corpo di Cristo, ricca di stucchi decorati, la Cappella del Convento delle suore dell’Addolorata in San Potito, risalente al secolo XIX, la rurale Cappella della Pietà, del XIX secolo, e la Cappella di San Rocco in località Casali. Degni di interesse sono anche diversi palazzi gentilizi: Palazzo Marciano situato nella frazione Casali, Palazzo Romano e Palazzo Romaldo, dotato di un’importante scala, opera dell’architetto Sanfelice.

USI E COSTUMI

Oltre alla festa dedicata al santo patrono del comune, S.Giovanni Battista, che si festeggia il 24 giugno, ogni anno, il 1° maggio, i sindaci di Roccapiemonte e Nocera Superiore organizzano la Festa del Majo. La manifestazione, che risale all’inizio del Seicento, consiste nel trasportare in corteo dei ramoscelli verdi adorni di fiori e di foglie, simbolo della fecondità della vegetazione. I sindaci dei due comuni si incontrano con i rispettivi cortei nel piazzale della Basilica di Materdomini, si scambiano le fusciacche e poi entrano in chiesa: un ricordo dell’omaggio, oggi rappresentato da tre alberelli, che feudatari e soldati porgevano all’abate de convento. Altamente coreografico è il cosiddetto "Intreccio", spettacolo di danze durante il quale i ballerini, travestiti da donne, si intrecciano reggendo fra le mani dei rami flessibili di vite pieni di fiori. Assai significative sono anche la Festa della Madonna di Loreto e la Festa della Vergine Immacolata, che si svolge l’ultima domenica di agosto. Si è riusciti a portare alla luce l'antico onore della frazione di Casali, con l'organizzanione della "Fera Nova", la particolare festa medievale durante la quale, con vestiti e musiche di quei tempi, Casali ritorna al suo vecchio splendore, grazie anche alla perfetta interpretazione da parte dei Casalesi, che danno l'impressione a chi di passaggio di essere tornati indietro nel tempo, utilizzando un vernacolo che rispetta fedelmente quello utilizzato nel medioevo. Negli ultimi anni la Fera si è svolta nei dintorni ed all'interno del palazzo Marciano, ma negli anni precedenti aveva coinvolto anche altre zone di Casali come Casacaliendo e S.Rocco.

ATTIVITÀ ECONOMICHE

Roccapiemonte vanta un’abbondante produzione di cereali, patate, fagioli, pomodori e frutta. Inoltre numerose piccole aziende industriali operano nei settori metalmeccanico e alimentare. In passato il paese ha creato ottimi scalpelli, specializzati nel restauro di opere d’arte. Fino agli inizi del Novecento, inoltre, è stato intenso lo sfruttamento del tufo giallo presente nel sottosuolo del comune; con il tufo infatti sono costruite la maggior parte delle costruzioni del luogo.

ATTIVITÀ CULTURALI

Nel comune di Roccapiemonte è presente una scuola di musica di un certo rilievo: la C.M.C.(Cooperativa Musicisti Campani).

SINDACO: ANTONIO PAGANO (LISTA CIVICA) DAL 29/05/2007
MICHELE PAPPACODA                                        MJCHEVA@LIVE.IT




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IL DIARIO DI MICHELE PAPPACODA E 28\ 01\ 2010 29/11/2009 I COMPLIMENTI AL LAVORO SVOLTO DAGLI AUSILIARI DELLA VIABILITA COSTA D´AMALFI VIDEO

15 Maggio 2013, 09:56am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

http://www.positanonews.it/publicnew/articles/2010/Gennaio/new/newAusiiari_Della_Viabilita_Amalfi.jpg

Positanonews vuole riconoscere il prezioso lavoro degli ausiliari in costiera amalfitana che tutelano le strade della costa d'Amalfi. Puntuale, come avviene ogni anno, la consueta data del 31 ottobre ha segnato la chiusura di un’altra stagione lavorativa che ha visto impegnati nella loro quotidiana attività, per circa 7 mesi, gli Ausiliari della Viabilità dislocati lungo i tratti più tortuosi della strada Statale Amalfitana n. 163. Chiuso questo capitolo, segue ora il tempo dei bilanci e tutti gli ausiliari uniti da un comune senso di condivisione intendono esprimere il loro compiacimento a ragione di un progetto che negli ultimi anni ha fornito una serie di reazioni positive. Prima di tutto un servizio a disposizione dell’intera collettività che ha senza dubbio conferito migliori condizioni di ordine e vivibilità degne ad un posto incantevole quale la Divina Costiera, senza sottovalutare poi la rilevante forza lavoro garantita a sostegno dei tanti giovani impiegati che, durante i vari anni, hanno inteso spendere tutto l’impegno ed entusiasmo riponendo la loro fiducia in un riferimento occupazionale che potesse creare loro anche possibili prospettive di lavoro futuro. Tutti impegnati incondizionatamente in questo lavoro, fieri di aver potuto dare il proprio contributo ad un sevizio che ha certamente valorizzato l’immagine del nostro territorio e della PROVINCIA DI SALERNO che ci rappresenta, suscitando pareri favorevoli e complimenti ad opera dei tanti utenti della strada, dei numerosi turisti e di tutti coloro che hanno potuto fronteggiare in maniera tempestiva tutte le situazioni di emergenza occorse. Tutto sempre con la massima umiltà e disponibilità che da sempre contraddistinguono il nostro operato. Tutto questo senza però mai dimenticare l’operato svolto dai principali attori di questo egregio lavoro; senza il loro impegno non saremmo nemmeno qui a parlarne. Dunque seguono tutti i nostri ringraziamenti per il lavoro svolto finora a quanti hanno creduto in questo progetto, sopra tutti il Direttore dell’Associazione Intercomunale “Antica Repubblica Amalfitana” dott. Nicola Amato, per l’encomiabile impegno profuso e la costanza dello stesso, nella febbrile attività presso la Provincia di Salerno e all’interno dell’Associazione dei comuni, per tutto il tempo e le energie dedicate, negli ultimi anni, a questo progetto. Per noi una presenza preziosa e insostituibile, sulla quale contiamo di poter fare ancora una volta riferimento per una collaborazione volta a mantenere e migliorare ulteriormente il servizio della Viabilità in Costiera Amalfitana. Ringraziamenti al nostro responsabile operativo Maresciallo Maggiore Aldo Cavaliere, per la sua grande disponibilità, la serietà e il valore del suo operato, per la correttezza e il rispetto dimostrati, per la notevole comprensione di ogni nostra esigenza. Per tutti noi un grande e valido esempio di efficienza, equità, costanza e dedizione, sperando di poter continuare ancora, sotto la medesima direzione, con la stessa sinergia operativa instauratasi negli ultimi anni, non potendo in tal senso esimerci dal porgere i nostri ringraziamenti anche alla dott.ssa Agnese Martingano per la massima professionalità messa sempre a disposizione e per il considerevole contributo di esperienza trasmesso finora al gruppo. Ringraziamenti a tutti i sindaci dei paesi afferenti all’ Associazione Intercomunale “Antica Repubblica Amalfitana” per il loro incondizionato e recidivo appoggio a sostegno di tale progetto. Un sentito grazie anche agli utenti della strada che hanno collaborato con noi e ci hanno “sopportato”. Senza dimenticare tutti gli autisti della SITA, ed in particolare il Signor Angelo Amodeo, che ci ha sempre sostenuto ed ha contribuito a rendere più agevole il nostro operato. Ringraziamenti a tutte le istituzioni politiche provinciali preposte che si sono avvicendate durante questi anni, a cui va riconosciuto l’encomiabile merito di essere stati animati dal comune buon senso orientato a comprendere rapidamente gli impellenti bisogni di una Costiera stritolata dal problema del traffico fornendo di seguito risposte certe e interventi concreti. Grazie per gli impegni economici assunti, nonostante la difficile situazione cui riversa l’economia globale. Consapevoli dei risultati conseguiti fino ad oggi guardiamo fiduciosi al prossimo futuro, confidando in una politica costruttiva ed ambiziosa orientata a porre ancora una volta la dovuta attenzione ad un progetto importante come quello che contribuisce a risolvere gli annosi problemi della viabilità e, in misura ancora più rilevante, dell’occupazione in Costiera Amalfitana. Concludiamo il nostro intervento auspicando per gli anni prossimi di poter manifestare ancora una volta tanta altra gratitudine a quanti, con il loro prezioso contributo, intenderanno dare un seguito a quanto di eccellente. Mi unisco anche io ai ringraziamenti finora esposti da positanonew e da tuti i componenti del gruppo, bravi siete un bel gruppo la costiera amalfitana ne ha bisogno. MICHELE PAPPACODA

 

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IL DIARIO DI MICHELE PAPPACODA 30/01/2010 STORIA DI POSTIGLIONE SALERNO DI MICHELE PAPPACODA

15 Maggio 2013, 09:53am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

Postiglione Salerno
Postiglione Salerno

Postiglioneè un comune italiano di 2.312 abitanti dellaprovincia di Salernoin Campania

Storia[modifica]

Il nome Postiglione sembra derivare dal latino Pistillius.

Alcuni storici fanno risalire il nome Postiglione alla cacciata degli abitanti dell'antica Paestum da parte degli incursori della Grecia antica. I paestani così cacciati, si rifugiarono suiMonti Alburnie qui diedero vita ad un nuovo insediamento che prese il nome di Poestiliones, Leoni di Paesto.

Il castello di Postiglione venne costruito verso il Mille da tre fratelliNormanni, ovvero Riccardo, Ruggiero e Guglielmo di Hauteville. Sotto gli Svevi e durante l'epoca aragonese il borgo è sede feudale, e Guglielmo di Postiglione ne è considerato il primo investito[2]. I vari proprietari succedutisi si rendono protagonisti di occupazioni illecite a sfavore dellauniversitaslocale. Postiglione venne conferito ai Sanseverino, che possedevano la vicina Contursi, divenendo poscia dei Rizzo (Assenso del1507).Carlo V del Sacro Romano Imperotolse a questa famiglia napoletana ogni diritto, per punire Michele, barone di Contursi e Postiglione di una presunta infedeltà durante la conquista del Regno sottoOdet de Foix, conte di Lautrec e Comminges. Questi due feudi passarono dunque al conte Girolamo Morone, sino al1529, per rientare in casa Rizzo, e da questi per motivi ereditari ai Caracciolo di Martina (sempre nel Secolo XVI)[3][4]. IlSeicentoè caratterizzato da una particolare asprezza feudale. Tra gli ulteriori signori di Postiglione vi sono i patrizi napoletani Franco, ed i Garofolo[5]. Il duca Domenico Garofolo comprò il feudo dal principe Antonio Giudice diCellammareper una cifra di 30.000 ducati (31 luglio1704). Il castello di Postiglione, l'intero feudo unitamente a quello diControne, verranno permutati daiBorbonein data28 settembre1759con le proprietà reali diBonito,Isola del MorroneeTeverola, sino all'eversione della feudalitànel1806[6]. Re Carlo III di Borbone, così facendo, volle ingrandire la sua dimora venatoria diPersano[2].

Dal1859al1927è stato capoluogo dell'omonimomandamentoappartenente al circondario di Campagna.

: Stemma Campania
Provincia: Provincia di Salerno-Stemma.png Salerno
Coordinate: 40°34′0″N15°14′0″ECoordinate40°34′0″N 15°14′0″E /40.56667, 15.23333 /40.56667, 15.23333
Altitudine: 615 m s.l.m.
Superficie: 47 km²
Abitanti:
2.312 1 aprile 2009 [1] 
Densità: 50 ab./km²
Frazioni: Acquara, Canneto, Lago Rosso, Pescarà, Selva Nera, Terzo di Mezzo. 
Comuni contigui: Altavilla SilentinaCampagna,CastelcivitaControneContursi TermeSerreSicignano degli Alburni
CAP: 84026
Pref. telefonico: 0828
Codice ISTAT: 065101
Codice catasto: G939 
Nome abitanti: postiglionesi 
Santo patrono: San Giorgio e San Nicola 
Giorno festivo:

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IL DIARIO DI MICHELE PAPPACODA 30/01/2010 LA STORIA DEI GIORNI DELLA MERLA I GIORNI PIÙ FREDDI DELL´ANNO 29 30 31 GENNAIO DI MICHELE PAPPACODA

15 Maggio 2013, 09:52am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

I giorni della merla
I giorni della merla

 

QUESTA E LA PRIMA STORIA SUI GIORNI DELLA MERLA CIOè I GIORNI PIU FREDDI DI TUTTO L'ANNO LEGGETE

Un tempo tutti i merli avevano le penne bianche con il becco e le zampe di un bel colore rosso ciliegia. Verso la fine di gennaio, alle prime luci dell’alba, il merlo, la merla e il merlino uscirono dal pagliaio per andare a fare il nido nel bosco. Lungo la strada incontrarono il vecchio gennaio che se ne andava, e il merlo, scherzando, gli disse che oramai non faceva più paura a nessuno. Allora il vecchione, che era molto permaloso, decise di fermarsi nel bosco, e il giorno dopo, il 29, fece tanto freddo che il merlino, per non restare congelato, dovette rifugiarsi in un camino. Il giorno seguente fece ancora più freddo e anche la merla fu costretta a ripararsi nel camino.  Il merlo pensò di averla fatta franca, visto che gennaio non aveva più giorni disponibili, ma il vecchio dispettoso se ne fece prestare uno da febbraio, e così, il 31, il freddo divenne addirittura insopportabile, e anche il merlo, per salvare la pelle, dovette raggiungere al caldo la merla con il suo merlino. In febbraio, quando i tre merli uscirono dal camino, le loro penne, un tempo bianche come una stella, erano tutte coperte di fuliggine e nere come la notte, e il becco e le zampe, da rossi che erano, restarono per sempre gialli come una fetta di polenta.

Sono detti "i giorni della merla" gli ultimi tre giorni di gennaio, notoriamente i più freddi e ghignosi dell'anno.

Sono detti I GIORNI DELLA MERLA gli ultimi tre giorni di gennaio, notoriamente i più freddi e ghignosi dell’anno. Fin dalla notte dei tempi, in occasione del passaggio dall’inverno alla primavera, gli abitanti della vecchia Europa usavano accendere dei falò, per danzarci intorno e saltarci sopra. La funzione rituale dell’accensione dei fuochi è quella di suscitare ed alimentare la forza del nuovo sole nascente, di salutare il ritorno della bella stagione e la rinascita della natura, così come è anche quella di esorcizzare tutto ciò che angoscia l’individuo e la comunità. I GIORNI DELLA MERLA raccontano la storia di un uccello che troppo spavaldamente annuncia l’arrivo della primavera e di un inverno che troppo cocciutamente non vuole decidersi ad andare via. I merli (insieme con i passerotti e i pettirossi) sono gli abitanti più comuni dell’inverno romagnolo. Il loro saltellare per aie e fossi alla ricerca di semi e vermiciattoli è uno spettacolo a tutti ben noto. Ed anche il loro bel canto (specialmente quello della femmina durante il periodo della cova) potrebbe essere scambiato per una risata di scherno. Niente di più facile, quindi, che un permalosone come l’inverno romagnolo abbia potuto strologare una così stupefacente vendetta. I GIORNI DELLA MERLA sono un frammento di poesia che ci mette in comunicazione con le feste del fuoco della vecchia Europa pagana. Bisognerebbe ricordarsi di ricordare che una parte di noi è ancora lì.

LE ALTRE STORIELLE SUI GIORNI DELLA MERLA

La leggenda dei tre giorni della merla si perde nell'onda del tempo.

I cosiddetti giorni della merla sono, secondo la tradizione, gli ultimi tre giorni di gennaio, ovvero il 29, 30 e 31; sono considerati i giorni più freddi dell'inverno.
Il nome deriverebbe da una leggenda secondo la quale, per ripararsi dal gran freddo, una merla e i suoi pulcini, in origine bianchi, si rifugiarono dentro un comignolo, dal quale emersero il 1º febbraio, tutti neri a causa della fuliggine. Da quel giorno tutti i merli furono neri.
Secondo una versione più elaborata della leggenda una merla, con uno splendido candido piumaggio, era regolarmente strapazzata da Gennaio, mese freddo e ombroso, che si divertiva ad aspettare che la merla uscisse dal nido in cerca di cibo, per gettare sulla terra freddo e gelo. Stanca delle continue persecuzioni la merla un anno decise di fare provviste sufficienti per un mese, e si rinchiuse nella sua tana, al riparo, per tutto il mese di Gennaio, che allora aveva solo 28 giorni. L'ultimo giorno del mese, la merla pensando di aver ingannato il cattivo Gennaio, uscì dal nascondiglio e si mise a cantare per sbeffeggiarlo. Gennaio si risentì talmente tanto che chiese in prestito tre giorni a Febbraio e si scatenò con bufere di neve, vento, gelo, pioggia. La merla si rifugiò alla chetichella in un camino, e lì restò al riparo per tre giorni. Quando la merla uscì, era sì, salva, ma il suo bel piumaggio si era annerito a causa del fumo e così rimase per sempre con le piume nere.
Come in tutte le leggende si nasconde un fondo di verità, anche in questa versione possiamo trovarne un po', infatti nel calendario romano il mese di gennaio aveva solo 29 giorni, che probabilmente con il passare degli anni e del tramandarsi oralmente si tramutarono in 31.
Per quanto la leggenda parli di una merla, nella realtà questi uccelli presentano un forte dimorfismo sessuale nella livrea, che è bruna - becco incluso - nelle femmine, mentre è nera brillante - con becco giallo-arancione - nel maschio.

29 30 31 GENNAIO i giorni della merla e la candelora retaggio del tempo che fu (di Vittoria Inverni)
Gli ultimi tre giorni di gennaio, 29-30-31, sono tradizionalmente considerati i giorni più freddi dell’inverno. Secondo la leggenda, sono chiamati della merla perché, per ripararsi dal gran freddo, una merla si rifugiò con i suoi merlottini in un comignolo, e ne emersero il primo febbraio tutti neri. E neri furono i merli da quel momento, perché prima erano bianchi. Ma perché sono i giorni più freddi dell’inverno? A prescindere che non tutti gli anni sono o saranno stati i più freddi, che siano tra i più gelidi deve avere un fondo di verità se ne è nata una leggenda, che ha sempre per protagonista un merlo. Gennaio aveva ventotto giorni ed era il mese più freddo dell’anno. Giunto al ventottesimo giorno, un merlo, rallegrato, gridò al cielo: “Più non ti curo Domine, che uscito son dal verno”. Gennaio vendicò la bestemmia facendosi prestare tre giorni da febbraio e rendendoli ancora più gelidi.Febbraio fa parte del periodo oscuro del calendario dei popoli indo-europei, periodo senza nome prima che fossero creati i due nuovi mesi, gennaio e febbraio. Il suo nome, Febrarius, in latino significa purificare. Macrobio ricorda che Numa lo aveva dedicato al dio Februus e stabilito che durante questo mese si celebrassero riti funebri agli dèi Mani. Nelle feste, che cadevano nella seconda quindicina di gennaio, era ricordata anche Iunio Februata, Giunone Purificata che si ricordava nelle Calende di febbraio come Iuno Sospita, Giunone Salvatrice.Nel VII secolo la Chiesa Romana adattò al 2 febbraio una festa che già era celebrata in Oriente fin dal IV secolo, ovvero la presentazione al tempio del Signore. La presentazione del neonato al tempio, e la conseguente purificazione della madre, dovevano avvenire quaranta giorni dopo il parto e, poiché il giorno della nascita era stato fissato, per convenzione, al 25 dicembre, ecco coincidere perfettamente la purificazione della Vergine con la festa pagana di Giunone purificata. Nel tempo, la Purificazione della Vergine aveva preso il sopravvento sulla presentazione al tempio di Gesù, l’ultima riforma liturgica ha riportato al festa del Figliolo. Ma è rimasta l’usanza di chiamare questo giorno Candelora, Candelaia in Toscana e Ceriola, Siriola, Zariola in altre regioni, perché vi si benedicono le candele che saranno distribuite ai fedeli. Perché candele benedette in questo giorno particolare e non in altri? Perché durante i festeggiamenti a Giunone Purificata e Giunone Salvatrice i fedeli correvano per la città portando fiaccole accese. E nel VII secolo si svolgeva già a Roma, in occasione della festa cristiana, una processione notturna con ceri accesi. I fedeli giungevano a Sant’Adriano da ogni parrocchia della città e insieme confluivano tutti verso Santa Maria Maggiore. La benedizione delle candele è un’usanza successiva alla processione, ed è documentata a Roma tra la fine del IX e l’inizio del X secolo, probabilmente introdotta dal clero francogermanico. Venivano accese con un cero in una cerimonia simile a quella della veglia pasquale, mentre ora sono semplicemente benedette. Secondo la tradizione, i ceri benedetti erano conservati in casa dai fedeli e venivano accesi, per placare l’ira divina, durante i violenti temporali, aspettando una persona che non tornava, o che si pensava fosse in grave pericolo, assistendo un moribondo, durante le epidemie o i parti difficili. E Giunone era detta anche Lucina, dea della luce, protettrice tra l’altro delle partorienti.Ai nostri giorni, febbraio ha perduto la sua connotazione di mese dedicato alla purificazione e ai morti, poiché il mese dei morti è stato spostato a novembre, nel quale inizia l’Avvento, periodo dal carattere purificatorio e di attesa della nascita di Cristo.


LA FAVOLA E LE STORIELLE
Tanto, tanto tempo fa a Milano ci fu un inverno molto rigido.La neve scendeva dal cielo e copriva tutta la città, le strade, i giardini.Sotto la grondaia di un palazzo in Porta Nuova c'era un nido di una famigliola di merli, che a quel tempo avevano le piume bianche come la neve.
C'era la mamma merla, il papà merlo e tre piccoli uccellini, nati dopo l'estate.La famigliola soffriva il freddo e stentava a trovare qualche briciola di pane per sfamarsi, perché le poche briciole che cadevano in terra dalle tavole degli uomini venivano subito ricoperte dalla neve che scendeva dal cielo.Dopo qualche giorno il papà merlo prese una decisione e disse alla moglie:"Qui non si trova nulla da mangiare, se continua così moriremo tutti di fame e di freddo. Ho un'idea, ti aiuterò a spostare il nido sul tetto del palazzo, a fianco a quel camino così mentre aspettate il mio ritorno non avrete freddo. Io parto e vado a cercare il cibo dove la neve non è ancora arrivata".E così fu fatto: il nido fu messo vicino al camino e il papà partì. La mamma e i piccoli uccellini stavano tutto il giorno nel nido scaldandosi tra loro e anche grazie al fumo che usciva tutto il giorno dal camino.Dopo tre giorni il papà tornò a casa e quasi non riuscì più a riconoscere la sua famiglia! Il fumo nero che usciva dal camino aveva colorato di nero tutte le piume degli uccellini!Per fortuna da quel giorno l'inverno divenne meno rigido e i merli riuscirono a trovare cibo sufficiente per arrivare alla primavera. Da quel giorno però tutti i merli nascono con le piume nere e per ricordare la famigliola di merli bianchi divenuti neri gli ultimi tre giorni del mese di gennaio sono detti: i tre giorni della merla.

Una storiella che ha infinite varianti da posto a posto. Una cosa é però in comune a tutti: la data. I tre ultimi giorni di gennaio, considerati appunto i più freddi nonché una specie di cartina di tornasole, dato che in base a come si presenta il tempo gli esperti sanno trarre indicazioni per come sarà il clima dell'anno.Non conta che qualche metereologo si sia affannato a dimostrare che non tutti gli anni é così, che anzi le medie dicono che c'é qualche altro giorno più freddo. La tradizione non si é spenta.
O meglio, la tradizione non si era spenta.

2^ storiella......
Gli ultimi tre giorni di gennaio, il 29, 30 e 31, capitò a Milano un inverno molto rigido. La neve aveva steso un candido tappeto su tutte le strade e i tetti della città. I protagonisti di questa storia sono un merlo, una merla e i loro tre figlioletti.....
Erano venuti in città sul finire dell'estate e avevano sistemato il loro rifugio su un alto albero nel cortile di un palazzo situato in Porta Nuova. Poi, per l'inverno, avevano trovato casa sotto una gronda al riparo dalla neve che in quell'anno era particolarmente abbondante.Il gelo rendeva difficile trovare le provvigioni per sfamarsi; il merlo volava da mattina a sera in cerca di becchime per la sua famiglia e perlustrava invano tutti i giardini, i cortili e i balconi dei dintorni. La neve copriva ogni briciola. Un giorno il merlo decise di volare ai confini di quella nevicata, per trovare un rifugio più mite per la sua famiglia. Intanto continuava a nevicare. La merla, per proteggere i merlottini intirizziti dal freddo, spostò il nido su un tetto vicino, dove fumava un comignolo da cui proveniva un po’ di tepore.Tre giorni durò il freddo. E tre giorni stette via il merlo. Quando tornò indietro, quasi non riconosceva più la consorte e i figlioletti erano diventati tutti neri per il fumo che emanava il camino. Nel primo dì di febbraio comparve finalmente un pallido sole e uscirono tutti dal nido invernale; anche il capofamiglia si era scurito a contatto con la fuliggine.Da allora i merli nacquero tutti neri; i merli bianchi diventarono un'eccezione di favola.

3^ storiella......
I tre giorni della merla, il 29, 30 e 31, una tradizione che viene da lontano e che vuole che siano i tre giorni più freddi dell'inverno.
Tanto freddi che una merla, che allora aveva le piume bianche, intirizzita, ma al tempo stesso preoccupata per i suoi figlioletti, non trovò di meglio che andare a posarsi su un camino. Ci stette tre giorni, perché il gelo impediva persino di volare. Poi arrivò fortunatamente febbraio. Pallido fin che si vuole ma il sole riuscì a ridare vita e speranza. Merla e figlioletti poterono stirarsi, riaprire le ali e volare. I tre giorni sul camino però avevano prodotto una profonda trasformazione nel piumaggio, divenuto nero per la fuliggine, nero senza rimedio.Da allora i merli nacquero tutti neri.

4^ storiella......
I tre giorni della merla sono considerati i giorni più freddi dell'anno.Se sono freddi, la Primavera sarà bella, se sono caldi la Primavera arriverà tardi....
Una volta i merli erano bianchi.Un giorno per il troppo freddo uno entrò in un camino per scaldarsi e ne uscì dopo tre giorni tutto nero per la fuliggine.Due merli dalle candide piume, maschio e femmina , si ripararono per il freddo in un camino. Non avendo nulla da mangiare il maschio decise di uscire per cercare qualcosa. Dopo tre giorni tornò e trovando un uccello nero come il carbone, non riconobbe la sua merla e tornò indietro per cercarla. La merla, annerita per la fuliggine, nel frattempo morì di fame.

5^ storiella......
Il merlo e la merla si sposano alla fine di gennaio, al paese della sposa, oltre il Po. Dovrebbero riattraversarlo per tornare nella loro casa, ma si è fatto tardi e si fermano per due giorni presso dei parenti. La temperatura si abbassa molto. Merlo è costretto ad attraversare il Po ghiacciato, ma muore. Merla piange ed il suo lamento si sente ancora lungo il Po, nelle notti di fine gennaio.

6^ storiella......
Secondo la tradizione popolare gli ultimi tre giorni di gennaio coincidono con i tre giorni più freddi dell'inverno.Tanto che perfino la Merla, che un tempo aveva il piumaggio bianco, per riscaldarsi andò a ripararsi in un camino.Il suo manto divenne grigio per la fuliggine e da allora rimase di tale colore.

Michele Pappacoda                        mjcheva@live.it




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Michele Pappacoda

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IL DIARIO DI MICHELE PAPPACODA 28\ 01\ 2010 ASCOLI PICENO RICERCA DI MICHELE PAPPACODA

15 Maggio 2013, 09:52am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

http://www.positanonews.it/publicnew/articles/2010/Gennaio/new/newAscoli_Piceno_Piazza_Del_Popolo.jpg

Le popolazioni più antiche che hanno abitato Ascoli Piceno hanno lasciato tracce della loro presenza risalenti fino all'età paleolitica. Solo più tardi, dal neolitico e dall'età dei metalli, le testimonianze diventano più probanti ed attestano insediamenti stabili ad economia agricola e pastorale. Stando ad antiche leggende, raccolte da Silio Italico, Ascoli sarebbe stata fondata dal re pelasgo Aesis . Verosimile è anche che la città derivi il proprio nome dalla radice egeo-anatolica as, significante insediamento urbano, reperibile in molte altre antiche città dell'area mediterranea. Secondo Festo, invece, il Piceno deve il suo nome ai Sabini, che, emigrando verso l'odierna Ascoli per celebrare la primavera sacra, una festività pagana, levano come loro emblema il picchio, uccello sacro a Marte. Forte della sua posizione geografica quale posto di blocco tra due fiumi, il Tronto ed il Castellano, ed un torrente, il Chiaro, Ascoli va via via assumendo una forte importanza. Se nel 268 a. C., il Piceno entra nella zona d'influenza di Roma, Ascoli riesce a conservare la sua indipendenza, pur costretta ad accettare la condizione di civitas foederata. Deve essere già un grande centro commerciale se Strabone la definisce ora colonia Asculum Picenum nobilissima ora domiti hic Picentes et caput gentis Asculum. All'inizio del 91 a.C. scoppia la guerra sociale, combattuta dalle genti italiche contro la supremazia di Roma. Ascoli ha un ruolo tanto importante da segnarne addirittura l'avvio. Rivendica in nome delle popolazioni italiche - socii - la cittadinanza romana per compartecipare alla amministrazione ed alla direzione dell'impero in condizione di parità. L'uccisione del proconsole Quinto Caio Servilio, del legato Fonteio e di tutti i cittadini romani entrati nel recinto della città per rimproverare gli Ascolani, rei di tramare qualcosa contro l'aristocrazia romana, segna l'inizio delle ostilità tra Roma ed Ascoli. La tradizione vuole che siano stati trucidati nel teatro romano durante uno spettacolo. Questo tragico fatto di sangue scatena la reazione di Roma. Dalla capitale parte Pompeo Strabone con un forte esercito per ridurre Ascoli all'obbedienza. Viene inizialmente battuto più volte dai locali, posti in una posizione militare imprendibile per natura e per arte. Ma, dopo un lungo assedio durato due anni e mezzo, la città deve cedere alla fortuna delle armi nemiche, succube soprattutto della disparità di forze favorevoli a Roma. Guida la difesa della città Caio Vidacilio, che, una volta sconfitto, preferisce finire i suoi giorni assieme alla perduta libertà (89 a.C.). Del lungo assedio sono testimonianza, ancora oggi, le ghiande missili di piombo che è possibile trovare nei campi più vicini alla città e specialmente lungo il letto del Castellano, spinti dalle piogge. Tanti Ascolani danno prova di sublime valore e di ingegno militare. Ventidio Basso, figlio di un generale ascolano portato a Roma assieme alla mamma dietro il carro trionfale di Strabone, raggiungerà gli alti gradi di pretore e pontefice. Tito Vetuzio Barro diventerà pure celebre a Roma. Ma i Romani vincitori non hanno pietà dei vinti. I capi vengono trucidati, molti abitanti mandati in esilio, come testimoniano gli storici dell'epoca. Floro scrive che l'intera città viene distrutta, ma probabilmente è una esagerazione se si fa fede a Cicerone, che poco dopo definisce Ascoli municipalis honestissimi ac nobilissimi generis. Cesare ha fretta di impadronirsi della città, allorché passa il Rubicone, mettendo in fuga Lentulo Spintere che prima aveva occupato Ascoli con dieci coorti. Plinio parla di Ascoli come di colonia di notevole importanza. Antiche iscrizioni ne attestano la ragguardevole posizione raggiunta. Negli Itineraria romani, descrizioni schematiche di tipo logistico delle vie del tempo, si parla di Ascoli sita sulla Salaria, la quale parte da Roma, a Porta Collina, passa lungo il Velino ed il Tronto, raggiunge Asculum a 120 miglia circa per poi arrivare a Castrum Truentinum, alla foce del Tronto sulla costa adriatica. Sotto Roma imperiale, Ascoli risorge più splendida che mai. Molti sono i monumenti romani, ben conservati e giunti sino ai nostri giorni: Porta Gemina, Ponte di Cecco, Ponte Augusteo sul Tronto, i resti del Teatro e dell'Anfiteatro, due antichi templi - uno di ordine corinzio, l'altro probabilmente ionico - ora inglobati nelle Chiese di San Gregorio e di San Venanzio. Non mancano neppure esempi di edilizia abitativa, venuti alla luce durante lavori di ristrutturazione al Palazzo di Giustizia ed al Palazzo dei Capitani. Famoso il rinvenimento dell'emblematico mosaico policromo con maschera centrale, ora conservato nel Museo Archeologico Statale. Ascoli viene citata con onore nella divisione delle province fatta da Augusto e poi da Antonino Pio nel 152 d.C.. Sotto quest'ultimo imperatore, Asculum conosce la prima persecuzione cristiana con tanti martiri, tra cui Santa Venera e Sant'Antimo. Nel 301 la città è sede del governatore del Picenum Suburbicarium in contrapposizione al Picenun Annonarium, facente capo ad Ancona. Nello stesso anno arriva il primo vescovo residenziale, Sant'Emidio, il quale, designato per decisa volontà di Papa Marcellino, malgrado il suo timorato rifiuto, riesce in breve tempo ad infondere una nuova vita alla comunità cristiana picena ed a conquistarsi una indiscussa autorità spirituale. Con la calata dei barbari, Ascoli conosce una sensibile decadenza economica ed intellettuale. La miseria diffusa e crescente non sono né stimolo né conforto a nuove costruzioni. La vita si riduce ad una economia di sussistenza, rifugiata nel grembo delle chiese e delle pievanie. Ascoli riesce a difendersi dai Visigoti di Alarico e di Ataulfo, i quali, impressionati dalla cinta muraria e dall'invalicabile fossato naturale costituito dal Tronto e dal Castellano, si allontanano dalla città senza prenderla. Rifocillano i propri uomini e cavalli nella campagna circostante, razziando ed uccidendo dove possono. La situazione strategica della città li consiglia a rivolgere altrove le loro mire. Riesce nell'intento, invece, il gotico Totila, il quale, dopo aver occupato tutti i castelli della campagna, cinge d'assedio la città. Questa deve cedere, complice non solo la fame, ma anche la peste. Paolo Diacono ricorda Asculum come il centro principale del Picenum. Nel 553, dopo la sconfitta e l'uccisione di Totila e di Treia, la città passa all'esarcato di Ravenna e dentro le sue mura si stabiliscono molti Greci. Il potere, di nome, viene esercitato da un Archonte o Dux, ma di fatto da un vescovo, il quale va accentuando, sempre più, la propria autorità. Dopo aver ridotto i forti di Castel Trosino e di Murro in sepolcri dei Greci, il longobardo Faroaldo assedia Ascoli da più parti e la saccheggia nel 578. Strozza cittadini, dirocca torri, distrugge chiese e palazzi, smantella cinta murarie. Tra gli uomini votati alla difesa estrema della città si distingue l'eremita Agostino, il quale, lasciato l'eremo di San Marco, predica la necessità di combattere e resistere fino all'ultimo uomo contro la marea longobarda, ma lui e i suoi uomini laceri, scalzi ed affamati devono alla fine soccombere. Secondo orride costumanze barbariche, Agostino viene trascinato per le strade legato a coda di cavallo, assieme ai suoi tre figli. Finiscono, poi, trafitti con le picche ed innalzati sulle case bruciate, quali trofei di guerra. L'abitato viene dato alle fiamme per la seconda volta, dopo quella del romano Strabone. Solo nel 593, la regina Teodolinda consente la ricostruzione della città e dei castelli, nonché il rientro dei fuggiaschi, e Ascoli passa a far parte del territorio del Duca di Spoleto per oltre due secoli, pur senza seguirne sempre i destini e le volontà. L'opera di Gregorio Magno che, grazie a Teodolinda, riesce a convertire al cattolicesimo tutta la corte longobarda, ottiene grossi risultati, attenuando non solo il contrasto, ma anche l'avversione degli Ascolani verso i Longobardi. Con la fine del VII secolo, la cronistoria dei vescovi ascolani prende sempre maggiore rilevanza, non solo religiosa, ma anche politica. La loro ingerenza nel governo della diocesi si allarga notevolmente, in virtù anche di ottimi vescovi quali Felice ed Euclere, quest'ultimo addirittura longobardo. Nel 774, il Duca di Spoleto, Ildeprando, si assoggetta alla Chiesa e si rade la barba in segno di sottomissione, secondo la consuetudine romana. In segno di riconoscenza per tale gesto, malgrado la sconfitta longobarda da parte dei Franchi, Papa Adriano reintegra il Duca nella sua carica alla condizione che si metta alle dipendenze di Carlo Magno. Prende, così, forma il disfacimento dei poteri dei duchi di Spoleto, i quali vanno diventando sempre più nient'altro che semplici funzionari della dinastia carolingia. Tale processo storico si completa nel 789, allorché il franco Guinigiso segna la fine della dominazione longobarda e della sua influenza sulla città di Ascoli, fino a quella data legata alle vicissitudini del Ducato di Spoleto. Ascoli diventa, così, una contea sotto la protezione del pontefice, con un conte laico a capo, coadiuvato, nell'esercizio del potere, dalla nobiltà locale. Assurge al rango di capoluogo di contea del Sacro Romano Impero, alle dipendenze di Carlo Magno, che le riserva una condizione giuridica particolare, dovuta alla singolare posizione strategica. Da Ascoli Carlo, infatti, può facilmente raggiungere Roma per rivendicazioni di ogni tipo, passando per la Salaria o per il Ducato di Benevento, di là dal Tronto. La città passa, quindi, nelle mani di vari vescovi-conti, la cui autorità deriva non in quanto vescovi della città, ma in quanto conti dell'Impero. Questo equivoco sarà motivo di conflitti e lotte soprattutto all'epoca dei Comuni, allorché Ascoli dovrà difendere la propria indipendenza. Primo vescovo-conte della città è Emmone, il quale ben riordina Ascoli, consapevole del duplice potere temporale e spirituale della sua carica. Con saggia condotta fa di tutto perché le due funzioni rimangano separate, dando ai chierici certe mansioni ed ai laici altre a loro più consone. Al vescovo-conte viene concesso il privilegio di battere moneta, la quale portava le scritte Sant'Emidius e de Esculo. Tale diritto la città conserverà fino alla fine del 700. Intanto si edificano molte torri, 82 in ventotto anni, ed alcuni ponti. Da parte del vescovo-conte Stefano si dà un forte impulso a quell'aspetto urbanistico che la città prenderà nel Medioevo. Tante torri in sì breve tempo devono, però, non essere certamente un segno di pace, ma l'espressione, in nuce, di uno spirito di parte, di fazione. Qualcosa, sicuramente, va covando sotto la cenere. Preconizzano le lotte per le investiture, l'eterna divisione manichea dei guelfi e dei ghibellini. Le discordie interne vengono alimentate da un privilegio concesso da Urbano II nel 1091, che consente al Capitolo ascolano il diritto di eleggere il proprio vescovo-conte, da ratificare poi con nomina papale. Se questo aumenta il potere ed il prestigio agli ecclesiastici, ai laici non resta che pretendere un'autorità che faccia da contraltare per un recupero di potere. A tal fine si costituisce una nutrita schiera di partigiani della corona imperiale, capeggiati da Argillano, il quale fomenta il malcontento dei concittadini fino a spingerli alla guerra civile. Le opposte fazioni si schierano e la situazione pare precipitare in un bagno di sangue con la città in preda all'anarchia. Uomo di fine senso politico, il vescovo-conte Stefano arringa, durante la processione di Sant'Emidio, i suoi cittadini sulla necessità di andare in Terra Santa per la liberazione del Santo Sepolcro piuttosto che ammazzarsi sul suolo patrio per ragioni, a suo dire, poco serie. Se, infatti, tutta la cristianità si va preparando per la prima Crociata, doveroso è che anche gli Ascolani rivolgano le proprie energie e forze verso quei lidi lontani piuttosto che azzuffarsi in patria. Lo scopo del vescovo ha pieno successo. Argillano si pone alla testa di un contingente, che, forte di 14 capitani e 1400 uomini, parte per la Terra Santa. Grandi sono le loro gesta ed eroica la morte di Argillano, se lo stesso Tasso lo ricorda con un ardente epitaffio nella Gerusalemme Liberata. Dopo la breve parentesi orientale, le lotte tra partigiani dell'impero e del papa riprendono più violente che mai, pur con temporanei armistizi. Solo il vescovo Presbitero riesce a comporre le fazioni, dopo aver invitato in città nientemeno che l'imperatore guelfo Lotario, il quale lo nomina conte. La successione al trono del ghibellino Corrado III complica la situazione, ma, ancora una volta, Presbitero riesce a dominare le parti contendenti, recandosi in Germania, malgrado i tempi difficili, per implorare i buoni uffici dell'imperatore. Questi, per compensarlo, lo eleva alla carica di principe, titolo che ancora oggi i vescovi ascolani conservano di diritto. Se grandi sono le opere spirituali ed umanistiche di Presbitero, grande pure è il dolore nel vedere gli scempi ed i lutti che arrecano i soldati del Barbarossa, capeggiati dal legato Cristiano di Magonza. Con il 1183, anno della morte del vescovo Gisone, Ascoli ha il suo primo podestà e la costituzione di un governo municipale come altre città italiane. Ha termine, così, il duplice potere, religioso e laico, dei vescovi-conti e si instaura il regime comunale, salva maiestate pontificia. Enrico IV, venuto in Italia per liquidare l'infelice Manfredi, conte di Lecce, viene ricevuto ed osannato in città per ben due volte. Nel 1225 arriva San Francesco per predicare la pace e mettere su il primo convento ascolano con trenta chierici e laici. Federico II occupa e saccheggia Ascoli per ricondurla all'obbedienza dell'imperatore. Una tradizione vuole che la città, prima della distruzione di 90 torri operata da Federico II, ne contasse ben 200. E' probabile che la cifra sia leggermente esagerata, ma la città rimane in preda alle fiamme per più giorni, per la terza volta nella sua storia. I consoli vengono incatenati ed imprigionati, il vescovo bandito, il dinasta guelfo ucciso nell'eccidio. Su quell'immane tragedia la fazione ghibellina celebra il suo trionfo, trasformando la vecchia contea in un forte stato comunale, legato alle sorti dell'imperatore. Questi, ben conscio che la posizione della città gli offre la possibilità di rapide incursioni strategiche verso qualunque obiettivo, le concede il diritto di costruire il suo porto fortificato alle foci del Tronto, l'antico Castrum Truentinum, ormai insabbiato e distrutto dal tempo. Tale privilegio, portato a compimento nel giro di tre anni, lede la vecchia concessione fatta da Ottone IV a Fermo sul pieno possesso del litorale adriatico dal Potenza al Tronto. Si innescano, così, lunghe e funeste guerre tra le due città che durano, con alterne vicende, fino alla prima metà del XVI secolo. Il papa Giovanni XXIII, nel 1323, dà alla concessione imperiale la controfirma papale, confermando agli Ascolani il possesso, in feudo perpetuo, del porto, capace di navi turrite, di galee e di barche da carico e scarico. Lo stesso pontefice pone i suoi buoni uffici perché Ascoli e Venezia firmino un patto di amicizia e di mutua assistenza per gli affari marittimi. Le ostilità tra Ascoli e Fermo sono così frequenti ed abitudinarie da essere considerate dagli abitanti una sorta di calamità naturale. Al primo scontro, avvenuto vicino al Tronto, hanno la peggio gli Ascolani, ma, tre anni dopo, si prendono la rivincita sui rivali. Segue la lunga guerra del 1280-86 che si chiude con l'invito del Papa ai due contendenti a placare gli animi e a ritirarsi nelle proprie terre. In questo periodo Ascoli dà i natali a tre degli uomini più illustri della sua storia: Girolamo Masci da Lisciano il futuro Papa Niccolò IV; Francesco Stabili detto Cecco d'Ascoli, il più famoso accademico, astrologo e medico della Bologna del tempo, bruciato vivo dall'Inquisizione a Firenze nel 1327 e Domenico Savi, detto Meco del Sacco, anche lui inquisito e condannato al rogo per eresia. Questi ultimi, Cecco d'Ascoli e Meco del Sacco, rappresentano l'espressione più drammatica della rivolta contro l'eccessiva secolarizzazione e politicizzazione della Chiesa del tempo. Con l'inizio del XIV secolo la città conosce un buon ventennio di pace, interrotto nel 1323, allorché i suoi abitanti, paventando nella sede papale di Avignone qualcosa di torbido contro il loro porto, invadono tutto il territorio fermano, entrando fin dentro le mura nemiche e commettendo orribili saccheggi ed eccessi di sangue. Nel 1348, gli Ascolani affidano il comando delle proprie truppe a Galeotto Malatesta, signore di Rimini, il quale, malgrado qualche scacco iniziale, come la perdita della rocca di Porto d'Ascoli e la conseguente impiccagione di quattordici suoi uomini, riesce in seguito a battere sonoramente a San Severino i Fermani, mettendoli in fuga e costringendoli a lasciare sul campo armi e bagagli. Una vittoria dal caro prezzo, che consente al Malatesta di arrogarsi i più alti poteri decisionali. Fa rafforzare tutte le rocche della città e, portatavi dentro una sua fedele guarnigione, relega nell'anonimato molti dei signori che lo hanno voluto in Ascoli. Per di più, cerca di vanificare l'antico Statuto comunale al fine di diventare signore assoluto ed incontrastato. E vi sarebbe certamente riuscito se gli Ascolani non avessero posto momentaneamente fine alla guerra contro Fermo, fatti saggi dalle crudeltà del despota, che fa trainare a coda di cavallo quattro dinasti per le strade del centro per poi squartarli. Nasce un'insurrezione popolare al grido ³morte al tiranno². Viene messo in fuga il Malatesta e i suoi scherani, scappando, non mancano di incendiare e saccheggiare i castelli limitrofi. Gli Ascolani riottengono la loro repubblica, ma devono subire nel secolo successivo, le vessazioni del conte Francesco Sforza. Questi, eletto dal Pontefice Vicario della Marca, mette la sua sede in Ascoli e, per paura di congiure, la riempie di patiboli. Ad Antonio Bentivoglio, che cerca d'insidiargli la Marca, riserva una tortura d'eccezione. Catturatolo, lo mette in prigione a Fermo, lo fa torturare a lungo, poi lo fa incapsulare in una pelle fresca di vacca per essere quindi sepolto vivo a testa in su. Un po' di pane ed acqua al giorno, fino a quando la cancrena non lo divora completamente nella pelle resa putrida dal tempo. Malgrado tali supplizi, facili a trovarsi in un tempo che ha altrove i Borgia a signori, l'Ascoli del Quattrocento e del Cinquecento è un fervido cantiere di opere pubbliche e private. Il denaro gira forte. La città ha più che buoni rapporti commerciali e politici con Venezia, Firenze, Roma, Genova, Napoli. Vive in pieno il rinnovamento culturale, umanistico e rinascimentale del tempo. Storiche sono le opere urbanistiche realizzate. Gli Ascolani riescono a liberarsi dagli Sforza, grazie ai guelfi capeggiati dai Dal Monte, Sgariglia e Saladini, a loro volta aiutati da un centinaio di montanari di Luco di Acquasanta, capitanati da Vanne Ciucci. Riottengono l'ordinamento repubblicano nel 1482, ma devono sborsare 3000 scudi di tributo annuo al papa Sisto IV per il riconoscimento della libertas ecclesiastica che garantisce la libertà repubblicana, fatta salva la sovranità pontificia e la dipendenza da Santa Madre Chiesa. La città diventa, intanto, preda delle fazioni interne, guelfi contro ghibellini, ghibellini contro guelfi, gli uni e gli altri, a loro volta, contro altre fazioni e sottofazioni interne. Primeggiano i Guiderocchi, tipici rappresentanti di una nobiltà ascolana desiderosa di far solo il proprio tornaconto. Questa famiglia va sempre più acquisendo un potere dispotico sulla repubblica, dotata di due organismi: il Consiglio dei Nobili o Senato ed il Consiglio del Popolo. Il potere tirannico di Astolfo Guiderocchi arriva al punto da non accettare la pace che il Senato conclude con Fermo, ma una sollevazione popolare, capeggiata da guelfi ex ghibellini, al grido di "muoia il tiranno, evviva il popolo", dà fuoco al palazzo dei Guiderocchi, costringendoli all'esilio. Seguono lotte accanite tra bande armate, tra agenti sobillatori interni ed esterni che deteriorano le libere istituzioni civiche. Ed i tempi sono così tristi che gli Ascolani pensano sia meglio rimettersi sotto le ali pontificie per evitare guai peggiori. Alessandro VI, nel 1502, manda in città il governatore romano Alberini, ma le cose non mutano. Le cospirazioni e le congiure, anzi, si fanno più fitte e portano all'incendio del Palazzo del Popolo e del suo prezioso archivio, nel 1535. Ai Guiderocchi seguono i Malaspina come signori assoluti. La città vive ancora un brutto periodo, non dissimile a quello di tante altre signorie più illustri del tempo. Paolo III invia in Ascoli il commissario Angelini, perché ponga un freno alle guerre intestine. Questi fa ingrandire e fortificare la rocca Malatesta a Porta Maggiore su disegno di un Sangallo fiorentino. L'anarchia materiale e morale del tempo è tale che, se da una parte nasce il riformismo religioso per un rinnovamento della chiesa, dall'altra viene fuori un gesuitismo di reazione. Tradire è la regola del giorno. In giro vanno eserciti senza paga e senza guida, costituiti da masnadieri e briganti. La guerra è il loro mestiere ed alle reazioni popolari rispondono con stupri, saccheggi, rovine ed incendi. La bella moglie di Cola dell'Amatrice, il pittore che ha lasciato in Ascoli pregevoli lavori d'arte, dà un sublime esempio di fedeltà coniugale, pagando con la vita. Inseguita da soldati ebbri della sua bellezza, non vedendo altro modo per salvare il proprio onore e quello del marito, si getta in fuga da un'alta rupe, ove il Chiaro dà nel Tronto. Morto l'energico Giulio II, tredici ascolani congiurano contro il governatore Sisto Vezio, vice-legato. Questi si rifugia in duomo, ma viene raggiunto e scannato. E' il 1555. Non v'è limite alcuno allo scempio ed alla profanazione. Il banditismo regna sovrano e trova proseliti ovunque. Nobili esiliati, criminali comuni, cittadini perseguitati cercano nella macchia l'impunità o il rifugio. Briganti e ribelli trovano nella crudeltà non solo l'unico sistema di sopravvivenza, ma anche la rivincita di ogni loro insopprimibile desiderio di vendetta. Il legato pontificio Rocca, dopo aver giustiziato e squartato i banditi, nove alla volta, istituisce una strana usanza. Chiunque può uccidere un bandito, foss'anche lui stesso un bandito. Sono concessi pingui premi in natura o in denaro a chi dà loro la caccia. Ascoli conosce uno dei periodi più tristi e lugubri della sua storia civile, il Cinquecento. Per punirla, Pio IV toglie alla città la giurisdizione su alcuni castelli che Gregorio XIII restituirà nel 1573. Il pontefice ordina che, sotto la direzione del Sangallo, si eriga una fortezza, la Fortezza Pia, contro i nemici interni ed esterni ed allo scopo pure di coltivare la speranza di un pronto recupero delle antiche libertà comunali, divenute ormai una leggenda. L'elevazione al trono di Sisto V, di Montalto Marche, riporta un po' d'ordine nel governo e nell'amministrazione locale. Papa rude e forte, invia in città il governatore Landriani che cattura e fa impiccare ottanta briganti. Il cardinale Sangiorgi ne arruola 572 e li spedisce in Ungheria a combattere contro i Turchi nel 1592, con grandi promesse. Agli inizi del XVII secolo, Ascoli conosce una buona pace e diventa capoluogo di un'area esclusivamente agricola, esaurite tutte le spinte industriali, commerciali e politiche dei secoli precedenti. Nasce una nuova figura sociale, il popolano, destinato a lunga vita. Questi trova lavoro, vitto e alloggio nel palazzo del padrone, più o meno ricco. Vive all'ultimo piano o in soffitta, mentre il sor occupa il piano nobile dell'edificio. Il popolano fa tutti i lavori che al padrone servono. Coltivare gli orti o i giardini della casa patrizia, fare i lavori domestici, portare via sabbia, pietre o legna dalle rive del Tronto secondo le necessità padronali, trasportare le merci. Tutto quello che ancora oggi in dialetto ascolano vien detto "le mmasciate". Tra le varie attività commerciali, continua la lavorazione dei filati di seta che coinvolge quasi tutte le famiglie, permettendo loro di vivere alla giornata. Le cronache cittadine dei secoli XVII-XVIII registrano solo gare di famiglie, nozze e feste, miracoli, atti sporadici e proditori di masnadieri. Una vita tranquilla, vissuta tra le due rocche che signori e papi le hanno posto attorno: la Fortezza Pia e la rocca di Porta Maggiore, dove è di guardia un piccolo presidio di Corsi, fedeli guardie papaline ancor prima delle svizzere. Molti nobili ascolani, mal sopportando la lunga pace e preferendo continuare le tradizioni belliche di famiglia, si mettono al soldo di Venezia, Austria, Francia e Spagna. La città non vede né minacce né guerre di sorta, ma solo qualche passaggio di truppe straniere. La vita scorre senza turbamenti. Gli esempi di Venezia e di Firenze, promotrici di accademie agrarie decentrate, producono qualche progresso agricolo nella fertile vallata del Tronto, dove giungono pure gli echi del movimento illuminista francese. Con la rivoluzione dell'89, Ascoli subisce l'invasione delle armi straniere come altre città italiane. Scoppiati i moti del 1797 a Roma, il Consiglio generale di Ascoli decreta, il 28 Febbraio 1798, di democratizzare il governo locale, dando parte uguale del potere decisionale ai nobili, ai dotti, ai mercanti, ai contadini ed istituendo la guardia civica. Ma, partito Napoleone dall'Italia, le monarchie europee hanno buon gioco e fanno scattare i loro sensi di solidarietà per reprimere le varie repubbliche, sorte qua e là. In Ascoli la sollevazione contro la rivoluzione è generale ed a rafforzarla si aggiunge l'opera dei briganti. Famosa la figura di Giuseppe Costantini, detto Sciabolone, che riesce a capeggiare alcune bande insurrezionali, a cui si aggiungono quelle guidate dal De Donatis, uno strano prete ribelle, divenuto più tardi cappellano dei briganti. Queste formazioni, dopo un'imboscata tesa ai soldati giacobini a Ponte d'Arli, entrano in Ascoli il 23 gennaio 1799. Seguono scaramucce e tumulti che si allargano fino alle gole dell'alto Tronto con esito ancora favorevole alla repubblica. Il 12 giugno, però, Sciabolone deve, malgrado il grande coraggio, fuggire dalla città, inseguito dal generale francese Monnier, il quale lascia, per vendetta, che la città venga saccheggiata dai suoi uomini. La confusione politica è indescrivibile, un'anarchia paurosa si instaura con passaggi repentini di uomini e capi dall'una all'altra parte. Non basta la costituzione di un Governo Provvisorio per porre fine ai disordini. Bande insurrezionali sorgono dovunque e fanno del latrocinio la regola di vita. Nel 1808 Napoleone fa di Fermo, Camerino ed Ascoli una sola provincia, chiamata Dipartimento del Tronto. La città diventa così la parte più meridionale del Regno d'Italia, subordinata a Fermo. Caduto Napoleone I, autorità municipali e popolazione fanno grandi dimostrazioni di giubilo per la restaurazione del governo pontificio. Questa volta non ci sono né vendette né spargimenti di sangue, ma solo cambiamenti istituzionali: al diritto napoleonico si sostituisce quello canonico o romano, alla guardia nazionale quella provinciale, ai nuovi uomini quelli della vecchia guardia. La proclamazione della Repubblica Romana nel 1849 trova in Ascoli forti simpatie ed adesioni. Vengono mandati a Roma per l'Assemblea Costituente delle Città Libere d'Italia i deputati Vecchi e Tranquilli. Garibaldi, nel suo viaggio per Roma, passa da Ascoli e desta grossi entusiasmi tra la popolazione. Abbraccia pubblicamente Sciabolone e gli fa dono di una sua spada. Caduta Roma, arriva quale commissario straordinario Felice Orsini, divenuto famoso più tardi per l'attentato a Napoleone III. I papisti non infieriscono subito sugli avversari, anche perché Austria e Francia, che hanno stroncato la Repubblica Romana, hanno fama di essere liberali. Le vendette giungono più tardi. Una attenta censura scruta opinioni e fatti di ogni persona. Ciò malgrado, Ascoli segue con passione tutti i moti italiani che portano all'indipendenza e alla libertà. Circa 80 volontari combattono nel 1859 a San Martino. Con l'unità d'Italia, nel 1860, ad Ascoli viene restituita la primitiva dignità di centro del Piceno che il Regno Italico le aveva tolto, divenendo la città capoluogo di una nuova e grande provincia. Il resto della sua storia è nella storia d'Italia. Michele Pappacoda mjcheva@live.it

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