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il diario di michele pappacoda

IL DIARIO DI MICHELE PAPPACODA 14/04/2010 LA STORIA DI ATRANI A CURA DI MICHELE PAPPACODA VIDEO E FOTO

15 Maggio 2013, 10:44am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

Atrani

1) Storia di Atrani

La storia di Atrani corre parallelamente alla storia della vicina Amalfi e molte ricche famiglie vi sceglievano la propria residenza. I duchi della Repubblica Amalfitana prendevano carica presso la chiesa di San Salvatore de Birecto, questa chiesa nacque nel decimo secolo e conserva una bellissima ed antica porta di bronzo donata dal ricco mercante Pantaleone Viarecta, la porta di bronzo fu fusa a Costantinopoli nel 1087.
Atrani fu saccheggiata nel 1135 e nel 1137 dai pisani, successivamente il re Manfredi vi trasferì una colonia di saraceni, i quali furono scacciati dal successivo re Carlo D'Angio'. In ringraziamento per l'allontanamento della comunità mussulmana, gli atranesi consacrarono la chiesa dell'antico castello a Santa Maria Maddalena, loro protettrice. La Chiesa fu ristrutturata ed ampliata nel 1753, poi nuovamente restaurata con alcune modifiche nel 1852, dalla cui data conserva la forma attuale. Il famoso filosofo tedesco Walter Benjamin, in visita in Costiera Amalfitana nel 1924, ne fu particolarmente colpito e cosi la descrisse:"La curva scalinata barocca in leggera salita verso la chiesa. La cancellata dietro la chiesa. Le litanie delle vecchie all'avemaria: propedeutica alla prima classe del 
trapasso. Se ci si gira la chiesa confina, come Dio stesso, col mare. (...)  Vicoli come canali di ventilazione. Nella piazza del mercato una fontana. Verso sera, donne ai suoi bordi. Poi solitaria. Un gorgogliare arcaico." Tra la piazzetta e lo stradone, in una delle abitazioni sottostanti la strada rotabile, nacque e visse il celebre "Masaniello", Tommaso Aniello de Fusco che guidò l'insurrezione contro gli spagnoli nel 1647 e fu nominato "capitano del popolo napoletano". Masaniello era figlio di "Ciccio di Minori" e di Antonia Gargano di Atrani. Poco distante alla piccola chiesa di Santa Maria del Bando, immersa in una ricca vegetazione sul versante orientale del monte Aureo, e collocata una suggestiva Grotta detta di Masaniello, perchè in essa si sarebbe rifugiato il famoso rivoluzionario. 
Atrani è il comune d'Italia più piccolo per estensione, attualmente è l'unico paese della Costiera Amalfitana a conservare tutta la sua caratteristica di antico paesaggio e borgo di pescatori, isolata dal traffico e ben lontana da sfregi edilizi e dal turismo di massa. Caratteristici i suoi ristorantini dove si possono degustare degli ottimi piatti a base di prodotti di mare freschi pescati la mattina stessa sul posto. Infine, la sua piazzetta dall'antica fontana è recentemente preferita a quella di Capri da alcuni celebri intellettuali in vacanza ad Amalfi, per la sua autenticità immutata nel tempo. 

2) Storia di Atrani

L’origine del toponimo è incerta: la maggior parte degli studiosi propende per l’aggettivo latino ater, ossia oscuro, tetro, perché corrisponderebbe alla visione del borgo simile ad un antro racchiuso tra ripide pareti rocciose a picco sul mare. Altri fanno derivare il nome dall’insediamento da cui provenivano i primi coloni greci, Atria. La vallata del Dragone alla cui estremità sorge Atrani fu frequentata già nel VII secolo a. C. dagli Etruschi cui, più tardi, si mescolarono elementi greci. Il vero e proprio insediamento cittadino avvenne, però, soltanto verso la fine del IV secolo d. C., durante la decadenza dell’impero romano, ad opera di fuggiaschi romani.

Ha condiviso per secoli le sorti della vicina Repubblica marinara di Amalfi, entrando nella Confederazione Costiera col rango di città gemella; luogo dove si eleggevano i dogi della Repubblica:nella Chiesa di San Salvatore in Birecto avveniva, infatti, la solenne cerimonia di vestizione dei dogi e si imponeva loro il birecto, il berretto ducale su cui erano i simboli e le insegne dell’autorità ed in quella stessa chiesa si dava loro sepoltura. Verso la metà dell’anno 1000, Roberto il Guiscardo invase l’Italia Meridionale, ma alcuni paesi costieri, tra cui Atrani, parteggiarono per il pontefice che aveva organizzato una lega antinormanna. Saccheggiata dai Pisani nel 1135 e 1137, venne parzialmente distrutta. Nel 1222 San Francesco d’Assisi di passaggio in Costiera, sostò ad Atrani facendovi numerosi proseliti. Nella seconda metà del Duecento Manfredi piegò il fervore antisvevo degli atranesi inviandogli contro un presidio di 1000 mercenari alessandrini che s’insediarono nel paese cacciando gli abitanti; la tradizione racconta che solo l’intercessione di Santa Maria Maddalena riuscì ad allontanare i predoni. Di quella triste occupazione rimangono ancor oggi tracce nel dialetto atranese.

Nel novembre del 1467 Atrani ed Amalfi furono unite, ma il 16 maggio 1578 si divisero per i frequenti soprusi dei gabellieri amalfitani sui generi commestibili. La terribile epidemia di peste del 1643provò gravemente il paese: la chiesa di San Michele fu adibita a luogo di sepoltura e la località ancora oggi è chiamata Lazzaretto. La tradizione inoltre racconta che nel 1647, braccato dai soldati del viceré di Napoli, Masaniello, nato a Napoli nel 1620, da Francesco d’Amalfi minorese e Antonia Gargano atranese, si sia rifugiato ad Atrani, in una cavità poco distante dalla casa dei nonni materni.


Michele Pappacoda

 




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IL DIARIO DI MICHELE PAPPACODA 26/03/2010 GLI AUGURI E LA LETTERA DI MARIA PAPPACODA IN RICORDO DEL COMPLEANNO DI PAPÀ IL 26 MARZO VIDEO

15 Maggio 2013, 10:43am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

Auguri Papà sei un grande

Caro papà tu che mi guardi dall'alto ,tu che mi mandi il calore perdonami per tutto ciò che facciamo nel mondo e portami pulita davanti al Signore. Ricordo quando eri qua con noi tutti, le volte che ti sei arrabbiato e non ho seguito i tuoi insegnamenti, ma adesso che non ci sei più mi manchi tanto e non sai quanto.Tu avevi ragione in tante cose ,purtroppo non si può tornare indietro e non si può uscire dai problemi che mi sono creata con le mie mani. Franco non è la persona che tu volevi, e non faccio la vita che tu avresti voluto, ma ti chiedo una sola cosa ,papà che tu da lassù tutto puoi non permettermi di distruggere ancora la mia vita o quel che ne rimane poichè se avevi tu per figlio Emanuel eri l'uomo più felice del mondo. Ti ho dato dei nipoti uno Emanuel che hai tanto amato e che hai cresciuto con le tue regole e che io per dar retta a quel pazzo di mio marito ti ho sempre umiliato e aggredito, l'altro GiacomoLucio che non hai visto quando eri vivo ma lo stai vedendo da lassù e capisci tutti i sopprusi che sto affrontando per colpa mia. Tu eri una persona giusta, onesta e gran lavoratore io non lo sono e non mi sento mi sto allontanando sempre più dalla realtà. In ricordo di te e del tuo compleanno oggi ti voglio dedicare questo video sotto pubblicato. AUGURI Papà ti voglio tantissimo bene tua figlia Maria vivi e vivrai per sempre nel mio cuore:

di MARIA PAPPACODA




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IL DIARIO DI MICHELE PAPPACODA 08\ 06\ 2010 RIFLESSIONI DI MICHELE PAPPACODA SULL´AMICIZIA

15 Maggio 2013, 10:40am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

Riflessioni di Michele Pappacoda sull'amicizia
Riflessioni di Michele Pappacoda sull'amicizia

 

“Per quanto sia raro il vero amore, mai più raro della vera amicizia”. È questa l’idea che mi sono fatta dell’amicizia in 36 anni della mia vita: credo che oggi non sia più vista come un valore ma tutto è più finto e improntato all’interesse personale. Per questo credo sia più facile trovare un amore puro, che è il le-game più forte che si possa mai creare con qualcuno, piuttosto che una vera amicizia disinteressata. L’amicizia dovrebbe essere una condivisione di pensieri ed esperienze, uno stare bene insieme avendo sempre rispetto l’uno dell’altro e dei rispettivi pensieri. Un amico è qualcuno che sa ascoltare i tuoi problemi e ti aiuta a superarli, o semplicemente ti può consigliare o dare il suo punto di vista e sa che a sua volta può parlare, confidarsi e chiedere consigli. Ma un amico può essere anche semplicemente compagnia, parlare di tutto e di nulla. E soprattutto un amico non deve essere necessariamente perfetto (e comunque nessuno è perfetto), ma essere amici e condividere qualcosa come un legame di amicizia significa anche crescere insieme. Ripercorrendo la storia e analizzando testi o racconti di personaggi e scrittori famosi si può notare che l’idea di amicizia è considerata da tutti in modo diverso. Cicerone scriveva che era essenziale nella vita e che era importante poter raccontare a un amico anche le cose belle. La vedeva insomma come una condivisione: l’amico è una persona con cui si può parlare veramente di tutto, di esperienze positive o negative, senza preoccuparsi di quello che si dice, se è stupido o banale o se è qualcosa di cui si prova vergogna di aver fatto o di aver raccontato. Un amico, come si può intuire in un testo di Pavese, può essere un modello, un punto di riferimento. Spesso questo avviene verso persone più grandi che hanno quindi più esperienza. A volte questa “imitazione” si riferisce al modo di affrontare la vita e i problemi, a un confronto per capire quali sono le cose migliori da fare.

Michele Pappacoda

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IL DIARIO DI MICHELE PAPPACODA 07/03/2010 GLI AUGURI DI MICHELE PAPPACODA PER LA FESTA DELLA DONNA 8MARZO 2010 GUARDATE VIDEO

15 Maggio 2013, 10:39am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

Auguri per festa delle donne
Auguri per festa delle donne

 Michele Pappacoda da Positanonews augura a tutte le donne tanti Auguri.Di sotto leggerete due mie  poesie dedicate a tutte le donne.

Sei tu donna

A volte
sei dolce
come il miele,
a volte
sei amara
come il fiele,
sei rosa
e spina
al tempo stesso,
ma sempre
per l'omo 
sei tu donna
dell'amore
la colonna....

Donna tu

Dal bordo del cielo
una piega rosa s'apre
sul viale d'un roseto,
colto hai la rosa 
con le sue spine e
riposto un petalo
sull'uscio
del tuo fragile giorno.
Appeso alle pareti di casa
un filo...

Michele Pappacoda




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IL DIARIO DI MICHELE PAPPACODA 21/02/2010 LA STORIA E L´ORIGINE DEL CANE RICERCA DI MICHELE PAPPACODA VIDEO E FOTO

15 Maggio 2013, 10:31am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

Il Cane migliore amico dell'uomo

Mammifero carnivoro (costretto dall’uomo a vivere da onnivoro) della famiglia dei Canidi che lo zoologo Huxley, basandosi specialmente sulla osteologia, suddivise in tre generi: Otocyon, Vulpes, Lupus. Il primo è rappresentato dall’Otocyn megalotis, originario dell’Africa meridionale e che, per i suoi caratteri, è da considerarsi vicino al tipo primitivo: ha testa larga, non grande, orecchie molto lunghe, e gran numero di denti. Il genere Vulpes compendia la serie Alopecoide con testa piuttosto piatta, priva di caduta fronto-nasale, coda lunga e folta e pupilla verticale e ellittica. Il genere Lupus forma la serie Tooide, con cranio per lo più convesso, separato dalla canna nasale con caduta più o meno accentuata; la pupilla è di forma rotonda (come nel cane e nell’uomo).

Da quale canide discenda il Cane domestico non è facile stabilire e molti naturalisti vi si sono cimentati senza pervenire a conclusione precisa: è probabile tuttavia la discendenza dal lupo o dallo sciacallo. Entrambi potrebbero essere stati addomesticati dall’uomo, entrambi dimenano la coda in segno di gioia, entrambi si cibano volentieri di ciò di cui il Cane appetisce. Secondo lo Studer sarebbe esistita una forma estinta, il canis ferus che avrebbe dato origine al canis familiaris. Altri studiosi sono pure d’avviso che le forme lontanissime ancestrali siano estinte: l’austriaco Fitzinger ne cita sette. Sull’origine monofiletica o polifiletica del Cane domestico i pareri sono pure discordi. Della prima opinione fu Linneo. Buffon vorrebbe il Cane da pastore capostipite delle diverse razze, considerando quelle discendenti prodotto del clima, dell’allevamento, delle mutazioni. Altri ancora, e segnatamente Jetteles giunsero alla conclusione dell’origine polifiletica del Cane: quest’ultimo indicò lo sciacallo come il progenitore del Cane della torba, del lupo indiano e del Cane da pastore, e nel lupo-sciacallo africano scorse il capostipite di molti Cani dell’antico Egitto e nel canis antbus, tenue varietà del lupo sciacallo (canis lupaster), quella del levriere. Anche Darwin afferma che dai documenti paleontologici sorge l’idea della pluralità d’origine del Cane selvaggio. Il Cane, comunque, si trova accanto all’uomo dalle epoche più remote. Sicuramente da quando ebbe inizio la domesticazione degli animali utili: il bue, la pecora, il maiale. È assai probabile che il Cane fosse il primo animale che l’uomo sottomise, forse a eccezione della renna. La razza più antica addomesticata fra i Cani che vennero osteologicamente scoperti in territorio europeo, è il Cane della torba o Canis familiaris palustris. Con i costruttori di palafitte si ebbero il Cane della torba anzidetto, il bue della torba, la pecora della torba, la capra della torba, il maiale della torba. Afferma lo Tschudy che basandoci sui reperti osteologici troviamo che oltre al Cane della torba gli altri animali domestici dimostrano la loro discendenza da animali oriundi dell’Asia e con ciò viene risolto anche l’enigma circa la località da cui provennero gli uomini delle palafitte. Dal tipo primitivo si ebbero, sempre in lontanissime epoche, altre forme poiché il Cane così addomesticato rivelò stupefacenti possibilità di adattamento. Via via, nelle scoperte di fossili successive si reperirono reliquati lo studio dei quali rivelò le forme che dettero origine ai vari gruppi. Così negli strati del bronzo si scoprirono cani di grossa taglia e a questo tipo di cane fu dato il nome di Canis familiaris matris optimae o Cane del bronzo, probabile ancestrale del Cane da pastore. Una terza forma preistorica fu stabilita nel Canis familiaris intermedium o Cane della cenere (in quanto i fossili vennero ritrovati in depositi di cenere), probabile progenitore di cani da caccia. Altro ancora è il Canis familiaris di Inostranzewi che naturalisti designano come antenato degli attuali alani, mastini e di alcuni tipi di Cani da pastore di grossa taglia e Cani da slitta; infine il Canis familiaris Leineri, capogruppo probabile dei levrieri. Sulla diffusione della forma preistorica principale, il Canis familiaris palustris, si fecero constatazioni veramente sorprendenti. L’attuale volpino parrebbe essersi conservato immutato attraverso i millenni, con caratteristiche simili al Cane delle torbiere. In Europa si riscontra, nei tempi preistorici, dappertutto; lo si trova, con tipi fossili analoghi, in tutta l’Asia, in alcune isole del Pacifico, nel Madagascar. Simbolicamente e osteologicamente è presente nell’antico Egitto e così pure nell’interno dell’Africa. Anche i vari tipi di terriers e di pinscher, nella loro forma originaria, proverrebbero dal Cane palustre (forse meno provato che per il volpino). Da notare peraltro che graffiti di 5000 anni a.C. raffigurano Cani simili all’attuale Basenti congolese in cui molti vedrebbero il progenitore del moderno terrier. Sempre stando alle figurazioni, anche perché la paleontologia presenta i suoi lati oscuri, troviamo tipi di terriers su monumenti funerari egizi. La tomba attribuita a un faraone della X dinastia (2300 anni a.C.) presenta 4 Cani: un volpoide, un segugio, un levrieroide e un tipo assai simile al Basenti. Presso gli Assiri viveva un grosso Cane che si ritiene progenitore degli attuali mastini: numerose sono le rappresentazioni con motivi di caccia su bassorilievi di costruzioni babilonesi e assire sino a 10 secoli avanti Cristo. Quei cani enormi, afferma il naturalista Keller, sarebbero stati originati dal Cane del Tibet di dimensioni assai grandi che si è conservato immutato nel tempo e ancor oggi esiste se pure in taglie ridotte rispetto alle forme primitive. La diffusione così viene descritta: “Dall’altopiano del Tibet l’animale addomesticato si propagò nel Nepal, nell’India e contemporaneamente in Cina. La cultura babilonese-assira lo ebbe per tempo. Sembra che sul suolo africano non vi sia stato all’epoca dei Faraoni, mentre il Mastino si presenta al tempo di Alessandro e con il suo esodo dall’India viene trasportato sul suolo greco come regalo al re Poro e si inizia ivi l’allevamento del molosso che più tardi si continua tra i popoli di Roma”. Gran parte delle razze canine che si sparsero per il mondo o per mezzo dei Fenici che notoriamente navigarono tutti i mari allora conosciuti, o per mezzo delle migrazioni dei popoli nomadi e non ultimo a mezzo degli eserciti invasori, trarrebbe la sua origine dalla vetusta forma del mastino assiro. In ogni tempo e in ogni parte del mondo il Cane è universalmente conosciuto. Zarathustra (Iran, VII sec. a. C.) nell’Avesta, testo sacro della religione mazdeista, celebra il Cane e afferma addirittura che “il mondo sussiste per l’intelligenza del cane”. Le civiltà cinese, quella americana dei Maya, Incas e Atzeca rivelano sculture di antichissime forme canine. I Romani allevarono molossi per i combattimenti nei circhi e così pure i Britanni. Nella campagna romana, in Abruzzo e in altre zone meridionali dell’Italia residuano robusti cani da pastore (cani da pastore maremmano-abruzzesi) oggi bene allevati e riselezionati, conservatisi peraltro tali dall’epoca di Roma, così come gli attuali Mastini Napoletani residuano nell’Italia meridionale, discendenti dagli antichi molossi che servivano anche per la guardia e che venivano chiamati Cani da corte o da cortile. Columella (I sec.d. C.), nel De re rustica, ne diede un’accurata descrizione. Ancor prima, Senofonte aveva scritto un libro sui Cani da caccia. Durante l’impero, esistevano all’estero, istituiti da Roma, degli speciali ufficiali, i “Procuratores cinogie” per la raccolta di cani pregiati d’allevamento, i quali, convogliati alla capitale, venivano destinati ai canili di addestramento o per la riproduzione. I Romani, per concludere, così classificavano i Cani: Canes vanatici, Canes pastorales, canes villatici.

Venendo a epoca più recente, molto importante è la suddivisione delle razze canine, esistenti in Inghilterra nel 1570, fatta dal dr. Caius, al secolo John Keys, nell’opera in latino De canibus britannicis. Il Medioevo e il Rinascimento segnano il trionfo dei Cani da caccia, specie delle razze di segugi le cui mute (in Francia si crearono razze proprie di grandi Casate) costituivano appannaggio di re e di potenti. Famiglie illustri, anche italiane, usavano scambiarsi coppie o mute di Cani come doni di superlativo pregio. Anche i cani da salotto erano tenuti in grande considerazione tra le grandi dame e dipinti celebri (Tintoretto, Tiziano, Carpaccio, Watteau, Boilly, Goya e tanti altri) ne hanno immortalato le sembianze e indicano che vari tipi sono rimasti pressoché immutati.

Dal Buffon (1707-1788) fino a noi, vennero tracciate varie classificazioni scientifiche: Buffon si basava sulla forma e sul portamento delle orecchie, Cuvier (1769-1632) stabilì una classificazione in base alla conformazione craniana con 4 classi suddivise in sezioni, Cornevin sulle particolarità del cranio, sul portamento delle orecchie e sulla natura del pelo, Dechambre (attorno al 1920) sulla natura della testa e sulle estremità, classificando le razze canine in rettilinee, concavilinee e convessilinee, regolando le suddivisioni anche in base alla varietà di pelo. Pierre Mégnin, contemporaneo, ha diviso tutte le razze in 4 gruppi: Lupoide, Braccoide, Molossoide e Graioide, e in ogni gruppo considera cinque stature e moli. Per la redazione degli standards (modello tipo) viene tutt’oggi considerata quest’ultima classificazione benché non rigorosamente scientifica. Il Cane è oggigiorno diffuso in ogni parte del mondo, impiegato come in tutti i tempi, per la caccia, la guardia, la pastorizia, la compagnia, il tiro (in Belgio esiste un mastino impiegato per il traino dei carretti del latte), servizi di guerra e sanitari. A tante molteplici attività si sono recentemente aggiunti i servizi per la polizia, antibracconaggio e, la più nobile, per la guida dei ciechi. In Inghilterra i Cani giuda vengono chiamati Seeing eye (l’occhio che vede). Nelle terre polari tra il 64° e il 72° grado di latitudine, nella regione boreale che comprende la Siberia, la Lapponia, la Kamcatka, la Groenlandia, l’Islanda e l’Alaska, vivono in grandissimo numero Cani per traino delle slitte, di varie razze, presenti da quando esiste l’uomo come abitante di quelle desolate terre, indispensabili alla sua vita nel grande Nord. Meravigliosa è l’attività di quei fortissimi Cani che percorrono da 30 a 40 km al giorno, instancabilmente (un gruppo di 15 Cani traina carichi sino a 700 kg.).

Michele Pappacoda                                                                  mjcheva@live.it




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IL DIARIO DI MICHELE PAPPACODA 21/02/2010 STORIA DELL´AUSTIN METRO DA UNA RICERCA DI MICHELE PAPPACODA

15 Maggio 2013, 10:29am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

Austin Metro
Austin Metro

 La Metro è un'autovettura di piccole dimensioni prodotta dalla British Leyland, a partire dal 1980, e venduta prima con marchio Austin e successivamente Rover (col nome, su alcuni mercati, di Rover 100).

La genesi

Lo studio di un'erede per la Mini prese corpo alla fine degli anni sessanta. Il progetto fu affidato adAlec Issigonis, che sviluppò varie idee. Scartata, dopo pochi prototipi, l'ipotesi di derivare un'utilitaria dalla media 1100/1300 Ado16, gli sforzi si concentrarono su un progetto totalmente nuovo, siglato Ado 88, i cui primi prototipi vennero completati nel 1974. La crisi finanziaria dellaBritish Motor Corporation, tuttavia, rallentò pesantemente lo sviluppo del nuovo modello, che venne congelato per qualche anno e poi ripreso nel 1978 da Charles Griffin (già collaboratore di Issigonis). La Ado 88 fu l'ultimo modello della BMC che, ormai nazionalizzata, si stava trasformando in British Leyland.

Dopo il passaggio societario Il progetto venne ripensato in alcuni punti: la nuova auto doveva essere più grande della Mini Classica (che, peraltro si vendeva ancora bene e non era, per il momento, necessario rimpiazzare nel ruolo di "City Car" pura), ma più compatta delle principali concorrenti (Renault 5Ford Fiesta e Fiat 127), pur assicurandone la medesima abitabilità. In realtà avrebbe preso, nel listino Austin, il posto della poco fortunata Mini Clubman berlina (mentre la più apprezzata Mini Clubman Estate sarebbe rimasta in produzione). Rispettati gli obiettivi (la Ado 88 era lunga solo 352 cm, ma garantiva un'abitabilità paragonabile alle concorrenti più grandi) la nuova utilitaria venne lanciata sul mercato nell'ottobre del 1980 col nome di Mini Metro, presto semplificato in Metro. Il nuovo modello fu presentato come un'autovettura modernissima, quasi all'avanguardia: si insistette in particolare sul fatto che, per la prima volta con un'auto di serie, la carrozzeria fosse stata interamente disegnata da un computer.

La prima serie: Austin Metro (1980-1985) [modifica]

La limitazione degli investimenti costrinsero la British Leyland ad utilizzare per la nuova Metro i classici motori con albero a camme laterale A series di 998 e 1275cc, abbinati a cambi manuali a 4 marce e alimentati a carburatore. La trazione anteriore e le sofisticate sospensioni aruote indipendenti con sistema Hydragas (derivate da quelle della Austin Allegro) erano i principali atout della Metro, che offriva anche un impianto frenante di tipo misto (dischi davanti e tamburi dietro).

Al momento del debutto era disponibile unicamente la carrozzeria a 3 porte, mentre il motore da 1 litro era disponibile nella versione standard (41cv) o E, ottimizzato per la riduzione dei consumi (998cc, 40cv). Unica configurazione (1275cc, 63cv) per il 1300. La gamma iniziale comprendeva le versioni: 1.01.0 HL1.0 E1.0 HLE e 1.3 HLS. Gli allestimenti HL(E), e HLS erano i più completi.

Nel 1982 la gamma venne ampliata con l'introduzione delle versioni 1.3 Vanden Plas e 1.3 MG. La prima, proposta col motore standard da 63cv, aveva un equipaggiamento molto completo (trip computer, vetri elettrici, autoradio) e un livello di finiture superiore (sedili in velluto, inserti in radica di noce sulla plancia), la seconda una caratterizzazione sportiva (marchio MG, ruote in lega, paraurti in plastica con filetto rosso, strip adesive laterali, spoiler sopra al lunotto, interni sportivi) e un motore potenziato a 72cv. Lo stesso anno sulle 1.3 HLS e 1.3 Vanden Plas venne reso disponibile un cambio automatico a 3 rapporti.

Nel 1983 debuttò la Metro MG Turbo, mossa da una versione sovralimentata con turbocompressore del noto 4 cilindri di 1275cc. La potenza di 94cv consentiva alla compatta Austin prestazioni di rilievo (180 km/h), ma la presenza di un cambio a sole 4 marce ne penalizzava un po' le doti dinamiche

La seconda serie: MG Metro (1985-1989) [modifica]

Una MG Metro turbo del 1989
Una MG Metro 1300

Nel 1985 la Metro venne sottoposta ad un restyling, che interessò la mascherina anteriore, i paraurti (ora in plastica su tutte le versioni, anziché in metallo verniciato di nero), gli specchietti retrovisori e, soprattutto, gli interni (nuova plancia, diversi rivestimenti). Nuovi profili paracolpi laterali ed un piccolo spoiler sul lunotto, completarono i ritocchi estetici. A livello tecnico, l'unica novità di rilievo fu l'adozione dellafrizione idraulica. I motori rimasero i noti A Series di 998 e 1275cc, con potenze da 41 a 94cv. Col modello '85 la Metro s'arricchì anche della variante a 5 porte, che s'affiancava a quella a 3. Cambiarono anche i nomi degli allestimenti e la composizione della gamma, che ora includeva le versioni:

  • 1.0 (41cv) 3/5p E
  • 1.0 (41cv) 3/5p LE
  • 1.3 (63cv) 3/5p LS
  • 1.3 (63cv) 3/5p Mayfair
  • 1.3 (72cv) 3p MG
  • 1.3 (94cv) 3p MG Turbo

La versione più raffinata perdeva (tranne che in Gran Bretagna) il nome Vanden Plas, in favore di Mayfair. Accanto alle versioni di serie, tra il1987 ed il 1988 vennero proposti numerosi allestimenti speciali, tutti basati sulle versioni 1.0 a 3 porte. Tra questi le economiche Kilt e le raffinate Studio e Studio 2. La produzione della Metro seconda serie proseguì fino alla fine del 1989, quando un profondo restyling diede vita alla Rover serie 100.

La terza serie: Rover 100 (1990-1994) [modifica]

Gli interni di una Rover 114 Li Automatic del 1994
Una Rover 114
Rover 114 GTi

Un profondo restyling (nuovo frontale, nuovi paraurti avvolgenti, nuovi interni, diverse luci posteriori e inediti profili laterali e specchietti retrovisori) nel maggio 1990 diede vita alla terza serie della Metro[3], questa volta, dopo la soppressione del marchio Austin, marchiata Rover. Sui mercati internazionali il nuovo modello venne venduto col nome di Serie 100, mentre nel mercato inglese conservò il nome Metro.

Dal punto di vista tecnico la terza serie portò due grosse novità: i motori Rover serie K e, finalmente, il cambio a 5 marce. Era inoltre dotata di un interruttore inerziale a tre vie che, in caso d'incidente, bloccava l'alimentazione per scongiurare il rischio d'incendio[4]. Sul mercatoitaliano erano disponibili le versioni (3 o 5 porte) spinte dai 4 cilindri 8 valvole monoalbero in testa di 1116 e 1390cc (con, rispettivamente, 60 e 75cv) e dal 4 cilindri bialbero 16 valvole di 1390cc (da 95cv). Tutti i motori beneficiavano di alimentazione a iniezione single point (con 1 solo iniettore che serviva tutti i cilindri). Gli allestimenti disponibili erano quattro, iSiSLi e GTi, che si combinavano coi 3 motori disponibili dando vita alla seguente gamma:

  • 111 i 3/5p (1116cc, 60cv)
  • 111 Si 3/5p (1116cc, 60cv)
  • 114 SLi 3/5p (1390cc, 75cv)
  • 114 GTi 16v 3p (1390cc, 95cv)

Il veicolo valse alla Rover la vittoria del premio Macrobert award 1991[5]. Nel 1993, con l'adozione della marmitta catalitica di serie, la 114 GTi 16v beneficiò dell'iniezione elettronica multipoint che portò la potenza a 103cv. La versione cabrio venne annunciata al Salone di Ginevra1994 e uscì nell'estate di quell'anno[6][7].

Rover 100 restyling (1995-1998) [modifica]

Una Rover 111 Si

Nel 1995 un leggero restyling (riguardante soprattutto la parte anteriore della macchina, come la mascherina e i paraurti) interessò l'intera serie; inoltre la gamma venne completata dalle versioni diesel, spinte da un 4 cilindri Peugeot di 1500cc da 50cv (115 SLD 5p).[8][9]. La vettura venne presentata al Salone di Amsterdam il 2 febbraio 1995[10]. Nel 1996 venne messa in commercio anche una versione speciale dotata di gadgets firmati Ellesse[11][12].

L'ultimo esemplare venne prodotto il 23 dicembre 1997[1], quando la produzione cessò, aiutata anche dal fatto che la Metro venne sonoramente bocciata nel corso del crash test effettuato dall'EuroNCAP nel 1997 e in cui venne marchiata sotto il punto di vista della sicurezza automobilistica con una sola stella[13].

LA MG METRO 6R4 (1984-1985) [MODIFICA]

Una Metro 6R4

Nel corso del 1984 venne sviluppata, in collaborazione con il team Williams di Formula 1, una versione adatta a partecipare al Campionato Mondiale Rally nella categoria gruppo B della Metro MG, la 6R4 (acronimo di 6 cilindri Rallycar 4WD). Come tutte le vetture gruppo B dell'epoca le Metro 6R4 avevano solo un richiamo estetico alle Metro di serie, giacché la meccanica (ma anche l'aerodinamica) erano totalmente stravolte. La trazione era integrale permanente, il motore, un V6 bialbero 24 valvole di 2996cc, era montato in posizione centrale e la carrozzeria (allargata e dotata di ampi spoiler) era in materiale plastico (ad eccezione delle portiere). A differenza delle concorrenti la MG Metro 6R4 rinunciava al motore sovralimentato, in favore di una cilindrata maggiore. Terminata nel novembre 1985 la costruzione dei 200 esemplari stradali previsti per l'omologazione, la 6R4, che nella versione "di serie" aveva 250cv, mentre in quella da gara arrivava a 410cv, poté essere iscritta al campionato mondiale 1985/1986. L'incoraggiante esordio "in casa" (3° posto assoluto nel Rally RAC), fu seguito da una serie infinita di ritiri nei successivi rally di Montecarlo, SveziaPortogallo e Corsica, gare che nessuna Metro riuscì a concludere. La carriera della 6r4 si concluse a metà del 1986, quando il gruppo B venne soppresso a seguito di un'impressionante serie di incidenti mortali

POPOLARITÀ [MODIFICA]

Benché non fosse riuscita a raggiungere risultati strabilianti, la Metro venne prodotta, nei primi 10 anni, in circa 1.300.000 esemplari. La cifra, che può sembrare elevata, in realtà non lo è affatto perché, se si tiene conto dell'arco temporale (19 anni), si vede immediatamente che mediamente è stata prodotta in un basso numero di esemplari; nonostante ciò rimase uno dei modelli Rover più amati[senza fonte].

Molti personaggi famosi ebbero questa macchina: ad esempio, Lady D ha posseduto una Austin Metro.[14]

Influenza nel mondo automobilistico [modifica]
Una Ligier Ambra

Molte automobili sono state influenzate da questo modello: ad esempio i fanali posteriori sono stati utilizzati nella Ligier Ambra.

Michele Pappacoda                                                  mjcheva@live.it

 




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IL DIARIO DI MICHELE PAPPACODA 20/02/2010 STORIA UNIONE TERRE D´ARGINE MODENA INTERVISTA DI MICHELE PAPPACODA VIDEO E FOTO

15 Maggio 2013, 10:27am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

UNIONE TERRE D'ARGINE MODENA

Quando è nata l'Unione Terre D'Argine? E quali Comuni della Bassa Modenese ne fanno parte?

L'iter politico ed istituzionale che ha portato alla costituzione dell'Unione Terre D'Argine è statolungo articolato e partecipato. Vediamone le tappe principali:

2001- Nasce l'Associazione Intercomunale tra i Comuni: di Carpi,Soliera,Novi e Campogalliano.

2004- Nei programmi elettorali dei candidati in lizza per l'elezione a Sindaco nei rispettivi Comuni viene inserito l'obbiettivo di costituire l'Unione. Novi che non era interessato dalleelezioni amministrative si impegna a presentare la proposta ai cittadini, ai sindacati e alle associazioni di categoria:

23-12-2004- Riunione congiunta delle quattro giunte comunali,nella quale si decide di intraprendere il percorso che porta all'unione.

Marzo 2005- Vengono costituiti gruppi di lavoro per materia con gli assessori delegati dei singoli Comuni, per approfondire ogni tematica relativa ai diversi servizi. Da questo lavoro collegiale esce il primo documento che traccia il percorso verso l'Unione, documento che redatto nell'estate 2005 verrà discusso in diverse sedi,tra cui i gruppi di maggioranza nel settembre dello stesso anno.

18-01—2006- Ha inizio l'iter istituzionale , con l'approvazione del documento nel Consiglio dell'Associazione Intercomunale, e poi nei singoli Consigli Comunali che danno il via libera all'unione. Successivamente i tre segretari comunali redigono lo Statuto dell'unione, che dopo una serie di confronti su tutto il territorio viene approvato dai 4 Comuni a fine aprile 2006.

29-05-2006- Dopo l'avvenuta pubblicazione dello Statuto per la durata prevista dalla legge di 30 giorni viene firmato dai 4 Sindaci l'Atto Costitutivo dell'Unione che nasce ufficialmente. L'Atto viene firmato presso il Municipio di Carpi e nasce così l'Unione Terre D'Argine che comprende i comuni di Carpi, Soliera, Novi di Modena e Campogalliano.

L'Unione Terre D'Argine si configura come l'agglomerato di Comuni più vasto di tutta l'Emilia Romagna con numeri veramente significativi: SUPERFICIE(Km quadrati) 272,67, ABITANTI 97753, NUCLEI FAMILIARI 39356 , STRADE COMUNALI 538,IMPRESE ATTIVE 10929 PUBBLICI ESERCIZI 575 ,ASSOCIAZIONI 286 ,DENSITA ABITATIVA X Kmquadrato 359.


Michele Pappacoda                                                                                                                       mjcheva@live.it




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IL DIARIO DI MICHELE PAPPACODA 05/06/2010 STORIA DI PELLEZZANO DI SALERNO SOTTO IL VIDEO DELLA FESTA MADONNA DELLE GRAZIE CAPRIGLIA DI PELLEZZANO

15 Maggio 2013, 10:27am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

Pellezzano deriva da “fundus Pellitianus” di proprietà del patrizio romano Pellitius o Pelitius con l’aggiunta del suffisso “anus” che indica appartenenza. Il territorio ha vissuto tutta la storia del meridione, dalla civiltà degli etruschi a quella greco-lucana (dall’inizio deil VI secolo a.C. alla metà del III secolo a.C. come dimostra il complesso archeologico di Fratte), dall'avvento dei Picentini alla dominazione romana, come testimoniano la villa romana di Sava e i vari rinvenimenti in tutta la Valle dell’Irno, dalle invasioni barbariche alle incursioni saracene, dalla dominazione longobarda a quella borbonica. Col passare dei secoli, in questo territorio, situato nella media Valle dell'Irno, si erano formati Casali, ben distinti fra loro, di essi cinque incorporati nella Università di Salerno (Università si diceva allora, invece di Comune). L'origine di questi Casali "è da collegarsi alle guerre gotico-bizantine, alle incursioni barbariche e alle lotte longobarde e normanne, allorquando, per ragioni di sicurezza, gli abitanti della costa trovarono rifugio nell'entroterra ricco di boschi ed anfratti. Ebbero costante collegamento con la città e con essa tennero comunità di interessi, scaturiti dall'arte della lana che fiorì a livello manifatturiero".(D. Cosimato) All'Università di Salerno questi Casali pagavano salate tasse, senza avere concreti vantaggi. Dal bilancio dell'anno 1742, risulta che l'Università aveva stanziato per i Casali la irrisoria somma di 15 ducati e 3 carlini, per cui essi erano costretti a provvedere a proprie spese alle opere di pubblica utilità. I Casali ad occidente della Valle erano: S.Nicola, Coperchia, Pellezzano, Capriglia, Cologna, Nofilo e Casal Barone, questi ultimi ai confini settentrionali della giurisdizione demaniale di Salerno, divisa da quella feudale di Sanseverino dal Vallone di Capriglia, che scendeva all'Irno, immediatamente a sud di Acquamela. Non erano solo delle frazioni dell'ordinamento napoleonico e postunitario, essi invece erano dotati di autonomia amministrativa, se pur limitata e sottoposta alla tutela fiscale della regia Corte, autonomia che manca assolutamente alle frazioni comunali, era una prerogativa sancita dal diritto feudale. Il regimentum dei Casali demaniali aveva pertanto facoltà di gestire in proprio la gabella del forno, l'unica consentita, ma significativa per la gestione in proprio in un'epoca in cui appalti e subappalti erano d'uso comune con frange di camorra organizzata ante litteram. Più volte si dovette, per necessità, ricorrere all'appalto di questa gabella, che era stata lasciata alle amministrazioni a garanzia di servizio pubblico di primaria importanza. Vi dovettero ricorrere i Casali di Capriglia e Pellezzano nel 1698, essendo diventati i cittadini "tutti poveri" tanto da non poter versare l'imposta che erano tenuti a pagare alla città di Salerno, come contropartita dell'autonomia amministrativa. La causa dell'impoverimento fu il terremoto del 1693 e delle tasse che colpivano senza scrupoli la povera gente. Un privilegio di questi Casali era quello di mandare propri "consoli" alla consorteria dei lanieri di Salerno per difendere gli interessi della categoria. Questo per dire delle ragioni giuridiche che favorirono l'arte della lana in questi Casali e diedero loro i connotati economici e sociali, ma vi furono anche ragioni naturali e obiettive. In primo luogo la natura montuosa dei luoghi, che costrinse gli abitanti a trovare l'alternativa alla coltura dei campi, poco redditizia. Verso il 1816 iniziò la lotta per la separazione dall'Università. Nel 1819 fu inoltrata una istanza al Ministro degli Affari Interni del Regno delle Due Sicilie nella quale, evidenziando "la distanza di circa cinque miglia dalla città, la difficoltà di eseguire esattamente lo stato civile, la mancanza di un maestro e di una maestra per la pubblica educazione", e assicurando di possedere "dei mezzi finanziari da menare innanzi l'amministrazione medesima", chiedevano la separazione dall'Università. L'istanza fu accolta. Il Consiglio d'Intendenza della Provincia, con deliberazione in data 3 febbraio 1819, la riconobbe giusta e si pronunciò per il distacco dei Casali dall'Università di Salerno. Nel mese di dicembre del 1819, nacque, così, il Comune di Pellezzano. Il primo giorno dell'anno 1820 ci fu una seduta e il giorno dopo una seconda presieduta quest'ultima dal primo Sindaco eletto nel Comune: Gaetano Pagliara. Il comune di Pellezzano occupa la parte centrale della Valle dell'Irno, dista circa 8 Km dalla città di Salerno. Il territorio è costituito da rocce calcaree; i terreni, specialmente nella parte bassa, sono di natura alluvionale con una componente anche piroclastica. Il clima è piuttosto umido, spesso afoso nei periodi estivi. L'attuale territorio del Comune di Pellezzano ha vissuto tutta la storia del meridione, dalla civiltà degli etruschi a quella greco-lucana (fino al sec.IX-III a.C. come dimostra il complesso archeologico di Fratte), dall'avvento dei Picentini alla domininazione romana, come testimoniano la villa romana di Sava e i vari rinvenimenti in tutta la Valle, dalle invasioni barbariche alle incursioni saracene, dalla dominazione longobarda a quella borbonica. Col passare dei secoli, in questo territorio, situato nella media Valle dell'irno, si erano formati Casali, ben distinti fra loro, di essi cinque incorporati nella Università di Salerno (Università si diceva allora, invece di Comune). L'origine di questi Casali "è da collegarsi alle guerre gotico-binzantine, alle incursioni barbariche e alle lotte longobarde e normanne, allorquando, per ragioni di sicurezza, gli abitanti della costa trovarono rifugio nell'entroterra ricco di boschi ed anfranti. Ebbero costante collegamento con la città e con essa tennero comunità di interessi, scaturiti dall'arte della lana che fiorì a livello manifatturiero". All'Università di Salerno questi Casali pagavano salate tasse, senza avere concreti vantaggi. Da uno dei vari bilanci dell'anno 1742, risulta che l'Università aveva stanziato per i Casali la irrisoria somma di 15 ducati e 3 carlini, per cui essi erano costretti a provvedere a proprie spese alle opere di pubblica utilità. I Casali ad occidente della Valle erano: S.Nicola, Coperchia, Pellezzano, Capriglia, Cologna, Nofilo e Casal Barone, questi ultimi ai confini settentrionali della giurisdizione demaniale di Salerno, divisa da quella feudale di Sanseverino dal Vallone di Capriglia, che scendeva all'Irno, immediatamente a sud di Acquamela. Non erano solo delle frazioni dell'ordinamento napoleonico e postunitario, essi invece erano dotati di autonomia amministrativa, se pur limitata e sottoposta alla tutela fiscale della regia Corte, autonomia che manca assolutamente alle frazioni comunali, era una prerogativa sancita dal diritto feudale. Il regimentum dei Casali demaniali aveva pertanto facoltà di gestire in proprio la gabella del forno, l'unica consentita, ma tuttora significativa per la gestione in proprio in un'epoca in cui appalti e subappalti erano d'uso comune con frange di camorra organizzata ante litteram. Ma purtroppo varie volte si dovette per necessità ricorrere all'appalto di questa delicata gabella, che era stata lasciata alle amministrazioni a garanzia di servizio pubblico di primaria importanza. Vi dovettero ricorrere i Casali di Capriglia e Pellezzano nel 1698, essendo diventati i cittadini "tutti poveri" tanto da no poter versare l'imposta che erano tenuti a pagare alla città di Salerno, come contropartita dell'autonomia amministrativa. La causa dell'impoverimento fu il terremoto del 1693 e delle tasse che colpivano senza scrupoli la povera gente causa un sistema ingiusto e sfruttatore. Un privilegio di questi Casali era quello di mandare propri "consoli" alla consorteria dei lanieri di Salerno per difendere gli interessi della categoria. Questo per dire delle ragioni giuridiche che favorirono l'arte della lana in questi Casali e diedero loro i connotati economici e sociali. Ma vi furono anche ragioni naturali e obiettive. In primo luogo la natura montuosa dei luoghi, che costrinse gli abitanti a trovare l'alternativa alla coltura dei campi, poco redditizia. Verso il 1816 inizia la lotta per la separazione dall'Università. Nel 1819 viene inoltrata una istanza al Ministro degli Affari Interni del Regno delle Due Sicilie nella quale, evidenziando "la distanza di circa cinque miglia dalla città, la difficoltà di eseguire esattamente lo stato civile, la mancanza di un maestro e di una maestra per la pubblica educazione", e assicurando di possedere "dei mezzi finanziari da menare innanzi l'amministrazione medesima", chiedevano la separazione dall'Università. L'istanza viene accolta. Il Consiglio d'Intendenza della Provincia, con deliberazione in data 3 febbraio 1819, la riconosce giusta e si pronuncia per il distacco dei Casali dall'Università di Salerno. Nel mese di dicembre del 1819, nasce così il Comune di Pellezzano. Il primo dell'anno 1820 c'è una prima seduta e il giorno dopo una seconda presieduta quest'ultima dal primo Sindaco eletto nel Comune: Gaetano Pagliara. La sua economia ha visto prevalere in passato una realtà agricola, con forte attività anche della pastorizia. In seguito il territorio ha visto nascere e svilupparsi l'arte qualificata della lavorazione della lana e della concia delle pelli. Oggi l'agricoltura si è notevolmente ridotta anche se esiste una ottima produzione di olio di oliva e vino, l'arte della lana è del tutto scomparsa. Come ricordo del passato è rimasto solo l'edificio di una conceria disastrata. C'è una grossa presenza di imprese di costruzioni e una buona presenza artigianale e industriale, nei settori del legno, del ferro, del marmo e le numerose attività commerciali.

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IL DIARIO DI MICHELE PAPPACODA 20/02/2010 RICERCA: IL FORMAGGIO DI FOSSA L´AQUILA STORIA DI MICHELE PAPPACODA

15 Maggio 2013, 10:25am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

Storia formaggio di Fossa L'Aquila
Storia formaggio di Fossa L'Aquila

Il formaggio di fossa è un tipico formaggio originario di Sogliano al Rubicone (FC) ma anche prodotto storicamente a Talamello (PU) e Sant'Agata Feltria (PU). Oggi, per estensione, viene prodotto in diversi comuni del Montefeltro.

A differenza delle altre località, Talamello è l'unica che, come vuole la tradizione, infossa il formaggio una sola volta all'anno e questo per ottenere il massimo della qualità. La produzione di Sogliano appare invece quella più antica . Tale formaggio è conosciuto in tutta la penisola ma anche all'estero; è usato principalmente nei ristoranti di un certo tono, sebbene le sue origini siano piuttosto umili.

Esso può essere di pura pecora o misto, ovverosia di latte vaccino e di pecora e viene stagionatoper tre mesi in tipiche fosse di forma ovale (un tempo usate per il grano) scavate nella roccia.

La Sagra del Formaggio di Fossa di Sogliano al Rubicone si tiene ogni anno nelle ultime due domeniche di novembre e la prima di dicembre. Durante la sagra viene appositamente allestito il mercato del formaggio di fossa, per l'evento è possibile visitare direttamente le aziende che stagionano il formaggio nelle loro "fosse". Nelle domeniche della sagra le "fosse" vengono tenute aperto al pubblico

La leggenda vuole che la stagionatura del formaggio di fossa avrebbe un 'origine puramente

accidentale. Sembra infatti che il figlio del re di Napoli, Vincenzo d'Aragona sconfitto dai francesi

nel 1486 si rifuggiasse presso Girolamo Riario, signore di Forlì. Ma le risorse del forlivese non consentirono a lungo il mantenimento delle truppe dell'aragonese, così i soldati si diedero a fare razzie nelle campagne. I contadini allora pensarono di nascondere le loro risorse in fosse di tufo

presenti nella zona. Partiti gli scomodi ospiti i contadini tornarono ad aprire le fosse e scoprirono che il formaggio era diventato un favola! Fuori leggenda esisstono due inventari della fine del 1400

dove si afferma che le fosse venivano affittate a produttori di formaggio e venivano anche utilizzate per conservare il grano e proteggerlo dalle razzie.

Michele Pappacoda                                                    mjcheva@live.it




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IL DIARIO DI MICHELE PAPPACODA 17/02/2010 STORIA DEL CRANEVALE RICERCA DI MICHELE PAPPACODA VIDEO CARNEVALE DI MAIORI 2009

15 Maggio 2013, 10:24am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

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