Il Giornale Vettica di Amalfi Online Velasca Vimercate News nel Mondo nato nel mese di gennaio 2010 dalla volontà del titolare Michele Pappacoda di dare spazio a tanti diversamente abili, grazie all'inserimento di news, di sentirsi realizzati in qualcosa di personale uscendo dai mille problemi che la disabilità ci impone quotidianamente.
I tre movimenti di cui constala Primaveradescrivono tre momenti della stagione: il canto degli uccelli (allegro), il riposo del pastore con il suo cane (largo) e la danza finale (allegro). Il violino solista rappresenta un pastore addormentato, le viole, il latrato del suo fedele cane, mentre i restanti violini le foglie fruscianti.
L'estate
Per i suoi toni accesi e violenti, questo concerto riflette con maggiore efficacia rispetto agli altri la carica esplosiva della stagione. La tempesta viene descritta passo passo nella sua manifestazione al pastore: dapprima si avvicina da lontano nella calura estiva (allegro non molto - allegro), quindi il pastore che si spaventa per l'improvviso temporale (adagio) e infine la virulenza sprigionata dalla tempesta in azione (presto).
L'autunno
Vivaldi descrive la figura del dio romanoBacco: un'iniziale panoramica della vendemmia (allegro) è seguita dall'ebbrezza provocata dal vino, movimento dal titoloI dormienti ubriachi, in un clima trasognato e sereno (adagio molto). L'ultimo movimento coincide con i martellanti ritmi della caccia (allegro).
L'inverno
L'inverno viene descritto in tre momenti: l'azione spietata del vento gelido (allegro non molto), il secondo movimento, tra i più celebri dellequattro stagioni, della pioggia che cade lenta sul terreno ghiacciato (largo) e la serena accettazione del rigido clima invernale (allegro).
INSERITO DA MICHELE PAPPACODA Finalmente è arrivata la Primavera e con essa il sole e le temperature più miti, che ci permettono di utilizzare il giardino come luogo privilegiato di osservazione e di studio sulla natura e sui cambiamenti climatici. Il racconto breve che vi proponiamo e che ha dato avvio ad una serie di attività didattiche multidisciplinari, nasce proprio come completamento dell'attività di osservazione condotta sulle lumachine e sulle farfalle che abbiamo avuto la fortuna di trovare nel nostro giardino. Alla lettura della storia nel cerchio magico si sono succedute attività di laboratorio espressivo, musicale e scientifico, oltre a quelle di tipo linguistico. << In un bel giorno di primavera, un'allegra farfallina svolazzava senza posa, da un fiore all'altro e, con le sue ali leggere, accarezzava piano piano i petali dei fiori. Una lumachina si era fermata per ammirarla e le disse: - Deve essere bello volare liberamente così, senza portarsi alcun peso.- E la farfalla : - Sì mi diverto moltissimo. Volare è meraviglioso, andare leggera da una parte all'altra è una sensazione meravigliosa. La lumachina: - Vorrei poterlo fare anch'io. Ma non ho le ali e poi ho il peso della casa sempre addosso. La farfalla scuotendo le ali: - Non ti lamentare, non puoi volare come me, però tu hai sempre un rifugio comodo e sicuro per qualsiasi evenienza, io invece devo chiedere aiuto agli altri e non sempre va bene. Ognuno deve accontentarsi delle cose che possiede, senza desiderare troppo ed inutilmente quelle altrui. Perciò mia cara, a ciascuno il suo!>> (M.A. Fagiano " Giravolta di stagioni",) Dopo la lettura del racconto facciamo seguire una conversazione guidata sulla farfalla e la sua appartenenza agli animali che volano e sulla lumachina. Soffermiamoci poi sull'insegnamento proposto dalla farfalla. Per completare l'attività didattica dal punto di vista linguistico possiamo avvalerci delle seguenti schede didattiche
INSERITO DA MICHELE PAPPACODAALFONSO GATTO E LA COSTIERA AMALFITANA Poco dopo la dolorosa scomparsa di Alfonso Gatto, avvenuta l’8 marzo 1976 a causa di un incidente stradale dalle parti di Orbetello, il professore Francesco D’Episcopo, allora giovanissimo, e Pietro Borraro, direttore della Biblioteca provinciale di Salerno, organizzarono un importante convegno di studi, che si svolse a Salerno, a Maiori e ad Amalfi. Vi parteciparono poeti, cattedratici, critici letterari di grande spessore. Gli atti sono consacrati in un ponderoso volume, edito a Galatina nel 1980, dal titolo Stratigrafia di un poeta. Io ero, a quel tempo, consigliere di amministrazione dell’Azienda di soggiorno e turismo di Amalfi. In occasione della sessione dei lavori, in programma nel salone Morelli del palazzo municipale, il presidente, Plinio Amendola, mi affidò il compito di intervenire in sua vece, tratteggiando i legami di Gatto con la Costiera. Dopo quarant’anni mi tocca di riprendere l’argomento. Lo faccio volentieri, aggiungendo qualche elemento in più sul mio personale rapporto col poeta. Parto da un dato che viene da lontano. Avevo undici anni. Frequentavo la seconda media ad Amalfi. In un’antologia – non ne ricordo il titolo – trovai una poesia di Alfonso Gatto: Ai monti di Trento. Mi colpirono i versi dedicati alla madre: "Penso a mia madre sola con la luna / nella notte d'ottobre, ancora estiva / la brezza muove i suoi capelli, imbruna / sulle case d'intorno. / Così la chiara spera / dei monti a lungo ammalia / nei pascoli la sera. / Odora già l'Italia / di polvere e di rose. / Era la luna ancora effusa al giorno, / mia madre a lungo sul mio capo pose / le mani e disse: 'vedi, a noi d'intorno / il tempo s'è fermato...'. / Bei monti della sera / azzurro è il mio passato." Andai a leggere le poche note biografiche in calce alla pagina. E scoprii che era nato a Salerno il 17 luglio 1909. Aveva la stessa età di mio padre (cinque mesi in più). Cominciai a comprare i suoi libri. Li leggevo con avidità. Quando Gatto entrò nella redazione di Epoca, provai una grande gioia, perché quel rotocalco lo acquistavo regolarmente ogni settimana. Fu così che scoprii, un giorno, tra le risposte ai lettori, una sua bellissima descrizione di Erchie, che a quel tempo era un luogo assolutamente ignorato. Persino da chi lo attraversava per venire a Maiori o ad Amalfi. Gatto raccontava che, da ragazzo, ci si recava in barca da Salerno. (Faccio una parentesi: una volta m’è capitato di vedere, a casa di mio suocero, una foto di gruppo scattata proprio sulla spiaggia di Erchie. Con il poeta e altri amici c’era anche mio suocero). “In quell’insenatura – scrisse su Epoca –, il mondo taceva come per incanto, la spiaggia di ghiaia bianca, l’acqua del mare verdissima e chiara sugli arenili. Poche voci tra le pergole dei giardini d’agrumi”. Ricordava “una piccola osteria, una stanza, in fondo alla valletta verde dell’insenatura, sotto lo strapiombo della strada costiera. […] una piccola osteria, una stanza, in fondo alla valletta verde dell’insenatura, sotto lo strapiombo della strada costiera. C’era pronto un piatto di aguglie fritte, quei pesci lunghi col becco e la spina verdissima, tenuto al fresco con l’aceto e la mentuccia. Ritornavamo sulla spiaggia, infilavamo la bottiglia nella ghiaia dove batteva la maretta. Mangiavamo con le mani quel pesce odoroso e silvestre, bevevamo quel vino asprigno. Eravamo felici, parlando delle nostre speranze, dei nostri timidi amori. La notte rimaneva sempre chiara. Bevendo e bevendo, parlando e parlando, una notte capitò di addormentarci. Ci risvegliammo che l’aurora tingeva il cielo di rosso. L’oste, prima di andare a letto, ci aveva coperto col tappeto dell’unico tavolo della sua osteria”. A rileggere il brano, me lo immagino ancora lì, legato a un gozzo parcheggiato su viscide falanghe, come Ulisse all’albero della nave, con le sirene intorno che lo invitano, con un canto irresistibile e maliardo, a non partire. Alfonso Gatto lo avevo incrociato qualche volta, con timidezza mista a curiosità, ma anche con la venerazione con cui si guarda a un personaggio di grande rilievo, in occasione delle sue venute a Minori con il giornalista Aldo Falivena, lo scrittore e critico d’arte Enrico Castaldi, l’urologo Bruno Fontana, il gallerista Lelio Schiavone e qualche altro amico, a raggiungere il pittore Mario Carotenuto che si era insediato in una casetta alla fine del lungomare, quasi al limite della scogliera, oppure Giannino Di Lieto, anch’egli poeta, che gli organizzava incontri stimolanti con i ragazzini della scuola. O, magari, Carminuccio Ruocco, l’antiquario che aveva bottega proprio sotto il balconcino di Carotenuto. Tutto qui. Non m’era mai capitato di scambiare una parola con lui. Avvenne più tardi: il 9 ottobre del 1966, ad Amalfi, nell’Arsenale, quando si tenne un recital delle sue liriche. Lo so di preciso, perché me lo segnai su un’agendina che ancora conservo. Ci scambiammo qualche banale frase di circostanza. Nell’estate del 1967, all’inizio di agosto, mi ci trovai di fronte una sera, nella sala interna del Gran Caffè ad Amalfi. Era in compagnia del solito gruppo di amici ai quali s’era aggiunto l’avvocato amalfitano Alfonso Iovane, suo vecchio compagno di banco al liceo. L’avvocato, appena mi vide entrare (ero spinto lì dalla curiosità del cronista), m’invitò ad avvicinarmi. Poi, rivolto a Gatto, disse: “Alfonso, ti presento Sigismondo Nastri, corrispondente del Tempo. Scrive anche poesie. Perché non gliele guardi e gli dai qualche consiglio?”. Mi feci rosso dalla vergogna. Il sudore cominciò a colarmi addosso a rivoli dal volto. E non per il caldo. L’avvocato Iovane mi stimava, anzi mi voleva bene, al punto che si era dimesso da corrispondente del quotidiano romano per farmi subentrare al suo posto. Non smetterò mai di essergli riconoscente. Alfonso Gatto rispose senza rifletterci un istante: “Io ho preso casa a Conca dei Marini, vicino alla chiesa di san Pancrazio. Ti aspetto domani pomeriggio”. Il giorno dopo, 7 agosto, era un lunedì, se non erro, arrivai tra le sedici e trenta e le diciassette. Stava già ad aspettarmi. Rimasi con lui fino all’imbrunire. Avevo portato la cartella contenente le mie poesie, o presunte tali, battute con buona cura a macchina. Gli dissi che mi sarebbe piaciuto pubblicarle. Volevo lasciar traccia di una cotta che m’ero preso dieci o dodici anni prima, neppure corrisposto, per una ragazza. La cosa lo incuriosì. Le lesse con attenzione, una per una, commentandole: questa sì, questa no. E dividendole in due blocchi. Il volumetto Acquamorta, edito da Rebellato tre anni dopo, prese corpo quel pomeriggio. Nacque da quella selezione. Eravamo seduti a un tavolo, sul quale Gatto aveva poggiato una bottiglia di whisky e due bicchierini. Io non avevo dimestichezza con i superalcolici. Mi toccò di berne almeno tre o quattro volte. Ogni tanto si alzava e, affacciato al balcone, mi faceva segno di seguirlo. Mi parlava del paesaggio della costiera, che adorava, della linea impercettibile dell’orizzonte che separava l’azzurro del cielo da quello del mare, mi manifestava il suo amore per gli ulivi, alberi “di antica povertà”, che vedevamo parati nel terreno scosceso, proprio davanti a noi. “Gli ulivi del mare, foglia / di grigio-verde-argento…” come poi li ho trovati descritti in una sua poesia. Incontrai ancora Gatto in occasione di una venuta ad Marilena Amalfi quando presiedeva la giuria di un premio letterario, promosso dall’Azienda turismo di Amalfi, presieduta dall'amico Giuseppe Liuccio, docente ancora amato dai suoi ex alunni, giornalista e poeta di fine sensibilità: premio che però non ebbe seguito. I legami con la Costiera sono testimoniati dalle sue frequentazioni e dalla sua poesia: le Rime di viaggio per la terra dipinta, soprattutto. Penso alla emozione – la sua e quella che trasmette a noi lettori – dell'attraversamento della statale 163: "La strada che da Vietri a Capodorso / a Minori, ad Amalfi sale e scende / verso il mare di Conca e di Furore / è strada di montagna: vi s’arrende / la luce che nel trarla dosso a dosso / ai suoi spicchi costrutti trova il fiore / del lastrico deserto, la ginestra. / E l’ombra passa a approfondire il verso / dei suoi displuvi, l’onda dei tornanti / alle case di vetta: una finestra / dai vetri d’alba s’apre per l’oriente / alla breva serale. / Calma fragranza, il sonno nel riverso / meriggio è già l’amore, / un frascheggio di pergole di scale / e di voci passanti, / il fumo di chi vive col suo niente / una giornata d’aria." Oppure: "Odorava di ragia, di fragaglia, / la costa di Cetara e d’Erchie sale / nella memoria, tesse i muri, impaglia / le pergole di agrumi: per le scale / dei monti svetta il bianco delle case." O alla suggestiva esplorazione del paesaggio di case e di terrazze a sghembo, che ad Atrani si confondono con le cupole della Maddalena. "Dall’entro della costa all’ampia svolta, / verde di casa rosa Atrani bianca, / città d’un tempo e d’ogni giorno è colta / dalla sorpresa d’essere: l’affranca / di luce il suo costrutto per dimore / che ascendono murate al vivo, illese / nel tenere per saldo e per nitore / terrazze a sghembo, cupole di chiese. / Nelle arcate profonde del viadotto / il mare verde inabissato annera. / In alto i vetri del tramonto, sotto / questo fresco parlare che è già sera." Antonio Vuolo, un giornalista che gli fu amico e lo frequentò, in occasione del Santarosa festival di Conca del 2009, nel corso del quale s’è celebrato il centenario della nascita di Alfonso Gatto, su Positanonews ha scritto: “di cene insieme ne consumammo tante a Minori con l’allegra brigata di Lelio Schiavone, Antonio Castaldi, Bruno Fontana e Mario Carotenuto o ad Atrani a tirare l’alba in miti conversari nella piazzetta/a)a de Birecto a far da quinta. Gatto amava molto Atrani, città d’un tempo e d’ogni giorno colta nella sorpresa d’essere con quel costrutto per dimore che ascendono murate al vivo, illese nel tessere per saldo e per nitore terrazze a sghembo, cupole di chiese, là dove nelle arcate del viadotto il mare verde inabissato annera con in alto i vetri del tramonto e sotto il fresco parlare ch’è già sera”. Gatto – ricorda Vuolo – “non disponeva di macchina ed odiava la guida. Così, spesso, mi chiedeva di fargli compagnia nelle scorribande da Vietri a Positano, con soste, sempre più frequenti negli anni, a Minori, a Ravello, ad Atrani, ad Amalfi, a Conca, a Furore, a Positano”. “Verso la fine degli anni sessanta – aggiunge – mi chiese di trovargli una casa nel verde degli agrumeti, nel silenzio assorto della campagna spalancata sull’infinito dell’orizzonte del mare dei miti e della storia. Girammo a lungo tra Ravello, Scala, Pogerola di Amalfi e Furore. La trovò a Conca. Gli piacque e fu il suo rifugio. E a Conca dedicò una bellissima lirica, in cui registrava la paura da mancamento su per l’erta delle scale dal mare alla collina." Conca era il suo luogo dell'anima: "Il mezzogiorno lastrica le mude / di calce spenta, mi sostiene il vago / terrore di mancare, così nude / le gambe irragionevoli che appago / del ricordo del sole, così mio / l’inganno di seguirle al tremolìo / dell’universo vuoto. / Nel precipizio del cadere immoto / la mia paura a strèpito del cuore. / Ad attrarmi così, nel lieve moto / di quegli aghi silenti, fu stupore / di vita la sembianza dell’addio / che a distinguere il volto mi trovavo. / Ero l’orma sparita nell’incavo / del segno, a rilevarmi dall’oblio / fu la musica torrida, la spera / d’un riverbero alato, la Chimera." Oltre Conca, era il fiordo di Furore a scatenare nel poeta “l’assorta meraviglia dell’essere”. Insieme al “paesetto di Riviera” dove "La sera amorosa / ha raccolto le logge / per farle salpare / le case tranquille / sognanti la rosa / vaghezza dei poggi / discendono al mare / in isole, in ville/ accanto alle chiese." Le parole di Gatto, i versi che ha dedicato alla Costiera – sottolinea Alessandra Ottieri – “ci restituiscono un’immagine possente della nostra terra, il cui ricordo non solo va preservato come una gemma rara, ma va coltivato, messo a frutto, divulgato presso le nuove generazioni per riscoprire l’amore verso un angolo della nostra penisola che ha bisogno, per riscattarsi, di ritrovare la memoria di sé”. E questo è compito nostro e dei nostri figli. Sigismondo Nastri
Pubblicato da Giornale Vettica di Amalfi Online www.mikivettica.overblog.it
di Michele Pappacoda L'amicizia è una parola importante, il vero amico si vede nel momento del bisogno, non solo quando c'è una festa, una cosa bella. Il vero amico e quella persona che si preoccupa se la persona che è vicina sta giù di morale e cerca qualsiasi modo per tirarlo su, gli dà consogli, cerca di star gli vicino, fa la battuta mentre parla per farlo sorridere, cerca di capire il motivo della sofferenza ecc. Oggi giorno l'amicizia viene vista come una cosa senza valore per esempio due ragazze sono amiche solo quando sono da sole, appena una di queste trova qualcuno che gli piace si allontanano e cominciano i litigi e l'amicizia non esiste più. Ma l'amicizia se c'è non può finire se no è soltando un amicizia di convenienza e per me non serve a nulla e solo una presa in giro. Un vero amico ripeto si vede nel momento del bisogno. Oggi giorno, con l'era dei socialnetwork abbiamo l'amicizia virtuale, anche se questo tipo di amicizia a volte può essere pericoloso perchè non si sa mai con chi si nasconde dietro un pc un delinguente, un drogato , un depravato ecc quindi dobbiamo porre molta attenzione in questi tipi di amicizie virtuali. A mio avviso l'amicizia vera è quella fra due persone che si rispettano e si vogliono bene reciprocamente senza nulla in cambio.
Pubblicato da Giornale Vettica di Amalfi Online www.mikivettica.net
DI MICHELE PAPPACODA OGGI 26 MARZO COMPLEANNO DI MIO PADRE CHE NON HO PIù CHE HO PERSO IL 29 SETTEMBRE 2009 SE ERA IN VITA AVREBBE COMPIUTO 84 ANNI . RICORDO MIO PADRE COME UNA PERSONA LABORIOSA DEDITA ALLA FAMIGLIA E IN PARTICOLARE VERSO DI ME CHE MI HA DATO TANTO UNA PERSONA CHE A VOLTE NON MANGIAVA LUI PER FARCI STARE BENE FACEVA TUTTO PER NOI. E PER GLI ALTRI AVEVA IL CORAGGIO DI TOGLIERSI LA GIACCA DI DOSSO PER AIUTARE IL PROSSIMO NON AVEVA VIZI NE ALTRO UNA PERSONA UMILE E SEMPRE DEDITA AL LAVORO NON STAVA UN MINUTO FERMO SE UNO DI NOI STAVA MALE CORREVA A PIEDI FINO AD AMALFI 3 KM PER CHIAMARE UN MEDICO SE AVEVAMO UN PROBLEMA NON CI DORMIVA LA NOTTE QUESTO E TANTO ALTRO ERA PAPPACODA GIACOMO!!!!!!!! GRAZIE PAPà SEI STATO UN GRANDE AUGURI OGGI E IL TUO COMPLEANNO ED IO TI RICORDO!!!!!!!!!!!!!!! COME UN PADRE ESEMPLARE.
INSERITO DA ANGELA CECERE Paure..... La notte la fissava .... Lei era nel suo letto,cercava di dormire ma,come al solito non vi riusciva . Aveva comunque gli occhi chiusi,per cercare di ingannarla ,ma la Notte sospettosa gli andò vicino entrando di soppiatto ,dal balcone ,che ella teneva sempre semiaperto...sia d' estate che d 'inverno . Non poteva quindi rimproveragli nulla per quella facile incursione. Sentì i suoi occhi bui, scrutarla dalla testa ai piedi e con un fare tenebroso,avvertì la sua ombra accarezzargli il viso ...e soffermarsi all'altezza degli occhi ,per controllare se fossero chiusi o aperti ,come fa una mamma quando vuole accertarsi che il suo bambino stia veramente dormendo. Il suo cuore sembrava quasi essersi fermato. Dalla paura ,non riusciva nemmeno più a sentire i battiti.... Poi all'improvviso accadde una cosa stranissima ..... La Notte ...si avvicinò alle sue orecchie e cominciò a sussurargli una ninna nanna ...con una melodia così dolce e rassicurante ,tanto da trascinarla in uno strano tepore nel quale le venne spontaneo abbandonarsi....e i suoi occhi si chiusero,in un sonno profondo...nel quale sogno` di essere abbracciata ad una persona a lei tanto...tanto cara....e al risveglio si rese conto che, per la prima volta di non aver avuto paura della Notte e ...mai ..mai ..più l'avrebbe avuta... SCRITTO DA MICHELE PAPPACODA
INSERITO DA ANGELA CECERE La Vita... La Vita le venne incontro ,con le braccia aperte e un gran sorriso di conforto. Forse perché ,l'aveva vista in difficoltà o forse erano stati quegli occhi così tristi e colmi di lacrime ,a destare la sua attenzione. Quando la Vita le fu vicino ,la strinse forte a sé e le sussurrò ...di non piangere e se,anche in quell'istante,gli fosse venuto il desiderio di porre fine alla sua esistenza ,imprecando e mal dicendo il giorno della sua nascita ...doveva pensare che la vita comunque va vissuta ...e trovare il coraggio di andare avanti per goderne il più possibile ...perché inesorabilmente un giorno verrà la sua fine e con essa ...tutte le nostre gioie e sentimementi ...e gli amori ...vissuti. Fu così che ella ,scostandosi un attimo dal suo tenero abbraccio le disse:<SI VOGLIO VIVERE....ma con la speranza ..che le mie emozioni ,i sentimenti ...e soprattutto il mio amore non possano, mai finire con la Vita e che possano continuare all'infinito, anche dopo..la morte.> Buon pomeriggio. SCRITTO DA MICHELE PAPPACODA
Pubblicato da Di Michele Pappacoda mjcheva@live.it
DI MORENA MOTTA. Dopo il gran numero di vergini martiri, del lontano tempo delle persecuzioni contro i cristiani, che oltre a rifiutare l’adorazione degli idoli, rifiutavano soprattutto le offerte ed i desideri sessuali dei loro carnefici, come ad esempio s. Lucia, s. Agata, s. Cecilia, s. Agnese, ecc. ci fu un lungo tempo in cui nella Chiesa non comparvero figure eclatanti di martiri per la purezza.
Ma nel nostro tempo la Chiesa ha posto sugli altari figure esemplari di giovani donne e adolescenti, che nella difesa della virtù della purezza, oggi tanto ignorata, persero la loro vita in modo violento, diventando così delle martiri.
È il caso della beata Pierina Morosini († 1957) di Fiobbio (Bergamo); della beata Carolina Kozka († 1914) della Polonia; della beata Antonia Mesina († 1935) di Orgosolo (Nuoro); della Serva di Dio Concetta Lombardo († 1948) di Staletti (Catanzaro), ecc., prima di loro ci fu la dodicenne Maria Goretti, oggetto di questa scheda, beatificata nel 1947 e proclamata santa nel 1950 da papa Pio XII durante quell’Anno Santo.
Forse ai nostri giorni parlare della difesa estrema della purezza, fa un po’ sorridere, visto il lassismo imperante, la sfrenatezza dei costumi, il sesso libero fra molti giovani; ma fino a qualche decennio fa la purezza era un bene e una virtù, a cui specialmente tutte le ragazze tenevano, come dono naturale da difendere e preservare per un amore più completo e benedetto dal sacramento del Matrimonio, oppure come dono da offrire a Dio in una vita consacrata.
Con il riconoscimento ufficiale della Chiesa di questa forma di martirio, quello che fino allora poteva considerarsi, secondo il linguaggio di oggi, come uno stupro finito tragicamente per la resistenza della vittima, assunse una luce nuova di martirio, visto la personale spiritualità della vittima, il concetto di difesa della purezza come dono di Dio, il ribellarsi coscientemente fino alla morte; piace qui ricordare s. Domenico Savio che nella sua pura adolescenza, diceva: “La morte ma non il peccato”.
In quest’ottica va inquadrata la vicenda terrena di Maria Goretti, nata a Corinaldo (Ancona) il 16 ottobre 1890 e battezzata lo stesso giorno, fu poi cresimata, secondo l’uso dei tempi in piccola età, il 4 ottobre 1896 quando il vescovo Giulio Boschi, giunse in visita pastorale nel paesino.
Nel 1897, i genitori Luigi Goretti e Assunta Carlini che avevano oltre la primogenita Maria, altri quattro figli, essendo braccianti agricoli e stentando nel vivere quotidiano con la numerosa famiglia, decisero di trovare lavoro altrove; mentre tanti compaesani tentavano l’avventura dell’emigrazione nelle Americhe, essi scelsero di spostarsi nell’Agro Pontino nel Lazio, che essendo infestato dalla malaria, pochissimi sceglievano di trasferirsi lì.
Giunsero dapprima nella tenuta del senatore Scelsi a Paliano, come mezzadri insieme ad un’altra famiglia già residente i Serenelli, pure di origine marchigiana, composta solo da padre e figlio, essendo la madre morta da tempo.
Poi i rapporti con il proprietario si guastarono, ed i Serenelli ed i Goretti dovettero lasciare Paliano e fortunatamente trovarono, sempre come mezzadri, un’altra sistemazione nella tenuta del conte Lorenzo Mazzoleni a Ferriere di Conca, nelle Paludi Pontine; zona che prima della bonifica, iniziata nel 1925 e completata soltanto nel 1939, fungeva da diga naturale fra la parte settentrionale e l’immenso acquitrino a sud; non era certamente un luogo salutare, perché d’estate era invaso dalle zanzare e dalla malaria; il chinino unico farmaco efficace, era soprattutto usato per scopo terapeutico, ma non serviva per lo scopo preventivo.
Mentre i genitori si adoperavano nel lavoro massacrante dei campi, Maria accudiva alle faccende domestiche, tenendo in ordine la casa colonica e badando ai fratellini più piccoli. Dopo alcuni anni, il 6 maggio 1900, il padre non ritornò a casa, stroncato dalla malaria ai margini della palude, Maria aveva allora 10 anni; prese a confortare la mamma rimasta sola con la famiglia e con un lavoro da svolgere superiore alle sue forze; nonostante che il raccolto fosse buono quell’anno, la famiglia rimase in debito con il conte Mazzoleni dei diritti di mezzadria, di ben 15 lire dell’epoca.
Il proprietario dopo aver invitato la madre a lasciare quel lavoro e la casa, perché era impossibile mantenere il rapporto lavorativo legato ad un mercato esigente e ad un raccolto abbondante e sicuro; ma dietro la disperata richiesta di mamma Assunta di restare, perché con cinque figli non aveva dove andare, il conte acconsentì purché nel rimanere si associasse ai Serenelli, che abitavano nella stessa cascina e coltivavano altri terreni.
La soluzione sembrò ideale, i Serenelli padre e figlio coltivavano i campi e Assunta accudiva i figli e le due case, oltre ai lavori sull’aia; mentre Maria si dedicava alla vendita delle uova e dei colombi nella lontana Nettuno, al trasporto dell’acqua che non era in casa come oggi, alla preparazione delle colazioni per i lavoratori nei campi, al rammendo del vestiario.
Non aveva più potuto andare a scuola, che già frequentava saltuariamente; era definita dalla gente dei dintorni “un angelo di figliola”; recitava il rosario, era molto religiosa come d’altronde tutta la famiglia.
Aveva insistito di fare la Prima Comunione a meno di undici anni, invece dei dodici come si usava allora; con grandi sacrifici riuscì a frequentare il catechismo, e così nel maggio del 1902 poté ricevere la Santa Comunione.
Fino ad allora la sua fu una vita di stenti, duro lavoro, sacrifici, poche Messe alle quali assisteva nella chiesa della vicina Conca, oggi Borgo Montello, ma che da giugno a settembre chiudeva, quando i conti Mazzoleni partivano per sfuggire alla malaria e alle zanzare che proliferavano con il caldo. Allora sacrificando ore al sonno, si recava a Messa a Campomorto distante parecchi km.
Intanto i rapporti fra il Serenelli padre e Assunta Goretti si incrinarono, in quanto egli essendo vedovo fece ben presto capirle che se voleva mangiare lei e la sua famiglia, doveva sottomettersi alle sue richieste non proprio oneste.
Siccome Assunta non era disposta a cedere, il Serenelli cominciò a controllare tutto, persino le uova nel pollaio e a passarle gli alimenti con il contagocce. Maria intanto giunta ai dodici anni, cominciava a svilupparsi nel fisico, diventando di bell’aspetto, ma il suo animo era semplice e puro e non aveva avuto tempo di sognare per il suo futuro, tutta presa ad aiutare nel lavoro, sostenere e incoraggiare la mamma, accudire i fratelli piccoli.
Il figlio del Serenelli, Alessandro, aveva intanto raggiunto i 18 anni, di fisico robusto era l’orgoglio del padre, non solo perché sapeva lavorare sodo nei campi, ma cosa rara in quei tempi fra i contadini, sapeva leggere e scrivere; quando si recava in paese, ritornava sempre con qualche rivista poco raccomandabile, che portata in casa, suscitava le proteste di Assunta, ma il padre lo giustificava dicendo che doveva esercitarsi nella lettura.
Alessandro ormai guardava Maria con occhi diversi da qualche anno prima e cominciava a cercare di avere degli approcci non buoni, insidiandola varie volte, sempre respinto dalla ragazza; un giorno fece apertamente delle proposte peccaminose e al rifiuto di Maria, temendo che ne parlasse in famiglia, la minacciò di morte se lo avesse fatto.
Maria per non aggravare i già tesi rapporti fra le due famiglie, stette zitta, rimanendo meravigliata dalla situazione che non capiva, perché aveva sempre considerato Alessandro come un fratello. Il 5 luglio 1902 i Serenelli ed i Goretti erano intenti alla sbaccellatura delle fave secche e Maria seduta sul pianerottolo che guardava l’aia, rammendava una camicia del giovane Alessandro.
Ad un certo punto questi lasciò il lavoro e con un pretesto si avviò alla casa; giunto sul pianerottolo invitò Maria ad entrare dentro, ma lei non si mosse, allora la prese per un braccio e con una certa forza la trascinò dentro la cucina che era la prima stanza dove s’entrava.
Il racconto è dello stesso Alessandro Serenelli, fatto al Tribunale Ecclesiastico; Maria Goretti capì le sue intenzioni e prese a dirgli: “No, no, Dio non vuole, se fai questo vai all’inferno”. Ancora una volta respinto, il giovane andò su tutte le furie e preso un punteruolo che aveva con sé, cominciò a colpirla; Maria lo rimproverava e si divincolava e lui ormai cieco nel suo furore, prese a colpirla con violenza sulla pancia e lei ancora diceva: “Che fai Alessandro? Tu così vai all’inferno…”, quando vide le chiazze di sangue sulle sue vesti, la lasciò, ma capì di averla ferita mortalmente.
Le grida della ragazza a malapena sentite dagli altri, fecero accorrere la madre, che la trovò in una pozza di sangue, fu trasportata nell’ospedale di Orsenico di Nettuno, dove a seguito della copiosa perdita di sangue e della sopravvenuta peritonite provocata dalle 14 ferite del punteruolo, i medici non riuscirono a salvarla.
Ancora viva e cosciente, perdonò al suo assassino, dicendo all’affranta madre che l’assisteva: “Per amore di Gesù gli perdono; voglio che venga con me in Paradiso”; fu iscritta sul letto di morte tra le Figlie di Maria, ricevé gli ultimi Sacramenti e spirò placidamente il giorno dopo, 6 luglio 1902.
Alessandro arrestato e condannato al carcere, già nel 1910 si era pentito e aveva sognato “Marietta”, come veniva chiamata, in Paradiso che raccoglieva fiori e glieli donava con il suo inconfondibile sorriso.
Quando uscì dal carcere nel 1928, andò da mamma Assunta a chiederle perdono e in segno di riconciliazione
si accostarono entrambi alla Comunione, nella notte di Natale di quell’anno.
Il 31 maggio 1935 nella Diocesi di Albano si apriva il primo processo per la sua beatificazione, che avvenne come già detto, il 27 aprile 1947 con Pio XII, lo stesso papa la canonizzò il 24 giugno 1950, di fronte ad una folla immensa, dopo essersi congratulato con la madre, che ammalata e seduta su una sedia a rotelle, assisté al rito da una finestra del Vaticano.
Il suo corpo di novella martire moderna, riposa nella cappella a lei dedicata, nel santuario della Madonna delle Grazie a Nettuno, custodito dai Padre Passionisti e meta di innumerevoli pellegrinaggi da tutto il mondo cattolico; la sua festa si celebra il 6 luglio.
RACCONTI DI MICHELE PAPPACODA
Sanguisuga emotiva.....seconda parte.
Passarono giorni,il telefono non squillava il puntino del cellulare non lampeggiava più,per avvisare di qualche messaggio,si sentiva il vuoto ,la mancanza ,aveva riscoperto come fosse bello guardare la TV ..
ascoltare la radio o fare un sonnellino il pomeriggio...o continuare a leggere un libro iniziato da troppo tempo...
Quanta delusione ,essere stata etichettata come "sanguisuga emotiva" ...con tanto di spiegazione poi..!!.
Mah...come al solito non aveva capito niente ....del suo carattere del suo modo di pensare ,ma sopratutto nel suo modo di voler bene...
Inutile i tentativi di dire che non era vero...
Inutile cercare di spiegare certi comportamenti ...ormai l'etichetta era stata attaccata...e sembrava fosse indelebile ....ma lei non si arrese...e tanto meno avrebbe lasciato dire sulla sua persona cose non reali...
I giorni trascorsero stranamente tranquilli e sereni ...fin quando ...lei spari dalla sua vita e la sua vita finì per sempre.
Pubblicato da Di Michele Pappacoda mjcheva@live.it
DI MICHELE PAPPACODA Purtroppo la mia condizione di disabile dipende completamente, purtroppo, dal menefreghismo e dalla maleducazione di questo paese. A volte mi chiedo come posso pretendere che il Governo mi porti rispetto e soprattutto mi veda, se non riesco neanche a coinvolgere i miei concittadini? Mentre lo Stato mette in atto continuamente una discriminazione mirata ai disabili, la maggior parte delle persone se ne frega della propria specie, quella umana, che dovrebbe essere intelligente, altruista, generosa, ma non lo è neanche lontanamente.
E’ tutto troppo frustrante e a volte mi fa perdere la voglia di investire le mie poche forze in una battaglia già persa a tavolino. Non raccontiamoci favole! Io non lo faccio, perchè sono realista. E allora vi starete chiedendo perchè insisto. Prima di tutto appoggio l’insistenza perchè ho la testa molto dura e da sempre quando mi metto in mente di fare qualcosa la devo eseguire bene o neanche la inizio. I risultati sono praticamente pari a zero, ma non ce la faccio ad abbandonare le generazioni future. Ebbene sì, lo faccio per i posteri; non potrei sopportare di essere anche in piccola parte la resposabile di diritti mancati, perchè non ho combattuto. Rispetto ai nostri politici io desidero stare in pace con la mia coscienza, dormire tranquilla e soprattutto quando non ci sarò più sapere, per certo, di avere dato il massimo in base a ciò che la mia malattia mi consentiva.