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il diario di michele pappacoda

IL DIARIO DI MICHELE PAPPACODA 30\ 06\ 2010 LA PREISTORIA E GLI UOMINI PRIMITIVI RICERCA DI MICHELE PAPPACODA

15 Maggio 2013, 11:18am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

La preistoria e gli uomini primitivi ricerca di Michele Pappacoda
La preistoria e gli uomini primitivi ricerca di Michele Pappacoda

 La storia dell’uomo è la storia del suo adattamento all’ambiente Terra e delle trasformazione che è riuscito a operare. Gli animali, viceversa, si limitano a raccogliere ciò che trovano in natura. Ma il primo carattere distintivo dell’evoluzione umana rispetto alle altre specie animali è la stazione eretta. 6 milioni di anni fa negli spostamento pre-ominidi hanno cessato di appoggiare qualche volta le nocche, iniziano la loro camminata a due gambe, in modo eretto, anche se ancora molto curvi sulla schiena. Perchè? Nella colonna vertebrale non è avvenuta invece una mutazione rapida come nel cervello e la colonna non sostiene efficacemente il corpo eretto. Infatti ancora oggi il 40% della popolazione accusa mal di schiena. Ingegneristicamente la nostra colonna vertebrale non è peseta. L’evoluzione della volontà intellettiva non ha corrisposto in parallelo all’evoluzione ossea.
Tra il 1997 e il 2001 sono stati scoperti un certo numero di frammenti datati tra i 5,2 e i 5,8 milioni di anni che sembrano fare parte di una nuova specie, l’Ardiphithecus ramidus kababba. Le notizie emerse su questa nuova (presunta!) specie sono troppo rare e confuse per fare delle valutazioni attendibili.
Il primo ominide di cui abbiamo notizie certe è l’Ardipithecus ramidus vissuto in Africa centrale circa 4 milioni e mezzo di anni fa. La scoperta di questo altro ominide venne fatta da Tim White ed i suoi allievi Berhane Asfaw e Gen Suwa, tra il 1992 e il 1993 ad Aramis in Etiopia. Oggi sappiamo con certezza che erano simili alle scimmie sia fisicamente che nel comportamento, i canini erano l’unico carattere particolare, le dimensioni minori permettevano un alimentazione diversa. Il pasto degli Australopithecus ramidus era costituito da frutti, germogli, fusti teneri e foglie fresche. La specie successiva è nota con il nome di Australopithecus anamensis, di cui sono state trovate numerose tracce in Kenia dalla èquipe di Meave Leakey. Tutti i fossili sono datati con sicurezza tra i 4,17 – 4,7 milioni di anni fa. I tratti di questa specie sono considerati a metà tra la scimmia e l’uomo, infatti i lineamenti del cranio sono estremamente primitivi e molto simili ai resti fossili delle altre scimmie, ma anche in questo caso i molari sono più grandi e lo smalto di cui sono costituiti è più resistente. Il resto del corpo presenta delle caratteristiche più avanzate, la tibia che è stata ritrovata quasi intera, (mancante soltanto del terzo centrale), lascia pensare per la sua forma che questi ominidi potessero essere. Gli Autralopithecus anamensis erano dotati di molari più grandi con lo smalto più consistente, che risultavano fortemente usurati da una masticazione prolungata, questo significa un ampliamento della dieta che comprendeva anche semi e frutta secca. Si suppone che si servissero di fosse per conservare bulbi, tuberi e radici infatti le particelle minerali avrebbero potuto contribuire ad usurare ulteriormente i denti.
Nel 1974 ad Hadar in Etiopia, nella regione di Afar, Donald Johanson e Tom Gray rinvennero il corpo di un Australopithecus, risalente a circa 3,2 milioni di anni fa. Questo esemplare è stato inserito in una specie definita afarensis, vissuta in Africa centrale tra i 4 e i 2,9 milioni di anni fa. L’esemplare ritrovato era femmina, di altezza approssimativa di 1,07 m, 25 anni di età ed il peso di 27 kg. I maschi della stessa specie erano probabilmente alti 1,35 metri e pesavano circa 45 kg, il loro peso era maggiore di una volta e mezzo rispetto a quello delle femmine. L’Australopithecus afarensis che è una specie intermedia, avrebbe potuto oscillare tra l’andatura semibipede e l’andatura eretta, ma si è in parte emancipato dalla vita sugli alberi, utilizzandoli forse unicamente come riparo notturno. Le opinioni dei paleoantropologi su questo argomento sono anche discordanti, per gli americani Jack Stern e Randall Susman, gli arti inferiori degli Australupithecus afarensis erano prensili anche se in grado di camminare in posizione eretta, come indicato dalle mani e i piedi lunghi, incurvati e molto muscolosi. Un altro ricercatore americano, Bruce Latimer pensa che Lucy, era un bipede perfettamente adattato, e anche se dipendeva ancora dagli alberi, riteneva che gli arti inferiori fossero del tutto organizzati per camminare in posizione eretta, ne era una prova l’orientamento della caviglia simile a quella umana e questo fa pensare che il piede era mono flessibile. I vantaggi apportati dal completamento della andatura eretta sono notevoli: una maggiore manualità degli arti superiori, la possibilità di guardare più lontano grazie agli occhi frontali che consentivano una visione tridimensionale. La testa dell’uomo è posta sopra la colonna vertebrale, ciò consente allo scheletro di sostenere una testa molto pesante, permettendo così anche l’evoluzione di un grande cervello. In posizioni semieretta raggiungeva un livello di circa 1.30 m. Aveva le mani libere e molto probabilmente se ne servivano per procurarsi e usare certi elementi naturali, come bastoni, foglie, cortecce. Ogni gruppo di afarensis domina un territorio la cui estensione è simile a quello dei moderni scimpanzè: 10 miglia quadrati, limitato da fiumi e montagne. Ma che cosa ha costretto una scimmia a camminare retta sulle gambe? La verità è che camminare sulle gambe è diventato un tratto distintivo della nostra specie per una ragione sorprendente: il sesso. Solo in un’epoca più recente (3-2.5 milioni di anni fa), pare che gli austrolopiteci abbiano iniziato a usare le pietre per spezzare o tagliare altri oggetti.
In un periodo compreso tra i 3 e i 2,5 milioni di anni fa la sua comparsa in Africa del Sud un altro tipo di Australopithecus denominato Africanus, fisicamente non molto dissimili dagli Australopithecus Afarensis. Le caratteristiche che distinguevano le due specie erano molto esigue, l’Australopithecus africanus aveva i molari più grandi e questo gli permetteva come vedremo in seguito di avere una dieta più amplia.
Il periodo paleolitico (2 milioni a 10.000 mila anni fa) fu l’epoca delle grandi glaciazioni che, alterandosi a periodi più caldi, imposero nuove forme di adattamento, stimolando nell’uomo la continua scoperta di nuove tecniche di sopravvivenza. Dalle prime pietre rozzamente scheggiate, si passa alla lavorazione raffinata di pietra, avorio e osso per costruire altri strumenti più precisi: arpioni, lance, asce, frecce, coltelli, trapani. L’economia, in questa fase, era un’economia di prelievo, fondata sulla caccia, la pesca e la raccolta. All’interno di un gruppo umano, avvenne una prima forma di divisione del lavoro in base al sesso: le donne si occupavano del raccolto, gli uomini della caccia e della pesca. Gli animali carnivori erano esclusi. I metodi di caccia erano fondati sia sulla forza fisica, sia sull’astuzia: venivano preparate delle trappole, scavando fosse in cui venivano fatte cadere le prede. Gli antropologi chiamano bande i gruppi di venti a cinquanta individui da cui erano composte le società umane. Il nomadismo era una caratterista fondamentale di questa comunità . Uno dei più grandi problemi relativi all’alimentazione è come evidente il deterioramento delle scorte accantonate per i tempi difficili. Per quanto concerne carni e pesci, già dal Mesolitico si utilizza ciò che la natura mette a disposizione; così tra i metodi spontanei di conservazione i popoli nordici adottano il freddo, mentre al sud il sole garantisce l’essiccamento. Intorno a 2.5 milioni di anni fa l’austrolopitecus afarensis diede origine, per cause ancora sconosciute, a specie diverse: da un lato discesero altri austrolopiteci, che poi si estinsero, dall’altro derivò invece l’homo habilis, il primo ominide che possa essere classificato sotto il genere homo, che è appunto quello a cui appartiene anche l’umanità attuale.
Le guance degli austrolopithecus boisei, dai potenti muscoli, la mascella enorme e i molari grandi il quadruplo dei nostri fanno sì che possano mangiare le piante più dure. L’ultimo esemplare in ordine temporale di cui siamo a conoscenza è l’Australopithecus garhi di cui abbiamo alcuni frammenti di cranio e della mascella superiore completa di denti, scoperti nel 1997 da Yohannes Haile – Selassie a Bouri in Etiopia, datati 2,5 milioni di anni fa.
Ma le sorprese non sono finite qui, nel 1999 ad ovest del Lago Turkana in Kenya, sono stati trovati i resti di un nuovo ominide. E’ battezzata con il nome di Kenyantropus platyops. I resti datati tra i 3,5 e i 3,2 milioni di anni.
L’homo habilis, vissuto circa 2 milioni di anni fa, non solo utilizzava gli strumenti che la natura gli offriva, ma ne costruiva di nuovi per difendersi, cacciare, rompere e tritare. Una volta acquisita la manualità nell’uso delle pietre rese taglienti è fin troppo evidente che gli ominidi cominciarono a fare nuove scoperte: si potevano rendere taglienti e aguzzi anche bastoni e rami, trasformandoli in qualcosa di micidiale, l’equivalente di lunghe zanne e lunghe corna. L’uomo stava diventando un nuovo tipo di predatore, con armi mai viste prima. Attraverso l’uso di questi utensili la loro dieta alimentare subirà grandi trasformazioni: la carne ha fornito agli habilis le proteine e i grassi necessari allo sviluppo del loro cervello. Nè leoni nè avvoltoi riescono ad appropriarsene, ma i nuovi strumenti degli habilis sembrano costruiti apposta. Egli possedeva un linguaggio articolato, sebbene semplice: sapeva cioè usare la voce per produrre suoni concatenati che comunicavano significati. Poteva quindi trasmettere ai propri simili le proprie conoscenze (la cultura). L’homo habilis era ancora molto peloso oppure no? La risposta è che ancora oggi noi abbiamo lo stesso numero di peli dello scimpanzè. Ma i nostri peli sono per lo più peli folletto, sono molto sottili e corti, anche se ricoprono tutte le zone del corpo.
Una storia gruciale avveniva attorno a un milione e seicento mila anni fa, e a quel punto eravamo di fronte a una forma di ominide, più evoluta, l’homo ergaster, che molti considerano il primo rappresentante del genere homo. Sono abili cacciatori, già in grado di competere con i grandi predatori della savana, anche se a volte sono costretti a cedere il loro bottino a un leone affamato. Questi gruppi si rivelano anche grandi viaggiatori, sono i primi a uscire dall’Africa e a espandersi in Asia e in Europa. Le vertebre hanno il buco dove passa il midollo spinale, molto più stretto del nostro e secondo alcuni significa ciò potesse modulare meno bene i muscoli della respirazione, in altre parole non poteva parlare come noi. Succede un fatto che rappresenta forse meglio di ogni altra cosa il cambiamento che deve essere avvenuto a un certo punto della nostra storia, la nascita dei sentimenti, delle emozioni e della sofferenze.
L’homo erectus, circa 1 milione di anni fa, si spostò nella fascia temperata dell’Europa e dell’Asia. Produsse strumenti ancora più precisi del suo predecessore. 900.000 anni fa circa i manufatti dopo scheggiatura erano levigati per prolungato sfregamento contro una superficie dura. Oltre ad essere levigati, gli utensili neolitici sono molto specializzati: lame utilizzabili anche come punte di lancia, punte di freccia, perforatori, raschiatoi per lavorare le pelli, asce forate per inanellare un bastone di legno, asce doppie o bipenne, mazze, accette, macine per macinare le granaglie, falci in legno con denti in selce per la mietitura di granaglie, ecc. Le ossa delle sue gambe fanno ritenere che fosse in grado di correre e di camminare, esattamente come l’uomo moderno. Successivamente costruirono le loro case. La famiglia dell’homo erectus era molto più unita e ci si aiutava. Tra maschio e femmina i costumi si sono molto evoluti rispetto a prima e la seduzione è diventata molto fine. Ciò che costruiscono è diventata cultura che viene trasmessa da padre a figlio. L’homo erectus iniziò ad alterare periodi di nomadismo, in cui cacciava, con periodi di sedentarietà , durante i quali viveva in zone che offrivano condizioni particolarmente vantaggiose. Ciò che portò l’homo erectus a vivere per periodi abbastanza lunghi nello stesso luogo fu soprattutto un’innovazione di straordinaria importanza: circa 600000 anni fa, o forse anche prima, egli imparò a controllare il fuoco. Proprio intorno al focolare, che permetteva di cuocere i cibi, di riscaldarsi, di tener lontano gli animali pericolosi, gli uomini incominciarono a stabilire sedi abitate per un certo periodo di tempo. I progressi nel controllo del territorio e nell’organizzazione degli insediamenti furono accompagnati da chiari miglioramenti nella tecnica di lavorazione della pietra, come asce, raschiatoi e coltelli. Grazie a queste innovazioni l’homo erectus era in grado di dare la caccia ai grossi animali e di utilizzarne in molti modi le spoglie, per esempio ricavandone la pelliccia per ripararsi dal freddo. Trascorse verosilmente molte serate insieme ai suoi simili intorno al fuoco. Se lo sviluppo di tecniche per la conservazione dei cibi appare un’evidente necessità , la cottura dei cibi non sembra spiegabile solo in termini di sopravvivenza. Noi oggi sappiamo bene che la cottura della carne la rende più digeribile e più nutritiva, in quanto ne scompone le fibre liberando proteine e carbodraiti. Gli ominidi di mezzo milione di anni fa, però, non possedevano queste informazioni. Essi probabilmente notarono che la carne cotta era più leggera e che molte verdure tossiche divenivano commestibili una volta cotte; appare tuttavia probabile che la scelta di cuocere i cibi fosse anche legata al gusto e non solo a esigenze iedetiche e igieniche. Tra i 300.000 e i 200.000 anni fa apparve l’homo sapiens arcaico, quando ancora erano presenti gruppi di homo erectus. Le arcate sopraccigliari erano meno evidenti ed il mento leggermente più sporgente. Egli viveva all’interno di gruppi formati da circa 20 membri e, dalle testimonianze ritrovate, è possibile affermare che questi uomini erano soliti a collaborare l’uno con l’altro. 166.000 anni fa circa l’homo sapiens scopre nelle erbe gli oppiacei: antidoti alla stanchezza, riceve sensazioni piacevoli, elimina il dolore, oblia, si illude. L’homo sapiens scopre un potente afrodisiaco: l’alcool. Ne usano e ne abusano, anestetizzano e allucinano, curano e uccidono. Il cervello ha imparato a produrre da solo certi oppiacei. In casi di astinenza non vuole rinunciare all’euforia, all’estasi. Ha imparato a fabbricarsele queste sostanze. 154.000 anni fa circa scopre l’abilità delle mani. Di ciottoli scheggiati ne troviamo fatti all’incirca un milione di anni fa, ma ora in quello stesso ciottolo, nel taglio, c’è la volontà , l’abilità nello scheggiarlo, l’esperienza acquisita che fa migliorare l’opra nelle varie operazioni. Nelle varie operazioni ha scoperto quelle più valide, le immagazzina e cerca di ripeterle. 152.000 anni fa circa non vive più da solo, ma altri come lui e come lui operano, hanno altre esperienze, che si trasmettono a vista con i primi gesti ibridi (combinazione di due gesti distinti). 151.000 anni fa circa da questi ultimi si passa subito ai messaggi composti, costituita da più elementi distinti, ognuno dei quali ha un gradi d’indipendenza (un pollice dipende come è messo, può indicare più cose: bere, andiamo, primo, chi segue ecc). 150.000 anni fa circa dai gesti accidentali, si passa a quelli espressivi, agli schematici, ai simbolici, ai codificati, a quelli tecnici, fino ad arrivare a quelli mimici-gestuali che sembrano un discorso intero. 149.000 anni fa circa nel gesticolare siamo ormai alla comprensione reciproca inequivocabile, si può avere qualcosa facendo un gesto preciso (se al Bar senza parlare mimate indice e pollice alle labbra, il barista capisce che volete bere un caffè e vi serve). 148.000 anni fa circa, nel cervello, si sviluppa la zona della prosopagnosia (riconoscimento della faccia), importantissimo per l’associazione del gruppo che va ora costituirsi con i vari elementi; si sviluppa infatti il sociale. Se un trauma cerebrale lede i gangli elettro-neurali ramificati di questa zona sappiamo che il soggetto non riconosce neppure sua madre. 144.000 anni fa circa a fianco di quest’area nasce quella della coprolalia: immagazzina le imprecazioni che impressiona, spaventano, fanno fuggire gli intrusi. 136.000 anni fa circa nascono ora le varianti gestuali, variazioni personali, o quelle di un gruppo su uno stesso tema (es.: ogni popolo adotta un gesto preciso per mandarci a quel paese, ma non è uguale a quello di un altro). 134.000 anni fa circa nascono i gesti di rito, dei saluti, di accoglienza, di commitato, con tutte le variazioni di gerarchia, di ruolo sociale. 133.000 siamo ora al contatto! I nostri progenitori ci hanno lasciato 457 forme di contatto fisico. Stringe la mano a chi crede amico, la mette sulla spalla, lo prende sottobraccio, lo abbraccia completamente, abbraccia la testa, lo accarezza, lo bacia, lo stringe a sè, lo cinge alla vota o lo prende sottobraccio. Negli ultimi 25.000 anni nel nostro ippocampo non siamo riusciti a dimenticarli, infatti nonostante la scoperta del linguaggio, solo al contatto fisico scopriamo alcune simpatie o avversioni. 125.000. anni fa nel rapporto dei due sessi il linguaggio-contatto diventa ancora più sofisticato, è in gioco l’intimità . In entrambi, la futura unione esige preliminari, per non fare solo una semplice unione, ma l’unione con alcune componenti di fedeltà . 100.000 apparve l’homo di Neanderthal, differiva di molto poco dall’uomo moderno, l’altezza media raggiungeva 1.70 m. Sembra anche aver preso parte a semplici cerimonie, fu il primo, circa 100.000 anni fa a seppellire i morti e a praticare riti funebri e che fossero in grado di parlare. Individui cechi e mutilati non venivano abbandonati. 100.000 si spinse nelle regioni a clima freddo dell’Europa. L’homo di Neandertal potè affrontare le basse temperature non solo perchè era di costituzione fisica molto resistente, ma anche perchè possedeva una cultura più avanzata dei suoi predecessori. Ad esempio, praticava la caccia in gruppi organizzati e usava trappole, fionde e lance appuntite.

Michele Pappacoda




Inserito da:
Michele Pappacoda

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IL DIARIO DI MICHELE PAPPACODA 23/10/2010 PITTORI DEL SEICENTO NAPOLETANO. NASCITA E TRIONFO DELLA NATURA MORTA

15 Maggio 2013, 11:17am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

Pittori del Seicento napoletano. Nascita e trionfo della natura morta
Pittori del Seicento napoletano. Nascita e trionfo della natura morta

Sulla scia di Luca Forte va studiato l’operato di tre personalità di artisti che si ricollegano alla sua severa lezione realistica, mutuando, anche se in tono minore, la serrata e lucida capacità di definizione volumetrica.

Si tratta di un ignoto Monogrammista S.B., di Francesco Antonio Cicalese e dell’ancora anonimo Maestro della Floridiana.
La prima figura, il Monogrammista S.B., ancora poco conosciuto dagli studiosi, è stata diligentemente delineata dal De Vito nel 1990, il quale, espungendo dal catalogo di Luca Forte alcune opere come Frutta, dolce e uccellini di collezione privata, ha identificato la sigla S.B. e la data 1655 in due tele conservate in collezione Lodi, nelle quali vi è la stessa serie di oggetti che si osserva in altri dipinti, tra cui un dolce ripetuto alla perfezione tanto da costituire la firma nascosta dell’autore.

Negli ultimi anni il famigerato dolce e taluni altri particolari patognomonici dell’artista, quali l’uccellino morto rovesciato all’indietro sul piano di appoggio oppure un tenero ramoscello posto ai margini della composizione, sono comparsi in numerose opere passate sui mercati antiquariali internazionali con le attribuzioni più disparate, segno evidente della scarsa conoscenza di quest’ancora misterioso monogrammista, che pensiamo al momento possa collocarsi cronologicamente tra il V ed il VII decennio, in area centro italiana e nutrito su testi meridionali da Luca Forte al Quinsa.
Francesco Antonio Cicalese è attivo a Napoli intorno alla metà del XVII secolo e di questo artista minore, ma citato dalle fonti, non possediamo alcun dato biografico.
Fu il Causa a pubblicare la sua prima opera, firmata e datata 1657, Natura morta di frutta e fiori in un paesaggio che comparve presso la galleria Sant’Anna di Zurigo nel 1954.

In seguito sono comparsi due ovali in collezione Calogero a Napoli, firmati per esteso e databili 1642, nei quali palpabile è la relazione con i quadri di Luca Forte, nel comune trattamento luministico di derivazione caravaggesca e nella sagomatura del piano di appoggio.
Negli ultimi anni della sua attività il pittore si dedicò anche ad altri generi, come è confermato da una tela raffigurante Sant’Antonio da Padova in gloria, firmata e datata 1685 e conservata a Napoli nella chiesa di San Severo alla Sanità.

Modesta è la personalità del Maestro della Floridiana, un nome di intesa intorno al quale il Causa raggruppò un certo numero di nature morte legate da consonanze formali e stilistiche; in particolare tre tele di Frutta esposte a Napoli nel museo Duca di Martina nella Floridiana da cui il nome del Maestro ed una nei depositi di Capodimonte. In seguito il Causa segnalò altre due opere presso il museo civico di Prato e precisò i termini cronologici della sua attività che protrudevano oltre la metà del secolo.

La sua attività, attraverso «una scrittura secca e tagliente sul tipo di quella praticata dai generisti napoletani più nordicizzati della fase precedente» mostra notevoli somiglianze con l’ultima produzione di Luca Forte e qualche assonanza può essere rilevata anche con quelle poche opere assegnate con certezza all’altrettanto misterioso Quinsa.
Di recente la critica ha spostato l'ignoto maestro fuori dell'ambito napoletano.

La prova più tangibile dei serrati rapporti di contiguità tra cultura figurativa spagnola ed il fresco caravaggismo propugnato da Luca Forte ci è fornito dalla personalità, ancora tutta da definire, di Giovanni Quinsa, noto per una sola opera, firmata e datata 1641, alla quale la critica ha affiancato per affinità stilistica alcune altre tele.
Lo spagnolo è probabilmente attivo a Napoli nel secondo quarto del secolo come si evince dallo studio delle sue opere, che fanno da tramite verso il viceregno per esperienze dei suoi conterranei Blas de Lidesma e Van der Hamen, oltre allo stesso Zurbaran.

Il Causa riteneva che il Quinsa potesse essere stato l’artefice dell’introduzione di una specialità che in Spagna ottenne molto successo: la realizzazione di interni di cucina, i famosi bodegones, che da noi troveranno un interprete esemplare in Giovan Battista Recco, al quale il Bologna ha assegnato definitivamente la nota Dispensa che per alcuni anni la critica ha reputato dello stesso iberico.
Una personalità quella del Quinsa ancora da esplorare a fondo, probabilmente cercando le sue tracce nelle antiche collezioni private spagnole.
A proposito del Forte e della Natura morta con tuberosa abbiamo citato il nome di Filippo Napoletano, proposto dal De Vito come autore della tela.

La figura dell’artista era stata tratteggiata dal Longhi nel 1657 e tra le sue opere lo studioso aveva citato un Rinfrescatoio, incluso negli inventarî medicei e del quale si era persa ogni traccia.
Si deve al Chiarini il recupero del dipinto dai depositi della galleria di palazzo Pitti e la ricostruzione dell’itinerario artistico del pittore che nell’ambito della natura morta lavora unicamente dal 1617 al 1621, quando è chiamato a Firenze dal granduca Cosimo II e dal cardinale Carlo de’ Medici.

Oltre al Rinfrescatoio, di chiara derivazione dagli esempi di natura morta caravaggesca, due altri dipinti di genere Due conchiglie, nei depositi di palazzo Pitti e Due cedri, nel museo botanico di Firenze, sono il segno tangibile degli interessi scientifico naturalistici del pittore, sulla scia di un’attenzione per gli studi dal vero catalizzata dall’operato del medico Johannes Faber di Bamberga.
Riguardo alla proposta del De Vito di assegnargli la Natura morta con tuberosa, il parere della critica tende oggi ad escluderla per la sostanziale estraneità nella resa luministica e nella raffigurazione del dato reale tra i due dipinti.

Giacomo Recco, (Napoli 1603 - prima del 1653) considerato dalla critica tra gli iniziatori della natura morta nella nostra città, ci è noto, più che per le sue opere, attraverso numerosi documenti d’archivio, che ci hanno permesso di puntualizzare i suoi dati biografici.
Citato da don Camillo Tutini tra i fondatori del genere a Napoli, viene poi ricordato in un manoscritto compilato tra il 1670 ed il ’75, reperito dal Ceci, come «pittore di fiori, frutti, pesci ed altro». Il De Dominici lo segnala come padre di Giuseppe. Il Prota Giurleo reperisce il contratto di matrimonio del 1627, da cui ricava la data di nascita ed il contratto di discepolato del 1632, con il quale viene messo a bottega presso Giacomo il quindicenne Paolo Porpora. Ed infine il Delfino ha pubblicato un documento del 1630, nel quale il Nostro entra in società con uno sconosciuto pittore, tale Antonio Cimino, con l’intento di esercitare la compravendita di dipinti e di eseguire «qualsivoglia quadri, et figure di qualsivoglia sorta ... ad oglio come a fresco».
Pur in assenza di tele certe e documentate, sulla base di queste poche notizie e di considerazioni di carattere stilistico, la critica ha ricostruito un catalogo dell’artista a partire da un «Vaso di fiori» in collezione Rivet a Parigi, su cui si legge la data 1626 e da una coppia di vasi di fiori in collezione Romano, di cui uno siglato «G.R.», di impostazione arcaica, tale da non generare dubbi con la sigla di Giuseppe Recco.

Negli ultimi anni, ad ulteriore conferma della confusione che regna sovrana in campo attribuzionistico, sono passati in asta numerose opere assegnate più o meno forzatamente a Giacomo Recco, che è così divenuto, da pittore senza quadri, artista di riferimento di una folla di anonimi autori di dipinti di fiori i più varii, nel cui ambìto contenitore di fiorante entrano ed escono le tele più disparate.
Le opere tradizionalmente attribuite a Giacomo Recco dagli studiosi più accreditati includono oltre alle tre già riferite il Vaso con fiori con lo stemma del cardinale Poli, già assegnato a Giovanni da Udine intorno alla metà del secolo XVI e ricondotto in ambito seicentesco e napoletano dal Causa, assieme ad altri due vasi pubblicati dallo Sterling, sempre come opera dell’allievo di Giulio Romano (sono firmati ... e datati 1538 e 1553!) ed anch’essi senza dubbio di epoca successiva.

Altro vaso che presentando caratteri analoghi, è stato da Veca aggiunto al corpus di Giacomo Recco è il Vaso di fiori con lo stemma della famiglia Spada.
La precisa collocazione cronologica di questi vasi è stata possibile grazie ad un attento studio degli stemmi nobiliari, per i quali decisivo è stato il contributo fornito da Federico Zeri.
Questa minuziosità e precisione dei particolari nelle raffigurazioni delle effigi nobiliari ci mostrano un Giacomo Recco non solo artista di grande abilità e di profonda cultura, ma anche sapiente di araldica ed esperto in significati simbolici, oltre che profondo conoscitore delle esperienze figurative fiamminghe. Inoltre era probabilmente nella condizione di pittore affermato, in grado di essere quotato nel giro che conta, così da ricevere commissioni da importanti cardinali e da nobili famiglie. Tutto ciò è in pieno contrasto con le condizioni della bottega del Recco come ci viene prospettata dalla attenta lettura del documento recentemente scoperto dal Delfino, da cui si evince che vi si commerciassero quadri di ogni genere e di non grande qualità.

Le opere raggruppate sotto il nome di Giacomo Recco, pur nell’ipotesi che la critica cambi completamente le sue valutazioni da un momento all’altro, presentano una serie di caratteri distintivi molto particolari, che sono espressione di una personalità artistica ancora attirata dal repertorio cinquecentesco ricco di fregi e di decorazioni, poco o nulla toccata dai risultati delle indagini luministiche e nello stesso tempo fortemente influenzata dalla leziosità ed artificiosità dei fioranti fiamminghi.
Il vaso assurge a punto focale della composizione e, riccamente decorato, ha pari dignità con i fiori, disposti sempre simmetricamente ed illuminati in maniera innaturale, pur se definiti minuziosamente nella loro verità ottica, tanto da sfidare la precisione scientifica di uno Jacopo Ligozzi.

E sono vasi originalissimi, sfingi bizzarre, maschere leonine che richiamano antiche borchie. I fiori sono tutti variopinta espressione del precoce sboccio primaverile: narcisi, giacinti, calendule, anemoni. Essi sono staccati l’uno dall’altro con alcune corolle rivolte verso il basso  e sono indagati separatamente anche quando si sovrappongono, affollandosi sul fondo scuro. L’esecuzione un po’ calligrafica tradisce un’aria antica che ci rammenta gli esempi anteriori, collegati dalla critica sotto il nome di un ipotetico Maestro del vaso a grottesche, operante nell’Italia centro-settentrionale nel primo quarto del XVII secolo. Il trattamento della luce è classico di un protocaravaggesco con un’attenzione puntigliosa all’esaltazione dei valori cromatici dei fiori, che sono disposti in maniera schematica e si materializzano verso chi guarda il quadro senza possedere profondità, a tal punto che traggono in inganno l’occhio dell’osservatore nella foto in bianco e nero, ove, non potendosi apprezzare il colore, appaiono tristemente bidimensionali.

Le matrici artistiche e culturali di Giacomo Recco sono difficili da definire, anche se bisogna considerare la presenza a Napoli intorno al 1590 di Jan Brueghel e la persistenza in città, come sottolineato dalla Tecce, di un manipolo agguerrito di tardo manieristi, attivo fino alla metà del terzo decennio del ’600. Un notevole influsso derivò senza dubbio dalla fama dilagante per l’Europa dei fioranti nordici, legati ad un decorativismo ancora di gusto cinquecentesco, e del tutto digiuni della lezione del luminismo caravaggesco che cominciava a plasmare la pittura di genere a Roma. La produzione pittorica che più si avvicina alle prove del Nostro è quella di Osias Beert il vecchio, come ha più volte puntualizzato nei suoi saggi il Veca.

La fama di Giacomo Recco è legata alla sua abilità di fiorante, quasi uno specialista nella specialità, e aumentò con ogni probabilità contemporaneamente a quella di Mario Nuzzi detto Mario dei fiori, a lungo erroneamente ritenuto regnicolo, il cui nome crebbe nei secoli, mentre il prestigio di Giacomo in poco tempo svanì quasi nel nulla, per riemergere faticosamente dopo oltre 300 anni di oblìo.
I tantissimi inventarî di collezioni napoletane raramente descrivono opere di Recco senior, quello del Vandeneynden riporta un suo quadro di frutti di mare e pesci. Altri documenti ricordano stranamente, uccellami e frutta, pesci ed una figura rappresentante la pietà, mai un vaso con dei fiori.

Seguendo questa traccia il De Vito, fortunosamente, ha identificato una tela eseguita in collaborazione e firmata per esteso: «Artemisia Gentilesca e Giacomo Recco». In questa tela, oggi ad ubicazione sconosciuta, si possono riconoscere nel brano di figura rappresentante un bambino biondo i modi pittorici della grande pittrice con la cura dedicata alle pieghe e «quel delicato fraseggio dei tocchi chiari e quelli scuri», mentre nella parte di natura morta risalta il ghiaccio inondato da un «brillío di cristalli che parrebbero quello della nera antracite, il pane croccante umido, l’ostrica ancora pulsante nella semivalva» (De Vito).

In tema di collaborazioni, un documento in cui Giacomo tiene a battesimo una figlia di Stanzione ci permette di ipotizzare che possa essere sua la mano che esegue i numerosi inserti di fiori che arricchiscono la base di tante composizioni del cavaliere Massimo e che hanno fatto arrovellare di ipotesi generazioni di critici.
Il sasso lanciato dal De Vito, sempre baldanzoso e provocatore, ha messo in crisi le opere «autografe» di Giacomo Recco, perché non sufficientemente documentate, essendo prive della firma ed, in ogni caso, non perfettamente inserite nel contesto storico sociale dell’epoca in cui vengono collocate. Sotto il fuoco di fila di queste contestazioni la figura di Giacomo perde sempre più spessore divenendo poco più che un indefinibile ectoplasma, e forse dobbiamo constatare che aveva ragione il De Dominici, quando affermava che la specialità a Napoli raggiunse gloria e considerazione solo con la generazione successiva, contrassegnata dalla folgorante apparizione sulla scena di Paolo Porpora.

Nelle ultime mostre, tra cui quella di Monaco Firenze 2003 e nelle ultime aste internazionali Giacomo Recco è completamente scomparso e la sua tanto celebrata attività di fiorante sembra attualmente confinata unicamente nelle carte dei biografi, mentre si definisce sempre più l'opera dei cosidetti Maestri dei vasi a grottesche, un gruppo anonimo di artisti operanti nei primi decenni del Seicento in diversi centri italiani. Lo stato degli studi sui dipinti di fiori della fase arcaica è ancora lacunosa ed al momento sono più i dubbi che le certezze. 
In particolare, ritornando a Giacomo Recco, il corpus di opere che a partire dagli anni Ottanta, sulla base delle indicazioni del Causa si era andato costituendo attorno al suo nome, soprattutto dipinti che presentano il corpo figurato con stemmi gentilizi è stato spostato da Mina Gregori, in un articolo pubblicato nel 1997, sulla base di indicazioni inventariali e di dati biografici nel catalogo di Tommaso Salini.

Con Paolo Porpora (Napoli 1617 - Roma 1673) entriamo nel pieno della storia della natura morta a Napoli.
Del pittore i documenti di archivio ci hanno fornito i dati biografici più significativi, ma un solo quadro porta la sua firma, per cui la ricostruzione del suo percorso artistico resta in gran parte ipotetica.
Egli appartiene alla seconda generazione di specialisti di natura morta, come ci conferma l’uso del passato nella descrizione del De Dominici: «Porpora dipingeva con miglior maniera e più bel componimento di quel che aveva dipinto Luca Forte». Lo stesso biografo ci fornisce l’elenco degli oggetti preferiti dal pittore nelle sue rappresentazioni: «pesci, ostriche, lumache, buccine ed altre conche marine, ed ancora lucertole, piccioni e cose da cucina». Come a voler far risaltare quella che fu l’originale specializzazione del Porpora, un unicum nel multiforme quadro della pittura di natura morta in Italia: il sottobosco, quel mondo affascinante e misterioso, dove la vita lotta contro la morte e del quale il nostro artista si dimostrò profondo conoscitore, esperto delle «più inconsuete specialità zoologiche ed entomologiche, l’esaltato cantore di splendidi monumenti vegetali, il morboso esegeta di rari bestiari e di malsani fremiti di palude» (Causa).

Il De Dominici ci riferisce che il Porpora ha frequentato la bottega di Aniello Falcone, palestra dei naturalisti  a passo ridotto, e tale circostanza ha fatto ipotizzare che fosse lui l’artefice dei numerosi brani di natura morta che arricchiscono le tele dell’«oracolo delle battaglie».

Un contratto di discepolato reperito dal Prota Giurleo lo vede quindicenne per tre anni allievo di Giacomo Recco, dal quale probabilmente derivò l’abilità nelle rappresentazioni floreali. Il matrimonio del Porpora avviene a Roma nel 1654, città dove si stabilirà definitivamente e lavorerà per circa venti anni, facendo parte dal 1656 dell’Accademia di San Luca, che nel 1673 gli pagherà messe di suffragio per la sua anima. Stranamente questo dettaglio, già segnalato nel 1933 dal Thieme Becker, e ribadito in anni più recenti da Spike, è sfuggito agli studiosi, i quali in testi anche autorevoli, come il catalogo della mostra sulla Civiltà del Seicento, continuavano ad indicare vagamente una data di morte tra il 1670 ed il 1680. La presenza di una sola opera firmata, un soggetto floreale identificato dal Briganti nella collezione romana del principe Agostino Chigi e l’assoluta mancanza di date, non permettono di definire una cronologia del suo percorso artistico se non in base a criteri stilistici. È perciò impossibile separare la produzione napoletana giovanile, da quella romana più matura.

Solo per le tele di «sottobosco» possiamo ipotizzare che nascano a Roma, dove sono presenti a metà secolo celebri specialisti stranieri come Otto Marseus van Schrieck e Matthias Withoos, i quali sono insuperati esperti nella rappresentazione di un microcosmo nascosto nell’oscurità, ove combattono per la sopravvivenza rane, rospi, serpenti e lucertole, in compagnia di granchi e conchiglie, farfalle svolazzanti e funghi stanziali in un brillìo di luci soffuse e di acque stagnanti che esplicano con magistero impeccabile le loro cupe ed illusionistiche fantasie.

Nei quadri a soggetto floreale il Porpora mostra  un’attenzione di matrice naturalista nella resa luministica dei petali dei fiori, delle foglie e della frutta, dimostrando la grande fantasia e l’afflato lirico del caravaggesco di razza, che è in grado di riprodurre con un rispetto della verità ottica straripanti costruzioni floreali, che nulla hanno in comune con le successive fastose e pompose creazioni dei fioranti barocchi.
Gli effetti cromatici di una corposità quasi tattile tutta partenopea sono puntigliosamente ricercati senza trascurare una cristallina definizione dei volumi.

Le sue composizioni trasudano gioia di vivere e colori vivaci e rappresentano senza ombra di dubbio uno dei più alti traguardi raggiunti dalla natura morta italiana, risultato ottenuto in un contrasto ben dosato di luci squillanti e melanconiche penombre.
I quadri che la critica ritiene tra i più antichi sono: Fiori, frutta e zucca e Fiori con coppa di cristallo entrambi a Capodimonte, eloquente esempio della sua indiscussa abilità di fiorante, che seppe coniugare sapientemente la precisione del dato reale con la ricchezza e complessità delle soluzioni compositive.

Nelle sue tele i fiori si dispongono ad occupare la gran parte della superficie disponibile e sono rappresentati con una tavolozza cromatica esuberante che nelle zone più affollate e disordinate della composizione fa già presagire quella moda fastosa e barocca che avrà successo intorno alla metà del secolo.
Il suo gusto tende a differenziarsi palpabilmente dalla politezza ottica di un Luca Forte o dalla corposa volumetria di un Maestro di Palazzo San Gervasio e si inserisce autorevolmente nel novero dei più aggiornati specialisti del genere europei.

Di recente (De Vito 1999) al Porpora è stato attribuito un gruppo di  quadri di soggetto marino, che andrebbe a riempire il vuoto temporale precedente la sua partenza per Roma e sarebbe in sintonia con una produzione ancora ignota, ma ricordata dalle fonti, del suo maestro Giacomo Recco quale esecutore di dipinti con pesci e conchiglie.
Giunto a Roma, il Porpora, risulta presente nell'Accademia di San Luca dal 1655 al 1670 ed accede nella Congregazione dei virtuosi del Pantheon nel 1666.

Nella città eterna gareggia alla pari come fiorante con la fama di Mario Nuzzi, il famoso Mario dei fiori, dando luogo a composizioni caratterizzate da un gusto già barocco, senza però rinunciare ad una ferma precisione realistica degli oggetti rappresentati.
Nel campo del sottobosco supera, per vivacità di rappresentazione e cura del dettaglio naturalistico, i più affermati specialisti nordici e centro europei. 

Il sottobosco, misterioso ed affascinante, è un soggetto molto richiesto e raffigurato nei paesi di lingua tedesca, ove grande successo incontrano scene di lotta per la sopravvivenza che si consumano silenziosamente ed ineluttabilmente nella eterna penombra di alberi secolari vicino a ruscelletti e stagni brulicanti di vita primordiale. È un mondo animale, ritratto con precisione naturalista, impegnato in attività banali, che nel simbolismo nordico diventano prodigiose metafore della eterna lotta tra il bene ed il male, e talune volte tendono ad incarnare i solenni misteri della fede cristiana.
Nelle tele del Porpora questi profondi simbolismi sono trascurati o affiorano di sfuggita, perché estranei al gusto della committenza italiana e napoletana in particolare, senza dimenticare che i clienti del nostro artista probabilmente continuarono ad essere in larga misura della città natale.

È un sottobosco cupo quello rappresentato, un intreccio di radici legnose e di alberi cavi, avvolti da un tappeto di muschio, mentre a terra ciottoli e funghi altezzosi, che, come sottolineò il Bottari, giganteggiano come monumenti. L’atmosfera è ravvivata dalla presenza di fiori luminosi che sembrano emanare una luce abbagliante, che fa da contrasto, con il suo messaggio di vitalità, allo statico mondo delle piante, dei minerali, delle crittogame.
La sua flora e la sua fauna vogliono esaltare le meraviglie della natura, che si possono cogliere anche in un piccolo recesso senza dare conto, a differenza degli artisti nordici, dell’eterna lotta simbolica che si svolge ogni momento tra principî metafisici contrapposti: il bene e il male.

La vivacità di questi sottoboschi è strettamente legata all’abilità del Porpora nel modulare armoniosamente la sua tastiera cromatica, con la forza della intelligenza visiva e lo splendore della veste pittorica che gli permettono, con eguale verità di rappresentazione, di ritrarre fiori allo sboccio e foglie avvizzite, ricorrendo ad una straordinaria varietà di gradazioni di colore. Le composizioni sono immerse quasi sempre in una luce vespertina che produce intensi bagliori e consente di apprezzare in egual misura sia la trasparenza delle ali degli insetti che l’umida e ripugnante viscidità della pelle della tartaruga.
Scopritore del Porpora fu il Causa e come sempre è alla sua penna che si debbono le descrizioni più poetiche dei suoi mirabolanti sottoboschi: «emozioni sempre più morbose da racconto nero nel mondo della storia naturale ... piacevolissime crudeltà di ranocchie inferocite che ingoiano farfalle prese al volo, serpi viscide che fischiano sotto le frasche, quelle sue fantasie tra notturnali e canicolari di calabroni e coccinelle, quagliotti insidiati dalle volpi e rospi a convegno in foreste di funghi pietrificati».

Negli ultimi anni della sua attività il Porpora, immerso in un ambiente figurativo come quello romano, denso di stimoli culturali, fu influenzato dalla moda tutta nordica, importata da Flanders e Daniel Seghers, di eseguire ghirlande incornicianti volti di vergini e santi. Nacquero così le sue ultime composizioni, quel fragoroso diluvio vegetale sul frammento di un sarcofago antico, che possiamo ammirare nel quadro di Fiori e frutta del museo di Valence, apice spettacolare della sua lunga carriera artistica.

Michele Pappacoda




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IL DIARIO DI MICHELE PAPPACODA 23/10/2010 TERZIGNO: UN GRANDE FRATELLO SULL´IMMONDIZIA

15 Maggio 2013, 11:15am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

Emergenza rifiuti? Un Grande Fratello sull'immondizia
Emergenza rifiuti? Un Grande Fratello sull'immondizia

 Berlusconi ha risolto, affidandola alla Protezione civile di Bertolaso, l’emergenza del 2008, ma poi ha lasciato tutto nelle mani delle Province e dei Comuni, senza più preoccuparsene. La Provincia di Napoli dice che non ha avuto il tempo di organizzarsi e che non ha ricevuto i finanziamenti per «convincere» i Comuni ad accettare nei propri territori discariche e altri insediamenti scomodi. Il Comune di Napoli doveva organizzare la differenziata ma si assolve lamentando la sospensione dei fondi regionali. Ognuno ha un suo alibi, ma tutti hanno le loro responsabilità. Nel frattempo a Terzigno esplode l’Intifada, a Napoli la sindaca alza bandiera bianca e il mondo intero ci guarda sconsolato. Noi napoletani, che paghiamo la Tarsu più alta d’Italia, che avviliamo il Paese con le nostre continue emergenze e che subiamo il danno più alto, quello di un’immagine definitivamente compromessa della nostra città, semplicemente non ne possiamo più. Questo continuo scaricabarile deve finire. Come uscirne? Entrando in una stanza. La proposta è questa. Si mettano tutti intorno a un tavolo: Bertolaso, la ministra Prestigiacomo, la sindaca Iervolino, il presidente Cesaro, i suoi colleghi delle altre quattro Province campane, il governatore Caldoro e il sindaco De Luca che dovrà occuparsi del secondo inceneritore di Salerno; si mettano intorno a un tavolo e a porte chiuse, ma a microfoni e telecamere accese, discutano, litighino, si confrontino con le buone e con le cattive, e in caso di bisogno convochino anche i sindaci di tutte le comunità interessate. Facciano questo e escano da quell’incontro solo con una decisione condivisa. A questo punto, il pallino dovrà per forza di cose tornare a Berlusconi: provvederà lui a ufficializzare il patto e a renderlo esecutivo. Potrebbe essere un bell’esempio di democrazia dialogante e decidente insieme. La tecnica potrebbe essere la stessa del Grande Fratello, ma lo spirito e l’autorevolezza dovrebbero essere quelli dei grandi summit nazionali e internazionali. Lo chiameremo il Gf 11 sull’immondizia.

Michele Pappacoda




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IL DIARIO DI MICHELE PAPPACODA 17/10/2010 IL VANGELO DI OGGI 17 /10/2010 DI MICHELE PAPPACODA

15 Maggio 2013, 11:14am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi:
Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi:

 Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 18,1-8.
Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi: 
«C'era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno. 
In quella città c'era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario. 
Per un certo tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno, 
poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi». 
E il Signore soggiunse: «Avete udito ciò che dice il giudice disonesto. 
E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare? 
Vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».




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IL DIARIO DI MICHELE PAPPACODA 16/10/2010 IL VANGELO DI OGGI 16/10/2010 DI MICHELE PAPPACODA

15 Maggio 2013, 11:12am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

Gesù
Gesù

 Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 12,8-12.
Inoltre vi dico: Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell'uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio; 
ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio. 
Chiunque parlerà contro il Figlio dell'uomo gli sarà perdonato, ma chi bestemmierà lo Spirito Santo non gli sarà perdonato. 
Quando vi condurranno davanti alle sinagoghe, ai magistrati e alle autorità, non preoccupatevi come discolparvi o che cosa dire; 
perché lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento ciò che bisogna dire».




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IL DIARIO DI MICHELE PAPPACODA 15/10/2010 IL VANGELO DI OGGI 15 10 2010 DI MICHELE PAPPACODA

15 Maggio 2013, 11:11am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

Gesù
Gesù

 Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 12,1-7.
Nel frattempo, radunatesi migliaia di persone che si calpestavano a vicenda, Gesù cominciò a dire anzitutto ai discepoli: «Guardatevi dal lievito dei farisei, che è l'ipocrisia.
Non c'è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto. 
Pertanto ciò che avrete detto nelle tenebre, sarà udito in piena luce; e ciò che avrete detto all'orecchio nelle stanze più interne, sarà annunziato sui tetti. 
A voi miei amici, dico: Non temete coloro che uccidono il corpo e dopo non possono far più nulla. 
Vi mostrerò invece chi dovete temere: temete Colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geenna. Sì, ve lo dico, temete Costui. 
Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio. 
Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete, voi valete più di molti passeri.

Michele Pappacoda




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IL DIARIO DI MICHELE PAPPACODA 30\ 06\ 2010 COSTIERA AMALFITANA: CETARA LA FESTA DI S. PIETRO APOSTOLO VIDEO

15 Maggio 2013, 11:10am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

Cetara La Festa di S. Pietro Apostolo
Cetara La Festa di S. Pietro Apostolo
La Festa di S. Pietro Apostolo

L’evento che coinvolge maggiormente l’animo popolare e religioso del popolo cetarese è, senza dubbio, la processione di S. Pietro Apostolo, Patrono del paese e protettore dei pescatori. In questa occasione tutti i cetaresi residenti all’estero o comunque lontano da Cetara colgono l’occasione per ritornare al paese d’origine e ricongiungersi con le famiglie.
Il Santo viene festeggiato il 29 giugno con una solenne processione per le strade allora affollatissime del centro costiero.
Una delle particolarità della processione è rappresentata dal fatto che la statua del Santo è posta su un trono a forma di barca che viene portata a spalla con un passo particolare che dà alla statua un movimento simile a quello di una barca che dondola sulle onde del mare.
Il momento culminante della processione è la benedizione del mare allorché alla folla radunata sulla spiaggia si aggiungono centinaia di barche provenienti dagli altri paesi della costiera, che per l’occasione ancorano nella baia di Cetara.
Emozionante e significativa è la fine della processione quando la statua viene portata di corsa per le scale che portano alla chiesa principale del paese.
Non sono da perdere, poi, gli spettacoli pirotecnici durante la processione, ma soprattutto all’una di notte, alla fine della festa, e che sono visibili fino a Salerno.

Cetara la festa di San Pietro Apostolo

 “Niente auto, venite via mare” è l'accorato appello di Secondo Squizzato, sindaco di Cetara, ai tanti turisti e cittadini della Costiera amalfitana che raggiungeranno il piccolo borgo in occasione della festa di S. Pietro Apostolo, martedì 29 giugno, tra le feste più attese della Costa che segna anche l'inizio “ufficiale” dell'estate. La conformazione di questo angolo, attraversato dalla Statale Amalfitana 163, rischia così di diventare in questo giorno, soprattutto per i fuochi di mezzanotte, inaccessibile ed eccessivamente confusionario per chi tenta di fermarsi. Ecco così il consiglio di lasciare l'auto a casa e di prendere il traghetto dal porto di Piazza della Concordia di Salerno messo a disposizione dalla Cooperativa Amalfi Trasporti (orari 17,30, 18,30, 19,30 e 20,30 – ritorno ore 1,00 e a seguire). Per chi invece viene dall'altra parte della Costa, il consiglio è l'uso degli autobus Sita, oppure di lasciare l'auto ad Erchie, o a Fuenti, ed utilizzare le navette. Diventa così in questa occasione fondamentale utilizzare il trasporto “sostenibile”, la ricetta del futuro di questa terra se vorrà essere al passo con altre realtà che vietano il totale uso dell'automobile.

“Per assicurare migliori condizioni per la salvaguardia della sicurezza e dell’ordine pubblico – scrive Secondo Squizzato - sono stati disposti specifici servizi con l’intervento di tutte le forze dell’ordine, Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia Provinciale, Polizia Municipale di Cava e Cetara. Verrà attuato un rigoroso servizio di controllo della statale 163. Sul tratto che va da località Fuenti, fino ad Erchie (comune di Maiori), è stato disposto il divieto di sosta, con rimozione carro gru, per evitare il parcheggio incontrollato, principale causa del blocco della circolazione. Con tale dispositivo il Comune di Cetara, con la collaborazione di tutte le forze dell’ordine e dei nuclei di protezione Civile di Cetara, intende contrastare i rischiosi blocchi sulla viabilità della statale amalfitana, più volte riscontrati in passato nella serata del 29 giugno, specie in corrispondenza dello spettacolo di fuochi di artificio, previsto per le ore 00,30. Inoltre, in considerazione dello scarsa capacità dei parcheggi sul territorio comunale, fino ad esaurimento dei posti disponibili, chi proviene da Salerno in auto o moto potrà parcheggiare in località Fuenti, zona ex Amalfitana Hotel e fruire di trasporto gratuito a mezzo di apposita navetta fino a Cetara. Mentre chi proviene da Amalfi, potrà utilizzare i parcheggi privati in località Erchie e fruire della navetta gratuita per raggiungere il paese. Per l’incolumità pubblica saranno attivi gli uomini della Protezione Civile di Cetara, dell’Associazione Millennium di Amalfi, del Nucleo Comunale della Protezione Civile di Maiori, mentre un gommone attrezzato per il trasporto via mare della Croce Rossa Italiana assicurerà eventuali interventi di soccorso”. Una vera task force è stata quindi predisposta per fare in modo che la festa riesca al meglio, senza disagi per chi ci vive e per chi vuole immergersi totalmente in questa festa che rappresenta ancora oggi una fonte di tradizione secolare.

 

 

P R O G R A M M A della FESTIVITA’ DI S. PIETRO APOSTOLO

Cetara, la festa di San Pietro tra le strade del borgo

 

Lunedì 28 giugno:

Ore 10,30 Santa Messa – Commemorazione dei caduti di tutte le guerre.

Ore 11,30 Deposizione Corona in mare (con motovedetta della Capitaneria di Porto di

Salerno)

Ore 18,00 Benedizione della porta di S. Pietro

Ore 19,00 Primi Vespri della solennità dei Santi Pietro e Paolo

Ore 20,00 Processione del “Corpus Domini” per le vie cittadine

Al termine della processione, in Piazza S. Francesco, concerto della Banda Musicale di Noicattaro (BA).

 

Martedì 29 giugno

 

ore 8,00 – 9,00 e 11,00 Sante Messe nella chiesa di S. Pietro

ore 19,00 Santa Messa per i portatori della statua di S. Pietro

ore 20,00 Solenne Processione per le vie cittadine del simulacro di San Pietro Apostolo

Al termine della processione, in Piazza S. Francesco, concerto della Banda Musicale di Noicattaro (BA).

Ore 00,30 Spettacolo di fuochi d’artificio nella baia di Cetara.

Michele Pappacoda

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IL DIARIO DI MICHELE PAPPACODA 08/10/2010 LA STORIA DI UN POSTO AL SOLE A CURA DI MICHELE PAPPACODA VIDEO

15 Maggio 2013, 11:08am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

Un Posto al sole
Un Posto al sole

 UN POSTO AL SOLE: LA TRAMA
Un posto al sole è una soap opera italiana ambientata a Napoli e trasmessa tutti i giorni dal lunedì al venerdì alle 20.30 su Raitre. È la versione italiana della fiction australiana Neighbours il cui format, che segue le storie di alcune famiglie che vivono nell'immaginaria "Ramsey Street". Iniziato nel 1996, è stata la prima soap opera prodotta in Italia. 
Partita in sordina il programma ha visto crescere consensi fino ad arrivare agli attuali 3 milioni circa di spettatori in una fascia oraria tra le più difficili del palinsesto italiano tra le 20.30 e le 21.00. 
La storia è incentrata attorno alle vicende degli abitanti di un palazzo, Palazzo Palladini, situato sulla collina partenopea di Posillipo, di fronte al mare e al Vesuvio.
In principio la casa apparteneva al conte Giacomo Palladini, aristocratico napoletano, che tracciava le sorti della nobile famiglia alla quale appartengono il nipote Tancredi con la moglie Federica e i figli Alberto un avvocato e Alessandro. La loro terza figlia Eleonora è invece in Inghilterra. Alla morte del conte l'appartamento più ambito chiamato "La terrazza" (per l'immensa terrazza che domina il golfo di Napoli) viene lasciato alla sua figlia naturale: Anna Boschi, la figlia di Maria Boschi (la governante di Palazzo Palladini).
La giovane si trasferisce a Palazzo insieme con la sua amica del cuore Silvia Graziani, il di lei cugino Guido Del Bue, Michele Saviani aspirante giornalista e Claudia Costa modella.
La contessa Federica stizzita per questo smacco fattole dal conte Giacomo cerca in tutti i modi di rendere difficile la vita ad Anna soprattutto quando la ragazza scatena una faida fratricida tra i due giovani Palladini che si contendono il suo amore.
Nel corso degli episodi le varie vicende si dipanano facendo uscire di scena alcuni protagonisti e introducendone altri. Anna innamorata di Alessandro si sposa con Alberto e quando l'amato da tutti creduto morto in mare riappare la faida tra i fratelli riprede con toni così accesi da costringere Anna a lasciare Napoli dopo aver perso un figlio. Ritornerà qualche anno più tardi riuscendo infine a coronare il suo sogno d'amore con Alessandro. Alberto invece ha un figlio da Sonia Campo che però lo abbandona. Adottato dalla famiglia Poggi verrà infine restituito al legittimo genitore costretto a sposare la Campo che vede così realizzato il suo sogno di elevazione sociale. Legato ad una persona che non ama Alberto cerca di disfarsi della moglie finendo però in carcere mentre Sonia impone a Claudia Costa di troncare la storia d'amore con suo marito abbandonando Napoli. In seguito e dopo varie peripezie Alberto riuscirà a coronare la sua storia con Claudia trasferendosi dalla madre (la contessa Federica) in Argentina mentre Sonia si redimerà da una vita di inganni tra le braccia del saggio dottor Luca De Santis inquilino del palazzo dal passato travagliato. Ottenuta la custodia del figlio, Sonia Luca e il piccolo Gianlunca lasciano la città partenopea per iniziare una nuova vita a Siena.
L'uscita di scena dei fratelli Palladini coincide con l'ascesa del personaggio di Roberto Ferri. Dopo aver ottenuto la maggioranza dei cantiere il finanziere senza scrupoli inizia una storia d'amore con Eleonora dalla quale avrà un figlio, Alessandro detto Sandrino, frutto di una violenza sessuale. La brama di potere dell'uomo è tale che spingerà la Palladini sull'orlo della follia grazie alla complicità di Marina Giordano attirata dal potere e dai soldi del Ferri. L'unico aiuto della Palladini è Filippo Sartori, figlio illegittimo del Ferri che si trova così a contendere al padre la stessa donna. La svolta nella vita di Ferri avviene durante il rapimento del piccolo Sandrino da parte di Tony Santoro, malavitoso locale bramoso di vendetta nei confronti della famiglia Palladini. Il proiettile che colpisce Roberto durante la liberazione del figlio lo fa piombare in un coma dal quale si risveglierà senza memoria del passato avendo la possibilità di diventare un uomo nuovo anche con l'ausilio di Carmen Catalano ex fidanzata del figlio unica a dargli incondizionata fiducia in un momento così difficile. La vendetta di Santoro si consumerà proprio quando Eleonora stava ritrovando l'antica passione per Roberto. Il malavitoso bracca la donna riuscendo a colpirla a morte tra le braccia di Roberto. Con questa uscita di scena il nucleo primitivo della narrazione della soap viene drasticamente cancellato, lasciando il piccolo Sandrino unico Palladini della soap; ma a sorpresa,  ritornerà Alessandro Palladini... e ne vedremo delle belle!

UN POSTO AL SOLE: CURIOSITA'
Quello che viene inquadrato in ogni puntata ed identificato come "Palazzo Palladini" è in realtà il palazzo che fu di Luisa Conte (la "donna" di molte commedie di Eduardo de Filippo). Quando la Conte morì, il palazzo fu donato al comune di Napoli. All'interno sono state girate alcune scene di Totò, Peppino e la... malafemmina.
Il palazzo si trova in via Ferdinando Russo nel quartiere Posillipo (Napoli) all'esterno del perimetro dei giardini di Villa Rosbery, abitazione dell'attuale presidente della Repubblica.
Gli interni di "Palazzo Palladini" in cui la soap opera è ambientata sono invece ricreati negli studi televisivi del Centro di Produzione Rai di Napoli.


Michele Pappacoda




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IL DIARIO DI MICHELE PAPPACODA 27/09/2010 FESTEGGIAMENTI IN ONORE DI SAN MICHELE ARCANGELO VETTICA DI AMALFI FOTO

15 Maggio 2013, 11:06am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

San Michele Arcangelo
San Michele Arcangelo

Amalfi, Costiera amalfitana.  Nella frazione di  Vettica di Amalfi si festeggia il  santo patrono, l'Arcangelo San Michele, qui di sotto in breve il programma della festa.

Dal 26 settembre inizio del triduo in preparazione alla festa: ore 18.30 Rosario -ore 19.00 Santa Messa.

Giorno 28 settembre vigilia di San Michele: ore 18 .30 Rosario - ore 19.00 Santa messa, alla fine i vespri della vigilia.

Giorno 29 settembre festa di San Michele Arcangelo: in mattinata due messe, una alle 8.00 e un'altra alle 10.00 a cui parteciperanno gli alunni delle scuole elementari. Nel pomeriggio, alle ore 16.00, arrivo della Banda Citta di Minori che sfilerà per le stradine del villaggio con marce sinfoniche. Alle ore 18.00 processione per le vie del villaggio con la venerata statua lignea dell'Arcangelo San Michele e della Vergine del Santissimo Rosario, alla fine santa messa. Alla fine la banda musicale Citta di Minori eseguirà della marce sinfoniche sul sagrato della chiesa. Quest'anno la festa sarà celebrata in forma ridotta a causa della sciagura di Atrani e la scomparsa della povera Francesca Mansi e parte della raccolta fondi per la festa sarà devoluta agli alluvionati di Atrani.

Si ringrazia per l'organizzazione della festa il parroco Don Angelo Mansi, il presidente del comitato festa Matteo Bottone e i collaboratori, in particolare Pasquale Cosentino, e tutti gli altri.

In allegato alcuni disegni del nostro collaboratore Michele Pappacoda, uno rappresenta San Michele e l'altro la Madonna del Rosario.

A lui e al direttore Michele Cinque la redazione tutta fa gli auguri di buon onomastico




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Michele Pappacoda

 

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Ultimi 2 commenti inseriti
 29/09/2010 11:12  inserito daMichele

Caro Anonimo tu non puoi capire i problemi che io ho oltre la disabilità tu parli umiltà arroganza e come non si puo essere arroganti quando in una famiglia ciai un cognato che ti maltratta e ti picchia ccosa che si verifica molto spesso tu parli di umiltà ma tu che ne sai che vita devo sopportare vorrei vedere te nei mie panni a me non mi e niente dovuto Anonimo ...Leggi tutto
 29/09/2010 09:36  inserito daAnonimo

caro Michele Pappacoda, forse non è la tua disabilità ad attirare gli squardi "cattivi" delle persone, forse è il tuo modo arrogante di pretendere le cose dagli altri ad attirare l'antipatia degli altri. Essere disabile, con tutto il rispetto e la comprensione, non significa che tutto ti è dovuto e quindi lo puoi pretendere... bisogna anche essere umili ...Leggi tutto
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DIARIO DI MICHELE PAPPACODA 20/09/2010 STORIA DI PERDIFUMO CILENTO A CURA DI MICHELE PAPPACODA FOTO E VIDEO

15 Maggio 2013, 11:03am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

Perdifumo

Questa località è situata inCampania, fa parte della provincia diSalernoe conta circa 1.900 abitanti.

Il paese basa la sua economia soprattuttosull'agricolturache resta ancora oggi la fonte di reddito principale del paese ed in particolare laproduzionediolio di oliva.

Le sue origini sono antichissime: numerosi sono infatti irepertiarcheologicirinvenuti nella zona, tra i quali una struttura fortificata in blocchi tramite la tecnica isodomica tipica delle popolazioni greche del IV secolo a.C.

Altra testimonianza delle origini antiche di questo paese è il ritrovamento dipiccolo nucleo rurale di età ellenistica.

Il santo patrono di Perdifumo è San Sisto Papa che viene festeggiato il 7 agosto.

Michele Pappacoda




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Michele Pappacoda
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