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DILLO A VETTICA DI AMALFI ONLINE 6 regole che la principessa Charlotte dovrà rispettare a scuola continua su: https://www.robadadonne.it/galleria/6-regole-principessa-charlotte-scuola/?fbclid=IwAR0JFmvbk1tf4YPbYEqoqniOiXYksHO7AYwZmGelWH_ojh5N_vlTa0fU8Cs&on=ref Roba da Donne

24 Gennaio 2021, 08:56am

Pubblicato da Miki Pappacoda

4 anni di Charlotte, la principessina superstar che la regina chiama “The boss”

INSERITO DA PRIMULA GALANTUCCI In mano a mamma Kate, vestita Michael Kors, con la divisa blu e rossa e i capelli legati, Charlotte di Cambridge ha iniziato la scuola elementare con il fratellino George alla Thomas’s Battersea School di Londra. Il 5 settembre i duchi di Cambridge hanno accompagnato insieme Charlotte, 4 anni, e George, 6, al loro primo giorno di scuola. Charlotte, naturalmente, è apparsa un poco intimidita ma poi quando ha conosciuto la preside Helen Haslem le ha dato la mano molto felice Come non ricordare il viso impaurito e intimidito che anche il principe George, ebbe al suo primo giorno di scuola con lo zainetto e i pantaloncini corti. Come riporta D.Repubblica, l’istituto, a sud di Londra, vanta altri ex studenti illustri: le sorelle Cara, Poppy e Chloe Delevingne, e la cantante dei Florence and the Machine, Florence Welch. Si inizia a quattro anni, come Charlotte, e si va avanti fino agli undici. Si tratta di una scuola mista (papà William, invece, ha frequentato la solo maschile ed elitaria Wetherby School), ed è considerata tra le migliori di Londra. Il costo della retta? Circa 21mila euro all’anno. Che cosa imparerà la principessa, che durante l’estate aveva già dimostrato di essere bravissima con le linguacce? Il programma della scuola è ampio: dalle lezioni di arte e balletto a quelle di teatro. C’è poi il club di corsa, la squadra di nuoto, di karate o il club del cricket. Nel nuovo istituto, la principessa Charlotte dovrà adattarsi però a numerose regole, nella gallery alcune di queste regole che dovrà rispettare. A cura di Paola Ferrario

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DILLO A VETTICA DI AMALFI ONLINE Lockdown: per stare bene bisogna: fare attività fisica per 150 minuti alla settimana

23 Gennaio 2021, 14:43pm

Pubblicato da Miki Pappacoda

La corsa a piedi per il biker: serve o fa male? Facciamo chiarezza... -  MtbCult.it

DI PRIMULA GALANTUCCI I chili di troppo sono pericolosi per la salute. Aumentano il rischio di diabete e disturbi cardiovascolari. E mettono in pericolo ossa, fegato, reni e perfino… Sport in gravidanza: le attività che si possono fare e i tempi di allenamentoUn consiglio che, per essere messo in pratica, non richiede necessariamente un ribaltamento dell’agenda quotidiana. Per cominciare basta infattirivedere alcune delle abitudini - anche lavorative, per chi è abituato a trascorrere8-10 ore al giorno davanti a un computer - e correggerle partendo dalla scelta del mezzo di locomozione alla propensione a camminare e a fare le scale. Senza trascurare alcune attività domestiche che portano comunque a bruciare chilocalorie in eccesso: dalle pulizie al giardinaggio. I consigli per gli anzianiTra le novità del documento, ci sono le indicazioni rivolte agli over 65. "Tutti, indipendentemente dall’età e dallo stato di salute, possono svolgere almeno un tipo di attività", ricordano gli esperti coordinati da headtopics.com Ruediger Krech, direttore del programma di promozione della salute dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Per gli anziani, in partenza, valgono le indicazioni rivolte agli adulti. I 150 minuti, in questo caso, si consiglia diripartirli in tre allenamenti . Naturalmente, però, occorre tenere conto delle condizioni di partenza di ogni individuo. Se queste sono buone, l’invito è a privilegiare discipline o esercizi che puntino a proteggere l’equilibrio e a preservare la tenuta delle ossa e dei muscoli. E, di riflesso, a evitare le cadute. Anche l’ apparato respiratorio e quello cardiovascolare possono trarre benefici da un’attività quale il nuoto, lo yoga, il tai chi, il nordic walking(camminata con i bastoni) se svolta almeno 3 volte la settimana. Oltre alla parte aerobica, è importante inserire nella routine delle sedute di un anziano anche degli esercizi di forzae dei movimenti spontanei per allenare il senso dell’equilibrio.Via libera all’attività fisica in gravidanzaLa parola d’ordine è muoversi:anche nel corso della gravidanzae nel periodo successivo al parto, durante i quali può rispettare headtopics.com L’emozione delle ragazze dello sci: cantano l’Inno di Mameli a squarciagolaL’emozione delle ragazze dello sci: cantano l’Inno di Mameli a squarciagola Wuhan, un anno fa il primo lockdown. Così è iniziato l’incubo CovidWuhan, un anno fa il primo lockdown. Così è iniziato l’incubo Covid Vaccino, Arcuri: 'Pfizer inadempiente. Pronti a portarli in tribunale'Vaccino, Arcuri: 'Pfizer inadempiente. Pronti a portarli in tribunale' l’indicazione dei 150 minuti di attività aerobica di moderata intensitàsenza temere di danneggiare il proprio bambino. I benefici dello sport in dolce attesa vanno dalla prevenzione dei disturbi circolatori (a partire dall'ipertensione in gravidanza, la cosiddetta gestosi) e di postura, al contrasto dell’eccessivo aumento di peso (che può aprire la strada al diabete gestazionale) al miglioramento dell’umore. Ma i frutti, in realtà, si raccolgono anche al termine dei nove mesi. Avere degli, per esempio, concorre a una miglioregestione del parto. Naturalmente, è comunque indicato prendere delle accortezze. Gli esperti invitano a non strafare e a evitare tutte le attività da condurre a pancia in giù o che determinino comunque il rischio di una caduta. Nessun particolare problema invece nello svolgere ( 30-40 minuti al giorno) attività aerobiche a bassa intensità. E dunque:il nuoto, le camminate, la cyclette, la ginnastica in acqua e l’aerobica prenatale, oltre alla ginnastica dolce come loyogaChi ha detto che non si può fare sport se si è malati? Raccogliendo le evidenze di diversi studi pubblicati negli ultimi anni, le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanitàsfatano pure un luogo comune. Fare sport è possibile - e opportuno - anche se si convive con una malattia cronica. Nella categoria gli estensori del documento fanno rientrare le persone ipertese, diabetiche, gli ammalati di Aids e coloro che hanno ricevuto una diagnosi di cancro. Quando le condizioni fisiche lo permettono, l’indicazione temporale da seguire è sempre la medesima. Diversamente, la raccomandazione è quella di headtopics.com muoversi per quelle che sono le potenzialità del singolo. L’attività deve puntare a una tonificazione della massa muscolare e al controllo del peso corporeo, con un’attenzione particolare all’equilibrio nel momento in cui si entra nella fascia della terza età . Tra gli elementi portati a supporto di queste indicazioni, gli esperti richiamano i tassi inferiori di recidiva e mortalità per i tumori, di progressione del danno cardiovascolare indotto dall’ipertensione, lamigliore gestione di alcuni parametri della malattia diabetica e dell’infezione da HIV Speranza: «Sfida ancora dura, ma è incoraggiante l'Rt sotto 1. Misure del Natale hanno funzionato»Speranza: «Sfida ancora dura, ma è incoraggiante l'Rt sotto 1. Misure del Natale hanno funzionato» Coronavirus, ecco perché la Lombardia esce dalla zona rossaCoronavirus, ecco perché la Lombardia esce dalla zona rossa Bettini: “Le elezioni sono uno sciagura, ma non un colpo di stato”Bettini: “Le elezioni sono uno sciagura, ma non un colpo di stato” . Soprattutto in questo caso, emergono i benefici psicologici indotti dall’attività fisica. Sentendosi meglio, d’altra parte, è meno probabile che nella testa facciano capolino i cattivi pensieri legati a un possibile peggioramento delle proprie condizioni di salute. Fare attività fisica fin da piccoli (anche se disabili)Nell’ottica di favorire un’educazione all’attività fisica, nelle linee guida vengono date indicazioni anche per i più piccoli: bambini e adolescenti, dai 5 ai 17 anni (anche se con una disabilità). In linea generale, il consiglio è quello di farli muovere tutti i giorni, almeno un’ora. Tre volte alla settimana, invece, all’attività aerobica ne andrebbe aggiunta unamisura mirata anche al potenziamento osseo e muscolare, ritenuto importante in una fase come quella della crescita.Lo sport, secondo gli esperti, dovrebbe occupare la quasi totalità del tempo libero dei ragazzi. Un messaggio chiaro, che punta a ridurre al minimo il tempo trascorso davanti agli schermi. L’indicazione è valida anche per i più piccoli, a cui in base all’età potrebbero essere concessi comunque per non più di un’ora al giorno. Diversi studi hanno dimostrato che quanto più i ragazzi dedicano tempo a smartphone, tablet e tv, tanto più tendono ad avere un’alimentazione sregolata. Con una conseguenza pressoché inevitabile: l’ insorgere del sovrappeso e dell’obesità

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DILLO A VETTICA DI AMALFI ONLINE Epifania del Signore: perchè la chiesa cattolica festeggia il 6 gennaio

6 Gennaio 2021, 13:38pm

Pubblicato da Miki Pappacoda

 

INSERITO DA MIKI PAPPACODA Il 6 gennaio si celebra l’Epifania di Gesù che cade a 12 giorni di distanza dal Natale.

Epifania vuol dire manifestazione. La Santa Chiesa istituì questa festa per commemorare la triplice manifestazione di Gesù: come Dio, facendosi adorare dai Magi; come umo, ricevendo il Battesimo da San Giovanni; come operatore di miracoli, cambiando, alle nozze di Cana, l’acqua in vino.

 

 

Oggi però la liturgia ricorda in modo tutto particolare la prima manifestazione di Gesù come Dio, con l’adorazione dei Magi.

L’“Epifania” intesa come solo Battesimo (il battesimo di Gesù avvenne poco prima dell’inizio del suo ministero all’età di circa 30 anni, fu ad opera di Giovanni Battista come riportato nei vangeli Mat. 3.13-17, Luc. 3.2; Mar 1.9-11; Giov 1.32-34) di Gesù fu riconfermata dal teologo Epifanio di Salamina, uno dei Padri della Chiesa cattolica. Essa doveva ricadere 12 giorni dopo la ricorrenza del Natale, questo probabilmente per assorbire gli antichi simbolismi del numero 12 nei precedenti riti pagani del Sol Invictus.

Il problema delle date si restrinse solo più nell’adattamento ai vari tipi di calendari; un antico documento, il Cronografo del 354 di Furio Dionisio Filocalo, citava tutte le ricorrenze romano-cristiane dopo il Concilio di Nicea del 325 d.C., compresa l’Epifania; nel 46 però, Giulio Cesare aveva introdotto il calendario giuliano e, a causa di complessi calcoli, quello giuliano risultava sfasato di esattamente 13 giorni più avanti rispetto a quello più recente gregoriano, adottato nel mondo occidentale cattolico dall’anno 1582.

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DILLO A VETTICA DI AMALFI ONLINE Auguri di Capodanno: un po’ di frasi da cui prendere spunto

2 Gennaio 2021, 09:28am

Pubblicato da Miki Pappacoda

 

INSERITO DA MIKI PAPPACODA Manca ormai davvero poco al fatidico brindisi di mezzanotte, e un po’ tutti noi, anche quest’anno, ci metteremo alla ricerca delle frasi da inviare a parenti ed amici per fare i nostri auguri di Capodanno.

Ed ecco alcune frasi di auguri di Capodanno: si tratta di frasi divertenti, frasi d’amore, tutto quello che serve per iniziare l’anno nuovo con il sorriso stampato in faccia.

E’ difficile essere originali per gli auguri di Capodanno.

E allora facciamo così: tu fai un sorriso, e io ti auguro di portarlo con te per tutto l’anno! (questa può essere un prima idea..)

 

 

Ecco altre frasi..

Che i tuoi sogni brillino nel cielo, e ti diano l’entusiasmo di inseguirli in questo nuovo anno. Ti auguro tante opportunità nuove per cambiare, gioire e sperare!

Ad un Capodanno che possa durare per noi tutto l’anno. Al nostro amore affinché sia sempre pieno d’ardore nei giorni che verranno e privo d’ogni inganno.

Che quest’anno possa essere per te un anno di meravigliose esperienze, di sogni da realizzare, di traguardi da raggiungere e che tu possa avere tutta la felicità che ti meriti!

Un abbraccio immenso insieme all’augurio che, l’egoismo, l’indifferenza, l’ipocrisia, l’avidità, l’arroganza, la falsità, non possano mai scalfire la purezza e la bellezza che tieni dentro di te.

Che il tuo sorriso possa essere un dono e un esempio, per le persone che ti stanno vicino e che la tristezza non trovi mai aperte le porte del tuo cuore. Buon Anno!

L’anno che verrà sarà un’altra pagina bianca da scrivere nel nostro libro chiamato Vita. Ti auguro che questo 2018 ti consenta di riempirla solo di momenti felici. Buon anno!

Auguri colmi di speranza: Ti auguro di accogliere l’anno nuovo con tutti i tuoi sogni e le cose belle che ti hanno accompagnato fino ad oggi, e di aprire il tuo cuore a tutte quelle che verranno e che sapranno renderti felice. Auguri di buon anno di cuore.

Avete trovato la vostra frase per gli auguri di Capodanno?

Auguri a tutti!

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DILLO A VETTICA DI AMALFI ONLINE COVID-19 Il virus attacca l’intestino in un un caso su tre: quali sintomi e fattori di rischio?

1 Gennaio 2021, 19:15pm

Pubblicato da Miki Pappacoda

DILLO A VETTICA DI AMALFI ONLINE COVID-19 Il virus attacca l’intestino in un un caso su tre: quali sintomi e fattori di rischio?

di Miki Pappacoda “Fino a 10-12 settimane dopo un’infezione da Covid, l’intestino continua ad eliminare dei frammenti virali. È l’ultimo organo ad eliminare il virus dopo la guarigione. L’intestino è un grande serbatoio dove il Coronavirus è in grado di crescere e replicarsi” è la sintesi del Prof. Antonio Gasbarrini (Direttore Dipartimento Scienze Mediche e Chirurgiche Pol. Gemelli IRCCS) alla domanda sui danni che il virus produce a carico dell’apparato gastrointestinale, nell’ampia intervista rilasciata a Il Giornale. Una autorevole conferma di quanto emerso in alcuni lavori scientifici negli ultimi giorni di aprile: SARS-CoV-2, il coronavirus responsabile dell’epidemia Covid-19, infetta gli enterociti (le cellule che costituiscono l’epitelio di rivestimento dei villi negli organi intestinali, ndr). Un meccanismo che, oltre alla via respiratoria – preponderante e per la quale la protezione individuale è fondamentale – fa ipotizzare una ulteriore possibile via di trasmissione del virus, quella oro-fecale. Soffermiamoci sull’aspetto sintomatologico nel contributo di Gasbarrini che è molto chiaro “A causa della sua permanenza anche nell’intestino, può provocare dei disturbi gastrointestinali: i più frequenti sono legati al colon irritabile che si manifesta con gonfiore, difficoltà di evaquazione e diarrea, che può durare anche per 8-10 settimane dopo  l’infezione ” e prosegue “in alcune persone, l’apparato gastrointestinale è l’unico organo che viene colpito e manifestano la diarrea come unico sintomo di infezione da Covid“. Rispetto alle cosiddette “categorie a rischio” il Prof. Gasbarrini lancia un messaggio diretto “Il virus non guarda in faccia nessuno, la sintomatologia peggiore, però, la provoca alle persone più anziane, fragili e con altre patologie. Non è un caso che la maggioranza delle persone ricoverate e con problemi maggiori siano soprattutto persone di una certa età, che hanno più malattie, obese, diabetiche o ipertese. La strategia di prevenzione, ancora in attesa di un vaccino, è importante e si basa sugli stessi elementi che cooperano per una cura efficace in chi è stato contagiato da SARS-CoV-2  ““Il nostro apparato digerente è ricco di batteri che risiedono nel microbiota intestinale, composto da una barriera anatomica molto delicata e sensibile. Come tutti i virus, danneggia sia il microbiota che la barriera intestinale. È lì che tutti i giorni arriva il cibo quindi, se si sviluppa una diarrea da Covid, la prima cosa da fare è una dieta il più possibile leggera: eliminare tutti gli alcolici, gli alimenti particolarmente grassi, mangiare sempre molte fibre come frutta, verdura e cereali integrali. Cominciano ad esserci nuovi studi che ci dicono come sia importante ristabilire un corretto microbiota intestinale“

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DILLO A VETTICA DI AMALFI ONLINE ABBA Orgoglio e pregiudizio del pop

26 Dicembre 2020, 11:29am

Pubblicato da Miki Pappacoda

ABBA

A CURA DI MIKI PAPPACODA Quasi cinquant'anni di trionfi discografici, melodie perfette, look imbarazzanti e accesi dibattiti hanno caratterizzato la storia di uno dei gruppi più influenti della musica pop, idolatrato da milioni di fan in tutto il mondo ma criticato aspramente da altrettanti detrattori

ABBA
Kitsch, leziosi, stucchevoli, fuori tempo massimo, disimpegnati, goffi e malvestiti. Sono solo alcune delle tante critiche che vengono spesso rivolte agli ABBA e alla loro musica. Giudizi in genere più che leciti e difficilmente confutabili che vanno però a cozzare davanti agli impeccabili intrecci vocali del quartetto svedese, alla minuziosa cesellatura degli arrangiamenti e all’innegabile maestria nel confezionare melodie perfette, semplici da ricordare eppure di complessa scrittura (lezione mutuata tanto da Bacharach quanto dai Beatles). Lo yin e lo yang del pop insomma, sublimati in una delle massime espressioni della musica per le masse, vera e propria fucina, durante il loro decennio di attività, di memorabili e malinconici ritornelli capaci di rivaleggiare in numero soltanto con quelli dei Bee Gees e di Elton John. Destinati a inserirsi tra i venti artisti di maggior successo di sempre, i quattro daranno il via a quella tradizione che porterà la fredda Svezia a diventare la terza potenza mondiale della pop-music. Non soltanto grazie a epigoni meno efficaci come i più rockettari Roxette o i danzerecci Ace Of Base, quanto per le decine di produttori e songwriter che ancora oggi tengono letteralmente in mano le redini del mainstream a stelle e strisce.
 
Alla conquista dell’Europa
 
E’ il 1971 quando Björn Ulvaeus e sua moglie, la bionda Agnetha Fӓltskog, formano il gruppo assieme a Benny Andersson e alla sua ragazza, la norvegese Anni-Frid Lyngstad, concependolo però solo come un progetto momentaneo, essendo tutti impegnati in relative carriere soliste. I proto-ABBA iniziano quindi a registrare alcuni pezzi in lingua svedese sotto l'egida del loro fedele manager Stig Anderson (futuro co-autore di diversi brani) e a raggiungere immediatamente le classifiche di vendita in madrepatria. I brani in questione vengono però accreditati solo a nome Björn & Benny (che già collaboravano da tempo) ed è a partire dal 1972, con la pubblicazione del loro primo singolo in lingua inglese, la marcetta a quattro voci intrisa di buoni sentimenti “People Need Love”, che anche le due ragazze vedranno i loro nomi comparire nelle copertine del gruppo.

Il progetto tenterà il lancio su grande scala nei primi mesi del 1973 con la pubblicazione del loro primo album Ring Ring, firmato a nome Björn & Benny, Agnetha & Frida, un disco che mette in mostra la bravura e le potenzialità dei due compositori (e cantanti, soprattutto nei primi album) e delle due vocalist (più dotata vocalmente Agnetha, più animale da palcoscenico Frida), ma che seppur piacevole denota ancora la mancanza di una personalità ben definita e suona spesso acerbo e ingenuo.
I “non ancora ABBA” che si ascoltano tra i solchi del loro primo long-playing sono infatti un gruppo, uno dei tanti, innamorato del sogno americano e del pop-rock più solare e romantico che aveva caratterizzato, oltreoceano, il decennio precedente. Si passano così in rassegna omaggi ai Turtles (la riuscita “She’s My Kind Of Girl”), ai Carpenters (le delicate “Another Town, Another Train” e “I’m Just A Girl”), alla scena di San Francisco (“Rock’n’Roll Band”, “I Saw It In The Mirror”) e alla tradizione più sudista (“Me And Bobby And Bobby’s Brother” e soprattutto la trascinante “He Is Your Brother”, che spicca su tutto il resto). Persino la Fältskog si cimenta nella scrittura, per la prima e ultima volta col gruppo, con “Disillusion”, tronfia ballad che declama il suo amore tanto per Barbra Streisand quanto per George Harrison.
Di ciò che diventeranno gli ABBA negli anni a venire si riscontra traccia solo in una manciata di brani, una pasticciata e zoppicante “Love Isn’t Easy (But It Sure Is Hard Enough)” e nella zuccherosa vacuità (a partire dal titolo) di “Nina, Pretty Ballerina”. Solo un brano sembra avere le potenzialità per lasciare davvero il segno e trasformarli in qualcosa in più di un progetto nato per gioco, in quella macchina divora-classifiche che dominerà tutti gli anni 70. La title track è infatti talmente orecchiabile e stupida al punto giusto per far presa su un pubblico piuttosto vasto.
I quattro vorrebbero utilizzare “Ring Ring” per rappresentare la Svezia all’edizione 1973 dell’Eurofestival ma non arrivano oltre il terzo posto della selezione nazionale. Poco importa, nel giro di poche settimane il pezzo riscuoterà interesse persino oltre i confini scandinavi e trainerà l’album a vendite di tutto rispetto nell’Europa centrale. Un successo inaspettato che porterà i quattro alla decisione di continuare a lavorare insieme in pianta stabile e di cambiare il loro nome nella più semplice ed efficace sigla ABBA (acronimo per Agnetha, Björn, Benny, Anni-Frid). E di conseguenza si fa strada anche la voglia di conquistare i due mercati più importanti, quello inglese e quello statunitense (Ring Ring verrà pubblicato in Uk e negli Usa, e finalmente a nome ABBA, solo negli anni 90).
 
Prima battaglia vinta
 
ab74I quattro decidono quindi di giocare nuovamente la carta Eurofestival, stavolta consapevoli di avere al loro arco una freccia potentissima, che difficilmente potrebbe venir scartata: il brano che li lancerà con prepotenza nel panorama pop mondiale. L’irresistibile “Waterloo”, squillante cavalcata glam-rock, stavolta passa le selezioni e vince trionfalmente la manifestazione del ‘74 colpendo subito l’attenzione degli spettatori grazie all’insolita metafora (la resa di Napoleone di fronte ai britannici come quella davanti a un amore che nasce) e all’orecchiabilissima melodia cantata da Agnetha e Frida. E stavolta gli ABBA riescono a farsi valere anche al di fuori dei confini scandinavi e mitteleuropei, raggiungendo la prima posizione in Gran Bretagna e, ancora più inaspettatamente per un gruppo svedese, la sesta posizione negli Stati Uniti. L’album omonimo che seguirà a breve il lancio del singolo tradirà però le aspettative, nessun altro brano contenuto sembra essere, infatti, alla sua altezza, soprattutto dal punto di vista mediatico.
Sebbene in Waterloo spicchi subito la maturazione di uno stile più personale rispetto al debutto, l’atmosfera generale è più pacata e meno divertente di quanto il singolo lasciasse presagire. Fatta eccezione per il rock acido di “Watch Out” (il brano più “duro” - relativamente parlando - mai realizzato da Ulvaeus e Andersson) e il rockabilly scapestrato alla Elton John di “King Kong Song”, il resto della tracklist è infatti affidato a ballate eccessivamente sdolcinate (“Gonna Sing You My Lovesong”) che preferiscono sognare ancora le calde spiagge di Malibù anziché i brumosi fiordi svedesi, come “Hasta Maňana” e “Honey Honey” (che tenta invano di bissare quella “Sugar, Sugar” degli Archies che cinque anni prima aveva conquistato le classifiche mondiali). Due singoletti scipiti che si comporteranno solo discretamente nelle classifiche mondiali ma senza lasciare davvero il segno sperato e che non aiuteranno l’album ad aver vita lunga.
Tocca quindi al nostalgico lento da balera a tre voci “Dance (While The Music Still Goes On)” e all’acustica chiusura alla Byrds di “Suzy-Hang-Around” (che rimarrà il loro unico brano cantato prevalentemente da Andersson) il compito di mantenere a galla l’ascolto di un disco che troppo spesso sbanda verso soluzioni fuori fuoco e poco incisive, come lo scialbo calypso di “Sitting On A Palmtree”, la disco-funky in nuce di “My Mama Said” e la stupida sceneggiata di “What About Livingstone”.
 
SOS
 
ab75L’impressione che il boom del quartetto svedese sia dunque un fuoco di paglia non tarda a manifestarsi. Alla fine dell’anno viene pubblicato, come primo assaggio del nuovo album in preparazione, il singolo “So Long” che, nonostante riesca a ripetere il contagioso tiro boogie di “Waterloo”, è letteralmente snobbato dai media. La situazione cambierà di poco qualche mese dopo col secondo estratto, sebbene la rotta sonora venga completamente invertita: la nostalgica e old-fashioned “I Do, I Do, I Do, I Do, I Do” è, infatti, una riuscita clonazione delle big orcherstra americane anni 50, tuttavia non del tutto capace di scalare i piani più alti delle classifiche (ad eccezione di quelle australiane, che da quel momento in poi li vedranno assoluti dominatori).
Eppure gli ABBA hanno ancora diverse frecce al loro arco, perché il terzo e omonimo album, pubblicato anch’esso nella primavera del ’75, si rivelerà molto più solido dei primi due e, soprattutto, ricco di brani memorabili che li trasformeranno in superstar. I due seguenti singoli in primis, ovvero la corposa e corale ballata “SOS” e la micidiale filastrocca honky-tonk di “Mamma Mia” dai riff quasi hard che li riporterà in vetta alla classifica inglese. ABBA rimane, in effetti, il loro lavoro più rock’n’roll nello spirito, grazie anche alle schitarrate della nervosa “Hey, Hey Helen”, all’incedere rauco e bluesy della scanzonata “Rock Me” (con Ulvaeus a far da mattatore) e alla sfuriata kitsch di Andersson nello strumentale glam-prog “Intermezzo No.1”. E' anche quello stilisticamente più variegato, che passa in rassegna la mielosa e acustica “I’ve Been Waiting For You”, un blando omaggio reggae (“Tropical Loveland”), un altrettanto insolito esperimento r’n’b, “Man In The Middle”, costruito su un bel riff di clavinet in omaggio a Stevie Wonder, e infine eleva a perfezione pop la stupidità della marcetta “Bang-A-Bomerang”.
 
Per cavalcare l’onda degli ultimi due singoli, gli ABBA decidono di pubblicare immediatamente (e prematuramente) una raccolta degli estratti dai loro tre album, Greatest Hits, e contemporaneamente un nuovo singolo, la versione inglese di un brano che Ulvaeus e Andersson avevano scritto per un recente album solista di Frida in lingua svedese. “Fernando”, destinata a diventare uno dei loro pezzi più ricordati, è un’acustica e malinconica ballata che, tra flauti sognanti e rullate di tamburi, narra il nostalgico incontro di due ex-soldati anni dopo la rivoluzione messicana; diverse e articolate saranno nel corso degli anni le disquisizioni critiche sulla presunta perfezione melodica di “Fernando”. Nonostante l’insolito tema trattato, singolo e raccolta schizzano al numero uno delle chart inglesi e nel resto del mondo.
 
Arrivo alla meta
 
ab76Gli ABBA sono ormai il gruppo del momento, sono sulla bocca di tutti, non possono permettersi di sbagliare e non lo faranno. Realizzato a fine 1976, Arrival li consacrerà, infatti, come la pop-band più popolare e amata dai tempi dei Beatles, e rimarrà negli anni a venire come il loro album più celebrato e riuscito. Pur non troppo distante dal precedente ABBA, il nuovo lavoro risulta subito più omogeneo, meno sfilacciato e incentrato maggiormente su un pop-rock levigato e mai sbracato che rende subito evidente la veloce maturazione in sede produttiva di Ulvaeus e Andersson e l’affiatamento vocale di Agnetha e Frida, che qui rasenta la perfezione.
Certo non tutto è perfetto, la dose di saccarina in “My Love, My Life” è nuovamente eccessiva ed è impossibile non provare un vago imbarazzo nel ritrovarsi conquistati dallo sciocco ma trascinante carosello di “Dum Dum Diddle”. Tuttavia Arrival, intitolato come lo strumentale dal sapore synth-celtico che verrà ripreso quattro anni dopo da Mike Oldfield nell’album "QE2", è soprattutto una collezione di numeri pop da manuale come la nostalgica “When I Kissed The Teacher”, la prorompente “Tiger” e una spassosissima “Why Did It Have To Be Me”, dove Ulvaeus gigioneggia su un cadenzato ritmo blues con le ragazze, giulive, ai contro-cori (curiosamente la stessa melodia verrà riproposta, con arrangiamento simil-caraibico, nella b-side “Happy Hawaii”).
Il tutto a contorno di una manciata di singoli epocali come l’ammaliante cabaret di “Money, Money, Money” e, soprattutto, la numero uno “Knowing Me, Knowing You”, forse il loro pezzo più bello della prima fase di carriera, un’impetuosa e amara ballata d’amore che lascia di stucco per l’articolatissimo ritornello che si arrampica vertiginosamente per poi sciogliersi su un assolo glam. E’ in questi due pezzi che la norvegese Frida, finora un po’ schiacciata dall’esuberanza vocale della Fältskog, sembra prendere definitivamente il sopravvento sugli altri tre membri. A suggellare un album in evidente stato di grazia anche i primi, timidi flirt con la nascente disco-music, nella scintillante “That’s Me” e, ovviamente, nel primo singolo “Dancing Queen”, il loro brano in assoluto più famoso. Sinuosa, ballabile, ammiccante, orecchiabilissima, “Dancing Queen” dominerà le classifiche internazionali, raggiungendo il primo posto su ambo le sponde dell’Atlantico e trainando l’album a un successo persino maggiore di quello preventivato.
 
L’incoronazione
 
ab78Dopo un tour trionfale che li porterà in giro per l’Europa e l’Australia (dove verranno accolti da folle oceaniche in visibilio) e le cui performance verranno utilizzate come ossatura per il curioso e inutile lungometraggio divistico “ABBA: The Movie”, sarà subito la volta di un nuovo disco, intitolato semplicemente ABBA: The Album, in parte colonna sonora del quasi omonimo film. Anziché approfondire il discorso disco-music e probabilmente affascinati dall’ottimo riscontro di critica e vendite ottenuto da "Rumours" dei Fleetwood Mac, Ulvaeus e Andersson decidono di spostare nuovamente le coordinate della loro musica e di cimentarsi anche loro con sonorità rock più adulte e robuste. L’isteria collettiva attorno al loro nome e la sicurezza di poter facilmente bissare i fasti dell’album precedente permettono loro libertà di scelta e di provare qualche azzardo, come la pubblicazione della felpata “The Name Of The Game” per trainare il nuovo disco. Un singolo rischioso perché, pur potendo far leva sull’interpretazione sentita di Agnetha e Frida e la pregevole fattura degli arrangiamenti, con tanto di fiati beatlesiani nel bel ritornello, il pezzo appare subito meno esplosivo e troppo elaborato melodicamente per ripetere il boom di “Dancing Queen”. Eppure, nonostante tutto, il successo li bacerà ancora e diventerà ancora più marcato col singolo seguente, un altro dei loro brani più ricordati, l’irresistibile marcetta propulsiva di “Take A Chance On Me”: melodia immediata e strepitosi intrecci vocali, stavolta dal retrogusto jodel, e subito ennesima prima posizione in Uk e terzo posto negli Usa (dove le vendite complessive supereranno persino quelle di “Dancing Queen”).
I due singoloni fanno schizzare alle stelle le quotazioni di The Album, nonostante la sua tracklist non contenga, come preventivato, un altro brano altrettanto ballabile e divertente. L’incipit è infatti sontuoso e arioso, affidato alla bella “Eagle” dalle tinte psichedeliche e l’atmosfera si fa piuttosto riflessiva nel corpo centrale del disco, con la ballatona Aor “One Man, One Woman” e con quella più acustica e, invero, vagamente da oratorio di “Move On”. Ci si ridesta poi con la tiratissima, per i loro canoni, cavalcata di “Hole In The Soul”, debitrice dei Supertramp ma non sostenuta purtroppo da un’auspicabile aggressività vocale.
Fin qui un album rigoroso e riuscito, seppur meno scoppiettante e leggermente opaco rispetto ai due precedenti, ma Ulvaeus e Andersson non riescono a non farsi prendere la mano e, iniziando a coltivare il loro sogno di scrivere un musical, decidono malauguratamente di porre a sigillo dell’album una mini-suite in tre movimenti intitolata “The Girl With The Golden Hair: Three Scenes From A Mini-Musical”. L’orecchiabilissima “Thank You For The Music”, un futuro classico live per la band, è l’apoteosi del cattivo gusto e del buonismo da musicarello, impossibile da perdonare nonostante l’interpretazione bigger than life di Agnetha. La seguente “I Wonder (Departure)” ne è quasi una controparte sottotono e noiosa, ma poi è fortunatamente la volta, quale colpo di coda a risollevare l’ascolto, della frenetica “I’m A Marionette”, punto d’incontro tra la drammaticità mitteleuropea di Brecht e Weill e la grandeur orchestrale di Andrew Powell degli Alan Parsons Project.
Nonostante il grande e continuo supporto dei tanti ammiratori, gli ABBA sembrano però stancarsi in fretta di The Album, decidendo di non intraprendere alcun tour in suo supporto e realizzando addirittura il terzo singolo, “Eagle”, solo per qualche mercato minore. L’isteria attorno al loro nome però non accenna a diminuire ed è anzi ulteriormente alimentata dal clamore attorno all’atteso matrimonio tra Andersson e la Lyngstad.
 
Il regno del sabato sera
 
ab79C’è però la volontà d’iniziare a pensare alla nuova direzione stilistica da prendere per registrare il successore di un tale blockbuster e pare non ci sia davvero altra scelta, il 1978 è, senza dubbio, l’anno dominato dai Bee-Gees ammalati di sabato sera, lo zenit della disco-music, insomma. Durante un breve giro promozionale negli States, in compagnia proprio dei fratelli Gibb e di Olivia Newton-John, gli ABBA decidono di cedere alle lusinghe della disco (non erano stati loro, dopotutto, a far ballare il mondo con la loro “Dancing Queen” un paio di anni prima?) e, rientrati in Svezia, realizzano “Summer Night City”, perfettamente calata nelle sonorità più in voga al momento, sexy e ballabili. Nonostante il pezzo sia formalmente ineccepibile e tra i loro migliori di questo genere, il singolo non ottiene, sorprendentemente, la risposta che ci si aspettava dal pubblico e così, quello che doveva diventare il pezzo di punta del nuovo album, viene prontamente archiviato.
Le registrazioni del nuovo disco sono però ormai iniziate nei loro Polar Music Studios di Stoccolma (appena inaugurati e che a breve avrebbero ospitato anche Led Zeppelin e Genesis per le registrazioni di "In Through The Outdoor" e "Duke") ed è troppo tardi per ulteriori ripensamenti stilistici. Atri due singoli, stavolta più in linea con le precedenti produzioni, vengono realizzati nei primi mesi del ’79 per anticipare l’album e stavolta il risultato è quello atteso. La dolciastra “Chiquitita” è un tentativo, nemmeno così distante dalla completa riuscita, di scrivere una nuova “Fernando”, questa volta pensata però per la squillante ugola di Agnetha e con tanto di affascinante outro pianistico garsoniano. “Does Your Mother Know” è invece un irresistibile e ballabilissimo stomp-rock in cui Ulvaeus cerca goffamente di resistere alle avance di un’ammiratrice fin troppo giovane.
Quando però Voulez-Vous vede finalmente la luce, nella tarda primavera, è subito chiaro quali siano i principali ingredienti dell’album: battiti indiscutibilmente disco, archi sintetici, bassi sincopati, chitarrine funky e persino qualche linea di synth dal sapor orientale (come nella pruriginosa title track). Il nuovo sound costituisce l’ossatura di brani da un lato riusciti e coinvolgenti, come l’elegante “The King Has Lost His Crown” e la spumeggiante “If It Wasn’t For The Nights”, dall’altro più sbracati come “Lovers (Live A Little Longer)” o ruffiani tout-court (“As Good As New” e “Kisses Of Fire”).
Quello proposto da Voulez-Vous è un armamentario sonoro che, pur piacevole e solido, finisce purtroppo per suonare eccessivamente lezioso una volta accostato al malinconico melodismo di Benny e Björn e alla delicatezza vocale delle ragazze. Nel momento in cui gli ABBA si trasformano definitivamente in un gruppo disco, come molti erroneamente definiscono tutta la loro carriera, rischiano di diventare addirittura impersonali (la B-side “Lovelight” è una cugina stretta della contemporanea “Tragedy” dei Bee-Gees). Il singolo “Angeleyes” è sicuramente l’esempio più lampante dei pregi e dei difetti di un album destinato comunque ad aver vita lunghissima nelle classifiche europee grazie agli innumerevoli estratti. Non stupisce, comunque, che a fine anno uno dei maggiori successi dell’album si rivelerà la ballata più classica e melensa del lotto, la quasi natalizia (con tanto di finale coro di bambini) “I Have A Dream”, con Frida nuovamente nel ruolo dell’ammaliante seduttrice.
 
Nella seconda metà del ’79 gli ABBA s’imbarcano nuovamente in un tour sold-out, stavolta in giro per l’Europa, il Nord America e, dopo una pausa piuttosto lunga per le registrazioni di un nuovo album, in Giappone. Contemporaneamente viene pubblicata anche la loro seconda raccolta ufficiale, Greatest Hits Vol.2, trainata dal nuovissimo pezzo “Gimme! Gimme! Gimme! (A Man After Midnight)”, probabilmente la loro hit disco più riuscita e ricordata, e che tornerà a far parlare di sé ben ventisei anni dopo quando Madonna ne campionerà, col benestare di Andersson e Ulvaeus, la sua peculiare linea di synth per costruire la base di “Hung Up”, uno dei suoi singoli più venduti. Agnetha Fältskog è qui perfettamente a suo agio nei panni della disco-diva ma, curiosamente, indosserà tutt’altre vesti quando, a breve, regalerà al suo gruppo uno dei loro momenti più memorabili. A dicembre, infatti, i riflettori sono puntati su un inaspettato colpo di scena: lei e Björn inoltrano le pratiche di divorzio.
 
Vincitore non fa prigionieri
 
ab80L’avvenimento, che per qualsiasi altro gruppo avrebbe probabilmente significato la fine, fu invece utilizzato dagli ABBA a loro vantaggio mediatico, non soltanto decidendo di andare avanti come se niente fosse e dimostrando una freddissima determinazione nel tenere ben separati gli affari lavorativi da quelli privati ma, anzi, mettendo questi ultimi a servizio del successo discografico. E’ l’estate 1980 quando “The Winner Takes It All” viene lanciata: una galoppante ballata in cui Agnetha, con tono affranto e rassegnato, si sfoga delle delusioni, delle gelosie e dei ricordi infranti conseguenti alla fine di una relazione. Ulvaeus nega si tratti di un pezzo autobiografico, ma l’occasione mediatica è troppo ghiotta per non pubblicizzare il singolo in questo modo e così, grazie a un misto di voyeuristica pornografia e apprezzamento per l’innegabile bellezza del pezzo, il pubblico tributa al brano un consenso enorme, con tanto di numero uno in Gran Bretagna e top ten negli Stati Uniti (per l’ultima volta). L’attesa per il nuovo album diventa quindi spasmodica, sono milioni le copie vendute solo tramite pre-ordine ma, quando finalmente Super Trouper vedrà la luce alla fine dell’anno, i fan si ritroveranno ad ascoltare un disco non completamente rancoroso e depresso, diversamente dal singolo di lancio.
La serie di hit-single è, infatti, perpetuata all’insegna della leggerezza grazie alla celebre title track (il loro ultimo numero uno nelle classifiche inglesi), una sintetica mazurka in cui si accusa comunque la stanchezza della vita on the road sotto i riflettori e la cui edulcorata marzialità si ritrova anche nella folkeggiante “The Piper”. Nonostante il travolgente rock’n’roll elettronico di “On And On And On”, che paga dichiaratamente tributo, seppur in versione decisamente più robotica, alle armonie vocali di “Do It Again” dei Beach Boys, una delle band preferite di Andersson (Mike Love ricambierà il favore ricantando il brano nel suo unico album solista "Looking Back With Love"), Super Trouper rimane però un album in cui i ritmi più lenti la fanno spesso da padrone.
Solo l’agrodolce “Our Last Summer”, che sembra cucita appositamente per l’interpretazione materna di Frida, riesce comunque a non impallidire di fronte al primo singolo, perché, altrove, il valzer di “Andante, Andante” si trascina fin troppo vetusto, “Happy New Year” si perde in svenevolezze assortite mentre “The Way Old Friend Do”, quasi un traditional celtico registrato live, chiude l’album in maniera eccessivamente tronfia. Rimangono quindi ben poche tracce della recente sbornia disco, riscontrabili nell’agile “Me And I”, con in rassegna voci filtrate al vocoder e un effervescente ritornello che, sorprendentemente, non verrà scelta come singolo. Le preferiranno, e con furbizia, una solenne ma meno slanciata “Lay All Your Love On Me”, probabilmente perché già protesa verso la scena dance del nuovo decennio che non di quello appena trascorso.
Variegato, colorato, impeccabilmente prodotto (con le prime incursioni in territori synth-pop) e destinato a diventare il loro disco di studio più venduto, Super Trouper può essere considerato la summa stilistica degli ABBA, quello che li riporta al pop più sbarazzino degli esordi, seppur affrontato con più maturità ma senza rinunciare alla loro proverbiale patina pacchiana.
 
Un esercito a pezzi
 
ab81Andersson e Ulvaeus sono però instancabili e torrenzialmente produttivi, anziché cullarsi sugli allori dell’ennesimo trionfo discografico, decidono infatti di rimettersi subito al lavoro su un nuovo album, nonostante i rapporti personali tra i quattro continuino a sgretolarsi. Al momento di rientrare nei Polar Music Studios, nei primi mesi del 1981, anche Benny e Frida avranno messo la parola fine sul loro matrimonio. E stavolta la situazione non proprio idilliaca e rilassata si rifletterà anche sulle atmosfere della nuova musica prodotta ma, incredibilmente, non sulla sua qualità. Pubblicato esattamente un anno dopo Super Trouper, The Visitors si presenta, infatti, come il tassello anomalo della loro discografia, quello più serio e maturo, che non si pone come fine ultimo quello di far divertire l’ascoltatore, ma di stupirlo con sonorità sofisticate e moderne (sarà anche il primo album in assoluto a venir realizzato su compact disc), melodie elaborate e testi decisamente più impegnati del solito. L’effetto è subito raggiunto, al punto che non sembra nemmeno di ascoltare i classici ABBA, con l’iniziale “The Visitors (Crackin’ Up)”, in cui si parla di dissidenti sovietici braccati dal Kgb (tema che causerà la messa al bando dell’album nell’allora Unione Sovietica). Il brano vede un’irriconoscibile Frida abbandonare il suo morbido e rassicurante registro per affrontare una nenia muezzin, con voce algida e tagliente, su uno spigoloso e crepuscolare tappeto sintetico, prima di lanciarla in una claustrofobica e imponente cavalcata techno-pop. Metallici nervosismi new wave si riscontrano anche in “Soldiers”, alleviata da un più baldanzoso ritornello alla “Super Trouper” ma sempre incentrata sulle tensioni della guerra fredda, e in “Should I Laugh Or Cry” che all’ultimo momento fu rimossa dalla tracklist e utilizzata come b-side.
Andersson e Ulvaeus poi ci riprovano, stavolta con buoni risultati, anche col musical: la melodrammatica “I Let The Music Speak” è un sontuoso e mutevole pastiche kitsch che mescola Broadway e operetta, synth e prog, mentre il garbato numero da cabaret, su un ménage à trois, di “Two For The Price Of One” oggi non stonerebbe tra i classici chamber-pop dei Divine Comedy.
La solitudine e l’abbandono sono i temi-guida di un album che sin dalla bella copertina ci mostra i quattro membri distanti l’uno dall’altro. The Visitors è anche il loro lavoro in cui non sono presenti brani interamente cantati all’unisono ma in cui i pezzi sono affrontati come se ogni membro del gruppo fosse un solista; uno di questi, la dolce ninna-nanna “Like An Angel Passing Through My Room”, che chiude l’album spoglia e scandita solo da metronomo e carillon, è l’unico brano degli ABBA interpretato interamente da un solo componente. E proprio per la norvegese Frida il disco sembra quasi essere una sorta di trampolino di lancio per affrancarsi dal gruppo e riprendere in mano la sua carriera solista, stavolta con mire più internazionali. Il suo recente divorzio da Benny Andersson è analizzato nella power-ballad “When All Is Said And Done”, proprio come un anno prima “The Winner Takes It All” aveva fotografato quello di Agnetha e Björn, seppur con toni più grintosi e meno rassegnati del previsto. E se il più tradizionale, e invero troppo sdolcinato, lento “Slipping Through My Fingers” vede Agnetha riflettere sulla crescita dei figli con rimpianto, nella palpitante “One Of Us”, malinconica ballata dal retrogusto partenopeo, sembra quasi consolare la collega per il fallimento del suo matrimonio.
“One Of Us” sarà l’unica hit estratta dall’album e l’ultimo loro singolo a conquistare la top ten inglese (tre settimane in terza posizione). Il successivo “Head Over Heels”, il brano relativamente più gioioso dell’album, una sorta di synth-tango dallo sfarzoso ritornello è infatti un inaspettato flop (mancherà persino la top 20) e anche The Visitors, dopo il solito esordio col botto nelle classifiche, si rivelerà meno longevo rispetto ai precedenti album. Dopo aver letteralmente saturato il mercato discografico per quasi un decennio, il pubblico sembra iniziare a stancarsi degli ABBA, non tutti sono convinti e affascinati dal loro tentativo di svoltare stilisticamente e le generazioni più giovani hanno ancora troppo ben in mente il loro immaginario buonista, quasi casalingo, per poterli accogliere, con credibilità, tra i nuovi eroi della new wave.

La resa
 
ab82Nonostante The Visitors sia, a tutti gli effetti, il canto del cigno degli ABBA e sia ormai considerato unanimemente come l’album del loro addio alle scene, in realtà non fu assolutamente concepito come tale. Dopo una lunga pausa, durante la quale sia Frida che Agnetha si dedicarono alle registrazioni dei loro primi album solisti in lingua inglese, gli ABBA ritornarono in studio nella tarda primavera del 1982, intenzionati a porre le basi per il loro nono album e ipotizzando addirittura un nuovo tour. Tuttavia l’alchimia tra i quattro e la voglia di lavorare assieme risultano subito definitivamente svanite, le registrazioni vanno avanti contorte e a intermittenza (a causa degli impegni solisti) e a fine estate Ulvaeus e Andersson, non soddisfatti del lavoro svolto, gettano la spugna. Dei sei pezzi completati, due vengono riposti nel cassetto e vedranno la luce solo dieci anni dopo: “I Am The City”, uno dei loro tipici brani sbarazzini ma in chiave completamente electro-pop, e una più convenzionale ballata anni 80 al sax intitolata “Just Like That”. Degli altri quattro, “Cassandra” (via di mezzo in chiave epica tra le classiche “Fernando” e “Chiquitita”) e la stupida filastrocca “You Owe Me One” sono promossi a B-side da abbinare ai due singoli scelti per trainare una nuova raccolta, la doppia The Singles: The First Ten Years, da realizzare prima di Natale.
La seducente “The Day Before You Came" (ad oggi l’ultimo brano registrato dai quattro) viene rischiosamente scelta come singolo di lancio: il malinconico brano non presenta infatti alcun ritornello ma un’unica, lunga strofa in cui si narra minuziosamente la monotona e grigia quotidianità di una donna nei giorni antecedenti l’arrivo di un nuovo partner (o del suo killer?). “Non avevo l’impressione di vivere senza uno scopo”, canta Agnetha, sconsolata, su un suggestivo e ipnotico tappeto di fredde drum-machine e con Frida impegnata in drammatici cori operistici sullo sfondo. Il singolo, diventato ormai di culto, è senza alcun dubbio il migliore del loro repertorio ma, nonostante il bel videoclip finalmente scevro di stupidi siparietti e costumi, è nuovamente un grosso insuccesso (curiosamente si comporterà meglio, un paio di anni dopo, una cover del pezzo proposta dai Blancmange). Stessa sorte toccherà anche al secondo estratto, sempre dominato dall’elettronica ma più convenzionale, “Under Attack”.
A differenza dei singoli la raccolta otterrà comunque l’ennesimo buon posizionamento nelle classifiche e i quattro parteciperanno a una manciata di trasmissioni televisive per promuoverla, ma da quel momento in poi, senza alcuna dichiarazione ufficiale riguardo il loro scioglimento, gli ABBA entreranno definitivamente in stand-by e soltanto un album di registrazioni live verrà pubblicato a metà anni 80 nel disinteresse generale.
 
Ufficialmente dispersi
 
Sarà, non tanto inaspettatamente, la non più bruna Frida ad apparire per prima sul mercato in veste solista e in grande spolvero, con gli ABBA ancora ufficialmente in attività. Prodotto da Phil Collins e con brani di Bryan Ferry, Giorgio Moroder e dello stesso Collins, il suo primo album in lingua inglese, "Something’s Going On" del 1982, saprà farsi notare grazie soprattutto all’enorme successo del quasi omonimo singolo “I Know There’s Something Going On”, tanto in linea con le ultime e cupe prove degli ABBA quanto con i primi episodi solisti dell’ex-Genesis. Tuttavia dopo il botto iniziale nessun altro singolo estratto sarà in grado di ripetere tale exploit. Andrà peggio due anni dopo con "Shine"; nonostante la produzione di Steve Lillywhite e la presenza di un brano scritto da Ulvaeus e Andersson, album e singolo omonimo otterranno un’accoglienza talmente tiepida che spingeranno la Lyngstad a trascurare la sua carriera discografica negli anni a venire (eccezion fatta per un album in svedese del 1996 e qualche singolo distribuito nei soli paesi scandinavi). Sposatasi con un principe del principato tedesco di Reuss nei primi anni 90, rinuncerà al titolo di popstar per acquisire quello nobiliare di Principessa Reuss di Plauen.

Ancor meno appariscente, almeno inizialmente, la carriera solista in lingua inglese di Agnetha Fӓltskog (che aveva comunque continuato a incidere in svedese anche durante gli anni 70). L’album "Wrap Your Arms Around Me" del 1983 riesce a lanciare solo due singoli minori: la caraibica e pregevole “The Heat Is On” e una “Can’t Shake Loose” scritta dallo stesso autore di “I Know There’s Something Going On” di Frida, ma non altrettanto incisiva. Gli altri due suoi album pubblicati negli anni 80 passeranno ancora più inosservati.
Sarà solo all’alba del nuovo millennio che Agnetha riprenderà in mano le redini della sua carriera con lungimiranza, all’insegna delle torch song anni 50 e delle ballate romantiche per i palati più adulti, prima con "My Colouring Book" (2004) e poi con "A" (2013), entrambi acclamati sia nel Nord Europa che nel Regno Unito.
Ulvaeus e Andersson, come previsto, si cimenteranno invece con la scrittura (assieme a Tim Rice, il celebre paroliere di Andrew Lloyd Webber) di un musical ambientato durante un torneo di scacchi con sullo sfondo la guerra fredda tra Usa e Urss. "Chess" e relativo album del 1984 riscuoteranno un discreto successo, nonostante le iniziali critiche. Lo spettacolo verrà replicato per anni con alti e bassi, e ben due singoli memorabili verranno estratti: la celebre “One Night In Bangkok”, cantata da Murray Head, e il duetto tra Elain Paige e Barbara Dickinson “I Know Him So Well”, destinato a diventare uno standard per tutte le dive dall’ugola d’oro (sarà in seguito ricantato anche da Whithey Houston e Barbra Streisand). I due continueranno insieme producendo e scrivendo due album per il misconosciuto duo pop Gemini, e poi ritenteranno col musical, ma stavolta solo per i teatri svedesi. Tra produzioni minori e concerti orchestrali, il loro lavoro principale diventerà tuttavia quello di mantenere in auge il brand ABBA, sorprendentemente destinato a raggiungere una fama ancora più grande e costante a dieci anni dal loro scioglimento.
 
La restaurazione
 
ab2000All’inizio degli anni 90 i quattro componenti degli ABBA sono quasi del tutto dimenticati e ormai percepiti come legati a un passato fin troppo remoto e non abbastanza cool per competere con le grandi popstar inglesi e americane, così sessualmente aggressive e irraggiungibili. Il loro semi-ritiro dalla scene, però, si rivelerà tutt’altro che una resa, perché se il pubblico, anche quello più giovane, non sembra in grado acclamare Frida e Agnetha al fianco di Whitney Houston e Janet Jackson, è invece prontissimo per riscoprire le canzoni che cantavano un tempo. A fine ‘92 tutte le raccolte degli ABBA vengono ritirate dal mercato per far spazio a un nuova retrospettiva intitolata Gold: Greatest Hits e contenente i loro diciannove singoli più famosi; il riscontro è ottimo ed è per molti inspiegabile e assurdo vedere gli ABBA nuovamente in vetta alle classifiche in un momento in cui il grunge inizia a far piazza pulita di tanti e più giovani idoli degli anni 80.
L’anno seguente uscirà anche una seconda raccolta, More ABBA Gold: More ABBA Hits, contenente i loro singoli minori (ma non meno belli) e che purtroppo preferisce sorvolare ancora sulle atmosfere più rock degli esordi per dedicarsi nuovamente ai momenti più luccicanti. L’impatto sull’immaginario popolare è talmente grande che persino un gruppo in fase calante come gli Erasure di Vince Clark riuscirà a dare nuova linfa alla propria carriera pubblicando "ABBA-esque", un Ep contenente quattro cover degli svedesi. Il trionfo di Gold non sarà un fuoco di paglia e anzi il disco diventerà, con quasi trenta milioni di copie smerciate, uno degli album più venduti di sempre, destinato a essere continuamente ristampato e a rientrare ai piani alti delle chart mondiali negli anni successivi ogniqualvolta il nome degli ABBA sarebbe tornato prepotentemente sotto i riflettori dei media.
 
Le occasioni saranno diverse e spesso legate al mondo del cinema. Nel 1994 due campioni al botteghino come “Le nozze di Muriel” e “Priscilla, la regina del deserto” (entrambi australiani) citeranno i quattro svedesi non soltanto a livello di colonna sonora e ne rafforzeranno la fama. Fama destinata a diventare mito quando nel 1999 debutterà a Londra il musical “Mamma Mia!” scritto da Catherine Johnson con la supervisione di Andersson e Ulvaeus (inizialmente non del tutto convinti della pièce) e prodotto anche dalla Lyngstad, in cui i classici degli ABBA saranno incastrati per creare una storia inedita. Tradotto in più di dieci lingue, replicato ininterrottamente in tutto il mondo, diventerà uno dei musical di maggior successo mai realizzati e la cui celebrazione culminerà con la trasposizione cinematografica, dallo stesso titolo, nel 2008. La storia d’amore ambientata in un’isola greca non ha niente a che vedere con l’estetica del gruppo e con le atmosfere schlager e glam-pop della loro musica eppure nessuno sembra farci caso, anzi il riscontro del pubblico sarà talmente grande che nel 2016 ne verrà realizzato un sequel di altrettanto successo. Una delle protagoniste della pellicola, la sempreverde popstar Cher, coglierà la palla al balzo per realizzare un'intero album di loro cover, intitolato Dancing Queen. Ulteriori segni di come le canzoni degli ABBA siano ormai percepite dal pubblico come indipendenti dai loro interpreti e facenti definitivamente parte della tradizione popolare: sicuramente una lusinga per i loro autori e una ulteriore fonte di sdegno per i detrattori, tanti quanti i loro ammiratori.
 
Nella scena pop, da Madonna a Lady Gaga passando per Kylie Minogue e da George Michael a Robbie Williams passando per i Pet Shop Boys, l’influenza degli ABBA è sempre stata tangibile e fondamentale, e forse soltanto ora che il mainstream fa prevalentemente rima con l’r’n’b sembra diventare meno imprescindibile. Eppure sono tantissimi e insospettabili i musicisti di diversa estrazione che nel corso degli anni hanno stupito eleggendo gli svedesi quale loro guilty pleasure, se non addirittura loro band preferita: John Lennon, Pete Townsend, Lemmy, Elvis Costello, Joy Ramone, Debbie Harry e finanche uno scorbutico come Noel Gallagher… hanno tutti più volte espresso sincera ammirazione per loro. Mike Oldfield, Sisters Of Mercy, Portishead, Sinéad O’Connor, Joe Jackson e John Grant hanno persino reinterpretato loro canzoni, e Bono volle Andersson e Ulvaeus a duettare con gli U2 sulle note di “Dancing Queen” in una tappa svedese dello “Zoo TV”.
Ormai non si contano più i musei, le mostre, i documentari, le tribute-band a loro dedicati e soprattutto gli ingaggi milionari che vengono loro offerti per una reunion, anche di una sola serata. Proposta che i quattro hanno sempre rifiutato per non intaccare, coi segni del tempo trascorso, il loro ricordo nella memoria collettiva. Probabilmente sarà solo grazie alle nuove tecnologie applicate alla realtà virtuale che sarà possibile vederli nuovamente, sotto forma di ologrammi, tutti assieme su un palco, essendo rarissime le occasioni in cui i quattro appaiono al completo.
A quasi cinquant’anni dal loro debutto, nonostante i tanti traguardi raggiunti e la loro indelebile impronta nell’immaginario pop, sono ancora in tanti ad avere l’impressione che tutto ciò fosse immeritato, a conferma che non sempre ciò che vende fa rima con qualità. Dibattiti e contrasti che ancora oggi si accendono attorno al loro nome e alla loro musica, ricordandoci che forse non farà mai figo ascoltare gli ABBA ma sarà sempre figo ascoltarli.

di Stefano Fiori

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DILLO A VETTICA DI AMALFI ONLINE Chi è Peppino Di Capri: età, moglie, figli, carriera, canzoni e vita privata

13 Dicembre 2020, 18:01pm

Pubblicato da Miki Pappacoda

 

INSERITO DA MIKI PAPPACODA E’ uno dei cantanti più amati e conosciuti del panorama musicale italiano, parliamo di Peppino di Capri.

Con la sua voce, le sue melodie e le sue canzoni ha conquistato il cuore di milioni di italiani.

Chi è Peppino Di Capri: età, moglie, figli, carriera, canzoni e vita privata

Giuseppe Faiella, in arte Peppino Di Capri, è nato il 27 luglio 1939 nell’isola di Capri ed è diventato popolare negli anni ’60.

Originario di una famiglia di musicisti (il nonno fu musicista nella banda di Capri e il padre Bernardo, che aveva un negozio di dischi e di strumenti musicali, nel tempo libero suonava il sax, il clarinetto, il violoncello e il contrabbasso in un’orchestra), si esibisce per la prima volta all’età di quattro anni nel 1943 suonando il pianoforte davanti alle truppe americane di stanza sull’isola natale durante la guerra.

 
 

 

A sei anni incomincia a studiare pianoforte con una severa insegnante tedesca a Napoli, ma nel 1953 incomincia anche ad esibirsi con l’amico Ettore Falconieri, che suona la batteria, nei night-club di Capri e della vicina Ischia con la denominazione Duo Caprese.

L’insegnante, venuta a sapere la cosa, decide di cacciare Peppino che comincia così a dedicarsi esclusivamente alla nascente musica rock d’importazione americana.

Il 26 agosto 1956 Peppino ed Ettore riescono anche a esibirsi in televisione, nella trasmissione televisiva Primo applauso, interpretando due brani: Cry e Tu vuo’ fa’ l’americano condotta da Enzo Tortora; non vinsero e non ottennero contratti discografici.

Nella sua carriera ha ottenuto tantissimi successi tra i quali si ricordano: Champagne, St. Tropez e Luna Caprese.

E’ stato l’unico cantante italiano a salire sullo stesso palco calcato dai Beatles, in occasione dei loro tre leggendari concerti italiani a Milano, Genova e Roma nel 1965.

E’ stato uno dei grandi protagonisti del Festival di Sanremo a partire dal primo trionfo datato 1973 con “Un grande amore e niente più”.

Riesce nella stessa impresa tre anni dopo con la canzone “Non lo faccio più”. Partecipa anche all’edizione del 1985 con “E mo e mo”, nel 1987 con la canzone il “Il sognatore”, nel 1990 con “Evviva Maria”.

Ha portato con la sua musica il twist in Italia ed è stato protagonista di tantissime trasmissioni televisive di successo.

Rai 1 ha celebrato i suoi quarant’anni di carriera con lo spettacolo “Champagne, di Capri di più…” realizzato proprio nella meravigliosa piazzetta di Capri nel 1998.

A 10 anni di stanza, per i 50 anni della sua carriera, ha pubblicato il doppio DVD 50°, con un disco con il concerto dal vivo registrato a Roma insieme ad un altro disco con una selezione di apparizioni televisive a partire dal 1960.

Vita privata

Nel 1959 conobbe a Ischia la diciottenne torinese Roberta Stoppa, modella principiante con la quale convisse sin da subito. I due si sposarono nel 1961. Sul finire degli anni sessanta i due tuttavia affrontarono un periodo di forte crisi coniugale, che culminò nel 1970 proprio con la nascita del loro primo figlio Igor e con l’inizio di una nuova relazione da parte di Peppino con una giovane studentessa napoletana di biologia, Giuliana Gagliardi, oltretutto sorella della moglie di Mimmo Di Francia.

Quando alcuni anni dopo Peppino e Roberta divorziarono, il cantante instaurò stabilmente la sua storia con Giuliana. I due si sposarono nel 1978 e poco dopo ebbero i due figli Edoardo (1981) e Dario (1986). Giuliana Gagliardi è morta il 4 luglio 2019 all’età di 68 anni a causa di un male inguaribile. AMALFINOTZIE

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DILLO A VETTICA DI AMALFI ONLINE Mangia 5 kg di budino in 3 minuti e finisce nel Guinness dei Primati: così una divoratrice professionista si guadagna da vivere

11 Dicembre 2020, 09:36am

Pubblicato da Miki Pappacoda

DILLO A VETTICA DI AMALFI ONLINE Mangia 5 kg di budino in 3 minuti e finisce nel Guinness dei Primati: così una divoratrice professionista si guadagna da vivere

INSERITO DA MORENA MOTTA In molti non riescono a credere a quello che Molly fa per professione, ed in effetti a vederla non si direbbe proprio. È alta un metro e 73 cm per 55 kg e… può divorare 48 fette di torta di zucca in 10 minuti, o 5 kg di budino in 3 minuti, finendo anche sul Guinness dei Primati; ed essere anche pagata per farlo.

“Ho iniziato per caso nel 2012” racconta al Guardian. “Lavoravo come barista in una tavola calda in Nebraska che aveva lanciato una specie di concorso: se riuscivi a mangiare tutto il suo hamburger da 2,2 kg, che ha circa il diametro di un pallone da calcio, non lo avresti pagato. E qualcuno pensò di sfidarmi, scommettendo che non ce l’avrei mai fatta. Beh, semplicemente l’ho divorato! Non pensavo di aver fatto Bingo ma in realtà era così”. Molly prosegue con qualche altra sfida da dilettante: passa dal record dell’hamburgeria di quartiere alla sagra del gnocco fritto e via di seguito finchè la cosa diventa seria.

All'inizio voleva solo fare sfide singole, non concorsi con un sacco di concorrenti e premi in denaro. Con quattro figli era troppo impegnata. Ma nel 2013 viene invitata ad un concorso nel Connecticut dove vince due gare consecutive ed in pochi minuti guadagna più dello stipendio di due settimane da barista. E così lascia il lavoro.

“Il competitive eating sta diventando sempre più popolare e nel settore – prosegue Molly – e ci sono almeno un centinaio di professionisti. I premi in denaro variano notevolmente e ci sono pochissime persone che possono vivere solo con i premi guadagnati, forse due o tre in tutti gli States”.

“Una delle mie prime sfide è stata mangiare una bistecca da 2 kg. L'ho divorata in meno di tre minuti, più che dimezzando il record precedente. Ho anche mangiato 119 gnocchi in due minuti. Li ho semplicemente ingoiati interi, non c'era tempo per masticare. E ho ottenuto un Guinness World Record per aver mangiato 5 chili di budino in tre minuti. Questo è il mio unico record iscritto nel Guinness, perché gli altri non li ho mai fatti registrare ufficialmente; non mi va di apparire più di tanto.”

E così Molly vince per tre volte il Wing Bowl: un concorso per chi mangia più ali di pollo in mezz'ora. Si tiene in un'arena sportiva di Philadelphia il venerdì del weekend del Super Bowl, davanti a 20.000 persone, in genere piuttosto alticce. Nel 2018 vince 5.000 dollari e un’auto della Hyundai. E conquista anche il record per
aver mangiato 501 ali di pollo in 30 minuti. “Questo è probabilmente il risultato di cui sono più orgogliosa”.

Ovviamente ci si deve allenare. Il tipico esercizio è bere molta acqua per dilatare lo stomaco. Gli effetti del dopo-gara dipendono ovviamente da quanto si è ingurgitato. Fino ai 3/4 chili non vi sono problemi, “magari dopo mi faccio anche uno spuntino”. Ma se si arriva a livelli pantagruelici (attorno ai 10 chili) inevitabilmente poi ci si dovrà alleggerire (e su questo punto è meglio non indagare oltre). “Una volta – racconta Molly - ho persino sentito parlare di una gara di mangiatori di verdura, anche se il 99% di ciò che mangiamo nelle gare è robaccia che nessuno di noi porterebbe in tavola normalmente ogni giorno. A casa non compro molto cibo preconfezionato e in tavola c’è sempre molta frutta e verdura.”

La maggior parte delle gare si svolge all'aperto e così d’estate Molly viaggia quasi tutti i fine settimana. “Incontro persone fantastiche e posso dire che non c'è un tipico mangiatore da competizione; ci sono insegnanti, militari, persone che lavorano nei ristoranti. Potrei fare fino a 20-25 concorsi all'anno e guadagnare molto di più di quanto prendevo con il mio lavoro di barista, arrivando al di sopra della media degli stipendi negli States”.

“I miei figli sanno cosa faccio per vivere, conclude Molly, ma non me ne faccio un vanto e loro non vengono alle gare; è un ambiente un po’ particolare. Molti ci criticano riservandoci spesso commenti scortesi e accusandoci di essere solo uno spreco vivente. Ma dopotutto se ti rimpinzi alla Festa del Ringraziamento, o ti ingozzi ad un buffet aziendale ben fornito fai esattamente quello che faccio io; almeno io però sono pagata per farlo!”

FONTE TODAY.IT

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DILLO A VETTICA DI AMALFI ONLINE Regina Elisabetta farà presto il vaccino Assieme al principe Filippo, in via prioritaria per l'età

6 Dicembre 2020, 11:56am

Pubblicato da Miki Pappacoda

INSERITO DA MIKI PAPPACODA La regina d'Inghilterra Elisabetta II riceverà nelle prossime settimane il vaccino Pfizer-BioNTech contro il Covid, farmaco che ha appena ottenuto il via libera dalle autorità sanitarie britanniche.  © ANSALo si apprende dalla stampa britannica. La sovrana di 94 anni e suo marito, il principe Filippo, 99 anni, saranno entrambi vaccinati in via prioritaria a causa della loro età e non come trattamento preferenziale, riporta il Daily Mail online. Secondo il quotidiano, i membri più anziani della famiglia reale renderanno pubblica questa vaccinazione al fine di "incoraggiare quante più persone possibile a farsi vaccinare", poiché le autorità temono che gli attivisti anti-vaccino seminino dubbi nella popolazione. La Gran Bretagna ha dato il via libera al vaccino contro il coronavirus sviluppato dai laboratori Pfizer e BioNTech per una campagna di vaccinazione che partirà tra le persone più anziane e vulnerabili. Il Daily Mirror afferma da parte sua che diverse celebrità del Regno Unito si sono impegnate pubblicamente a farsi vaccinare per sostenere la campagna di vaccinazione. ANSA

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DILLO A VETTICA DI AMALFI ONLINE Problemi dei giorni nostri

3 Dicembre 2020, 14:59pm

Pubblicato da Miki Pappacoda

DILLO A VETTICA DI AMALFI ONLINE Problemi dei giorni nostri

di Giovanni Farzati Letto su Il Sole24ore da Sam Dalton🎯 Durante eventi epidemici”, ricorda un rapporto del gruppo di lavoro sulla salute mentale dell’Istituto Superiore di Sanità, “vi è un elevato rischio di sviluppare disturbi d’ansia, depressione”, comportamenti aggressivi verso sé stessi e gli altri, fino a “condotte suicidarie”. Allo stesso tempo “le misure di contrasto [al virus] si associano a maggior rischio di abuso di alcool e sostanze, violenza domestica, e abusi sui minori. Aumentano inoltre vari fattori di rischio psicosociale come stress economico, disoccupazione, lutto, perdita del ruolo e del lavoro, rottura delle relazioni”

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