GIORNALINO ASSOCIAZIONE DIVERSABILI PENISOLA SORRENTINA DELLA DOTT. ROSA DE MARTINO Com'è viaggiare per chi non sta in piedi

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INSERITO DA MIKI PAPPACODA Il Nord Europa è stato premiato ancora una volta per le sue città accessibili. Cosa succede invece in Italia? Cosa significa spostarsi e viaggiare per un disabile? Ne abbiamo parlato con Fabrizio Marta, esploratore su due ruote della sua carrozzina Lussemburgo è la città più «accessibile» d'Europa: la città in cui un disabile si sente meno escluso, perché può muoversi con meno barriere. Per questo l'ha appena incoronata l'Access City Award 2022, premio annuale della Commissione Europea nato per promuovere soluzioni innovative e miglioramenti che spianino letteralmente la strada anche a chi ha difficoltà a muoversi. Ogni anno segnala gli esempi più virtuosi: dopo Lussemburgo, seguono per il 2022 Helsinki e Barcellona, con Lovanio (in Belgio) e Palma (Spagna) selezionate per le menzioni speciali. Qualche primato lo abbiamo guadagnato anche noi negli anni scorsi: nel 2016 ha vinto Milano. Nel 2021 Firenze invece si è guadagnata una menzione speciale, mentre nel 2019 e nel 2017 sono state menzionate, rispettivamente, Monteverde (Avellino) e Alessandria. «Non è una novità che in cima a questa classifica ci siano città nordeuropee: loro hanno una cultura dell'accessibilità che a noi manca. La barriera architettonica nasce da una barriera anzitutto sociale», dice Fabrizio Marta, grande viaggiatore su due ruote, che sono quelle della sua carrozzina. Ci vive dalla nascita e non ha mai rinunciato a scoprire il mondo: ha raccontato dei suoi viaggi in solitaria dall'Australia agli Usa e ha «rotellato» anche con noi di Vanity Fair in tutta Italia. Ora con la sua associazione Rotellando di occupa di sensibilizzazione sul tema dell’accessibilità e anche per lavoro fa formazione a enti e strutture. In questa intervista ci racconta cosa è cambiato e su cosa invece bisogna ancora lavorare, per rendere il mondo un posto migliore, per tutti. Perché nel Nord Europa sono i migliori in fatto di accessibilità? «Hanno un’educazione proiettata all’autonomia, a fare in modo che le persone facciano da sé. Noi italiani, cattolici con l’attitudine ad aiutare, progettiamo la nostra vita nell’ottica che ci sia sempre qualcuno pronto a darci una mano. Le infrastrutture sono fatte male anche per questo: se c’è uno scivolo troppo rigido diamo per scontato che un’anima pia spingerà una persona in carrozzina». Quali sono i Paesi che nel mondo fanno meglio? «Secondo me gli Stati Uniti: per loro è più semplice perché hanno ampi spazi, non hanno costruzioni storiche, e poi hanno dovuto progettare soluzioni accessibili per i veterani mutilati». Qual è la situazione in Italia? «È migliorata, ma decisamente migliorabile, anche perché una volta raggiunto un traguardo ce n’è un altro da superare. Per esempio, nel 2012, quando mi chiedevano quale fosse secondo me la città più accessibile d’Italia rispondevo Torino: reduce dai progetti delle Olimpiadi c’erano stati tanti miglioramenti, facilitati dal fatto che è una città pianeggiante. Allora non avrei mai pensato a Milano, che invece dopo Expo ha sviluppato una nuova coscienza in tema di accessibilità: ora ci sono nuove infrastrutture come la metro Lilla che ha ascensori in tutte le fermate, ma già durante Expo l’ascensore della metro per arrivare dalla stazione centrale al Duomo non funzionava. Oggi non penserei mai a Torino come città accessibile perché i lavori si sono fermati, non c’è stata manutenzione, e poi si è bloccata la catena: magari in carrozzina si può passare sui marciapiedi, ma poi è difficile prendere i pezzi di trasporto, o andare al ristorante». E Roma, la capitale? «Roma non è affatto accessibile: le strade sono tutte acciottolate e i mezzi di trasporto sono impraticabili. Ci sono i montascale ma non si sa mai se funzionano. In generale i mezzi pubblici sono ovunque un problema: se vivi in carrozzina non sai mai se puoi prenderli, in alcune città devi prima chiamare per avvisare che vuoi salire sulla metro. Questo vuol dire vivere nell’angoscia: non hai mai la certezza di poter andare in un posto o di poter tornare indietro da solo. La soluzione resta spostarsi in macchina». Quali sono le località di vacanza in Italia in cui un disabile si sente accolto? «Il Nord Est è sempre avanti: Alto Adige e Trentino in particolare spiccano in positivo. Hanno una fantastica cultura del turismo di cui l’accessibilità è da sempre parte integrante. Altra zona molto avanti per alcuni versi è il Salento, dove ci sono diversi progetti sul turismo accessibile: per esempio le sedie job che in spiaggia portano i disabili al mare per fare il bagno. Poi però nel Salento c’è il problema dei mezzi di trasporto: sono pochi e quei pochi non sono accessibili». Il fatto che molte delle città italiane siano città storiche è un impedimento per creare infrastrutture idonee? «È un po’ una scusante: sicuramente è meno facile, ma si possono fare tanti interventi per migliorare. Matera e Venezia, per esempio, stanno lavorando molto sull’accessibilità nonostante siano due città architettonicamente molto complesse, mentre tante altre località che avrebbero meno difficoltà non fanno nulla. Io ormai vado in giro con una carrozzina che mi consente di spostarmi anche sul ciottolato, e in generale facilita gli spostamenti. La tendenza è questa: devono essere i disabili ad adattarsi ai luoghi, non viceversa». Cosa fanno invece le strutture ricettive? «Gli alberghi sono all’apparenza pronti dal punto di vista strutturale, ma talvolta manca una certa sensibilità nell’accoglienza. Non basta mettere uno scivolo per dire che struttura è accessibile, bisogna che tutti i servizi siano accessibili. Quando mi danno una stanza per disabili nel 90% dei casi non c’è la seduta nella doccia, e anche il buffet della colazione può essere una barriera perché il più delle volte non è alla mia portata: è la dimostrazione che le barriere non sono solo strutturali. Sono dettagli importanti, così come sarebbe importante che gli albergatori, e in generale chi gestisce strutture ricettive, ci facessero delle domande: un cieco ha esigenze diverse da chi vive in carrozzina, ad esempio. A volte davanti a certe situazioni ti incavoli, ma non io col tempo ho capito che non vale la pena, altrimenti ci si rovina la vita. Cosa vuol dire muoversi in un mondo di barriere? «Devi progettare tutto, sia che tu ti muova per lavoro sia che tu sia in viaggio: prima di uscire di casa devi sapere se potrai entrare in un ristorante, dormire in un albergo, se la strada che percorrerai è accessibile. Faccio un esempio che può sembrare paradossale, ma che rende l’idea: io adoro la Croazia, perché Tito ha cementificato una parte delle spiagge. Caldo a parte, per me è il paradiso». La gente è disposta ad aiutare? «È una risposta complessa. Anzitutto mi vien da dire: perché mi devi aiutare? Teoricamente tu non mi dovresti aiutare, perché io dovrei poter fare tutto da solo. Rifaccio l’esempio degli Stati Uniti: la prima volta che sono andato a Los Angeles, nel ’96, ero felice perché potevo essere autonomo, spostarmi in carrozzina guardando il cielo e non il marciapiede per evitare le buche o scalini, e forte di quel ricordo ho fatto lo stesso anni dopo a New York. Ho abbassato le difese, ma sono caduto rovinosamente due volte, una delle quali mi sono rotto una gamba, ma mentre ero lì per terra nessuno mi chiedeva se avessi bisogno, finché si è fermata una persona in carrozzina. In Italia e nei Paesi latini questo non succede: appena sei per terra trovi qualcuno che ti dà una mano, le persone ti lasciano spazio, ti aprono le porte. A volte penso «arriva la regina!». Tutto questo per dire che ci sono dimensioni diverse per strutture, infrastrutture e sensibilità. Ci sono però anche dei giorni in cui non vuoi essere guardato: per chi non vede la propria disabilità certi occhi possono essere pesanti». Da dove bisogna ricominciare? «Dallo studio: servono approfondimenti sull’accessibilità anche nei corsi di laurea di Architettura. L’Italia ha mille normative ma non c’è un vero e proprio campo di progettazione che riguardi la diversità. Pensa al ponte di Calatrava a Venezia: tutto in vetro, era tutt’altro che accessibile e per questo, dopo aver causato numerosi incidenti, sta per essere sostituito da un rivestimento in pietra. Per quanto riguarda il turismo, servono anzitutto informazioni: portali in cui i Comuni indichino ai disabili i percorsi accessibili, e sezioni dei loro siti in cui le strutture diano indicazioni specifiche sui servizi che offrono. Tutto questo non c’è, perché manca la visione delle esigenze dell’altro: chi vive in piedi non vede la vita come chi vive da seduto, e viceversa». di Fabiana Salsi Vanity Fair
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Rimonta dell'alta pressione. La giornata sarà caratterizzata da locali nebbie sulla Pianura Padana, soprattutto al mattino, da residue precipitazioni tra Calabria e Sicilia e da un cielo sereno o poco nuvoloso sul resto delle regioni. Venti forti settentrionali al Sud dove i mari saranno molto mossi (anche agitato il Mar Ionio). Le temperature non subiranno sostanziali variazioni.
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