Overblog Tutti i blog Blog migliori Lifestyle
Segui questo blog Administration + Create my blog
MENU
Giornale Vettica di Amalfi Online Velasca Vimercate News nel Mondo www.mikivettica.over-blog.it

IL DIARIO DI MICHELE PAPPACODA 05\ 09\ 2010 COSTIERA AMALFITANA: CONCERTO DI LELLO MARINO CANTANTE NAPOLETANO A CASA DI MICHELE PAPPACODA VIDEO

15 Maggio 2013, 11:47am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

Lello Marino in concerto a casa di Michele Pappacoda
Lello Marino in concerto a casa di Michele Pappacoda

Ieri sera a casa mia, a Vettica di Amalfi in costiera amalfitana, vi è stato il concerto del cantautore napoletano Lello Marino per festeggiare il battesimo ed il compleanno dei mie due nipoti. Il primo Emanuel ha festeggiato il suo settimo compleanno mentre il secondo, Giacomo Lucio, il battesimo. La serata è stata allietata da canzoni inedite del cantautore Lello Marino e da canzoni classiche napoletane. La serata si è conclusa col taglio della torta e l'apertura dello spumante. Ancora tanti auguri ai miei due nipoti.

Michele Pappacoda

Ps: Guardate uno dei video della serata

 La redazione di Positanonews fa gli auguri ai due nipoti del nostro collaboratore Michele Pappacoda


Leggi i commenti

IL DIARIO DI MICHELE PAPPACODA 31\ 08\ 2010 MICHELE PAPPACODA RACCONTA: IL PASSERO FERITO

15 Maggio 2013, 11:44am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

Il Passero
Il Passero

Un povero uccelletto ferito dalla fionda di un maschietto ando` a posare l’ala offesa sulla finestra aperta di una chiesa. Dalla tendina del confessionale il parroco intravide l’animale, ma pressato dai molti peccatori che pentirsi volean dei propri errori richiuse la tentina prontamente e` si rimise a confessor la gente.
Mentre in ginocchio oppur stando a sedere recitavan ciasun la sua preghiera, una donna notato l’uccelletto lo prese tosto e` se lo mise al petto. Quant’ecco un cincuettio ruppe il silenzio… e` il prete scuro in viso peggio della pece si arrampico` sul pulpito e poi fece,… fratelli chi ha l’uccello per favore esca dalla casa del Signore ! stupiti a tal parole i maschi si accinsero ad’alzar le suole. Ma il prete a quel’errore madornale, fermi grido`, mi sono espresso male, figli diletti statemi a sentire solo chi a preso l’uccello deve uscire.
Subito all’istante le donne si alzarono tutte quante e` con il viso pieno di rossore lasciarono la casa del Signore. Vergine santa grido` allora il prete, su sorelle sedete e` state chete che non volevo dir cio che pensate, percio` ve lo dico con voce chiara e` tesa esca soltanto chi lo ha preso in chiesa.
Immediatamente le suore si alzarono tutte quante anch’esse piene di rossore lasciarono la casa del Signore. A rivergine santa grido` allora il prete su sorelle rientrate e` state chete che voglio chiarire sissignore questa serie di equivoci e` di errori. Percio` sensa rumore e piano piano esca soltanto chi lo ha preso in mano. Una fanciulla che con il fidanzato era nascosta dietro una cappelletta laterale poco manco` che si sentisse male e` quindi sussurro con viso smorto hai visto che se ne sono accorti !...
----------------------------------------"Buon umore"

Ce un cristiano che va a confessarsi e vuole spiegare come nonostante la sua buona volonta` ricasca sempre nella trappola erotica, e` con ricchezza di particolari sta spiegando come aveva incontrata una ragazza compiacente e con quale goduria gle lo metteva nel culo, ma nel mezzo del racconto il parroco viene chiamato d'urgenza da un collega, al che chiede scusa al penitente con la promessa di ritornare di li a poco. Ma viene trattenuto per risolvere un problema grave al che incarica il suo confratello di continuare la confessione, dice tonto non si accorgera` del cambio. Il confratello ignaro di tutto dice: Bene figliolo dove eravamo rimasti!... che, che gle lo stavo mettendo nel culo padre ribatte il penitente: Ha, figliolo per questo devi aspettare il mio confratello che torna risponde il prete per nulla turbato.

Michele Pappacoda




Inserito da:
Michele Pappacoda

Leggi i commenti

IL DIARIO DI MICHELE PAPPACODA 31\ 08\ 2010 MICHELE PAPPACODA RACCONTA: LA LEGGENDA DI COLOMBINA.

15 Maggio 2013, 11:40am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

La leggenda di colombina.
La leggenda di colombina.

Nelle caldi notte d’estate, quando la natura si avvia verso la notte non e` raro che in Gerusalemme i colombi tubino ai loro piccini la leggenda di Colombina. Cosi` acquietati nascondono il loro capo in un arruffio di piume e`… sognao…sognano. Colombina nacque da una nobile famiglia di pennuti che si era stanziata lunghe le rive del fiume Giordano da tempo ormai immemorabile.
La sua nobilta` era fuori discussione giacche` tutti i colombi della contrada erano a conoscenza che il fondatore della dinastia era stato nientemeno che un vassallo del Patriarca Noe` e che quest’ultimo riconoscente dei servizi resi al tempo del diluvio aveva a lui concesso il ramoscello di ulivo riportato all’Arca. Quel ramoscello ovviamente non esisteva piu`, ma questo non significava che i colombi della contrada non ci credessero ed’anzi, tronfi e pettoruti, durante il tempo dell’amore zampettavano giro giro tondo alle loro compagne irretendole con la storia del “ clan “.
Il padre di Colombina al contrario era un saggio e severo pennuto che conscio della sua nobilta` aveva impalmata una tenera colomba di Galilea, anch’essa nobile e` proveniente alle origini dell’orto dei Getsemani. Quando l’unica rampolla, Colombina, nacque tutti i colombi si ritennero in dovere di congratularsi con tale gloria del paese e` la piccina ebbe in dono le piu` succulente spighe della riva del fiume. Come tutti i piccini Colombina dava le sue preoccupazioni a mamma Tuba, la quale vedendola troppo irrecuieta e discola non certo le risparmiava qualche beccatina sul posteriore.
Ma Colombina dimenticava presto il dolore e gli avvertimenti del genitore e` incosciente si recava spesso presso gli agglomerate degli uomini i quail potendola catturare ne avrebbero fatto volentieri un ottimo boccone. Durante una di queste scorribande all’eta` di tre mesi, Colombina vide sulla riva del Giordano, tanta ma tanta gente che si gettava nel fiume sotto l’incitamento di un tipo quando mai brutto e` scarmigliato a vedersi, svelte svelte fece per allontanarsi quando i suoi occhi smirciarono proprio vicino al tizio una spiga cosi appetitosa che la voglia vines e la gola pure.
Con impetuosa baldanza si precipito` in volo verso l’oggetto delle sue brame, quando all’improvviso si ritrovo` ferma… nell’aria… e tutto era luce intorno a lei. Una luce accecante dove l’argento si confonde all’oro e strane creature alate le facevano corona. Colombina ebbe paura e tubava spaventata cercando la mamma che non poteva aiutarla, quand’ecco la sua attenzione si volse verso il basso e` vide l’Uomo, un Uomo dallo sguardo dolce quando l’Aurora senti la sua voce tubarle nel cuore, Colombina non avere paura, oggi sei stata scelta tu nel cielo affinche` gli uomini cattivi, quelli che uccidono i colombi, diventino buoni e che non facciano piu` male.
Colombina ebbe pace dentro di se e seppe che mai piu` avrebbe potuto dimenticare l’Uomo del Giordano e` il suo sguardo, in quello sguardo c’era infinito amore e dolore. La piccina non si curo` piu` delle centinaia di persone che dal basso la guardavano meravigliati e` si sciolse libera in volo verso il nido che mamma Tuba spaventata del ritardo della figlia… chissa` dove sara`…! E se l’e` capitato qualcosa ?... Valla a cercare, spicciati o non trovero` pace ! “Papa” Colombo saggiamente taceva anche perche` non di certo tranquillo pure lui, quand’ecco che Colombina riapparve sulla soglia della colombaia. La mamma subito dopo il guizzo di gioia si apprestava a qualche beccatina piu` forte del solito, ma si arresto` sconcertata… Colombina recava nel becco un ramoscello di ulivo… lo stesso che l’antenato riporto` indietro dal Patriarca Noe` ! E il Capo di Colombina raggiava come l’arcobaleno ! il papa` saggiamente ed amorevole le domando`, figlia mia dove sei stata ? Oramai estraniata dal mondo quotidiano la piccina rispose tubando: Dove l’Uomo che ama i colombi si e` incontrato fra il cielo e la terra, Colombina ormai carica di anni mori` nell’anno diciannovesimo dell’Impero di Tiberio ai piedi della croce, dove gli Angeli la raccolsero… ma questa e` un altra storia.

Michele Pappacoda




Inserito da:
Michele Pappacoda

Leggi i commenti

IL DIARIO DI MICHELE PAPPACODA VETTICA DI AMALFI E LA SUA STORIA RACCONTA MICHELE PAPPACODA FOTO

15 Maggio 2013, 11:30am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

Vettica di Amalfi
Vettica di Amalfi

 Vettica è una delle cinque frazioni di Amalfi e si trova al confine di Conca dei Marini che la divede attraverso la Galleria. Sul promontorio vediamo il Monastero di Santa Rosa. Il villaggio Vettica di Amalfi eè attrversato dalla strda rotabile per Agerola ed è distante da Amalfi circa tre chilometri.Nel villaggio di Vettica di Amalfi vi sono 200 abitanti e in estate arriviamo a 300 con i tanti turisti e paesani emigratia al nord.  Vettica di Amalfi e raggiungibile per chi viene da Amalfi attraverso la SS. 163 fino al bivio di Positano poi prendere la ex SS.366 di Agerola attuale strada provinciale numero due. Arrivati al Bivio di Pogerola girare a Sinistra dove vi è la segnaletica con la Scritta Vettica di Amalfi che vi condurra fino a sotto la chiesa di San Michele Arcangelo protettore del villaggio. Vettica di Amalfi si divide in due zone la zona sud sulla nazionale per Positano dove vi e la capella della Madonna Virgo Potens che si festeggia ogni anno l'11 Luglio qui troviamo tre ristoranti di cui uno Albergo Ristorante La Pergola, ristoramte Pescedoro, Ristorante Mare Cielo e Terra un bar La Taverna Amalfitana e un parrucchiere per donna. Chi vuole raggiungere Vettica di sopra a piedi vi sono varie scalinate . La prima Via Porta Rivecci che dall' Istituto Tecnico per il Turismo porta direttamente sotto la mia casa. Poi abbiamo Via Petingolo Casa Laudano , Via Petingolo Casa Ingenito, e Via Torre di Vettica che attraverso via Costantinopoli portano direttamente sotto la chiesa di San Michele e sulla strada rotabile. Ritornati a Vettica di sopra troviamo la chiesa di San Michele che si festeggia ogni anno con un processione per le vie del villaggio. Negli anni passati e precisamente nel 2002 e nel 2004 vi è stata la visita del Cardinale.Poi di novaa costruzione abbiammo la strada rotabile Monte Rosso Monte Finestra e di recente abbiamo la nuova illuminazione pubblica. Prima di concludere questa breve storia ricordiamo la spiaggia di Santa Croce con la bellissima grotta dove ci sono le barche dei pescatori o almeno c' erano, meta di tanti turisti che da ogni luogo attraverso la famosa scalintata raggiungono questo luogo incantato dalle acque incontaminate e fammoso l'arco di Santa Croce dove i bagnanti sfidando la pericolosità si tuffano. Quello che scrive sono io Michele Pappacoda e cio da presisare che sono un Vettichese e non lascero mai questo bellissimo luogo. W Vettica e w i Vettichesi.

Michele Pappacoda




Inserito da:
Michele Pappacoda

 

Foto correlate
bts   btr
   
bbs   bbr
bts   btr
   
bbs   bbr
bts   btr
   
bbs   bbr
bts   btr
   
bbs   bbr
bts   btr
   
bbs   bbr
bts   btr
   
bbs   bbr
bts   btr
   
bbs   bbr
bts   btr
   
bbs   bbr
bts   btr
   
bbs   bbr
bts   btr
   
bbs   bbr
bts   btr
   
bbs   bbr
bts   btr
   
bbs   bbr
bts   btr
   
bbs   bbr
bts   btr
   
bbs   bbr
bts   btr
   
bbs   bbr
bts   btr
   
bbs   bbr
bts   btr
   
bbs   bbr
bts   btr
   
bbs   bbr

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Leggi i commenti

IL DIARIO DI MICHELE PAPPACODA 12/11/2010 PISA RICORDA ADRIANO OLIVETTI A 50 ANNI DALLA SCOMPARSA.

15 Maggio 2013, 11:23am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

Pisa ricorda Adriano Olivetti a 50 anni dalla scomparsa.
Pisa ricorda Adriano Olivetti a 50 anni dalla scomparsa.

Pisa, 12 nov. - Nella città della Torre pendente, e precisamente in un laboratorio di Barbaricina, sul finire degli anni '50 prese corpo concretamente, grazie a una collaborazione fra l'Università e Olivetti, il Ceo, ovvero il Calcolatore Elettronico Pisano, l'impresa cioè che portò a immaginare e realizzare il primo calcolatore elettronico italiano. Lunedì 15 e martedì 16 novembre a Pisa si terranno due giorni di eventi dedicati all'industriale di Ivrea che fu anche un uomo di grande cultura. Il programma delle celebrazioni, dopo l'inaugurazione da parte del sindaco Marco Filippeschi e del rettore dell'Università, Massimo Augello, inizia al Museo per gli Strumenti per il Calcolo (Via Nicola Pisano 25) con il racconto del legame tra Olivetti e Pisa. Ne parleranno Claudio Luperini, responsabile del Museo per gli Strumenti per il calcolo, e Tiziana Paladini, che guiderà anche una visita alla mostra sui calcolatori già aperta negli spazi di questo Museo. La sera di lunedì prossimo, alle ore 21, al Teatro sant'Andrea, in Via Del Cuore, si terrà lo spettacolo "Sogni d'oro, la favola vera di Adriano Olivetti" di Roberto Scarpa con Luca Morelli, che narra la vicenda umana e professionale di Olivetti in parole, immagini e musica.

Michele Pappacoda




Inserito da:
Michele Pappacoda

Leggi i commenti

IL DIARIO DI MICHELE PAPPACODA 13\ 08\ 2010 COSTIERA AMALFITANA: GETE DI TRAMONTI. LA FESTA DEL VINO: UN HAPPENING DI DUE GIORNI CON I SAPORI VIDEO

15 Maggio 2013, 11:23am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

festa del vino
festa del vino

 

La Festa del Vino: un happening di due giorni con i sapori, le tradizione e il patrimonio vitivinicolo di Tramonti che ha nel suo vitigno autoctono Tintore il protagonista dello sviluppo territoriale Il lungo week-end del sapore e dei profumi della Divina prosegue nel borgo di Gete, operosa frazione di Tramonti dove si concentra la maggiore produzione uve Tintore, straordinari grappoli a bacche rosse che prendono corpo su viti sorprendentemente a piede franco. L’iniziativa di esaltare il vino locale, organizzata dall’Associazione Gete e in programma domani mercoledì 11 e giovedì 12 agosto, si svolge anche stavolta nell’ottica del grande rigore e dell’alta qualità, rivolta com’è ad un pubblico di amatori e esperti che sanno apprezzare e gustare i vini Doc della Costa d’Amalfi e i “Terroir” locali, preziosità conosciuta in tutto il mondo. Ma più in particolare ha l’intento di esaltare le qualità organolettiche del Tintore, uno dei più antichi vitigni della Campania. Anche a Gete, con le sue tre cantine, sono previste carrellate di prodotti tipici e vino a go go, oltre che allo straordinario percorso lungo la via degli Asceti, tra vigneti secolari e sentieri che si arrampicano tra i terrazzamenti. Lungo la strada del vino, sarà possibile degustare pietanze tipiche oltre che i vini delle quattro cantine di Tramonti. A fare da cornice sarà l’incanto dei luoghi con la Cappella Rupestre mentre l’atmosfera sarà garantita dal suono delle tammorre.

Gete è uno dei tredici borghi di Tramonti, cittadina abbarbicata tra i Lattari che scende a imbuto nella vallata che da Chiunzi arriva fin giù al mare di Maiori. Qui, pulsa il cuore di una città del vino grazie alle sue cantine e i suoi vitigni autoctoni che da secoli offrono nettare di insolita eleganza. Questa è una terra dove si coltiva il Tintore, un vitigno unico che in passato serviva solo a dare colore ai vini. I produttori della zona da qualche anno non lo cedono più con facilità ai commerciati di uva proprio perché è partita la fase della rivalutazione del vitigno. Il Tintore, infatti, lo si vinifica in purezza e i risultati sono lusinghieri, anche se necessitano nuovi studi e ricerche. “Il Tintore di Tramonti non ha fratelli, né cugini, né sosia nel mondo”, è stato detto da qualche critico enogastronomico. Ed è così, se si considera che il vitigno è uno dei pochi autoctoni ad aver scampato la fillossera. Per questo, ad agosto, si celebra il trionfo dell' orgoglio contadino, con degustazione dei bianchi e rossi della sottozona di Tramonti della Doc Costa di Amalfi. Ma anche balli, canti e prodotti tipici di una vallata verdissima e generosa in cui si opera e si lavora all'ombra dei Lattari. Informazioni: Comune di Tramonti, Piazza Treviso (frazione Polvica) - Tel: 089-856801 
info@comunetramonti.it 
Ufficio Stampa: Casa del Gusto Costa d’Amalfi.

 

Dal portale di Furore                                inserito da Michele Pappacoda




Inserito da:
Michele Pappacoda


Leggi i commenti

IL DIARIO DI MICHELE PAPPACODA 12/11/2010 OTRANTO DIVENTA PATRIMONIO CULTURALE MONDIALE DELL’UNESCO

15 Maggio 2013, 11:21am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

Otranto diventa patrimonio culturale mondiale dell’Unesco
Otranto diventa patrimonio culturale mondiale dell’Unesco

Il borgo antico di Otranto, “testimone di una cultura di pace”, come si legge sulla ratifica ufficiale dell’Unesco, è simbolo di accoglienza e messaggero di speranza e di valori positivi. E’ un luogo che ricorda a quanti hanno la fortuna di “viverlo” una storia passata ma ancora attualissima, impressa nei monumenti e nelle architetture. Una storia fatta di incroci di popoli e culture differenti, di incontri di destini che si sono intrecciati in quest’area del Mediterraneo in cui questa Città gioca un ruolo di protagonista da sempre.

Michele Pappacoda




Inserito da:
Michele Pappacoda

Leggi i commenti

IL DIARIO DI MICHELE PAPPACODA 01/11/2010 COMMEMORAZIONE DEI DEFUNTI. OGNUNO DI NOI RICORDA UN PROPRIO CARO. DOVE I CIMITERI GUARDANO IL MARE

15 Maggio 2013, 11:20am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

Positano un cimitero che guarda al mare
Positano un cimitero che guarda al mare

2 Novembre. Commemorazione dei Defunti. I piccoli camposanti della costiera amalfitana, come quelli della penisola sorrentina, guardano il mare e quando cala la sera ed il silenzio viene cadenzato dal vento è una festa di luci, ma il ricordo vince ogni pensiero. Un commento del reporter Govanni Farzati ci ricorda che sulla divina costiera la natura è grandiosa, anche i cimiteri sono angoli accoglienti, guardano il mare, il Tirreno, sono inondati dalla luce ed accarezzati dal vento. Mentre ognuno di noi in questa data, sia in Costa d'Amalfi, che in penisola sorrentina così come in ogni altra parte del mondo, ricorda un proprio caro, qui dove i cimiteri guardano il mare

Adesso un poco di storia sulla commemorazione dei defunti.

La Commemorazione dei defunti (in latino Commemoratio Omnium Fidelium Defunctorum, ossia Commemorazione di Tutti i Fedeli Defunti), è una ricorrenza della Chiesa cattolica. Era anticamente preceduta da una Novena e celebrata il 2 novembre di ogni anno. Nel calendario liturgico segue la festività di Ognissanti, che ricorre infatti il 1º novembre.

Nella forma straordinaria del rito romano era previsto che nel caso in cui il 2 novembre cadesse di domenica, la ricorrenza sarebbe stata celebrata il giorno successivo, lunedì 3 novembre. In Italia, benché molti lo considerino come un giorno festivo, la ricorrenza non è mai stata ufficialmente istituita come festività civile.

L'idea di commemorare i defunti in suffragio nasce su ispirazione di un rito bizantino, che celebrava infatti tutti i morti il sabato prima della domenica di Sessagesima - così chiamata prima della riforma liturgica del Concilio Vaticano II - ossia la domenica che precede di due settimane l'inizio della quaresima, all'incirca in un periodo compreso fra la fine di gennaio ed il mese di febbraio. Nella chiesa latina il rito viene fatto risalire all'abate benedettino sant'Odilone di Cluny nel 998: con la riforma cluniacense stabilì infatti che le campane dell'abbazia fossero fatte suonare con rintocchi funebri dopo i vespri del 1 novembre per celebrare i defunti, ed il giorno dopo l'eucaristia sarebbe stata offerta "pro requie omnium defunctorum"; successivamente il rito venne esteso a tutta la Chiesa Cattolica. Ufficialmente la festività, chiamata originariamente Anniversarium Omnium Animarum, appare per la prima volta nell'Ordo Romanus del XIV secolo. Oggi si celebra come Commemorazione di tutti i fedeli defunti.

È consuetudine nel giorno dedicato al ricordo dei defunti visitare i cimiteri locali e portare in dono fiori sulle tombe dei propri cari. In molte località italiane è diffusa l'usanza di preparare alcuni dolciumi, chiamati infatti dolci dei morti, per celebrare la giornata. In Sicilia durante la notte di Ognissanti la credenza vuole che i defunti della famiglia lascino dei regali per i bambini insieme alla frutta di Martorana e altri dolci caratteristici. Nella provincia di Massa Carrara la giornata è l'occasione del bèn d'i morti, con il quale in origine gli estinti lasciavano in eredità alla famiglia l'onere di distribuire cibo ai più bisognosi, mentre chi possedeva una cantina offriva ad ognuno un bicchiere di vino; ai bambini inoltre veniva messa al collo la sfilza, una collana fatta di mele e castagne bollite. Nella zona del monte Argentario era tradizione cucire delle grandi tasche sulla parte anteriore dei vestiti dei bambini orfani, affinché ognuno potesse metterci qualcosa in offerta, cibo o denaro. Vi era inoltre l'usanza di mettere delle piccole scarpe sulle tombe dei bambini defunti perché si pensava che nella notte del 2 novembre le loro anime (dette angioletti) tornassero in mezzo ai vivi. Nelle comunità dell'Italia Meridionale dell'Eparchia di Lungro e dell'Eparchia di Piana degli Albanesi si commemorano i defunti secondo la tradizione orientale di rito greco-bizantino. Le celebrazioni vengono effettuate nelle settimane precedenti la Quaresima.

Secondo la cultura tradizionale di molte località italiane, la notte del Giorno dei Morti le anime dei defunti tornerebbero dall'aldilà effettuando delle processioni per le vie del borgo. In alcune zone, conformemente a quanto avviene nel mondo anglosassone in occasione della festa di Halloween, era tradizione scavare e intagliare le zucche e porvi poi una candela all'interno per utilizzarle come lanterne.

Michele Pappacoda




Inserito da:
Michele Pappacoda

Leggi i commenti

IL DIARIO DI MICHELE PAPPACODA 24/10/2010 IL VANGELO DI OGGI A CURA DI MICHELE PAPPACODA

15 Maggio 2013, 11:19am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

24 Ottobre San Raffaele
24 Ottobre San Raffaele

 Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 18,9-14.
Disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri: 
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l'altro pubblicano. 
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. 
Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo. 
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. 
Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell'altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato».




Inserito da:
Michele Pappacoda

Leggi i commenti

IL DIARIO DI MICHELE PAPPACODA 30\ 06\ 2010 LA PREISTORIA E GLI UOMINI PRIMITIVI RICERCA DI MICHELE PAPPACODA

15 Maggio 2013, 11:18am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

La preistoria e gli uomini primitivi ricerca di Michele Pappacoda
La preistoria e gli uomini primitivi ricerca di Michele Pappacoda

 La storia dell’uomo è la storia del suo adattamento all’ambiente Terra e delle trasformazione che è riuscito a operare. Gli animali, viceversa, si limitano a raccogliere ciò che trovano in natura. Ma il primo carattere distintivo dell’evoluzione umana rispetto alle altre specie animali è la stazione eretta. 6 milioni di anni fa negli spostamento pre-ominidi hanno cessato di appoggiare qualche volta le nocche, iniziano la loro camminata a due gambe, in modo eretto, anche se ancora molto curvi sulla schiena. Perchè? Nella colonna vertebrale non è avvenuta invece una mutazione rapida come nel cervello e la colonna non sostiene efficacemente il corpo eretto. Infatti ancora oggi il 40% della popolazione accusa mal di schiena. Ingegneristicamente la nostra colonna vertebrale non è peseta. L’evoluzione della volontà intellettiva non ha corrisposto in parallelo all’evoluzione ossea.
Tra il 1997 e il 2001 sono stati scoperti un certo numero di frammenti datati tra i 5,2 e i 5,8 milioni di anni che sembrano fare parte di una nuova specie, l’Ardiphithecus ramidus kababba. Le notizie emerse su questa nuova (presunta!) specie sono troppo rare e confuse per fare delle valutazioni attendibili.
Il primo ominide di cui abbiamo notizie certe è l’Ardipithecus ramidus vissuto in Africa centrale circa 4 milioni e mezzo di anni fa. La scoperta di questo altro ominide venne fatta da Tim White ed i suoi allievi Berhane Asfaw e Gen Suwa, tra il 1992 e il 1993 ad Aramis in Etiopia. Oggi sappiamo con certezza che erano simili alle scimmie sia fisicamente che nel comportamento, i canini erano l’unico carattere particolare, le dimensioni minori permettevano un alimentazione diversa. Il pasto degli Australopithecus ramidus era costituito da frutti, germogli, fusti teneri e foglie fresche. La specie successiva è nota con il nome di Australopithecus anamensis, di cui sono state trovate numerose tracce in Kenia dalla èquipe di Meave Leakey. Tutti i fossili sono datati con sicurezza tra i 4,17 – 4,7 milioni di anni fa. I tratti di questa specie sono considerati a metà tra la scimmia e l’uomo, infatti i lineamenti del cranio sono estremamente primitivi e molto simili ai resti fossili delle altre scimmie, ma anche in questo caso i molari sono più grandi e lo smalto di cui sono costituiti è più resistente. Il resto del corpo presenta delle caratteristiche più avanzate, la tibia che è stata ritrovata quasi intera, (mancante soltanto del terzo centrale), lascia pensare per la sua forma che questi ominidi potessero essere. Gli Autralopithecus anamensis erano dotati di molari più grandi con lo smalto più consistente, che risultavano fortemente usurati da una masticazione prolungata, questo significa un ampliamento della dieta che comprendeva anche semi e frutta secca. Si suppone che si servissero di fosse per conservare bulbi, tuberi e radici infatti le particelle minerali avrebbero potuto contribuire ad usurare ulteriormente i denti.
Nel 1974 ad Hadar in Etiopia, nella regione di Afar, Donald Johanson e Tom Gray rinvennero il corpo di un Australopithecus, risalente a circa 3,2 milioni di anni fa. Questo esemplare è stato inserito in una specie definita afarensis, vissuta in Africa centrale tra i 4 e i 2,9 milioni di anni fa. L’esemplare ritrovato era femmina, di altezza approssimativa di 1,07 m, 25 anni di età ed il peso di 27 kg. I maschi della stessa specie erano probabilmente alti 1,35 metri e pesavano circa 45 kg, il loro peso era maggiore di una volta e mezzo rispetto a quello delle femmine. L’Australopithecus afarensis che è una specie intermedia, avrebbe potuto oscillare tra l’andatura semibipede e l’andatura eretta, ma si è in parte emancipato dalla vita sugli alberi, utilizzandoli forse unicamente come riparo notturno. Le opinioni dei paleoantropologi su questo argomento sono anche discordanti, per gli americani Jack Stern e Randall Susman, gli arti inferiori degli Australupithecus afarensis erano prensili anche se in grado di camminare in posizione eretta, come indicato dalle mani e i piedi lunghi, incurvati e molto muscolosi. Un altro ricercatore americano, Bruce Latimer pensa che Lucy, era un bipede perfettamente adattato, e anche se dipendeva ancora dagli alberi, riteneva che gli arti inferiori fossero del tutto organizzati per camminare in posizione eretta, ne era una prova l’orientamento della caviglia simile a quella umana e questo fa pensare che il piede era mono flessibile. I vantaggi apportati dal completamento della andatura eretta sono notevoli: una maggiore manualità degli arti superiori, la possibilità di guardare più lontano grazie agli occhi frontali che consentivano una visione tridimensionale. La testa dell’uomo è posta sopra la colonna vertebrale, ciò consente allo scheletro di sostenere una testa molto pesante, permettendo così anche l’evoluzione di un grande cervello. In posizioni semieretta raggiungeva un livello di circa 1.30 m. Aveva le mani libere e molto probabilmente se ne servivano per procurarsi e usare certi elementi naturali, come bastoni, foglie, cortecce. Ogni gruppo di afarensis domina un territorio la cui estensione è simile a quello dei moderni scimpanzè: 10 miglia quadrati, limitato da fiumi e montagne. Ma che cosa ha costretto una scimmia a camminare retta sulle gambe? La verità è che camminare sulle gambe è diventato un tratto distintivo della nostra specie per una ragione sorprendente: il sesso. Solo in un’epoca più recente (3-2.5 milioni di anni fa), pare che gli austrolopiteci abbiano iniziato a usare le pietre per spezzare o tagliare altri oggetti.
In un periodo compreso tra i 3 e i 2,5 milioni di anni fa la sua comparsa in Africa del Sud un altro tipo di Australopithecus denominato Africanus, fisicamente non molto dissimili dagli Australopithecus Afarensis. Le caratteristiche che distinguevano le due specie erano molto esigue, l’Australopithecus africanus aveva i molari più grandi e questo gli permetteva come vedremo in seguito di avere una dieta più amplia.
Il periodo paleolitico (2 milioni a 10.000 mila anni fa) fu l’epoca delle grandi glaciazioni che, alterandosi a periodi più caldi, imposero nuove forme di adattamento, stimolando nell’uomo la continua scoperta di nuove tecniche di sopravvivenza. Dalle prime pietre rozzamente scheggiate, si passa alla lavorazione raffinata di pietra, avorio e osso per costruire altri strumenti più precisi: arpioni, lance, asce, frecce, coltelli, trapani. L’economia, in questa fase, era un’economia di prelievo, fondata sulla caccia, la pesca e la raccolta. All’interno di un gruppo umano, avvenne una prima forma di divisione del lavoro in base al sesso: le donne si occupavano del raccolto, gli uomini della caccia e della pesca. Gli animali carnivori erano esclusi. I metodi di caccia erano fondati sia sulla forza fisica, sia sull’astuzia: venivano preparate delle trappole, scavando fosse in cui venivano fatte cadere le prede. Gli antropologi chiamano bande i gruppi di venti a cinquanta individui da cui erano composte le società umane. Il nomadismo era una caratterista fondamentale di questa comunità . Uno dei più grandi problemi relativi all’alimentazione è come evidente il deterioramento delle scorte accantonate per i tempi difficili. Per quanto concerne carni e pesci, già dal Mesolitico si utilizza ciò che la natura mette a disposizione; così tra i metodi spontanei di conservazione i popoli nordici adottano il freddo, mentre al sud il sole garantisce l’essiccamento. Intorno a 2.5 milioni di anni fa l’austrolopitecus afarensis diede origine, per cause ancora sconosciute, a specie diverse: da un lato discesero altri austrolopiteci, che poi si estinsero, dall’altro derivò invece l’homo habilis, il primo ominide che possa essere classificato sotto il genere homo, che è appunto quello a cui appartiene anche l’umanità attuale.
Le guance degli austrolopithecus boisei, dai potenti muscoli, la mascella enorme e i molari grandi il quadruplo dei nostri fanno sì che possano mangiare le piante più dure. L’ultimo esemplare in ordine temporale di cui siamo a conoscenza è l’Australopithecus garhi di cui abbiamo alcuni frammenti di cranio e della mascella superiore completa di denti, scoperti nel 1997 da Yohannes Haile – Selassie a Bouri in Etiopia, datati 2,5 milioni di anni fa.
Ma le sorprese non sono finite qui, nel 1999 ad ovest del Lago Turkana in Kenya, sono stati trovati i resti di un nuovo ominide. E’ battezzata con il nome di Kenyantropus platyops. I resti datati tra i 3,5 e i 3,2 milioni di anni.
L’homo habilis, vissuto circa 2 milioni di anni fa, non solo utilizzava gli strumenti che la natura gli offriva, ma ne costruiva di nuovi per difendersi, cacciare, rompere e tritare. Una volta acquisita la manualità nell’uso delle pietre rese taglienti è fin troppo evidente che gli ominidi cominciarono a fare nuove scoperte: si potevano rendere taglienti e aguzzi anche bastoni e rami, trasformandoli in qualcosa di micidiale, l’equivalente di lunghe zanne e lunghe corna. L’uomo stava diventando un nuovo tipo di predatore, con armi mai viste prima. Attraverso l’uso di questi utensili la loro dieta alimentare subirà grandi trasformazioni: la carne ha fornito agli habilis le proteine e i grassi necessari allo sviluppo del loro cervello. Nè leoni nè avvoltoi riescono ad appropriarsene, ma i nuovi strumenti degli habilis sembrano costruiti apposta. Egli possedeva un linguaggio articolato, sebbene semplice: sapeva cioè usare la voce per produrre suoni concatenati che comunicavano significati. Poteva quindi trasmettere ai propri simili le proprie conoscenze (la cultura). L’homo habilis era ancora molto peloso oppure no? La risposta è che ancora oggi noi abbiamo lo stesso numero di peli dello scimpanzè. Ma i nostri peli sono per lo più peli folletto, sono molto sottili e corti, anche se ricoprono tutte le zone del corpo.
Una storia gruciale avveniva attorno a un milione e seicento mila anni fa, e a quel punto eravamo di fronte a una forma di ominide, più evoluta, l’homo ergaster, che molti considerano il primo rappresentante del genere homo. Sono abili cacciatori, già in grado di competere con i grandi predatori della savana, anche se a volte sono costretti a cedere il loro bottino a un leone affamato. Questi gruppi si rivelano anche grandi viaggiatori, sono i primi a uscire dall’Africa e a espandersi in Asia e in Europa. Le vertebre hanno il buco dove passa il midollo spinale, molto più stretto del nostro e secondo alcuni significa ciò potesse modulare meno bene i muscoli della respirazione, in altre parole non poteva parlare come noi. Succede un fatto che rappresenta forse meglio di ogni altra cosa il cambiamento che deve essere avvenuto a un certo punto della nostra storia, la nascita dei sentimenti, delle emozioni e della sofferenze.
L’homo erectus, circa 1 milione di anni fa, si spostò nella fascia temperata dell’Europa e dell’Asia. Produsse strumenti ancora più precisi del suo predecessore. 900.000 anni fa circa i manufatti dopo scheggiatura erano levigati per prolungato sfregamento contro una superficie dura. Oltre ad essere levigati, gli utensili neolitici sono molto specializzati: lame utilizzabili anche come punte di lancia, punte di freccia, perforatori, raschiatoi per lavorare le pelli, asce forate per inanellare un bastone di legno, asce doppie o bipenne, mazze, accette, macine per macinare le granaglie, falci in legno con denti in selce per la mietitura di granaglie, ecc. Le ossa delle sue gambe fanno ritenere che fosse in grado di correre e di camminare, esattamente come l’uomo moderno. Successivamente costruirono le loro case. La famiglia dell’homo erectus era molto più unita e ci si aiutava. Tra maschio e femmina i costumi si sono molto evoluti rispetto a prima e la seduzione è diventata molto fine. Ciò che costruiscono è diventata cultura che viene trasmessa da padre a figlio. L’homo erectus iniziò ad alterare periodi di nomadismo, in cui cacciava, con periodi di sedentarietà , durante i quali viveva in zone che offrivano condizioni particolarmente vantaggiose. Ciò che portò l’homo erectus a vivere per periodi abbastanza lunghi nello stesso luogo fu soprattutto un’innovazione di straordinaria importanza: circa 600000 anni fa, o forse anche prima, egli imparò a controllare il fuoco. Proprio intorno al focolare, che permetteva di cuocere i cibi, di riscaldarsi, di tener lontano gli animali pericolosi, gli uomini incominciarono a stabilire sedi abitate per un certo periodo di tempo. I progressi nel controllo del territorio e nell’organizzazione degli insediamenti furono accompagnati da chiari miglioramenti nella tecnica di lavorazione della pietra, come asce, raschiatoi e coltelli. Grazie a queste innovazioni l’homo erectus era in grado di dare la caccia ai grossi animali e di utilizzarne in molti modi le spoglie, per esempio ricavandone la pelliccia per ripararsi dal freddo. Trascorse verosilmente molte serate insieme ai suoi simili intorno al fuoco. Se lo sviluppo di tecniche per la conservazione dei cibi appare un’evidente necessità , la cottura dei cibi non sembra spiegabile solo in termini di sopravvivenza. Noi oggi sappiamo bene che la cottura della carne la rende più digeribile e più nutritiva, in quanto ne scompone le fibre liberando proteine e carbodraiti. Gli ominidi di mezzo milione di anni fa, però, non possedevano queste informazioni. Essi probabilmente notarono che la carne cotta era più leggera e che molte verdure tossiche divenivano commestibili una volta cotte; appare tuttavia probabile che la scelta di cuocere i cibi fosse anche legata al gusto e non solo a esigenze iedetiche e igieniche. Tra i 300.000 e i 200.000 anni fa apparve l’homo sapiens arcaico, quando ancora erano presenti gruppi di homo erectus. Le arcate sopraccigliari erano meno evidenti ed il mento leggermente più sporgente. Egli viveva all’interno di gruppi formati da circa 20 membri e, dalle testimonianze ritrovate, è possibile affermare che questi uomini erano soliti a collaborare l’uno con l’altro. 166.000 anni fa circa l’homo sapiens scopre nelle erbe gli oppiacei: antidoti alla stanchezza, riceve sensazioni piacevoli, elimina il dolore, oblia, si illude. L’homo sapiens scopre un potente afrodisiaco: l’alcool. Ne usano e ne abusano, anestetizzano e allucinano, curano e uccidono. Il cervello ha imparato a produrre da solo certi oppiacei. In casi di astinenza non vuole rinunciare all’euforia, all’estasi. Ha imparato a fabbricarsele queste sostanze. 154.000 anni fa circa scopre l’abilità delle mani. Di ciottoli scheggiati ne troviamo fatti all’incirca un milione di anni fa, ma ora in quello stesso ciottolo, nel taglio, c’è la volontà , l’abilità nello scheggiarlo, l’esperienza acquisita che fa migliorare l’opra nelle varie operazioni. Nelle varie operazioni ha scoperto quelle più valide, le immagazzina e cerca di ripeterle. 152.000 anni fa circa non vive più da solo, ma altri come lui e come lui operano, hanno altre esperienze, che si trasmettono a vista con i primi gesti ibridi (combinazione di due gesti distinti). 151.000 anni fa circa da questi ultimi si passa subito ai messaggi composti, costituita da più elementi distinti, ognuno dei quali ha un gradi d’indipendenza (un pollice dipende come è messo, può indicare più cose: bere, andiamo, primo, chi segue ecc). 150.000 anni fa circa dai gesti accidentali, si passa a quelli espressivi, agli schematici, ai simbolici, ai codificati, a quelli tecnici, fino ad arrivare a quelli mimici-gestuali che sembrano un discorso intero. 149.000 anni fa circa nel gesticolare siamo ormai alla comprensione reciproca inequivocabile, si può avere qualcosa facendo un gesto preciso (se al Bar senza parlare mimate indice e pollice alle labbra, il barista capisce che volete bere un caffè e vi serve). 148.000 anni fa circa, nel cervello, si sviluppa la zona della prosopagnosia (riconoscimento della faccia), importantissimo per l’associazione del gruppo che va ora costituirsi con i vari elementi; si sviluppa infatti il sociale. Se un trauma cerebrale lede i gangli elettro-neurali ramificati di questa zona sappiamo che il soggetto non riconosce neppure sua madre. 144.000 anni fa circa a fianco di quest’area nasce quella della coprolalia: immagazzina le imprecazioni che impressiona, spaventano, fanno fuggire gli intrusi. 136.000 anni fa circa nascono ora le varianti gestuali, variazioni personali, o quelle di un gruppo su uno stesso tema (es.: ogni popolo adotta un gesto preciso per mandarci a quel paese, ma non è uguale a quello di un altro). 134.000 anni fa circa nascono i gesti di rito, dei saluti, di accoglienza, di commitato, con tutte le variazioni di gerarchia, di ruolo sociale. 133.000 siamo ora al contatto! I nostri progenitori ci hanno lasciato 457 forme di contatto fisico. Stringe la mano a chi crede amico, la mette sulla spalla, lo prende sottobraccio, lo abbraccia completamente, abbraccia la testa, lo accarezza, lo bacia, lo stringe a sè, lo cinge alla vota o lo prende sottobraccio. Negli ultimi 25.000 anni nel nostro ippocampo non siamo riusciti a dimenticarli, infatti nonostante la scoperta del linguaggio, solo al contatto fisico scopriamo alcune simpatie o avversioni. 125.000. anni fa nel rapporto dei due sessi il linguaggio-contatto diventa ancora più sofisticato, è in gioco l’intimità . In entrambi, la futura unione esige preliminari, per non fare solo una semplice unione, ma l’unione con alcune componenti di fedeltà . 100.000 apparve l’homo di Neanderthal, differiva di molto poco dall’uomo moderno, l’altezza media raggiungeva 1.70 m. Sembra anche aver preso parte a semplici cerimonie, fu il primo, circa 100.000 anni fa a seppellire i morti e a praticare riti funebri e che fossero in grado di parlare. Individui cechi e mutilati non venivano abbandonati. 100.000 si spinse nelle regioni a clima freddo dell’Europa. L’homo di Neandertal potè affrontare le basse temperature non solo perchè era di costituzione fisica molto resistente, ma anche perchè possedeva una cultura più avanzata dei suoi predecessori. Ad esempio, praticava la caccia in gruppi organizzati e usava trappole, fionde e lance appuntite.

Michele Pappacoda




Inserito da:
Michele Pappacoda

Leggi i commenti