IL DIARIO DI MICHELE PAPPACODA IL PROFESSORE SIGISMONDO NASTRI RICORDA IL POETA ALFONSO GATTO IN COSTIERA AMALFITANA

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INSERITO DA MICHELE PAPPACODA ALFONSO GATTO E LA COSTIERA AMALFITANA Poco dopo la dolorosa scomparsa di Alfonso Gatto, avvenuta l’8 marzo 1976 a causa di un incidente stradale dalle parti di Orbetello, il professore Francesco D’Episcopo, allora giovanissimo, e Pietro Borraro, direttore della Biblioteca provinciale di Salerno, organizzarono un importante convegno di studi, che si svolse a Salerno, a Maiori e ad Amalfi. Vi parteciparono poeti, cattedratici, critici letterari di grande spessore. Gli atti sono consacrati in un ponderoso volume, edito a Galatina nel 1980, dal titolo Stratigrafia di un poeta. Io ero, a quel tempo, consigliere di amministrazione dell’Azienda di soggiorno e turismo di Amalfi. In occasione della sessione dei lavori, in programma nel salone Morelli del palazzo municipale, il presidente, Plinio Amendola, mi affidò il compito di intervenire in sua vece, tratteggiando i legami di Gatto con la Costiera. Dopo quarant’anni mi tocca di riprendere l’argomento. Lo faccio volentieri, aggiungendo qualche elemento in più sul mio personale rapporto col poeta. Parto da un dato che viene da lontano. Avevo undici anni. Frequentavo la seconda media ad Amalfi. In un’antologia – non ne ricordo il titolo – trovai una poesia di Alfonso Gatto: Ai monti di Trento. Mi colpirono i versi dedicati alla madre: "Penso a mia madre sola con la luna / nella notte d'ottobre, ancora estiva / la brezza muove i suoi capelli, imbruna / sulle case d'intorno. / Così la chiara spera / dei monti a lungo ammalia / nei pascoli la sera. / Odora già l'Italia / di polvere e di rose. / Era la luna ancora effusa al giorno, / mia madre a lungo sul mio capo pose / le mani e disse: 'vedi, a noi d'intorno / il tempo s'è fermato...'. / Bei monti della sera / azzurro è il mio passato." Andai a leggere le poche note biografiche in calce alla pagina. E scoprii che era nato a Salerno il 17 luglio 1909. Aveva la stessa età di mio padre (cinque mesi in più). Cominciai a comprare i suoi libri. Li leggevo con avidità. Quando Gatto entrò nella redazione di Epoca, provai una grande gioia, perché quel rotocalco lo acquistavo regolarmente ogni settimana. Fu così che scoprii, un giorno, tra le risposte ai lettori, una sua bellissima descrizione di Erchie, che a quel tempo era un luogo assolutamente ignorato. Persino da chi lo attraversava per venire a Maiori o ad Amalfi. Gatto raccontava che, da ragazzo, ci si recava in barca da Salerno. (Faccio una parentesi: una volta m’è capitato di vedere, a casa di mio suocero, una foto di gruppo scattata proprio sulla spiaggia di Erchie. Con il poeta e altri amici c’era anche mio suocero). “In quell’insenatura – scrisse su Epoca –, il mondo taceva come per incanto, la spiaggia di ghiaia bianca, l’acqua del mare verdissima e chiara sugli arenili. Poche voci tra le pergole dei giardini d’agrumi”. Ricordava “una piccola osteria, una stanza, in fondo alla valletta verde dell’insenatura, sotto lo strapiombo della strada costiera. […] una piccola osteria, una stanza, in fondo alla valletta verde dell’insenatura, sotto lo strapiombo della strada costiera. C’era pronto un piatto di aguglie fritte, quei pesci lunghi col becco e la spina verdissima, tenuto al fresco con l’aceto e la mentuccia. Ritornavamo sulla spiaggia, infilavamo la bottiglia nella ghiaia dove batteva la maretta. Mangiavamo con le mani quel pesce odoroso e silvestre, bevevamo quel vino asprigno. Eravamo felici, parlando delle nostre speranze, dei nostri timidi amori. La notte rimaneva sempre chiara. Bevendo e bevendo, parlando e parlando, una notte capitò di addormentarci. Ci risvegliammo che l’aurora tingeva il cielo di rosso. L’oste, prima di andare a letto, ci aveva coperto col tappeto dell’unico tavolo della sua osteria”. A rileggere il brano, me lo immagino ancora lì, legato a un gozzo parcheggiato su viscide falanghe, come Ulisse all’albero della nave, con le sirene intorno che lo invitano, con un canto irresistibile e maliardo, a non partire. Alfonso Gatto lo avevo incrociato qualche volta, con timidezza mista a curiosità, ma anche con la venerazione con cui si guarda a un personaggio di grande rilievo, in occasione delle sue venute a Minori con il giornalista Aldo Falivena, lo scrittore e critico d’arte Enrico Castaldi, l’urologo Bruno Fontana, il gallerista Lelio Schiavone e qualche altro amico, a raggiungere il pittore Mario Carotenuto che si era insediato in una casetta alla fine del lungomare, quasi al limite della scogliera, oppure Giannino Di Lieto, anch’egli poeta, che gli organizzava incontri stimolanti con i ragazzini della scuola. O, magari, Carminuccio Ruocco, l’antiquario che aveva bottega proprio sotto il balconcino di Carotenuto. Tutto qui. Non m’era mai capitato di scambiare una parola con lui. Avvenne più tardi: il 9 ottobre del 1966, ad Amalfi, nell’Arsenale, quando si tenne un recital delle sue liriche. Lo so di preciso, perché me lo segnai su un’agendina che ancora conservo. Ci scambiammo qualche banale frase di circostanza. Nell’estate del 1967, all’inizio di agosto, mi ci trovai di fronte una sera, nella sala interna del Gran Caffè ad Amalfi. Era in compagnia del solito gruppo di amici ai quali s’era aggiunto l’avvocato amalfitano Alfonso Iovane, suo vecchio compagno di banco al liceo. L’avvocato, appena mi vide entrare (ero spinto lì dalla curiosità del cronista), m’invitò ad avvicinarmi. Poi, rivolto a Gatto, disse: “Alfonso, ti presento Sigismondo Nastri, corrispondente del Tempo. Scrive anche poesie. Perché non gliele guardi e gli dai qualche consiglio?”. Mi feci rosso dalla vergogna. Il sudore cominciò a colarmi addosso a rivoli dal volto. E non per il caldo. L’avvocato Iovane mi stimava, anzi mi voleva bene, al punto che si era dimesso da corrispondente del quotidiano romano per farmi subentrare al suo posto. Non smetterò mai di essergli riconoscente. Alfonso Gatto rispose senza rifletterci un istante: “Io ho preso casa a Conca dei Marini, vicino alla chiesa di san Pancrazio. Ti aspetto domani pomeriggio”. Il giorno dopo, 7 agosto, era un lunedì, se non erro, arrivai tra le sedici e trenta e le diciassette. Stava già ad aspettarmi. Rimasi con lui fino all’imbrunire. Avevo portato la cartella contenente le mie poesie, o presunte tali, battute con buona cura a macchina. Gli dissi che mi sarebbe piaciuto pubblicarle. Volevo lasciar traccia di una cotta che m’ero preso dieci o dodici anni prima, neppure corrisposto, per una ragazza. La cosa lo incuriosì. Le lesse con attenzione, una per una, commentandole: questa sì, questa no. E dividendole in due blocchi. Il volumetto Acquamorta, edito da Rebellato tre anni dopo, prese corpo quel pomeriggio. Nacque da quella selezione. Eravamo seduti a un tavolo, sul quale Gatto aveva poggiato una bottiglia di whisky e due bicchierini. Io non avevo dimestichezza con i superalcolici. Mi toccò di berne almeno tre o quattro volte. Ogni tanto si alzava e, affacciato al balcone, mi faceva segno di seguirlo. Mi parlava del paesaggio della costiera, che adorava, della linea impercettibile dell’orizzonte che separava l’azzurro del cielo da quello del mare, mi manifestava il suo amore per gli ulivi, alberi “di antica povertà”, che vedevamo parati nel terreno scosceso, proprio davanti a noi. “Gli ulivi del mare, foglia / di grigio-verde-argento…” come poi li ho trovati descritti in una sua poesia. Incontrai ancora Gatto in occasione di una venuta ad Marilena Amalfi quando presiedeva la giuria di un premio letterario, promosso dall’Azienda turismo di Amalfi, presieduta dall'amico Giuseppe Liuccio, docente ancora amato dai suoi ex alunni, giornalista e poeta di fine sensibilità: premio che però non ebbe seguito. I legami con la Costiera sono testimoniati dalle sue frequentazioni e dalla sua poesia: le Rime di viaggio per la terra dipinta, soprattutto. Penso alla emozione – la sua e quella che trasmette a noi lettori – dell'attraversamento della statale 163: "La strada che da Vietri a Capodorso / a Minori, ad Amalfi sale e scende / verso il mare di Conca e di Furore / è strada di montagna: vi s’arrende / la luce che nel trarla dosso a dosso / ai suoi spicchi costrutti trova il fiore / del lastrico deserto, la ginestra. / E l’ombra passa a approfondire il verso / dei suoi displuvi, l’onda dei tornanti / alle case di vetta: una finestra / dai vetri d’alba s’apre per l’oriente / alla breva serale. / Calma fragranza, il sonno nel riverso / meriggio è già l’amore, / un frascheggio di pergole di scale / e di voci passanti, / il fumo di chi vive col suo niente / una giornata d’aria." Oppure: "Odorava di ragia, di fragaglia, / la costa di Cetara e d’Erchie sale / nella memoria, tesse i muri, impaglia / le pergole di agrumi: per le scale / dei monti svetta il bianco delle case." O alla suggestiva esplorazione del paesaggio di case e di terrazze a sghembo, che ad Atrani si confondono con le cupole della Maddalena. "Dall’entro della costa all’ampia svolta, / verde di casa rosa Atrani bianca, / città d’un tempo e d’ogni giorno è colta / dalla sorpresa d’essere: l’affranca / di luce il suo costrutto per dimore / che ascendono murate al vivo, illese / nel tenere per saldo e per nitore / terrazze a sghembo, cupole di chiese. / Nelle arcate profonde del viadotto / il mare verde inabissato annera. / In alto i vetri del tramonto, sotto / questo fresco parlare che è già sera." Antonio Vuolo, un giornalista che gli fu amico e lo frequentò, in occasione del Santarosa festival di Conca del 2009, nel corso del quale s’è celebrato il centenario della nascita di Alfonso Gatto, su Positanonews ha scritto: “di cene insieme ne consumammo tante a Minori con l’allegra brigata di Lelio Schiavone, Antonio Castaldi, Bruno Fontana e Mario Carotenuto o ad Atrani a tirare l’alba in miti conversari nella piazzetta/a)a de Birecto a far da quinta. Gatto amava molto Atrani, città d’un tempo e d’ogni giorno colta nella sorpresa d’essere con quel costrutto per dimore che ascendono murate al vivo, illese nel tessere per saldo e per nitore terrazze a sghembo, cupole di chiese, là dove nelle arcate del viadotto il mare verde inabissato annera con in alto i vetri del tramonto e sotto il fresco parlare ch’è già sera”. Gatto – ricorda Vuolo – “non disponeva di macchina ed odiava la guida. Così, spesso, mi chiedeva di fargli compagnia nelle scorribande da Vietri a Positano, con soste, sempre più frequenti negli anni, a Minori, a Ravello, ad Atrani, ad Amalfi, a Conca, a Furore, a Positano”. “Verso la fine degli anni sessanta – aggiunge – mi chiese di trovargli una casa nel verde degli agrumeti, nel silenzio assorto della campagna spalancata sull’infinito dell’orizzonte del mare dei miti e della storia. Girammo a lungo tra Ravello, Scala, Pogerola di Amalfi e Furore. La trovò a Conca. Gli piacque e fu il suo rifugio. E a Conca dedicò una bellissima lirica, in cui registrava la paura da mancamento su per l’erta delle scale dal mare alla collina." Conca era il suo luogo dell'anima: "Il mezzogiorno lastrica le mude / di calce spenta, mi sostiene il vago / terrore di mancare, così nude / le gambe irragionevoli che appago / del ricordo del sole, così mio / l’inganno di seguirle al tremolìo / dell’universo vuoto. / Nel precipizio del cadere immoto / la mia paura a strèpito del cuore. / Ad attrarmi così, nel lieve moto / di quegli aghi silenti, fu stupore / di vita la sembianza dell’addio / che a distinguere il volto mi trovavo. / Ero l’orma sparita nell’incavo / del segno, a rilevarmi dall’oblio / fu la musica torrida, la spera / d’un riverbero alato, la Chimera." Oltre Conca, era il fiordo di Furore a scatenare nel poeta “l’assorta meraviglia dell’essere”. Insieme al “paesetto di Riviera” dove "La sera amorosa / ha raccolto le logge / per farle salpare / le case tranquille / sognanti la rosa / vaghezza dei poggi / discendono al mare / in isole, in ville/ accanto alle chiese." Le parole di Gatto, i versi che ha dedicato alla Costiera – sottolinea Alessandra Ottieri – “ci restituiscono un’immagine possente della nostra terra, il cui ricordo non solo va preservato come una gemma rara, ma va coltivato, messo a frutto, divulgato presso le nuove generazioni per riscoprire l’amore verso un angolo della nostra penisola che ha bisogno, per riscattarsi, di ritrovare la memoria di sé”. E questo è compito nostro e dei nostri figli. Sigismondo Nastri
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