CONCORDIA SULLA SECCHIA E MODENA NEWS «I lupi nell'Appennino modenese pericolosi? Ma che gran bufala»

M.P. Sempre più spesso i lupi guadagnano ampi servizi sui mezzi di informazione, anche a causa dei danni che creano. E in Appennino, che finora schiva gli orsi ma è alle prese con i cinghiali, la questione è discussa. Ne abbiamo parlato con un super esperto, Matteo Carletti.
Carletti, qual è la situazione del lupo, oggi?
«Il lupo da una decina d'anni è argomento di attualità faunistica, per gli aspetti gestionali che la sua presenza implica. Innanzitutto, è bene chiarirlo, tale presenza è di fatto un ritorno. Il lupo è da sempre in Italia, con un andamento demografico oscillante. Fino al dopoguerra era cacciato, chi riportava alle autorità un capo abbattuto riceveva a un incentivo economico. Dagli anni ’70 ad oggi, grazie alle leggi di protezione, al ripristino degli habitat forestali e al ritorno della grossa selvaggina, il lupo ha ricolonizzato la dorsale appenninica e l’arco alpino, divenendo nuovamente una presenza stabile. Il problema è che a livello gestionale, ma anche emotivo, siamo impreparati a questo ritorno, che segue dinamiche assolutamente naturali».
Nessun lupo è stato liberato?
«No, in Italia non esistono né sono esistiti in passato progetti specifici che prevedono il rilascio di lupi a scopo di ripopolamento. L’unico progetto di reintroduzione di grandi carnivori riguarda l’orso trentino. Che si mollino lupi è una leggenda popolare esattamente come quella delle vipere paracadutate dagli aerei, anche se si tratta di una leggenda molto tenace. Gli unici rilasci che vengono effettuati sono di lupi rinvenuti in natura in gravi condizioni di salute, feriti o avvelenati. Ove possibile, vengono curati e rimessi in libertà da apposite strutture specializzate - i Centri di recupero fauna selvatica o Cras (a Modena ad esempio è attivo il Cras “Il Pettirosso”). Si tratta di attività ufficiali e documentate, rispetto alle quali chiunque può trovare in rete materiale».
C'è pericolo per le persone? E per gli escursionisti?
«No. Il lupo non identifica nell’uomo una preda, ma una minaccia, e a dirlo è uno che per tre anni ha girato giorno e notte nei boschi, disarmato, per seguire i branchi. Sarei stato un ottimo pranzetto, ma evidentemente non erano interessati. I lupi recuperati dai Cras sono creature disorientate e intimidite dalla vicinanza umana, i lupi sorpresi dalle videotrappole mostrano un evidente timore non appena percepiscono l’odore dell'uomo. Dal 1825 a oggi non esiste un solo caso documentato in Europa di attacchi di lupo all'uomo. Immaginiamo gli articoli che talvolta si scrivono: “tornano i lupi, torna la paura”. Se vi fosse un solo attacco di lupo, andrebbe in mondovisione. Non è da escludersi in assoluto, ma si tratta di un evento talmente improbabile da essere quasi impossibile. Non ho il minimo timore a dormire in un bosco abitato dai lupi, sarei di certo meno tranquillo sulla panchina di un parco cittadino».
E le pecore? Questi attacchi sono reali, no?
«In passato i lupi erano presenti, e si sapeva come trattarli, come difendere il bestiame domestico da essi. La loro temporanea scomparsa da alcuni territori ha cancellato quest’abitudine antica. Il vero problema è ovviamente in capo alla pastorizia. Il lupo mangia in massima parte caprioli e cinghiali, ma talora si ciba di bestiame domestico. Quando i cuccioli richiedono molto cibo, ad esempio, oppure se le pecore diventano una risorsa facile da attingere. È chiaro che servono tutele per i pastori, risarcimenti, contributi alla costruzione di recinti antilupo, o per l’acquisto di cani come i maremmani-abruzzesi. Voglio sottolineare, a rischio di essere impopolare, che molto dipende anche dall’atteggiamento imprenditoriale del pastore. Ogni lavoro ha i propri rischi professionali. Per i pastori uno dei rischi è rappresentato dai lupi, ma anche dai cani vaganti. È necessario prendere consapevolezza del ritorno del lupo e agire di conseguenza con una serie di precauzioni: investendo nel rendere più sicuri i ricoveri, non lasciando le pecore incustodite al pascolo, addestrando i cani da pastore. In una parola, ricominciando a fare i pastori come una volta, quando il lupo era una presenza costante. Fatico a capire come spesso la soluzione prospettata sia l’uccisione dei lupi piuttosto che una strategia - possibile - di coesistenza. Il lupo è un predatore che ha un ruolo fondamentale nell’ecosistema, come fattore di regolazione delle popolazioni di ungulati selvatici i quali, se in eccesso, a propria volta danneggiano l'agricoltura e il bosco o possono diventare vettori di malattie per il bestiame domestico. E quindi perché l'eradicazione del lupo viene prospettata come l’unica soluzione? Possiamo fare di meglio».
Spesso si sente dire che i lupi sono troppi, è davvero così?
«Il lupo ha densità legate al concetto di branco. Un branco occupa un territorio molto vasto, e in quel territorio un solo branco vive. Non esiste quindi una logica di incremento esponenziale. I branchi non solo non si mescolano tra loro, ma arrivano addirittura ad uccidere i lupi che sconfinano. Fino a una decina d'anni fa il lupo aveva ricolonizzato solo le aree montuose, ma ora è stabilmente presente anche nella fascia collinare e a ridosso della pianura, dove i branchi si trovano ad una maggiore vicinanza con le attività umane e con i cani. Questo genera situazioni delicate. La vicinanza agli allevamenti, ad esempio, non solo di ovini ma anche di bovini da latte o di maiali. Ma anche il rischio di ibridazione con cani vaganti, non randagi quanto piuttosto liberi di muoversi sul territorio, e di accoppiarsi con lupi selvatici. Un problema molto attuale causato dall'uomo. L'ibridazione modifica
il comportamento del lupo, le dinamiche demografiche, la dimensione delle aree di branco. Succede così che in collina, possano coesistere anche sei branchi con individui ibridi, che magari partoriscono non cinque, ma dieci cuccioli. Ma parlare di ibridi non è parlare di lupi». (ase) LA GAZZETTA DI MODENA
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