INSERITO DA ANGELA CECERE
Emozioni e pensieri dei ragazzi livornesi in visita a Auschwitz. «Vedere i forni crematori ci ha lasciato senza parole» Martina Adamo, Virginia Ciangherotti, Rachele Rossi, Alessia Serluca con il prof Luca Pedroni "La nostra memoria scioglierà la neve" «Arbeit Macht Frei», il lavoro rende liberi. Questa era la frase che accoglieva coloro che alla libertà avrebbero dato addio per sempre. E, insieme alla libertà, avrebbero dato addio anche alla dignità e alla propria identità. Per noi attraversare il cancello di ingresso e oltrepassare le parole battute nel ferro, profonde e terribili allo stesso tempo, pensare ai volti di coloro che, ignari di ciò di cui sarebbero stati vittime, entravano con i bagagli pieni di illusioni e di speranze, nonostante le difficoltà del viaggio appena compiuto, ci immerge in una fitta nebbia d'angoscia. Quegli stessi bagagli, che con fatica avevano portato con sé e che contenevano la loro identità, oggetti personali, sprazzi di vita quotidiana sono adesso contenuti all'interno dei blocchi del campo in cui è stato allestito un museo. In questi blocchi, appesi sulle pareti, volti di uomini e donne dagli occhi spauriti, sembrano implorare "Aiuto": cumuli di occhiali, scarpe, vestiti di bambini, bambole, spazzole, testimoniano l'ingenua convinzione di poter cambiare vita che avevano i deportati; cumuli di capelli ammassati e intrecciati tra di loro che dimostrano invece le reali intenzioni materialistiche dei nazisti. Quegli occhiali, quelle scarpe, quei capelli, servivano infatti soltanto ad arricchire donne e uomini del Reich. E rimane lì una bambola abbandonata, senza vestiti e senza capelli, sicuramente come la bambina a cui apparteneva. Tutti sappiamo bene che cosa sono i forni crematori, certo, ormai abbiamo assimilato questo concetto ed è per questo forse che lo diamo per scontato, per "normale"... ma entrando in queste stanze, che troviamo descritte in così tanti libri, film e documentari, abbiamo iniziato a ripensare al loro significato, al loro ruolo in maniera chiara. Semplicemente erano delle stanze, fornite di grandi forni, in cui degli "addetti", uomini-prigionieri trasformati in automi, trasportavano i cadaveri di migliaia di persone fra cui donne, bambini, anziani che avevano subito le atrocità più terribili e che erano stati assassinati come insetti nelle camere a gas. Il fumo che usciva dai camini era una speranza ma anche un presagio di morte per tutti gli altri detenuti. I muri sono ancora neri e nell'aria sembra rimasto l'odore che tutti i sopravvissuti ricordano, l' odore che aleggiava costantemente su tutto Auschwitz. La morte incombe cupamente anche sui blocchi 10 e 11: fra i due edifici si erge il muro di fronte al quale centinaia di detenuti hanno perso la vita. Il muro della morte, per molte persone, è stata l'ultima immagine del mondo. Bastava un niente, spesso anche solo il capriccio di una Ss, per essere chiusi nelle prigioni del blocco 11, sottoposti a torture, esperimenti di ogni genere, costretti a passare intere giornate in celle dove non era possibile muoversi per giungere poi alla fucilazione o ad una morte lenta e atroce. E' inutile dire che vedere tutto ciò ci ha lasciate senza parole e ci ha fatte pensare ancora una volta alla fortuna che abbiamo di vivere come viviamo e al ruolo importante che abbiamo nella lotta contro chi vuole dimenticare o nascondere la verità e contro quelli che addirittura non la riconoscono ancora come tale. (L'articolo è stato scritto da Martina Adamo, Virginia Ciangherotti, Rachele Rossi, Alessia Serluca dell’Isis Niccolini/Palli. Oltre a loro sono sul treno altri studenti di istituti cittadini: Francesca Rum, Ginevra Guarnotta, Felicia Tortora, Niccolò Pagni, Martina Sivieri, Matteo Carnevale, Manuel Nigiotti, Maria Josè Marconcini, Francesca Moschella, Giorgia Chiavacci, Giulia Contu, Camilla Paretti, Federico Ficarra, Giorgio Boccone, Valerio Trafeli, Sheila Canessa).
FONTE IL TIRRENO
30 GENNAIO 2013