
INSERITO DA CARMELA MANICA CASERTA - La Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere ha portato a termine l’indagine «Fauna sicura», affidata al Corpo Forestale dello Stato di Caserta, sul fenomeno illecito del bracconaggio dietro il quale si nasconde un enorme giro d’affari. Le indagini hanno evidenziato che la metodologia utilizzata nelle aree protette sui cinghiali è particolarmente spregevole: la tecnica consiste nel braccare la selvaggina tramite l’utilizzo di cani da caccia di razza segugio allo scopo di «stanarla» dai luoghi che dovrebbero essere sicuri, per favorirne lo spostamento in aree dove la caccia è consentita e procedere ad un facile e legale abbattimento. La selvaggina è ovviamente commercializzata a nero sul mercato, sottratta ai controlli sanitari, oltre che a quelli tributari. Un sistema illegale che tocca il delicato tema della sicurezza agroalimentare. Nei periodi dell’anno in cui la caccia non è consentita, i cacciatori di frodo esercitano l’attività illecita nelle zone umide e sulle spiagge, facendo strage di uccelli acquatici, che dal mese di marzo iniziano a migrare per raggiungere gli areali di nidificazione. I bracconieri hanno creato le cosiddette «vasche», ossia dei laghetti artificiali con annesso bunker interrato in cemento o in ferro munito di copertura scorrevole, dove si nascondono e si posizionano per fare strage di fauna selvatica dai richiami acustici, che riproducono fedelmente il verso dei volatili. Dietro questa forma di bracconaggio si nasconde un’economia sommersa e le vasche vengono affittate ad un costo che oscilla dai 12mila ai 40mila euro all’anno, somme che, moltiplicate per il numero di vasche presenti sul territorio, fanno emergere un giro d’affari che si ipotizza sfiorare il milione di euro. L’operazione «Fauna sicura» ha portato complessivamente alla denuncia di 16 persone, al sequestro di 15 fucili, spesso modificati dai bracconieri per renderli maggiormente offensivi, quasi 1000 cartucce cariche, svariate decine di richiami acustici, stampi in plastica riproducenti uccelli acquatici, due bunker (appostamenti fissi di caccia), numerose specie di anatidi abbattuti, tra cui marzaiole. In particolare, durante un servizio è stata rinvenuta, addirittura, un’arma artigianale, composta da due tubi in ferro, di cui uno munito di percussore, a cui il bracconiere ricorre spesso quando è colpito da un provvedimento di ritiro del porto d’armi. Lo scorso 13 giugno, durante un servizio espletato nei boschi della frazione di Treglia nel Comune di Pontelatone, sono state rinvenute numerose trappole, realizzate dai bracconieri tramite l’utilizzo di cavi in acciaio a forma di laccio: l’animale, passando attraverso il laccio ne viene intrappolato e soffoca. Proprio questo è accaduto ad un cucciolo di cinghiale che, intrappolato in un laccio, era prossimo alla morte; solo l’intervento degli uomini del Corpo Forestale, che lo hanno liberato, ha evitato il peggio. L’animale, gravemente ferito, è stato immediatamente soccorso e trasportato al centro di recupero di fauna selvatica «II Frullone» di Napoli, mentre il bracconiere è stato denunciato.
IL MATTINO DI CASERTA