SEZ. POLITICA Conte sfila tra le 400 sigle: «La maggioranza degli italiani contro la spesa militare»

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INSERITO DA MIKI PAPPACODA ROMA - La bionda corrispondente del canale Rossija 1 vorrebbe fargli dire forse qualcosa di pesante sulla Nato, Trump, Netanyahu e il Re-Arm Europe, ma Giuseppe Conte la prende in contropiede e comincia a parlare invece dell’aggressione della Russia all’Ucraina, le dice che «è inaccettabile» e che «non si può calpestare in questo modo il diritto internazionale». La reporter resta basita e ritrae il microfono. Lui invece sembra soddisfatto, si gira verso i suoi e commenta: «Quando mi dicono che sono filo Putin, io m’incazzo». Rispetto alla piazza per Gaza di due settimane fa a San Giovanni, va detto che sono cambiate un po’ di cose. La prima che salta all’occhio: Giuseppe Conte ha lasciato a casa la giacca blu e ora sfila in corteo dalla Piramide al Colosseo in camicia e sneakers, comunque elegante e mai sudato, malgrado il sole africano. Non si scompone mai, Conte, neppure quando uno da lontano lo riconosce e gli grida: «Presidente mi devi un anno di lavoro», riferendosi forse ai tempi drammatici del Covid e delle chiusure. Era il 2020. PUBBLICITÀ «Non ho sentito», dirà poi lui. E lo stesso fa il vago pure quando quelli dei Carc, i Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo, gli cantano a pochi metri il coretto: «Di Conte ho ricordi vaghi, facevi schifo nel governo Draghi». Imperturbabile, come una salamandra in mezzo al fuoco. In effetti, è un corteo molto composito, con oltre 400 associazioni che aderiscono alla campagna «Stop ReArm Europe» e in mezzo c’è un po’ di tutto, compresi quelli di «Contronarrazione», venuti da Genova, che si mettono insieme a ragazze iraniane e ragazzi con la kefiah palestinese dietro a uno striscione giallo, «Asse della Resistenza», nome non casuale, con dei mitra verdi disegnati sopra. E uno di loro lo dice apertamente: «Noi stiamo con Hamas». «Free free Palestine», «Siamo tutti antisionisti», cantano i militanti del Fronte della gioventù comunista con le bandiere rosse. E insomma è un corteo dove non è facile starci dentro, ma Conte se l’aspettava: «Era inevitabile con centinaia di realtà che vi hanno aderito — ragiona il presidente M5S —. Ma noi siamo qui in prima linea con le nostre idee che sono diverse da quelle di altri e non sono mai cambiate. E oggi è un altro passaggio, dopo i 100 mila del 5 aprile ai Fori Imperiali contro il riarmo e i 300 mila del 7 giugno per Gaza. E poi martedì, 24 giugno, saremo a L’Aia, per il vertice Nato. Ho lanciato un appello a tutte le forze politiche europee, sono già in 15 i leader che hanno aderito, per creare insieme una rete e contrastare questa folle corsa al riarmo e all’escalation militare. Noi non siamo antimilitaristi: mi chiamano “armaiolo” perché da premier m’impegnai per la spesa militare al 2 per cento del Pil. Ma oggi il governo è pronto al 5%...». Come due settimane fa, vicino a Conte ci sono Bonelli e Fratoianni di Avs, ma stavolta non c’è la segretaria del Pd Elly Schlein (giustificata in Olanda al congresso rossoverde) ma non c’è neppure il Pd, che ufficialmente non ha aderito. I dem venuti a titolo personale si contano sulle dita di una mano: Scotto, Ruotolo, Tarquinio, Cecilia Strada. Così l’ex senatore M5S Alberto Airola scherza e dice che, data la somiglianza, potrebbe spacciarsi lui per Gianni Cuperlo. Risate. «Non entro in campo altrui, non commento le delegazioni», schiva Conte. E a chi gli ricorda che dopotutto Elly Schlein ha firmato in mattinata insieme a lui, Bonelli e Fratoianni, la mozione unitaria per chiedere al governo Meloni la revoca del memorandum di collaborazione militare con Israele, Conte ci tiene a sottolineare: «Il Pd c’è stato». Però poi sull’assenza al corteo glissa: «Se è una contraddizione? È una domanda da fare a loro». C’è chi ritiene, a questo punto, che l’ex premier abbia in mente di guidare più una «Cosa rossa» che il «Campo largo», vista l’ormai perdurante assenza di Renzi e Calenda (nominato solo in un coro: «Se bisogna andare al fronte, ci vada Calenda»). E Conte in effetti, davanti alle telecamere, a «un popolo» si rivolge: «C’è la stragrande maggioranza in Italia che dice che questa corsa al riarmo è folle, mentre invece si tagliano fondi al welfare, alla sanità, all’istruzione, agli asili nido e a quello che serve ai cittadini». Si vedrà. Intanto il corteo è arrivato al Colosseo senza problemi. Lui, però, aveva un bodyguard niente male: quel Leonardo Donno, deputato M5S, oggi con la maglietta «No Meloni no von der Leyen», che un anno fa alla Camera avvolse col bandierone tricolore il ministro Calderoli e dal centrodestra gli saltarono addosso in 5 per fermarlo. Così, i Carc sono rimasti a distanza. di Fabrizio Caccia IL CORRIERE DELLA SERA
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