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LOMBARDIA NEWS Le fiamme dal tetto, l'uomo in fuga (ripreso dalle telecamere): le prime verità sulla strage nello showroom

21 Settembre 2024, 14:22pm

Pubblicato da Miki Pappacoda

INSERITO DA MIKI PAPPACODA Il rogo appiccato dall'alto, da un punto in cui probabilmente pensava di non essere visto. La fuga dalla stessa via d'accesso utilizzata per arrivare lassù e poi, inevitabilmente, in strada. Quindi le fiamme, che divampano altissime, e il fumo. Che uccide. Continuano le indagini sull'incendio avvenuto la sera del 12 settembre nello showroom cinese "Li Junjun" di via Ermenegildo Cantoni a Milano, costato la vita a due ragazzi di 17 e 24 anni e a una ragazza di 18, che dormivano nella struttura. 

 

Venerdì i vigili del fuoco sono tornati nell'emporio - dove erano in esposizione elementi di arredo - per effettuare un sopralluogo con il cane "Aika", un pastore belga specializzato nella ricerca di eventuali acceleranti. L'animale avrebbe rilevato segnali chiari della presenza di sostanze che avrebbero alimentato le fiamme nella zona vicino alla porta. I dubbi, quindi, sono sempre meno: quel rogo che ha fatto strage è con ogni probabilità doloso. Le indagini dei carabinieri, scattate immediatamente quella notte, hanno infatti già cristallizzato una serie di punti fermi che spingono con forza verso quella ipotesi. 

Il primo, il più sinistro: poche ore prima del dramma, il padre del titolare del magazzino - su cui campeggiava ancora la scritta "Wang Sas" - aveva presentato denuncia ai carabinieri della compagnia Duomo per una tentata estorsione avvenuta il giorno precedente. Sembra, infatti, stando al suo racconto, che lui e sua moglie fossero stati minacciati in due diversi momenti da un uomo - descritto come nordafricano - che aveva puntato contro di loro un coltello pretendendo 20mila euro utilizzando Google translate per comunicare. Appare più che verosimile che il tempismo tra la doppia minaccia e il rogo non sia causale. Investigatori e inquirenti - in procura il fascicolo è aperto per strage - a questo punto sono sempre più certi che l'incendio sia stato doloso e che sia in qualche modo collegato a quella richiesta di soldi. 

 

 

Chi ha appiccato le fiamme - secondo quanto filtrato - potrebbe averlo fatto da un lucernario del tetto: o entrando, ma sembra l'ipotesi meno probabile, o lanciando qualcosa all'interno del magazzino, innescando così l'inferno. In "quota" ci sarebbe arrivato attraverso l'impalcatura che si trova, ancora adesso, accanto all'emporio cinese, che non sarebbe dotata di allarme. A lavoro "finito", il piromane avrebbe percorso la struttura al contrario e si sarebbe allontanato in strada, lasciando però qualche traccia. Nelle tantissime immagini delle telecamere di video sorveglianza analizzate dai carabinieri del nucleo investigativo - guidati dal colonnello Antonio Coppola - ci sarebbe infatti qualcuno su cui l'attenzione è particolarmente elevata. Sarebbe un uomo - straniero, ma non cinese - che si allontana nella direzione opposta alla vicina stazione di Certosa, che tra l'altro sarebbe stato ripreso da più occhi elettronici. Che sia lui l'uomo che ha appiccato il rogo? Che lui sia soltanto l'esecutore materiale di ordini dati da altri? Quel che è certo è che le fiamme avevano ucciso tre giovanissimi. Nell'incendio avevano perso la vita lo studente universitario di Suzhou, nella provincia del Jangsu, uno dei designer dell’azienda, An Pan, 24 anni, il 17enne Yinjie L. e sua sorella Yindan Dong, 18 anni, originari di Yuhu, vicino a Wencheng, ma nati entrambi ad Arzignano in provincia di Vicenza, che erano invece figli di un cugino del titolare e sembra fossero venuti a Milano per le vacanze estive. I tre, stando a quanto finora ricostruito, stavano dormendo all'interno dello showroom, dove i soccorritori avevano trovato dei letti sfatti e anche uno stendino con dei vestiti. Fatale per loro era stato il fumo sprigionato dal rogo, che aveva completamente devastato i primi sei, sette metri della struttura, che nella parte anteriore aveva lo spazio dedicato all'esposizione - oltre a un soppalco - e nel retro un magazzino. I tre corpi erano stati trovati proprio nel punto più lontano rispetto alla porta: probabilmente un disperato tentativo da parte delle vittime di mettersi in salvo allontanandosi dalle fiamme che sbarravano l'uscita. I giovani, però, non hanno avuto scampo perché - sempre secondo i primi rilievi - nell'emporio non c'erano né allarmi né un impianto anti incendio, ma soprattutto non c'erano uscite posteriori. E così i ragazzi sono rimasti in trappola. MILANOTODAY

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