TREVISO - C’è un giallo nella morte dell’ingegnere elettronico Luca Rossi, 30 anni, sposato, con due figliolette, di San Giuseppe di Treviso, che si è tolto la vita lanciandosi nel vuoto dalla diga del Vajont. Un giallo legato alla seconda parte della lettera d’addio, di scuse e richiesta di perdono, lasciata in auto e indirizzata a moglie, genitori e fratelli.
Una sorta di post scriptum nel quale l’ingegnere lascia intravedere che la decisione di uccidersi avrebbe un motivo preciso. Un "movente" che potrebbe far scattare un’indagine penale. È quanto filtrato nelle ultime ore e che sarebbe al centro di una relazione che i carabinieri di Cimolais, coordinati dal comandante Luigi Ricciardi, hanno inviato ai colleghi di Treviso.
Una cosa è certa. Luca Rossi era molto provato e frastornato dai problemi di lavoro. Ma la sua azienda non era in crisi finanziaria. E anche per questo amici e parenti non si danno pace. Nessuno riesce a trovare un solo motivo che giustifichi una scelta del genere. Le cause non possono certo essere legate a questioni economiche: la sua azienda, la Synthesis Meccanica srl, va bene. Subito dopo la disgrazia, mentre carabinieri, specialisti del Soccorso alpino della Valcellina e di Longarone e speleo-sub dei vigili del fuoco di Pordenone lavoravano al recupero del corpo di Luca, si è sparsa la voce di gravi problemi finanziari. Infondate. C’erano però forti incomprensioni all’interno dell’azienda. Incomprensioni che l’avevano spinto ad andarsene tanto che a gennaio avrebbe iniziato a lavorare nell’officina del padre che, insieme alle altre persone che più lo amavano, gli era stato molto vicino nelle ultime settimane. Basta questo a giustificare un atto così estremo? È ciò che tutti, adesso, cercano di capire.
Intanto i carabinieri di Cimolais hanno ricostruito gli ultimi minuti di vita dell’ingegnere da quanto, alle 18.45, ha inviato l’ultimo sms alla moglie, dopo aver parcheggiato l’auto a poche decine di metri dalla diga. Luca - secondo gli investigatori - si sarebbe incamminato al buio verso la diga, fino a raggiungere la grata che sbarra l’accesso alla passerella vera e propria. Si sarebbe poi arrampicato fino in cima al cancello e da lì si sarebbe lanciato nel vuoto. Un volo di oltre 80 metri. Poi la fine tra la spoglia vegetazione, gli arbusti, il pietrisco e la neve di un luogo a lui caro che è diventato la sua tomba.