A Sparta, nell’antichità, se un bambino non era conforme agli standard estetici, mentali e fisici del tempo (ossia, in caso di deformità fisica o psichica) era gettato nel baratro del monte Taigeto, poiché si riteneva che la sua presenza al mondo non avrebbe prodotto alcun frutto.
Neppure nell’antica Roma, la cui immagine giunta sino a noi, rispecchia, ancora oggi, uno dei massimi esempi di civiltà occidentale di un’era remota, i deformi erano risparmiati da aspri giudizi. Uno dei commenti più crudeli proviene da un autore di trattati filosofici, tuttora considerato uomo di eccelsa saggezza: Lucio Anneo Seneca. Seneca, al tempo, dichiarò che era lecito e ragionevole separare gli esseri umani sani da quelli, da lui definiti, inutili.
Ciò che ancora più sconvolge è la cieca ipocrisia di cui, nella Roma imperiale, erano vittime i legionari rimasti feriti in guerra. Sebbene, inizialmente, questi fossero motivo di orgoglio per i cittadini della Caput Mundi, erano spesso abbandonati poco dopo e, infine, emarginati.
A seguire, Platone, filosofo universalmente noto, rese pubblico il suo pensiero, riassumibile nella volontà di un’avvilente selezione della specie umana. L’apologeta di Socrate sosteneva che gli individui affetti da disabilità fossero incompatibili con la vita.
Soltanto con la nascita del Cristianesimo e l’affermazione dell’umana pietà, i cosiddetti disabili iniziano a essere stimati figli di Dio, venendo, in tal modo, equiparati, per la prima volta, a tutti gli altri.
La luce del Cristianesimo, però, dura poco e non riesce in tempo a raggiungere tutte le menti. Già nel medioevo, si riprecipita nel buio più tetro. Durante l’età medievale, lo “storpio” causa paura e orrore e le madri dei figli disabili sono accusate di aver avuto rapporti col diavolo.
A partire dal XV secolo, la crudeltà umana fa dei disabili delle creature derise e oltraggiate. Dalla Germania, alcune navi, chiamate navi dei folli, con a bordo delle persone fisicamente o mentalmente non sane, approdano su isole deserte, per scaricarvi gli “inadatti” alla società.
All’interno delle corti europee, soggetti colpiti da anomalie, quali il nanismo, sono motivo di sollazzo. Le loro imperfezioni sono ridicolizzate dinanzi a platee di gente, appartenente all’élite.
Nel 1700, il secolo dei lumi, la ragione riacquista una posizione centrale e sono intrapresi studi e ricerche aventi come obiettivo l’alleviamento delle sofferenze degli invalidi. Anche questa volta, però, basta davvero poco per soffiare sulla fiacca fiamma, accesa dagli intellettuali, che aveva rischiarato per un attimo gli intelletti ancora ingabbiati in oscure tenebre.
Diversi filosofi illuministi, di lì a breve, sarebbero stati imprigionati per le loro idee rivoluzionarie e nonostante la rivoluzione industriale avrebbe proseguito nel richiamare l’attenzione sui soggetti più fragili e deboli, la regressione era ad un passo dalla realizzazione.
Ci siamo sempre vantati tanto di esser divenuti, dopo l’avvento dell’illuminismo, uomini di ragione, pronti all’accoglienza e al sostegno degli altri. Tuttavia, non sono state rare le volte in cui si è ripiombati nel più cieco egoismo, senza dimenticare, ovviamente, gli orrori a cui si è giunti nella Germania nazista.
A 80 anni dall’attuazione dell’abominevole piano di eutanasia della Germania naziolsocialista, l’Aktion T4, a piccoli passi, la situazione sembra essere migliorata. Ma di quanto?
Dal secondo dopoguerra, prende il via un vero e proprio programma di integrazione: lo sport diviene lo strumento di recupero fisico e mentale per coloro che sono nati con o hanno conosciuto, nel corso della loro esistenza, mali fisici o psichici.
Nel 1948, sono istituite le Paraolimpiadi e, solo, nel 2006, l’ONU approva una convenzione che riconosce l’eguaglianza giuridica e molti altri diritti fondamentali ai disabili.
Eppure, oggigiorno, nonostante molti pregiudizi siano stati abbattuti, c’è ancora chi non ha compreso la portata del dramma di questi individui e chi, in un mondo che si definisce civile, si ostina a rifiutare chi è diverso. Riflettendoci bene, cosa li rende così diversi da noi, “soggetti sani”?
In realtà, sono a noi più vicini di quanto pensiamo, convivono con le nostre stesse paure, le stesse passioni, gli stessi sentimenti. Anche noi abbiamo dei limiti che, spesso, coincidono coi loro. Non di rado, ci si trova dinanzi a persone sorprendentemente intelligenti, spontanee e sincere. Incredibilmente meno infelici, anche se più svantaggiate.
Esattamente come noi, sognano una vita appagante e colma di relazioni soddisfacenti. Tuttavia, attualmente, sono ancora numerose le difficoltà riscontrate ad offrire loro supporto. Chi soffre di un determinato tipo di disabilità è, molte volte, lasciato solo, in condizioni di salute precarie, è bersaglio di discriminazione sociale, stigmi e patisce ingiustizie a livello politico e economico.
Lo stesso sistema sanitario, il quale dovrebbe assistere e tutelare i più fragili, presenta non pochi problemi: gli stessi operatori, alle volte, sono impossibilitati a favorire appoggi, per via delle credenze negative che li animano. Nondimeno, sappiamo che sono esseri umani come noi e che la legge ha attribuito valore alla loro esistenza e allora cosa ci spaventa? Cos’è la disabilità?
Per definizione, la disabilità è la condizione di chi, sin dalla nascita o in seguito a una menomazione, ha una ridotta capacità di interazione con l’ambiente esterno. Ad oggi, riguarda una persona su cinque nel mondo, numero destinato a crescere visto l’invecchiamento della popolazione.
Normalmente, distinguiamo tre tipi di disabilità: fisica, mentale e sensoriale. La disabilità fisica è compromissione o impossibilità del movimento, la disabilità psichica coincide con un ritardo che può essere lieve, moderato, grave o gravissimo. Generalmente, la disabilità mentale è prenatale o si manifesta durante l’età dello sviluppo. A questi due tipi di disabilità, possono associarsi anche disturbi del linguaggio.
L’ultimo tipo di disabilità, la disabilità sensoriale, è legato alla sordità o alla cecità: anche qui sono appurabili diversi gradi di invalidità.
Dal momento che ogni essere umano ha diritto a una vita felice e completa, la società dovrebbe provare a eliminare i vuoti che contraddistinguono queste esistenze, ma vige ancora un sistema iniquo e ingiusto.
Da studi condotti con gran meticolosità, emerge che soprattutto chi soffre di disabilità motoria non è agevolato nel suo percorso di vita, non può godere appieno della brillantezza e del calore dei raggi del Sole, né può recarsi in tutti quei posti confezionati apposta per interagire con l’altro, per riflettere e ridere sulle questioni della vita.
Difatti, una moltitudine di città presentano tantissime barriere architettoniche e sociali: il timore, i pregiudizi nei confronti del diverso, la testimonianza del pensiero di coloro che ne disconoscono necessità e difficoltà, rappresentano un allarme non poco preoccupante.
Di tanto in tanto, menti, che vorrebbero far rivivere un passato sudicio di sangue degli individui uccisi perché fardello troppo pesante da sopportare, sembrano spaventosamente fare presa su porzioni della popolazione. Si riesce così a macchiare di orrore un millennio che pare essere all’avanguardia solo su un piano tecnologico.
Siamo davvero diventati, o siamo sempre stati, così insensibili al disagio altrui? Malgrado tutto, nel piccolo globo terrestre, a ben pensarci, se si cerca come si deve, esistono ancora porti in cui il faro della speranza non si è affievolito.
Nel belPaese, esistono associazioni che offrono un posto al sole a chi è obbligato a vivere una vita “diversa”. L’OPSA di Sant’Antonio di Padova, il teatro patologico di Roma, la squadra di calcio di Roma per non vedenti costituiscono solo alcune delle realtà italiane che hanno dato vita a occasioni di quotidianità partecipata e sviluppo motorio e civico, per tutti i reputati “diversi.”
Anche a livello scolastico, persino durante la pandemia, nel centro-Italia, a Firenze, un istituto alberghiero ha pensato rimedi e soluzioni per tutti i ragazzi svantaggiati, attivando convenzioni con la Caritas e laboratori pratici.
L’ONLUS, per impedire ai giovani con problemi, di affondare in un’ordinarietà folle e eternamente ripetitiva, ha consegnato, alle famiglie dei soggetti in questione, delle “right box” perché la loro prole potesse distrarsi e, al tempo stesso, apprendere nuove abilità.
In realtà, è da tempo immemore e in tutta Italia che si tenta di dar senso alle vite umane di chi presenta minorazioni. In Campania, nella bella cittadina di Capua, l’ormai ex docente Argia Dell’Aquila combatte strenuamente, per donare esperienze formative e piacevoli ai giovani capuani.
Argia Dell’Aquila è nata a Trieste, il 12 maggio 1939. Qualche anno dopo, lei e la sua famiglia si trasferiscono al sud Italia, poiché il padre è chiamato a prestare servizio presso il Palazzo Reale di Napoli.
Argia si ritrova così in Campania, a Capua, dove, al termine dei suoi anni adolescenziali, consegue il diploma all’istituto magistrale Salvatore Pizzi. In seguito, intraprende la professione di docente all’interno della scuola primaria.
Il suo primo impiego, da docente non di ruolo, lo ottiene nella zona di Mignano Monte Lungo. Lì, la sua didattica è improntata a progetti di vita che si sarebbero sviluppati nell’ambito classe.
Il compito da svolgere era arduo: in quelle aree di alta montagna, la vita era ancora rurale e grama. Affinché potessero procurarsi di che mangiare, una volta al mese, un inviato raccoglieva generi alimentari e giungeva nel piccolo paese, per rifocillare i depositi e le case del posto.
Sebbene l’obiettivo prefissato fosse complicato da raggiungere, l’insegnante Argia riesce nell’innalzamento del livello d’istruzione, in comunità lontane dai centri culturali.
L’avventura si rivelò altamente formativa, grazie anche all’organizzazione di pluriclassi: in un’unica aula, convivevano più classi. La maestra adottò una strategia molto innovativa per l’epoca, dividendo in piccoli gruppi le intere classi formatesi. In questo modo, si poté così instaurare una relazione di fiducia reciproca fra lei e i suoi discenti, grazie alla composizione di un primo gruppo di bambini più diligenti e studiosi.
Una volta terminata l’esperienza, a diretto contatto con la docente (non più elemento del tutto estraneo ai suoi alunni) del primo gruppetto, l’unione era sciolta, perché ogni studente bravo divenisse la guida di altri gruppi, stavolta formati da scolari meno brillanti.
Nel 1968, la maestra convola a nozze e, poco tempo dopo, Argia e il suo consorte di trasferiscono a Firenze. La ragione dello spostamento è la professione del coniuge, ora tecnico di laboratorio all’ospedale di Careggi. Tuttavia, non molto dopo, il marito è trasferito dal CTO di Firenze a quello di Napoli. I due sposi tornano a vivere in Campania.
Nel 1975, nasce Emilio, un bambino bello e sano che è però colpito dal maledetto virus della sala operatoria, lo pseudomonas. Le condizioni di salute del bambino peggiorano di giorno in giorno e l’otite evolve in meningite che diviene meningo-encefalite con idrocefalia.
Diverse complicazioni fanno sì che Emilio rimanga in coma profondo, per ben sei mesi e, dopo un intervento, in coma vigilato, per altri due mesi.
La vita dell’insegnante Argia e della sua famiglia era così cambiata per sempre. Più tardi, Emilio inizia a fare fisioterapia al Don Orione di Napoli. E’ proprio allora che inizia a prendere forma l’idea di un’associazione che possa sostenere bambini e ragazzi disabili, lungo il percorso delle loro travagliate vite.
Il marito della maestra di scuola primaria, durante la riabilitazione, conosce le famiglie di altri ragazzi con gravi problematiche e inizia a coltivare il progetto di un’unione con queste.
Una prima forma di collaborazione pensata dai coniugi doveva avere come obiettivi il potenziamento e lo sviluppo di questi ragazzi che, lasciata la scuola media, si ritrovavano privi di solidi punti di riferimento.
Di conseguenza, nel 1994, viene delineato il primo profilo dell’organizzazione territoriale capuana, con l’apertura di una sezione nella frazione di Sant’Angelo in Formis.
La partenza ufficiale dell’associazione ACPH (associazione capuana di portatori di handicap) avviene, però, solo nel 1996, dopo l’iscrizione al registro della regione Campania e all’agenzia delle entrate.
La nascita e la crescita di Emilio incoraggiano la maestra Argia a vedere al di là delle apparenze e dei limiti imposti ai cosiddetti “sfavoriti” dal fato.
Emilio rivela, sin da subito, alla sua genitrice, che tutto è possibile, anche quando, nella vita, è stata già emessa un’infausta sentenza. Non solo, da bambino, esce da un coma irreversibile, ma dimostra di poter immagazzinare anche idee complesse quali lo spazio, le linee chiuse (fino all’elaborazione del pentagramma) e l’alfabeto.
E’ grazie allo spirito guida di questa mamma che dalle menti della cooperativa scaturiscono molteplici progetti stimolanti, che apportano grande ausilio ai ragazzi nati con handicap.
Il primo programma in assoluto concerne la nascita di un doposcuola, per i ragazzi con disabilità o che avevano maggiori difficoltà con lo studio, col fine di avviare una collaborazione con le istituzioni scolastiche.
Negli anni 2000, tante eccellenti proposte e svariati disegni si realizzano nel cuore del comune capuano, grazie all’impegno profuso dall’intera associazione e alla delicata passione di chi li guida.
Nel corso di alcuni carnevali capuani, tenutisi negli anni 2000, sono costruiti mini carri che sfileranno nel cortile del comune: riproduzioni del castello di Carlo V o altri carri, edificati con materiali come il polistirolo.
I cortei, che i disabili impersonano su queste stupefacenti carrette, piacciono al punto tale che la sezione di Sant’Angelo allestisce un palco, per poter ballare con loro e nessuno si accorge che si tratta di individui con handicap.
Nel frattempo, l’organizzazione prova a portare avanti altri progetti di svago e valorizzazione della creatività, come un ciclo di lezioni di ricamo.
Altro strabiliante disegno, denominato “accessibilità all’arte,” promuove gli sforzi di piccole grandi menti nella ricerca culturale ed artistica. I ragazzi che vi hanno preso parte, hanno compreso l’importanza e l’onore di essere italiani, campani, capuani.
La realizzazione di essere nati nella culla dell’arte occidentale affiora nelle loro coscienze, arrivando così a concepire qualcosa di tanto semplice quanto fondamentale: il loro contributo può far conoscere un ambiente splendido a chi non ne conosce il valore. Quante menti, definite sane, non sono ancora giunte ad elaborare un simile pensiero?
Questi numerosi e incentivanti tentativi hanno permesso alla comunità dei disabili casertani di essere riabilitati, o meglio ancora, educati alla vita.
Anche se si sono susseguiti tanti successi, difficoltà e piccoli fallimenti non sono di certo mancati. Se, da un lato, alle volte, riuscire a spronare questi giovani, nel modo giusto, non è stato compito semplice, dall’altro, il disimpegno e la noncuranza nei confronti dell’associazione, da parte di terzi, ha ostacolato lo svolgimento pieno del percorso, negli anni.
Un esempio può essere rappresentato dal periodo in cui il famigerato Covid19 ha colpito la popolazione mondiale, momento nel quale non fu fatto alcuno sforzo per sostenere la piccola confederazione, che ha dovuto così accantonare ogni proposito.
Altra dimostrazione dell’attenzione prestata a questo piccolo mondo è stata l’erezione di barriere architettoniche poste dinanzi ad un locale, destinato proprio agli invalidi dell’ACPH.
Nonostante le avversità, ad ogni modo, si è comunque giunti a curare e guidare un programma che, dal 1996, giova alle persone con disabilità.
La gratitudine e la gratifica provate dai genitori e l’intensa partecipazione dei ragazzi hanno originato una comunità contraddistinta da una preziosa collaborazione e da un gran senso di crescita responsabile, tutelata da ex docenti e braccia destre, offerte da volontari che si sono affezionati al tema dell’handicap.
E’ proprio ai coadiuvanti volontari che Argia Dell’Aquila rivolge il suo più sentito ringraziamento, per il valido contributo al programma di assistenza, che vedrà nascere altri importanti proponimenti in futuro, come la nascita di corsi che consentano ai disabili di accumulare punteggio per partecipare a concorsi pubblici, la richiesta al Miur di inserire un esame sulla disabilità in ogni facoltà e la presenza di un docente curriculare, nelle scuole, che sia di sussidio al docente di sostegno, nell’ottica di superare i preconcetti sull’invalidità.
L’insegnante Argia sa di non aver nessun rimpianto e di aver anzi incontrato altre fonti di speranza, come un ragazzo che le ha confessato che, dopo il liceo musicale, intraprenderà lo studio della musicoterapia.
Infine, consiglia a chiunque desideri perorare la causa dei disabili, di farlo sempre con e per amore, con scienza e coscienza, senza mai fermarsi e farsi fermare.
Giordano Teresa