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PRIMO PIANO E ANTEPRIMA «Nato a Roma da una famiglia filippina, ho dovuto lottare contro bullismo e doppi pregiudizi per poter sognare in grande»

30 Marzo 2025, 09:02am

Pubblicato da Miki Pappacoda

 

INSERITO DA MIKI PAPPACODA «Sono nato a Roma da una famiglia originaria delle Filippine e ci sono rimasto fino a 22 anni, quando ho deciso di andare a lavorare all’estero. Avevo scelto Londra. Ricordo che lì, quando dicevo di venire dall’Italia, mi sentivo rispondere solo quanto fosse bella. A Roma, invece, mi si chiedeva, subito dopo, di dove fossi veramente». John Patrick Reyes, oggi 36enne, venuto al mondo all’ospedale Gemelli con dei tratti somatici orientali e un incarnato ambrato, ha trascorso la vita dovendo convincere gli altri di essere italiano e, fin da piccolo, ha conosciuto sulla sua pelle la ferocia del bullismo.

«Giocavo a calcio all’Aurelio a Primavalle. Un quartiere difficile, ignorante, ma anche vero e sincero. Io ero il diverso, l’unico straniero e dovevo dimostrare di valere il ruolo nelle Giovanili, di essere all’altezza dello sport agonistico. I ragazzi tra i 13 e i 18 anni sono crudi e i campi che giravamo tosti: a Corviale, Tor Tre Teste, Serpentara, come da noi, l’insulto era il buongiorno. Nei paesi della provincia di Roma, poi, non ne parliamo. Venivo bersagliato di continuo e, quando si perdeva, l’accanimento era ulteriore», ricorda Patrick, che non si è mai tirato indietro davanti a quei colpi duri. Anzi, pur soffrendone, li ha sempre affrontati come una sfida. Volavano cazzotti e tirate di capelli? C’era la caccia all’uomo nei suoi confronti? Lui reagiva con coraggio, facendo meglio col pallone. 

John Patrick Reyes a Londra

I compagni, invece, erano dalla sua parte: «"Siamo una squadra e quando si gioca non ci sono diversi", mi dicevano. Non scorderò mai il giorno che presi la fascia da capitano. Era il premio dei miei sacrifici, il simbolo della mia appartenenza al gruppo», aggiunge Patrick, che a 18 anni si guadagna anche il passaporto italiano, dopo un primo pezzo di vita passato a rinnovare annualmente il permesso di soggiorno al commissariato di Tor Tre Teste.

«Non proprio un bel ricordo. Le attese sono lunghissime, si creano file infinite e ci sono scontri con la polizia. Il giorno del giuramento è stata un’esperienza positiva. Ma solo lì per lì. Perché poi mi sono chiesto come fosse possibile che una persona nata e cresciuta qui, dovesse giurare per avere la nazionalità? Mio figlio Vincent è nato a Londra e siccome io e mia moglie, romana anche lei, eravamo stabilmente residenti nel Regno Unito da anni, ha avuto diritto al passaporto italiano e inglese. Su questo, sicuro si può fare qualcosa di più in Italia».

Patrick, invece, per sentire di valere e potersi affermare nella società, ha dovuto condurre un’esistenza nel segno di continue dimostrazioni. E lungo un doppio binario: agli italiani, da una parte, ai filippini, dall’altra. «Per emanciparmi oltre l’immaginario comune o quello che ci si concede, a un certo punto sono andato via, a Londra e ci sono rimasto 12 anni.

Un’esperienza “mind-blowing” (stupefacente). Lì ho capito il posto nel mondo che avrei voluto occupare. I miei genitori e parenti lavorano in impieghi umili, come domestici o badanti, perché non tutti i filippini della vecchia generazione sono andati a scuola. La loro timidezza li rende, poi, accondiscendenti. Non dicono mai la loro, neanche se non gli va bene qualcosa. In più, vivono ghettizzandosi. Per quanto sia difficile cambiare Paese, soprattutto per la barriera linguistica, la comunità non ha provato a integrarsi», spiega Patrick, che dalla famiglia, che comunque gli vuole bene, è sempre stato considerato “il diverso”.

 

Patrick e suo padre Enrico

«In me rivedo mia madre, quando si separò da papà. Lui ha avuto protezione. Lei, a discapito mio e di mia sorella, si è trasferita in Irlanda, per ricominciare. O fai parte della famiglia, o vai per la tua strada», continua il giovane che a un certo punto ha scelto di partire, per riscattare attraverso la carriera, l’immagine che si ha del filippino. Poi da Londra è rientrato a Roma, dove è stato assunto nel famoso member club “Soho House” di San Lorenzo, per ricoprire il ruolo di Floor manager e House trainer. Ma la sua vita sta per cambiare di nuovo: prossimamente, tra aprile e maggio, sarà impegnato da socio titolare nel suo locale con ristorante a viale Gorizia (corso Trieste), per guidarne l’orchestra operativa. «Mi sono sentito chiedere perché non aprissi una gastronomia filippina. Ma io sono nato e cresciuto qui e, anche se fossi rimasto in Inghilterra, avrei scelto un ristorante italiano», spiega il romano che, se fino a ieri cercava il riconoscimento attraverso l’appartenenza a un gruppo, oggi si “accontenta” di sapere di potercela fare da solo. 

Patrick e suo figlio Vincent a Londra

Adesso che ha costruito le basi, Patrick va per la sua strada come individuo a capo di un suo progetto. E lo fa anche da papà, accompagnando suo figlio verso la vita: «So che dovrà lottare, per trovare il suo posto nel mondo senza condizionamenti. L’altro giorno eravamo a casa di papà, che stava guardando un programma filippino e il bambino gli ha chiesto che lingua parlassero in tv. Vincent è un piccolo me, ha 5 anni e deve sapere che una parte di lui è filippina. Ma dovrà trovare la sua strada in Italia, con coraggio e oltre gli ostacoli e i pregiudizi, nella libertà di sognare in grande».

di Sabrina Quartieri LEGGO.IT

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