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CILENTO NEWS Rovistando Italia give the news like the radio

6 Settembre 2021, 13:21pm

Pubblicato da Miki Pappacoda

CILENTO NEWS Rovistando Italia give the news like the radio

DI GIOVANNI FARZATI Reporter Senza Frontiere -

Agropoli, tante idee poi il mercato fu spostato vicino alla Cilentana

Un mercato che nasce al centro e poi emigra in periferia.
C'è chi ancora ricorda il mercato settimanale del giovedì al centro di Agropoli, non è detto che sia stata una buona scelta spostarlo ad Agropoli Sud vicino alla superstrada.
"Mercato, una volta a settimana, creava qualche piccolo disagio alla viabilità che peraltro se c'erano i vigili non si avvertiva, si è creato un grade caos alla viabilità".

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L'ottocento delle faide Cilentane

Assassini su commissione, "micirianti" si diceva; il matontese Gicomo Nigro, di Matonti di Laureana, racconta; il popolo della rete ringrazia; di omicidi che tra 800 e primi del 900 avvenivano in alcuni comuni del Montestella; "S' era arrivati,a cire nu cristiano,pe na pezza re caso" traduzione dal cilentano "si era arrivati a uccidere qualcuno per un pezzo di formaggio ma anche per lite, gioco, amore, offese ricevute e anche per qualche pernacchia; la follia umana ha sempre i suoi momenti.

Primi del 900, davanti al convento Santa Maria della Pietà a Vatolla, una stupida scommessa, di quelle stupide assai; costò la vita ad ragazzo di 12 anni, centrato in pieno da una scarica di pallettoni. Così, tanto per fare qualcosa;
il ragazzino, figlio di un colono, portava dalla campagna in testa un paniere con dei fichi; alcuni uomini armati; scommisero se con un colpo di fucile avrebbero centrato il paniere e fatto salvo il ragazzo; non fu così, il paniere salvo; il ragazzo morto.

Cronache dal passato; ma non tutti sono contenti di queste cronache; scrivi anche di qualcuno che abbia fatto qualcosa di bello.....non vorremmo passare per un popolo di assassini scalmanati!;
raccomanda una sua compaesana, preoccupata.
Lasciamo i fatti storici di Laureana e spostiamoci a Perdifumo, fine 800 primi del 900; in una campagna del paese; si consumò un feroce delitto, il malcapitato fu prima invitato a mangiare e durante vino carne e risate e stornelli con chitarra e mandolino; il suo carnefice lo fece secco staccandogli di netto la testa con un colpo d'ascia. Pare che nelle notti di luna piena, compaia senza testa; Belisario, questo il suo nome; ma questa è un'altra storia!

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Poesia da leggere prima dei pasti come una medicina

Io vivo sopra le acque dello spavento, abito il mio corpo come un guscio di noce in un oceano. La poesia nasce da qui nel mio caso. La poesia deve essere il tuo caso, non quello degli altri. In poesia non c’è bisogno di rispettare gli altri, di riverirli. Quello è un lavoro che spetta all’essere umano che sei. La poesia non ha questo compito, non deve rispetto a nessuno. Può avere indugi e oltranze, vicinanze e lontananze. Sei tu che scrivi a decidere di essere partorito dalla lingua, è la lingua che ti fa corpo ogni tanto, non il contrario. La poesia ti concede che ogni tanto tu ti conceda alla vita. La gioia è una piccola gita, poi si torna a casa, si torna alla paura. In questo caso parlo della mia postura, la poesia deve sempre parlare della tua postura, altrimenti è lingua negozio, non è lingua costola, non è unghia incarnita, sudore inguinale. La poesia può contare le sillabe oppure no. Magari il tempo che passi a cercare una parola ti fa perdere le parole che già hai e che spesso sono quelle più necessarie. Non sempre, ovviamente. Non sempre la prima parola è quella giusta. Lo capisci se ti ascolti bene. Un giorno raduni vecchie parole e gli dai un ordine nuovo. Un altro giorno vai velocemente nelle immagini di quello che ti è successo il giorno prima. La poesia viene semplicemente dal racconto della realtà, anche un racconto per frammenti. Chi legge poesie sa che il poeta non è tenuto a darti tutte le informazioni, per quello ti cerchi un narratore, un saggista. Quando leggi il poeta è come se volessi proseguire la lettura dentro di te, come se il poeta fosse chi sa metterti davanti parole che smuovono la tua lingua, tu leggendo vuoi scrivere, magari non nel senso che scrivi veramente, ma nel senso che si formano pensieri nel tuo corpo, emozioni, e tutto quello che si forma dentro un essere umano è lingua, se ci pensi bene la casa di tutto è sempre una frase. Solo i morti non hanno frasi. Essere vivi è passare di frase in frase. Ognuno è dentro le frasi della sua vita e in quelle degli altri. La poesia in un certo senso ora è più il tentativo di uscire da essa che trovarla. La poesia è corpo che si affranca dal ronzio della lingua, è la strada per raggiungere il silenzio, la luce, le cose che stanno fuori di noi.
Nel mio viaggiare c’è un continuo oscillare tra i paesaggi interiori e quelli che stanno fuori, ma sempre paesaggi sono. Io sono essenzialmente uno che guarda. La microcamera è puntata sulla testa e sul cuore. Osservazione minuziosa, guidata dalla dittatura del sintomo: nulla deve sfuggire, ogni minimo segnale di dissesto, ogni piccolo scisma cellulare. Quando la microcamera si sposta verso l’esterno, il mondo gode della stessa attenzione con cui scruto i miei organi. Per me non c’è una netta distinzione tra il dentro e fuori. Se c’è un Dio si trova nelle mie vene e sulle ali di una farfalla e nei vermi che soggiornano sotto un sasso. Girare per i luoghi nel mio caso non è mai un percorso nel presente. A me preme l’antico che non è scomparso, preme il futuro che inizia a germogliare. E queste passioni mi espongono a un continuo oscillare tra il patire e il gioire. Scrivere in versi non è altro che la registrazione di questi movimenti, un tremore continuo: la poesia è la registrazione di un sisma che apre crepe nel corpo e da queste crepe affiora la lingua, affiora la vita sepolta. La poesia prende la sua linfa dai vivi e dai morti, dall’esilio e dalla comunità, dal viaggio e dal restare fermi.
Forse questo è un tempo che la poesia riesce a leggere meglio di altre discipline. E non sappiamo bene perché. È come se i versi avessero punte che trivellano meglio il terreno. I versi sono anche grandi reti per pescare i misteri che vagano nell’aria. E l’aria da pescare la trovi in un treno, in una piazza, in un ristorante, la trovi al tuo paese e nella città vicina, la trovi all’alba, la trovi in un bacio, in un funerale, in una passeggiata.
Io credo che bisogna dare più fiducia alla poesia, leggerne un poco ogni tanto. E bisogna leggerla anche agli altri, regalarla, farne strumento di nuovi riti: tipo leggere una poesia prima del pranzo e della cena. Il nuovo umanesimo che ci può servire è fatto di tecnologia tagliata dalla poesia: il mondo lirico che bilancia coi suoi deliri i deliri del mondo economico. Fa bene questo intreccio al nostro corpo e al corpo sociale. Non è l’unica cura, non è una salvezza, è quello che possiamo fare adesso, nel cuore di un paradosso: stiamo morendo e stiamo guarendo nello stesso tempo.

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