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CAMPANIA NEWS NAPOLI Il mistero della bara a remi: napoletani attoniti davanti al lungomare

22 Settembre 2013, 11:11am

Pubblicato da Michele Pappacoda mjcheva@live.it

 

 

 

 

 

 

227437 2003962587951 5671684 nINSERITO DA KATIA PERROTTA NAPOLI - Una bara che fluttua in mezzo al mare di Napoli, la gente che si affaccia attonita da Mergellina al castel dell'Ovo e si chiede cosa stia succedendo. Il ritmo è quello di un funerale; la bara è in legno chiaro e si sposta da un estremo all'altro del lungomare. 


Ma a ben guardare c'è una persona a bordo. La bara ha dei remi. E chi sta vogando è Isotta Bellomunno, giovane performer - classe '87 - appartenente alla nota impresa funebre partenopea.

La performance artistica che si è svolta nelle acque partenopee ha per titolo "Labarbarca". Alle 13 Isotta è partita alla Rotonda Diaz per arrivare con la sola forza delle sue braccia sotto il castel dell'Ovo, dove secondo la leggenda è racchiuso il mitico uovo di Virgilio, simbolo di rinascita. Dalla morte alla vita. Un lungo rito che potrebbe anche essere esteso alle sorti della città partenopea.

Una "prova", un rito di passaggio, attraverso cui si esorcizza il tabù della morte interpretandolo come percorso di vita. La bar(c)a è espressione del potere di capovolgimento dei significati sociali, etici ed emotivi, capace di trasportarci sino all’emblematico castello di tufo in mezzo al mare, non a caso "tomba" della sirena Partenope. La giovane artista taglia il pezzo di mare antistante via Caracciolo a bordo di una bar(c)a per esorcizzare i demoni di una città che stenta a “guarire”.

«Quello di Isotta è un viaggio che prosegue con fatica, con la forza e la resistenza di due remi che affondano, spingono con impegno la massa per poi risalire e poi calarsi ancora, affondare, resistere, sopravvivere a una nuova emersione dalle acque che sono lotta e sostegno allo stesso tempo. I remi della fatica, dunque, ma anche della scelta – spiega l'autrice del testo critico Anna Lucia Cagnazzi –. La cultura mediterranea si distingue per la volontà innata di stare nelle proprie origini, nel proprio humus, nella propria letteratura. Così questo viaggio è l’ennesima trasgressione di un tabù (la designificazione della morte o, meglio, dell’icona della morte) ed è una prova tanto individuale, intima, quanto tesa alla collettività di una terra in cui i morti non muoiono mai e la vita si svolge per strada, tra le pubbliche vie e non è mai del tutto privata».

DI MARCO PERILLO IL GAZZETTINO.IT

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