TOSCANA NEWS UNA DONNA IN SEMILIBERTÀ La nuova vita di Clara Maneschi, l'ex “mantide della Lunigiana”
INSERITO DA SILVIA TARABELLA Condannata a 15 anni per l’omicidio del marito, ogni giorno esce dal carcere per lavorare come commessa a Pisa.
Clara Maneschi
PISA. «Lo ha mai provato? Prenda questo rosso, è ottimo». Maglione di lana grigio a collo alto, jeans, stivaletti neri, capelli corti rossi e un viso senza un filo di trucco. La “bottegaia” con tanto di grembiule ad hoc che ha appena venduto una bottiglia di vino a una cliente si chiama Clara Maneschi.
Un nome che le traiettorie della vita hanno fatto rimbalzare nelle cronache segnate da carceri e tribunali con l’etichetta veloce e irrevocabile dei mass media di “Mantide della Lunigiana”. Si porta dentro una storia di dolore e morte. Il marito ucciso dal suo migliore amico che a distanza di otto giorni si suicida. E lei, ritenuta la mandante non solo morale dell’assassinio, prima arrestata e poicondannata in abbreviato a 15 anni per omicidio volontario in concorso.
Originaria di Tavernelle, dove ancora vive l’anziana madre, 51 anni, l’accento tradisce quell’impasto di Toscana e Liguria che è la Lunigiana. Dietro al banco della “Bottega della filiera corta" alla Leopolda di Pisa dal maggio 2013 riceve chi vuole comprare prodotti tipici locali. Dal vino alla pasta. Ma anche dolci, frutta e verdura. E pure buffet e catering per eventi. Il sistema è quello del conto vendita. Le aziende espongono i loro prodotti e Clara Maneschi fa da tramite. Un ruolo che la responsabilizza in un progetto che la “Casa della Città Leopolda” ha avviato proprio con lei, d’intesa con la direzione del carcere Don Bosco, più di un anno e mezzo fa con un contributo regionale.
Ci sono i lutti, gli errori, i pensieri per quello che è stato e che non si può più modificare, nel vissuto di Clara Maneschi. Accetta di parlare con “Il Tirreno” a due condizioni: niente e foto e nessuna voglia di parlare di quanto avvenne nel novembre 2007. Ma la storia non si cancella. Maurizio Cioni, il marito di Clara fu ucciso con un fucile da caccia sabato 17 novembre del 2007 nei boschi di Pallerone e ritrovato il giorno dopo. Aveva 49 anni, al suo fianco c'era la cagnolina Burba. A premere il grilletto fu Giordano Trenti, il suo migliore amico, 45 anni, che era anche lo spasimante della donna: si uccise otto giorni dopo il ritrovamento del cadavere dell'amico.
Di quella duplice tragedia Clara Maneschi porta addosso la croce. E una sentenza definitiva che la indica come l’ispiratrice dell’omicidio del marito. Si limita a dire: «Ai ragazzi delle superiori che vengono in carcere cerco di far capire che le persone si trovano coinvolte in certe situazioni anche per comportamenti che possono essere ritenuti innocui, ma che poi hanno conseguenze devastanti».
Da sinistra Maurizio Cioni, Clara Maneschi e Giordano Trenti
La rinascita di Clara ha la città di Pisa come ambientazione. L’attività di recupero e la buona condotta nel carcere Don Bosco le hanno fatto ottenere il permesso di uscire alle 8 e rientrare alle 22. Il fine pena segna la data del 2021. Ma l’obiettivo, contando sullo sconto di 90 giorni all’anno, resta l’affidamento in prova nel giro di tre-quattro anni. «Questo lavoro mi sta aiutando a ripartire – spiega –. Mi piace incontrare i clienti, tenere i rapporti con i fornitori. Sono responsabilità che ho ripreso da quando lavoravo in una scuola guida. E di questo devo ringraziare i miei colleghi». Le regole sono rigide. Esce alle 8 e deve comunicare il percorso, senza variazioni, per arrivare al negozio. Ora, in via provvisoria, si trova nel carcere femminile di Empoli in attesa della fine dei lavori al Don Bosco.
Non può avere altre distrazioni che non sia la sua bottega alla Leopolda. «Solo la domenica ho il permesso per andare da mia madre a Tavernelle – aggiunge –. Il paese e chi mi conosceva davvero non mi hanno mai abbandonata. Con le mie amiche ci siamo scritte e in tante sono venute a trovarmi. Nessuna di loro mi ha mai giudicata. I rapporti con i parenti di mio marito? Non ce ne sono».
VIDEO / DA "STORIE MALEDETTE" (11 marzo 2011)
La “Mantide” «un’immagine che non mi piace, la stampa ha romanzato molto su questa storia» pensa anche a quella che sarà la sua vita dopo la detenzione. «Vorrei proseguire l’esperienza a Pisa – chiarisce –. Magari trasferendo qui anche mia madre. Al Don Bosco ho sempre lavorato e non ho mai perso la mia dignità. Il carcere mi ha cambiata in meglio, mi ha resa più forte. Ti dà il tempo di pensare. Ho imparato che nella vita è importante essere e non avere». I clienti entrano e chiamano la “bottegaia” per nome. Confidenza e fiducia. Quasi nessuno conosce la sua storia. «È l’unico motivo per cui non volevo parlarne a un giornale – ammette –. Ma poi ho cambiato idea. Per rinascere devo essere me stessa, senza nascondermi». Ma Clara Maneschi non si rimprovera niente? «Se tornassi indietro valuterei bene tante conseguenze di cose dette o fatte».
di Pietro Barghigiani IL TIRRENO
/image%2F1394276%2F20210111%2Fob_9cffcd_1.jpg)