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VELASCA VIMERCATE NEWS Vimercate - «Il brigadiere è stato assassinato». Incorvaia, chiesta la riapertura del caso

27 Settembre 2016, 07:29am

Pubblicato da Giornalino Ass. Diversamente Abili Penisola Sorrentina della dott. Rosa De Martino

VELASCA VIMERCATE NEWS Vimercate - «Il brigadiere è stato assassinato». Incorvaia, chiesta la riapertura del caso

INSERITO DA MICHELE PAPPACODA VIMERCATE La battaglia prosegue da 22 anni. Dalla mattina di quel 16 giugno 1994, quando il corpo senza vita del brigadiere Salvatore Incorvaia, vicecomandante della stazione dei carabinieri di Vimercate, venne trovato senza vita all’interno della sua Audi 80 parcheggiata a bordo strada tra le villette e i campi di Oreno (una frazione di Vimercate) seduto al posto di guida. Aveva 40 anni. Il foro di proiettile di entrata nella tempia destra, la pistola Beretta calibro 9 Parabellum appoggiata sulla coscia, a distanza di pochi centimetri dalla mano. «Suicidio», è il responso della magistratura sulla vicenda. Ma non per i familiari del militare.

Non per papà Giuseppe, 85 anni, una vita trascorsa a prestare anch’egli servizio nell’Arma, e la sorella Sabina, che oggi vive a Genova, e che insieme al padre si batte per far riaprire il caso. Perché, secondo loro, il suicidio è solo una messinscena: Salvatore è stato assassinato, e il suo corpo ricomposto ad arte nell’abitacolo della macchina.

È già pronta un’istanza alla procura generale di Milano per far ripartire le indagini, perché quella di Monza ha chiesto e ottenuto l’archiviazione. Il provvedimento del gip Pierangela Renda, tuttavia, parla di «criticità» ed «omissioni» non giustificabili, ma purtroppo «irrimediabili», a proposito del modo in cui all’epoca sono stati effettuati i rilievi sulla scena del decesso del brigadiere. Ed è con le nuove tecniche e conoscenze nel campo dell’investigazione scientifica che, secondo il criminologo Carmelo Lavorino e l’avvocato Eduardo Rotondi, schierati a fianco dei parenti del brigadiere, si può scrivere un nuovo capitolo di questa storia. Partendo proprio dalla scena del «delitto», e da otto minuscole macchie di sangue, trovate sulla manica destra della giacca indossata dal carabiniere. Elemento fondamentale, sostiene il professor Lavorino: «Analizzando la loro morfologia, grazie a nuove tecniche di studio, emerge che sono tutte macchiette a spruzzo rivolte verso il basso: non avrebbero potuto avere quella forma e disposizione, se avesse tenuto sollevato il braccio per spararsi».

Manca il sangue sulla parte sinistra dell’abitacolo, in corrispondenza della direzione d’uscita del proiettile. Il finestrino in frantumi non era quello del lato guida, come ha incredibilmente sbagliato a indicare il medico legale all’epoca del primo sopralluogo, ma quello del passeggero. Inoltre Incorvaia si sarebbe sparato senza posare la pistola alla tempia, modo di per sé anomalo e una ricostruzione tridimensionale dimostrerebbe che la traiettoria di uscita del proiettile dal capo del militare non coincide col punto in cui si è andato a infilare il colpo (una ventina di centimetri più in basso, nel montante dell’auto). La conclusione, di parte, è che Incorvaia è stato ammazzato in realtà fuori dalla macchina, e non all’interno. Ma da chi, e perché? Di ipotesi, in questi anni, se ne sono fatte tante.

L’anziano padre Giuseppe non ha dubbi: «È stato qualcuno su cui mio figlio stava indagando. Salvatore era sposato e aveva una bambina di tre anni… non si sarebbe mai tolto la vita. Prima che morisse — continua Giuseppe — lo vedevo molto preoccupato. Quando gli ho chiesto spiegazioni, mi disse che non poteva raccontarmi nulla, perché si trattava di una vicenda che coinvolgeva persone ad alti livelli e avrebbe potuto mettere a rischio la sua vita e anche la nostra». In una memoria, l’85enne ha indicato i nomi e i cognomi di chi, secondo lui, ha lavorato per depistare le indagini: «Non posso renderli pubblici, ma sono in quel documento, consegnato alla magistratura perché faccia i debiti accertamenti. Sulla morte di mio figlio finora è stata data soltanto una spiegazione di comodo».

di Federico Berni da il Corriere della sera

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