TOSCANA NEWS Livorno La moda della sfida alla morte nel tuffo dal ponte di Calafuria
La folle moda del lancio dal ponte non dà più brividi al popolo degli scogli. "A meno che qualcuno non si tuffi nel vuoto dal ciglio della strada", ci spiega Marco, secondo anno di legge, in mano un ghiacciolo appena comprato dall'abusivo che da anni passa l'estate arrampicandosi sulle pareti del Romito con la maxi ghiacciaina in spalla. Sì, c'è anche chi azzarda il volo dell'angelo: venti metri nel cielo, tra le rocce, per centrare con la precisione di un cecchino il bersaglio di uno specchio d'acqua largo forse cinque metri e profondo poco più di due. "In quel caso sì che si alza la standing ovation di tutta l'insenatura", puntualizza Marco con un cenno del viso che sembra dire: e ci mancherebbe altro...
Il nostro uomo invece ha scelto la mezza misura e l’applauso non gli toccherà. Anzi non gli toccherà neanche uno sguardo, se non quello un po’ distratto delle ragazzine per cui ha deciso di fare lo show. C’è assuefazione in tutto, anche nella sfida alla morte.
Ritrovarsi lassù però non dev’essere piacevole. E anche arrivarci è rischiosissimo. Con l’agilità di una scimmia bisogna arrampicarsi sulle travi del viadotto. Sotto c’è la scogliera, basta un piede messo male, un giramento di testa, un angolo scivoloso e si piomba giù, senza airbag. Il nostro uomo però sale spedito. Metro dopo metro, piegato come un australopiteco, arriva in zona lancio. Qualcuno - ci spiegano - si tuffa anche all’interno delle travi, proprio sotto il ponte, in uno spazio così angusto che devi per forza volare a candela per non schiantarti sul molo.
Lui invece no. Sceglie la strada più “banale”: il tuffo in avanti. Ma qualche brivido, almeno sulla sua pelle deve scorrere lo stesso, se è vero che ci mette un minuto e mezzo per trovare il coraggio di indossare le ali e sfidare il cielo. Chissà se c’ha ripensato. O magari sta pensando a suo padre che se lo vedesse lassù, potrebbe non essere così orgoglioso. Meglio non pensarci. Anzi meglio non pensare. Sarebbe impossibile altrimenti giocare con la morte solo per il piacere di farlo.
Le ragazzine là sotto aspettano, quasi scocciate di dover tenere la testa in sù per tutto quel tempo. Lui le guarda, forse vorrebbe un cenno di incoraggiamento, forse no, perché non dev’essere così figo farsi incoraggiare. Prende fiato, poi inizia il count down per il salto: tre due uno giù, l’adrenalina che scorre impazzita, i brividi sulla pelle, la criniera nel vento, l’attesa dell’impatto, la paura, gli occhi spalancati, finalmente l’acqua, la scomparsa tra le bollicine, cinque, sei, sette, otto secondi senza dar segni di vita e la rimersione. Stavolta è andata bene, ma ne valeva la pena?
DI GIULIO CORSI
@giucorsi IL TIRRENO.IT
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